Riportiamo di seguito alcuni tra i passaggi più significativi dell’intervista che l’Onorevole Valentina Aprea, già collaboratrice con Letizia Moratti alla riforma del 2003 nonché assessore alla giunta regionale lombarda,  ha tenuto sul canale social della testata scolastica “Orizzonte Scuola” (OS), inoccasione della recente approvazione alla Camera della legge sulle soft skills di iniziativa parlamentare, da parte dell’Intergruppo per la Sussidiarietà che la ha vista protagonista. Pensiamo infatti che questo breve dibattito offra grandi spunti di riflessione sia  per gli insegnanti e per i genitori interessati alle innovazioni didattiche e pedagogiche promosse dalle riforme recenti, le quali trovano nell’ultima sperimentazione sulle soft skills un notevole punto di arrivo. Dalla trascrizione, i lettori potranno trovare risposte a interrogativi che si pongono da tempo.

Ad esempio:

  • Qual è la relazione tra l’introduzione del coding alle scuole primarie e la domotica?
  • Come realizzare un autentico lavoro di gruppo in classe? Basta sistemare i banchi in  cerchio e/o a quadrato?
  • Sarà ancora un problema in futuro, per la nuova figura di docente tutor – coach, non sapere neanche lui la soluzione di un problema complesso?
  • Sarà ancora necessario per gli insegnanti comprare penne rosse e blu?
  • La matematica che gli insegnanti dovranno proporre agli studenti del futuro sarà compatibile con la transizione ecologica?
  • Perché gli insegnanti immigrati digitali non si lasciano introdurre all’uso degli Iphone dagli alunni nativi digitali? Mettersi in gioco non rappresenta una sfida della formazione dei docenti del terzo millennio?

Di seguito, le risposte.

Buona lettura.


 

 

Angela Ferraro (OS):

Le life skills sono considerate abilità sociali, relazionali ed emotive che racchiudiamo nell’unico termine intelligenza emotiva. (..) Il termine competenze non cognitive suddivide emozione e cognizione, cosa che  non ha più ragion d’essere. Le neuroscienze applicate all’educazione e la neuro-psicanalisi ci offrono evidenze scientifiche che fanno in modo di unire in un unicum emozione e cognizione in senso razionale. Ogni nuova esperienza di apprendimento (..) include in sé anche la parte emozionale e motivazionale (…) e lascia traccia attraverso la memoria nella formazione e modifica di reti neurali e connessione sinattica.

Le neuroscienze dovrebbero esser un pochino più incluse nella formazione iniziale dei docenti per comprendere meglio come si svolge il processo di apprendimento della nuova generazione dei nativi digitali di oggi. (..)

La prima domanda è come si fa a considerare quella che dovrebbe essere (..) una modus operandi una forma mensi naturale di chi ha una funzione formativa una competenza a latere sganciata da una pratica didattica (..) ?”

On. Aprea:

Siamo all’inizio del nuovo secolo, nel terzo decennio, ma sappiamo già da tempo che le competenze per vivere, studiare, crescere e lavorare, sono cambiate rispetto al 900. Un momento in cui la vita era anche più semplice. Oggi è gestita da sistemi complessi, tanto che le competenze per il XXI secolo, che il WEF ha individuato già da qualche anno sono 16 e sono divise in 3 categorie: le abilità fondamentali, le competenze trasversali, ovvero le abilità con cui gli studenti affrontano problemi complessi, le qualità caratteriali ovvero le modalità con cui gli studenti si relazionano al contesto che muta.

La scuola, e quella italiana in particolare, si è sempre concentrata e soffermata sulla cultura del sapere, quindi sulle abilità fondamentali (..)

Cosa è rimasto sempre fuori nelle scuole italiana? Le competenze trasversali: il pensiero critico (..) la creatività (..) la comunicazione (..) la collaborazione.

Ma soprattutto rimane fuori dal contesto della situazione di apprendimento e di valutazione.. valutazione (enfasi) dell’apprendimento,  il cosiddetto concetto delle qualità caratteriali.

La curiosità ..l’iniziativa…la determinazione….l’adattabilità….la leadership…la consapevolezza sociale e culturale…

Presi singolarmente sicuramente tutte queste cose hanno fatto parte della scuola italiana, ma non in modo sistematico, e soprattutto non in modo valutativo (enfasi).

Noi abbiamo sempre puntato ad una cultura del sapere, quindi la nostra attenzione è stata incentrata sui contenuti.. Qui l’attenzione si sposta sulla persona che apprende (enfasi).

Quindi da una parte la scuola del 900, una scuola che dava soprattutto contenuti e che (li) misurava e valutava. Quando parliamo di cultura della competenzadella persona, stiamo centrando l’attenzione su tutte queste caratteristiche (..)

Perché importanti? Proprio perché, per esempio in questo periodo, le imprese sono alla ricerca di teams funzionali, cioè di squadre composte da individui con competenze diverse….Tutti insieme a lavorare allo stesso tavolo, per far nascere ed evolvere settori che richiedono competenze sempre nuove

Il che è molto diverso dall’essere competenti n una disciplina.”

Angela Ferraro (OS):

C’è spesso una Errata contrapposizione tra sostenitori della conoscenza e della competenza, come fossero due squadre antitetiche e così non è. Nel concetto di competenza è inclusa quello di conoscenza.

(..)

Cosa ne pensa?

On. Aprea:

“Ogni esperienza di apprendimento è un momento di crescita della persona.

Se c’è vero apprendimento c’è crescita della persona. Ma questi apprendimenti agiscono con una capacità trasformativa della persona che noi dobbiamo imparare a misurare e a valutare. E soprattutto devono cambiare i contesti di apprendimento, proprio perché nel secolo scorso avevamo immaginato la maniera ideale:  in una classe, un insegnante dietro la scrivania e i ragazzi seduti dietro i banchi (..) tragicamente in silenzio.…

E ‘esattamente l’opposto.

Con l’utilizzo della tecnologia, che ti costringe a scoprire continuamento soluzioni e ricerche – ecco il pensiero del coding a scuola– che è il pensiero dell’informatica ..che permette di dare semplici comandi ad una macchina, e la macchina effettua..

Quella macchina risponde se i comandi sono giusti!

E c’è un’interazione tra la persona e la macchina. Quando ci sono più persone che lavorano sullo stesso machina o progetto, le cose devono funzionare!

Quindi il lavoro di gruppo nel terzo millennio (..) ha tutto un altro significato rispetto al lavoro di gruppo del 900….Non si tratta di mettere insieme i banchi in forma quadrata o circolare per dire che si sta facendo un lavoro di gruppo.

E’ la ricerca di soluzioni nuove a problemi complessi. Non solo ripetere la lezione, partendo da un contenuto. Nella classe rovesciata, la flipped classroom, noi potremmo lasciare i ragazzi a ricercare i contenuti, ma la rielaborazione degli stessi e la ricerca finale di un compito, l’esecuzione di un obiettivo deve esser frutto di una ricerca comune.

(…)

Il dibattito che c’è oggi sulla trasformazione ecologica, la trasformazione digitale sono tutti processi che porteranno a un modo di vivere prima ancora che di studiare e lavorare diverso.

Pensate alla casa domotica, quella ecologica, del risparmio energetico..io devo pensare, devo capire, devo sapere e devo ricercare delle soluzioni nuove.

Per non parlare della trasformazione digitale che mi consente di avere rapporti relazioni in uno stesso momento con milioni di persone e raggiungere i luoghi più distanti in una frazione di tempo inimmaginabile fino a 10 anni fa.

Le cose si tengono insieme. Il modo di apprendere, di sfruttare le competenze non cognitive, non legati ai contenuti, la valutazione. Se io promuovo un apprendimento dove l’insegnante è più coach e tutor, alla fine dovrò valutare questi aspetti.

Lavorando su un progetto comune, Valentina come si è comportata? Angela che tipo di modo di essere ha manifestato? Andrea come ha risolto il problema di creare un nuovo contesto, che so, di qualsiasi tipo? Sfruttando le conoscenze.

Tutto si deve studiare: la storia, la geografia, la matematica, informatica, l’inglese, tutto. Ma il problema è che uso facciamo di questo sapere per arrivare a una cultura della competenza.

E soprattutto io come persona come cambio mentre apprendo. Chi mi sta di fronte, il docente tutor o coach deve vedere se c’è progresso anche nella sfera (..) degli atteggiamenti e del saper essere, competenze trasversali e qualità caratteriali.

Servono soprattutto ai ragazzi che fanno fatica ad apprendere. Ci può essere un di più di autostima, motivazione, realizzazione in un modo dinamico di apprendere, e quando c’è una valutazione della persona.

Magari chi è sveglio, intelligente, iperattivo può avere una compensazione positiva in un contesto dinamico. Mentre in un contesto statico dove tutti devono stare fermi (..) vengono penalizzati. Anzi, sono quelli che poi rischiano di più di arrivare all’insuccesso formativo perché non riescono a sentirsi motivati… E soffrono.

Angela Ferraro (OS):

Non ritiene forse necessario un ripensamento dal punto di vista di una nuova cultura della didattica (..) ? Un’impostazione globale ad esempio della valutazione, un po’ sganciata, non totalmente, una competenza auto-valutativa, auto-orientativa del ragazzo che riesce poi a muoversi nel contesto della scuola e del lavoro.

Tornando al ddl cosa ne pensa lei del provvedimento a fronte di una necessità culturale dalla base, più bottom up che  top down dell’impostazione didattica?

 

On. Aprea:

Innanzitutto si tratta di un “pdl”, una proposta di legge id iniziativa parlamentare basata su due aspetti.

La formazione degli insegnanti. Perché abbiamo bisogno di piani formativi generalizzati per creare una nuova generazione di docenti.. proprio come mentalità e come approccio. ..Il docente che è accanto allo studente e non di fronte.

Il docente tutor, il docente coach, il docente che non sa neanche lui quale sarà la soluzione che gli alunni troveranno ad un determinato problema. Ma questo è il bello! Il senso della scoperta.

Date alcune certezze, che sono ovviamene nei contenuti disciplinari…i problemi e il modo di studiare, problematico, che viene offerto agli studenti, deve essere tale da poter raggiungere delle soluzioni, documentare e mettere in gioco tutte le potenzialità.

Vedete, gli strumenti tecnologici questo lo fanno molto bene, perché come sappiamo, se non si sanno usare non funzionano.

E quindi la capacità autovalutativa viene fuori immediatamente e non c’è bisogno della penna rossa e blu del professore perché c’è immediatamente una risposta positiva o negativa della macchina, che va avanti o non va avanti, elabora una serie di dati e ti fa vedere dove stai sbagliando.

Se tu sei in una dimensione di transizione ecologica e pensi di trovare una soluzione che ti fa fare un consumo esasperato delle risorse ambientali, è chiaro che quella soluzione è fallimentare. Però, rispetto ad una soluzione scolasticistica del 900 poteva funzionare.  Tot più tot, dai questo, questa è la soluzione. Da un punto di vista matematico può funzionare…non può funzionare se da adattare alle nuove esigenze ambientali…

Cambia la prospettiva perché le finalità dell’apprendimento e dell’utilizzo delle conoscenze ai fini della vita del terzo millennio, cambia tutto.

E’ una sperimentazione triennale finanziata… Milioni di euro.. e diversi ordini di scuola. Sono sperimentazioni che modificano il contesto e partono dalla persona.

(..) Io mi auguro presto di poter arrivare a cambiare la valutazione nelle scuole italiane. Dare 7, 8, 10 ad un compito in classe non serve a nulla. Quella performance inizia e finisce col voto. Noi dobbiamo cambiare le persone. Formare le persone del terzo millennio.  (..) La scuola italiana per essere stata così individualista, puntando ai risultati del singolo studente, deve puntare sui team, sulla crescita di squadre di giovani creativi capaci stare insieme anche con formazioni diverse. Niente di nuovo sotto il sole tutto di nuovo sulla scuola.

Angela Ferraro (OS):

Una delle motivazioni (dell’introduzione della legge) è la dispersione cosiddetta implicita. A fronte di un raggiungimento del titolo di studio non risultano competenze di base corrispondenti al titolo raggiunto. …Non bisognerebbe Forse agire anche di rinforzo alla funzione docente, valorizzandola, supportandola anche nel senso di maggiore valorizzazione sociale..per fare in modo che questa relazione educativa riesca a tenere..e combattere sia la dispersione implicita che esplicita?

On. Aprea

C’è un passaggio del mio intervento in aula, che vorrei ripetere perché calzante. Dopo aver ore decenni demistificato la figura dell’insegnante magister…si è dovuto concludere che se non esistono da incontrare magister di questo tipo, i giovani se li vanno a cercare adulterati…è indispensabile investire senza errori su formazione di docenti degna delle nuove sfide dell’epoca.

La reazione avvenuta anche sui social di docenti che hanno subito reagito..come, la scuola? E allora la scuola che fa? Certo che deve puntare alle cognitive, ma non è più possibile soffermarsi solo su quelle cognitive.

Le neuroscienze ci dicono che noi apprendiamo in modo diverso con connessioni cerebrali diverse da quando viviamo nel mondo digitale. Noi siamo certamente immigrati digitali. I nativi digitali lo fanno spontaneamente. Sono abituati a fare più cose contemporaneamente. Io uso l’iPhone come il telefono (..). Ma quando vedo i giovani nativi digitali o hanno praticato questi strumenti più di me, scopro cose bellissime e nuovissime. Perché la scuola non deve utilizzare questi strumenti per sollecitare nuove forme di apprendimento?

(..) non è più possibile pensare ad una scuola che punta solo sugli individui. Piccoli gruppi, livelli, talenti, quelli che il talento non ne hanno o ne hanno poco hanno forme di intelligenza diverse. Gardner Bruner ci dicono moltissimo. (..) Noi abbiamo scuole che già fanno tutto questo. Basta entrare quelle scuole, e affiancare quei docenti che hanno scelto già… un’altra educazione è possibile. Ingegneri, tecnici del terzo millennio. Tutto può essere sicuramente molto più accattivante dal punto di vista della motivazione…e tanto diverso dalla scuola che abbiamo ricevuto noi.

(..)Non possiamo costringere questi ragazzi ad usare il cavallo quando mandiamo gli uomini nello spazio. Già oggi si parla di conquista dello spazio da parte di tutti, non solo degli astronauti…altro che competenze non cognitive. Tutte le persone e tutti i ragazzi devono trovare la propria strada per imparare ad apprendere a modo proprio.

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4 Commenti

    • Guccini cantava che c’è sempre “Un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete a sparare c…..e”. Oggi non manca mai un Galli della Loggia (o a un Cacciari) a pontificare, sulla base del senso comune, su tanti temi come questo su cui con impegno si ragiona da anni in termini di ricerca scientifica. Ma è più facile appunto pontificare.

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