Mi sono laureato in ingegneria delle telecomunicazioni nell’Università di Padova nel 2001 e da allora ho sempre lavorato nell’ambito della tecnologia in termini di ricerca applicata, ossia finalizzata all’ottenimento di un prodotto. La materia di cui mi occupo è chiamata Computer Vision, una branca dell’informatica. Quanto dirò in seguito è legato alla mia esperienza diretta e potrebbe non valere in generale per tutti gli ambiti della ricerca, anche se ritengo di poter trarre delle conclusioni generali, valide almeno nell’ambito delle scienze applicate.

Dopo la laurea sono stato studente di dottorato all’università del Texas a Dallas; rientrato in Italia ho lavorato per dieci anni nel reparto di ricerca e sviluppo in una azienda di video sorveglianza con il compito di progettare e sviluppare prodotti di intrusion detection intelligenti. Dal 2014 lavoro ad mio progetto personale: ho fondato TRYA, una azienda high-tech che sviluppa tecnologie digitali per la vendita online di calzature e il cui prodotto di punta è la scansione del piede via smartphone e il consiglio di taglia per gli acquisti e-commerce.

Il filo conduttore della mia carriera lavorativa è il trasferimento tecnologico: dal mio rientro in Italia collaboro con i dipartimenti universitari ricercando tecnologie che possano risolvere i problemi industriali e con il mio team implemento tali soluzioni creando prodotti da mettere sul mercato.

In questa lettera aperta voglio ripercorrere le tappe principali del recente dibatto sul trasferimento tecnologico, mettendo in evidenza come le critiche mosse al sistema di ricerca universitario italiano siano parziali, in alcuni casi fuorvianti e manchino di mettere in evidenza i veri nervi scoperti del processo di trasferimento tecnologico. Cercherò quindi di fornire critiche più precise rispetto al problema, nella speranza di dare un contributo costruttivo alla questione.

Parliamo delle pubblicazioni scientifiche innanzitutto. Leggo una critica dura alla volontà dei ricercatori e dei professori italiani di pubblicare, nonché a un sistema di merito basato sul numero di articoli prodotti. Tale critica si basa sul fatto che le pubblicazioni (i) rischiano di avvantaggiare la concorrenza (non italiana, evidentemente), (ii) invalidano la possibilità di brevettare e quindi (iii) “bruciano” la possibilità di sfruttamento industriale delle ricerche relegandole tra le mura dei laboratori.

Ora, il trasferimento tecnologico mira a portare in campo applicativo, industriale e commerciale risultati scientifici nati nell’ambiente della ricerca. L’ambiente della ricerca non è formato da cellule isolate di pensatori, ma è fondato sulla divulgazione del sapere, divulgazione attivamente realizzata attraverso conferenze e pubblicazioni. E’ altresì vero che i risultati raggiunti nelle Università italiane poggiano sullo studio di risultati scientifici pubblicati da altri gruppi di ricerca, spesso situati in USA, Canada, Cina, nel resto dell’Europa e così via. Sostenere che la pubblicazione dei risultati scientifici rischi di avvantaggiare la concorrenza non ha quindi senso.

La questione dei brevetti è molto estesa e richiederebbe una trattazione a parte, mi limito a dire che l’applicazione originale di una tecnica nota (anche già pubblicata) al fine di risolvere in modo nuovo un problema industriale è brevettabile.

Per quanto riguarda lo sfruttamento commerciale dei risultati di una ricerca scientifica, un’azienda privata può fare un accordo con una università; tipicamente l’azienda sottoscrive un contratto con l’università col quale, a fronte del pagamento di una royalty, viene data una licenza d’uso delimitata nel tempo e nel territorio (per esempio una licenza di esclusiva europea per dieci anni). Quando fondai TRYA feci proprio questo: sottoscrissi con il Dipartimento dell’Università di Cambridge una licenza di uso di dieci anni con esclusiva mondiale di un lavoro di ricerca che contava molte pubblicazioni. Ribadisco ulteriormente il fatto che non è vero che la presenza di pubblicazioni invalidi la possibilità di sfruttamento, come se il risultato di una ricerca potesse esaurirsi nelle pubblicazioni e quindi come se dalla lettura degli articoli un tecnico del settore potesse arrivare a un prodotto tecnologico: la ricerca scientifica, almeno per quanto riguarda le scienze dure, è corredata da dataset, tool software e know-how, tutte cose che devono essere integrate efficacemente per realizzare lo sfruttamento commerciale della ricerca. Non escludo che ci siano progetti “bruciati” dal punto di vista di una azienda, ma spesso sono i progetti già sfruttati dal Dipartimento, progetti che per qualche motivo sono giunti a prodotto; ma allora la situazione si ribalta.

Leggo poi la seguente affermazione attribuita al presidente di Assobiotec Riccardo Palmisano:

“Ai ricercatori bisogna insegnare un’impostazione di ragionamento che permetta loro di intuire che cosa un determinato prodotto (che non è ancora un farmaco, né una terapia diagnostica) può diventare, dove può andare a svilupparsi e in quale settore. Quali sono le aree terapeutiche su cui intervenire, analizzando la concorrenza, e valutando gli investimenti. Quest’attività è una professione, non è un’etichetta da mettere sulla porta di qualcuno come succede troppo spesso in Italia” (cit. https://www.aboutpharma.com/blog/2020/10/19/pubblicare-o-brevettare-il-dilemma-della-ricerca-scientifica-italiana/).

Mi dissocio totalmente. Il ricercatore deve fare il ricercatore. L’imprenditore deve fare l’imprenditore. Sono due vocazioni, due formae mentis completamente diverse.

Il percorso di dottorato di ricerca è un percorso di formazione superiore dal quale emergono persone altamente qualificate che possono scegliere di spendere la loro conoscenza nel mondo della ricerca universitaria o nel mondo industriale, a seconda della loro attitudine. Chi opta per una carriera di ricerca svilupperà le capacità tipiche del ricercatore, come per esempio l’approfondimento paziente dei dettagli teorici, mentre chi opta per una carriera industriale svilupperà, con l’aiuto e l’immersione nell’ambiente industriale e quindi dopo l’assunzione in un’azienda, l’intuito per le opportunità di business, i metodi di sviluppo prodotto, e così via.

Sono convinto che proprio in quest’ultimo aspetto si riveli una delle pecche maggiori del tessuto industriale italiano: la mancanza di interesse per i dottorati. Negli Stati Uniti, per esempio, il solo fatto di avere il PhD garantisce una retribuzione di partenza di un certo livello. In Italia, invece, oltre al danno la beffa: le aziende che raramente sono disposte a riconoscere il titolo di dottore di ricerca ai fini della remunerazione e della carriera, sono spesso portate a pensare che una persona che entra nel mondo del lavoro a quasi trent’anni non possa essere molto utile alla causa aziendale.

Ecco quindi individuato uno dei problemi che affligge l’avanzamento tecnologico nel nostro paese: le aziende vogliono innovare, ma non assumono in organico dottorati che possanso diventare il vero gancio per il trasferimento tecnologico.

Prendo ora in esame le critiche che vengono mosse agli uffici dedicati al trasferimento tecnologico perché sospetto che siano responsabili della perdita di una visione di insieme sull’intera faccenda. Gli uffici per il trasferimento tecnologico sono organismi vicini alle Università (in alcuni casi sono parte dell’organizzazione universitaria) che si occupano di mettere in contatto il mondo universitario e mondo industriale. Tali uffici, e queste sono le critiche, sarebbero sbilanciati verso competenze prevalentemente amministrative e legali, mentre invece servono competenze tecnologiche e di business; sono inoltre sottodimensionati e abbandonati a sé stessi senza un piano di investimento pubblico a lungo termine.

Le critiche evidenziano come impegnarsi nella creazione di spin-off universitari e nella trasformazione di progetti di ricerca in progetti industriali sia scarsamente efficace. Tuttavia, se è vero che quando si parla di trasferimento tecnologico si parla di un flusso di conoscenza che si sposta dagli ambienti di ricerca alle industrie, è vero anche che le azioni che lo attuano non sono unilaterali e possono avvenire dall’Università, dirigendosi verso il mondo del business (come nel citato delle aziende spin-off dei laboratori universitari), oppure possono avvenire dal mondo del business per guardare al mondo dell’Università come si fa con il technology scouting.

Quando fondai TRYA, l’ufficio di trasferimento tecnologico dell’Università di Cambridge si occupò della redazione della licenza d’uso e della riscossione e della ripartizione delle royalty, quindi solo di aspetti legali e amministrativi; ma il processo riuscì, senza che si rendesse necessario altro perché nel team industriale con il quale stavo costituendo la start-up c’erano le conoscenze tecnico-scientifiche necessarie. L’esempio dimostra che le difficoltà o le inefficienze degli uffici di trasferimento tecnologico possono essere controbilanciate immediatamente da una nuova industria che sia capace di attingere alle enormi quantità di informazioni, conoscenze e innovazioni create dall’Università; una nuova industria che inizi a reclutare profili professionali altamente specializzati. Una riflessione critica che non mette in discussione il tessuto industriale e le sue attuali incapacità di assorbire la ricerca rimane a mio avviso gravemente parziale.

Concludo la mia riflessione mettendo in luce il fatto che collaborare con gli istituti di ricerca pubblici italiani purtroppo è molto difficile a causa della burocrazia. L’apparato burocratico causa due situazioni negative. Innanzitutto rende poco efficiente la collaborazione causando lentezza nei processi realizzativi di qualsiasi progetto, cosa, ovviamente,  incompatibile con le esigenze di velocità imposte dal ritmo della tecnologia digitale. In seconda istanza impedisce un rapporto veramente diretto con il ricercatore o il professore di interesse, in alcuni casi anche con il giovane borsista che si vuole finanziare.

Faccio un esempio particolare, che però descrive una tendenza generalizzata del nostro apparato pubblico. Se l’azienda desidera finanziare con un contratto di ricerca un progetto di ricerca e, come spesso accade, la decisione consegue a un lavoro di tesi o di tirocinio di uno studente presso la stessa, essa si rivolge al professore supervisore dell’ex studente (che nel frattempo si è laureato e non è più uno studente), apre il progetto di ricerca e attiva il finanziamento. L’azienda si aspetta (sempre!) di finanziare il lavoro dello stesso ex studente con cui ha dato vita al progetto. Il professore, però,  non può assegnare l’incarico ad una persona specifica, ma deve indire un bando.

Forse ai non addetti ai lavori questo può sembrare un dettaglio, ma non lo è, non solo perché il bando necessita di un tempo minimo di pubblicazione che intralcia i desideri di rapidità aziendali, ma anche perché nessuna azienda vuole indirizzare i propri finanziamenti verso ignoti vincitori del bando.

Mi viene da dire che questo sia più un problema culturale che altro: nel nostro apparato burocratico si assume che la pubblicazione del bando e il concorso siano lo strumento più equo e giusto per lavorare su progetti pubblici. Nel mondo anglosassone questo assunto non c’è, per cui, se decido di finanziare il dottorato di ricerca di uno specifico studente. lo posso fare.

La buona notizia è che il nostro mondo universitario evolve e cerca nuovi strumenti per ovviare a questi inconvenienti. In una recente conversazione con un docente dell’Università di Padova mi è stato illustrato il Dottorato in Alto Apprendistato, una pregevole innovazione nell’ambito della formazione post universitaria. Come si legge nel sito dell’Università Bicocca di Milano al link https://www.unimib.it/didattica/dottorato-ricerca/dottorato-e-mondo-del-lavoro/collaborazione-universita-e-imprese/dottorato-apprendistato-alta-formazione-e-ricerca

“Il Dottorato in Alto Apprendistato permette di coniugare il contratto di apprendistato e il dottorato, al fine di sviluppare un progetto di ricerca di comune interesse tra Ateneo e Azienda, ottenendo al termine il titolo di Dottore di Ricerca. Risponde alla volontà dell’impresa di sviluppare un progetto particolarmente avanzato, con caratteristiche di forte innovatività e originalità, per il quale non dispone delle necessarie competenze interne e necessita quindi di un apporto dell’Università. È riservato a laureati con meno di 30 anni di età al momento dell’assunzione. Il percorso formativo del dottorando è concordato fra Università e impresa e si articola in periodi di formazione interna all’Azienda e periodi di formazione esterna presso l’Università.”

Care aziende, non resta che attivarsi!

Spero che questo semplice e breve excursus su problemi e potenziali soluzioni del trasferimento tecnologico sia utile a tutti coloro i quali sono attenti ed interessati al problema del trasferimento tecnologico, per stimolare anche dalle pagine di ROARS un dibattito concreto e utile per chi avverte la necessità di attivare percorsi di avanzamento tecnologico.

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2 Commenti

  1. Oltre al dottorato in alto apprendistato c’è il dottorato executive, ovvero per persone già dipendenti dell’azienda, e non credo proprio sia una particolarità di Milano – Bicocca. Il dottorato in alto apprendistato ha la particolarità che, terminato il dottorato, la azienda ha un singolo giorno (forse il successivo a quello del conseguimento del titolo, non ricordo questo bizzarro dettaglio, scoperto per caso) in cui può licenziare il neo-dottore; quello executive non ha ovviamente questa stramberia e consente di modulare l’impegno formazione – lavoro con un accordo preliminare azienda – università.

    Mi pare che l’analisi presentata insista solo marginalmente sull’atteggiamento culturale verso l’innovazione da parte delle dirigenze / proprietà aziendali, un atteggiamento che si manifesta non solo nel non riconoscere il valore della formazione del dottorato (tranne casi rarissimi), un’altra faccia del cercare solo di ridurre il costo del lavoro senza vedere il valore di fare cose che altri non fanno o non sanno fare. Questo atteggiamento si manifesta anche e soprattutto in una mole di investimenti in ricerca applicata presso università e centri di ricerca ridottissima, rispetto ad altri paesi.

    Leggevo tempo fa che circa il 14% della dirigenza / proprietà aziendale in Italia ha la laurea, la stessa cifra in Germania era attorno al 48%. Non è un rapporto causale con gli investimenti in innovazione, ma la correlazione è piuttosto elevata…

    Inoltre, dissento sul problema della burocrazia, non lo vedo come un problema: gli uffici della mia università, in caso di necessità, sono in grado di concludere un contratto in ore / giorni. Anche per la questione dei bandi mi sfugge la questione: se l’azienda ha una grande fiducia nella persona neo-laureata perché si dovrebbe rivolgere al docente? Lo fa quando ha invece bisogno di continuità nel tempo sull’argomento, una sorta di collaborazione in cui una piccola parte dello sviluppo del loro know-how è appaltato all’università; in questo caso il singolo neo-laureato non conta, conta il gruppo di ricerca e/o il docente, il bando non è un problema.

    Infine, non ho letto niente sul demotivare il “lavorare a contratti con le aziende” rispetto al motivare il “produrre articoli utili alla carriera”, argomento che, se anche le aziende investissero, renderebbe poco disponibili i docenti a fare contratti con le aziende.

  2. Argomento molto interessante. Io lo vivo dall’altro lato, come accademico che ha sempre lavorato assieme alle aziende fin da quando ero dottorando (I ciclo). Anni dopo fui fra i soci fondatori del primo spinoff qui ad Unipr.
    Aggiungo due elementi. 1) Una parte cospicua del corpo docente (fortunatamente non maggioritaria) e la grande maggioranza del personale TA fanno di tutto per contrastare in tutti i modi sia la ricerca applicata che il traferimento tecnologico, in quanto considerate attivita’ superflue, al di fuori della nostra missione e che causano lavoro aggiuntivo non remunerato per il personale TA.
    2) E’ estremamente difficile trovare aziende con la giusta visione, che si impegnino per periodi lunghi, investendo sulla formazione di nuovi ricercatori per poi assumerli, al termine di percorsi di dottorato finanziati dalle aziende stesse e finalizzati ai temi di ricerca di intetesse comune di Universita’ ed Azienda.
    Nella maggior parte dei casi le aziende si rivolgono all’universita’ quando hanno un problema da risolvere, hanno fretta e mal si adattano alle lentezze della nostra burocrazia, esacerbate spesso dall’azione frenante esercitata dai nostri uffici.
    Io sono stato fortunato, trovando nella nostra zona 3 o 4 aziende serie e con la giusta visione, che supportano i nostri corsi di dottorato in ambito ingegneristico ed automotive e ci coinvolgono sistematicamente nei grandi progetti di ricerca poliennale finanziati dal MISE.
    Ma mi rendo conto che la mia e’ una situazione molto particolare, frutto da un lato di decenni di lavoro ai fianchi della nostra stolida amministrazione, aprendo pian piano gli spiragli necessari a portare a casa contratti e convenzioni. E dall’altro lato la fortuna di lavorare in un territorio ricco, fertile di imprese innovative, anche se poi solo poche di esse si sono rilevate essere partner affidabili di lungo respiro.
    Il problema dunque e’ duplice. Occorre rivedere i nostri regolamenti e strutture decisionali, lasciando agli accademici che vogliono lavorare con l’industria la capacita’ contrattuale di definire contratti e firmarli, senza le forche caudine del personale TA. Idem per le assunzioni, dobbiamo essere liberi di stipulare contratti di assegnista o borsista di ricerca con chi vogliamo, abrogando sta farsa perditempo di finti concorsi “aperti” a tutti.
    Dall’altro lato le aziende debbono abbandonare l’atteggiamento “mordi e fuggi”, strutturando invece rapporti permanenti che non si limitino a risolvere un problema ogni tanto, e poi sparire per anni.

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