E’ recente la notizia che il Ministro Patrizio Bianchi abbia deciso di estendere a 1000 scuole la “sperimentazione” dei percorsi di istruzione di secondo grado in 4 anni. La bozza di decreto di rinnovo ordinamentale, valutata negativamente dal Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione, è stata invece accolta con favore dal Presidente dell’INVALSI, secondo cui i primi risultati provenienti dai licei quadriennali sarebbero “del tutto in linea” con i licei quinquennali, in virtu’, probabilmente, di una efficace “essenzializzazione” della didattica. Per l’INVALSI insomma 5=4: la scuola, se fatta bene, secondo lo standard INVALSI, può essere accorciata di un anno, senza che i risultati ai test ne risentano poi tanto.  Di seguito, e in tre parti,  una critica approfondita e dettagliata alla scelta politica di ridurre di un anno il percorso di studi delle scuole secondarie, che ne evidenzia tutti i rischi e la cattiva retorica.

 

Premessa

2013: “sperimentazione” del liceo quadriennale in 11 classi.

2017: “sperimentazione” estesa a 100 classi.

2021: “sperimentazione” estesa a 1000 classi, con un provvedimento del Ministero che esemplarmente disattende le norme emanate dallo stesso Ministero nel 2017 (D.M. 567/17), in base alle quali (art. 3 c. 2) un eventuale rinnovamento della sperimentazione (iniziata nell’a.s. 2018/19) era subordinato alla conclusione del percorso e alla valutazione positiva dello stesso da parte di un Comitato Scientifico Nazionale (CSN) di imprecisati “esperti”, che avrebbe dovuto relazionare annualmente al Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione (CSPI).

La prima sperimentazione (in ogni caso inficiata irrimediabilmente dagli effetti distorsivi prodotti dall’anomalia della scuola “in remoto” dell’ultimo biennio) non si è ancora conclusa. Gli “esperti” in questi anni non hanno mai prodotto alcuna relazione, stando almeno a quanto denuncia pubblicamente, nella generale disattenzione, il CSPI, che nel frattempo esprime parere negativo anche sulla attuale mega-estensione a 1000 classi.

Che ogni decisione sia già stata presa e l’Amministrazione non ritenga necessario neppure “salvare la forma”?

Così, le ragioni di critica sviluppate nel lavoro seguente, facente riferimento al D.M. 567/17 e qui riproposto senza variazioni, non solo restano intatte, ma trovano anzi conferma dall’attuale indifferenza del Ministero addirittura rispetto alle proprie norme relative alla valutazione della “sperimentazione” 2017.

Indifferenza che sembra avvalorare appieno l’ipotesi che lo “sperimentare” avesse carattere totalmente fittizio.

 

Parte prima

 

1. La lezione galileiana: le sensate esperienze

Agli inizi di agosto (2017), tranquillo periodo di scuole presidiate dal solo personale Ata, il Miur ha emanato il D.M. 567, con il quale si autorizza una “sperimentazione” per verificare (art. 1 c. 2) la fattibilità della riduzione da 5 a 4 anni della durata dei percorsi di istruzione liceale e tecnica (i percorsi dell’istruzione professionale restano esclusi, in quanto già interessati dalla “revisione” prevista dal D.lgs. 61/17).

L’attuale iniziativa amplia una precedente sperimentazione del 2013, autorizzata dall’allora ministro Carrozza, nel settembre 2014 dichiarata poi illegittima dal TAR del Lazio, limitata a sole 11 classi di scuole statali e paritarie considerate (qualunque cosa significhi) “di eccellenza” (la finalità di una sperimentazione limitata a scuole “di eccellenza” resta incomprensibile allo scrivente, nella misura in cui la sperimentazione intenda verificare l’applicabilità di un mutamento dell’ordinamento all’intero sistema scolastico ma…tant’è).

Il presente “piano nazionale di innovazione ordinamentale” prevede l’istituzione dei nuovi percorsi in 100 classi (art. 1 c. 4) di altrettante scuole, statali e paritarie, che siano interessate alla sperimentazione. Particolarmente notevoli i commi 5 e 6 dell’art. 1, con i quali ci si preoccupa di sancire con assoluta chiarezza che “il corso di studi garantisce l’insegnamento di tutte le discipline previsto dall’indirizzo di studi di riferimento attraverso il ricorso alla flessibilità didattica e organizzativa consentita dall’autonomia scolastica, alla didattica laboratoriale e all’utilizzo di tutte le risorse professionali e strumentali disponibili” (c.5) e “assicura agli studenti [sic] il raggiungimento degli obiettivi specifici di apprendimento e delle competenze previsti per il quinto anno di corso, entro il termine del quarto anno” (c. 6).

Si prevede che le prime classi che sperimenteranno l’innovato percorso siano istituite nel settembre 2018 (a.s. 2018/19): al termine del quadriennio, un Comitato Scientifico Nazionale, sulla base delle relazioni dei Comitati regionali, valuterà l’iniziativa: in caso di valutazione positiva, la sperimentazione potrà essere rinnovata; viceversa, le sole classi intermedie già funzionanti saranno “autorizzate a completare il ciclo sperimentale fino ad esaurimento” (art. 3 commi 2 e 3).

Già quest’ultima previsione normativa si presta sin da subito ad un’osservazione: nell’a.s. 2022/23, a conclusione del percorso intrapreso dai “pionieri” che sono partiti per primi nel 2018, in linea teorica il Comitato Scientifico (che, in quanto “scientifico”, si suppone svincolato da ogni controllo ministeriale e totalmente libero nella propria potestà valutativa) potrebbe esprimersi negativamente in relazione a tale sperimentazione (eventualmente stabilendo, ad esempio, il fallimento del percorso quadriennale nel centrare l’obiettivo dell’equipollenza con gli obiettivi di apprendimento previsti per gli ordinari percorsi quinquennali).

In tale sfortunato caso, non solo i “quadriennalisti” diplomatisi, ma anche i loro compagni che stanno ancora frequentando quel tipo di sperimentazione avranno la certezza di essere stati menomati, nel proprio percorso di studi, rispetto ai compagni che hanno frequentato corsi ordinari. Insomma: avete sperimentato, vi è andata male. Naturalmente, l’obiezione si può superare con facilità, ammettendo che siano i rischi che ogni pioniere liberamente accetta, che ogni “cavia” mette in conto nel momento in cui intraprende il tentativo, nobile ma potenzialmente fallimentare, di migliorare le condizioni dei propri simili in qualche ambito dell’esistenza (i quattordicenni che saranno avviati a tali percorsi – ed i loro genitori – avranno la consapevolezza dei rischi e gli strumenti per valutarli? Ma forse, invece, la sola, seducente e liberatoria idea di sedere tra i banchi di scuola un anno in meno basterà, di per sé, per far piazza pulita di ogni dubbio iniziale, con buona pace di ogni preoccupazione formativa e pedagogica).

Le scuole ammesse alla sperimentazione saranno selezionate tra quelle che avranno presentato, entro il 30 settembre 2017, “progetti di innovazione metodologico-didattica finalizzati alla realizzazione di percorsi quadriennali” (art. 2). Tali progetti dovranno “qualificarsi per un elevato livello di innovazione in ordine all’articolazione e alla rimodulazione dei piani di studio, all’utilizzo delle tecnologie e delle attività laboratoriali, all’insegnamento con metodologia CLIL, ai processi di continuità e orientamento con la scuola secondaria di primo grado, il mondo del lavoro, gli ordini professionali, l’università e i percorsi terziari non accademici” (art. 4 c. 1).

Si prevede, tra le altre cose,

  • “il potenziamento dell’apprendimento linguistico attraverso l’insegnamento di almeno una disciplina non linguistica con metodologia CLIL a partire dal terzo anno di corso” (art. 5 lett. d),
  • la “valorizzazione delle attività laboratoriali e dell’utilizzo delle tecnologie didattiche innovative per l’acquisizione di specifiche competenze disciplinari e di competenze trasversali, anche attraverso articolazioni del gruppo classe” (lett. e),
  • la “articolazione del curricolo attraverso l’attivazione di insegnamenti opzionali, anche in funzione orientativa, secondo quanto previsto dalla L. 107/15” (lett. f), nonché
  • l’ “adeguamento e rimodulazione del calendario scolastico annuale e dell’orario settimanale delle lezioni (…) finalizzati anche a compensare, almeno in parte, la riduzione di un’annualità del percorso scolastico per conseguire gli obiettivi specifici di apprendimento previsti per ciascun indirizzo di studi e per realizzare progetti di alternanza scuola lavoro (…) a partire dal terzo anno scolastico” (lett. g).

“Restano ferme le disposizioni vigenti in materia di esame di Stato conclusivo del secondo ciclo e rilascio dei titoli di studio finali” (art. 7 c. 1).

Fin qui, la norma.

 

2. Allez en avant: la foi vous viendra!

Partiamo dall’assunto che il testo del decreto ministeriale debba essere preso sul serio: non si può pensare che siano “parole in libertà”, puramente convenzionali, assemblate nel consueto argot buropedagoghese.

Rileggiamo dunque con attenzione: il ministero richiede alle scuole di preparare, peraltro in tempi brevissimi, un “progetto” che, a prenderlo – come appunto doveroso – sul serio, non può che definirsi, senza timore di esagerare, faraonico. Si tratta (nientedimeno!) di ripensare l’intero curricolo disciplinare che solo pochi anni fa (al tempo cioè del “riordino” Gelmini-Tremonti, con tanto di Indicazioni Nazionali accluse) molteplici commissioni di ispettori, funzionari, tecnici ministeriali, integrate da accademici esperti nel proprio campo di competenza, hanno ritenuto – dopo un lavoro collegiale di non breve durata e di non trascurabile mole – di ripartire su un percorso quinquennale.

Ebbene, quel percorso ora, all’improvviso, va ricalibrato nelle tempistiche, rimodulato nei contenuti, ripensato nelle concrete modalità di svolgimento e di verifica. Attenzione: nella teorica prescrizione ministeriale, non semplicemente tagliato. Perché – il decreto parla chiaro – se da una parte si riduce il percorso di un anno, i livelli di apprendimento (o, secondo la dizione oggi più di moda: le “competenze” poste come obiettivo in uscita) devono restare esattamente gli stessi. In tale ottica, a scanso di equivoci, viene esplicitamente previsto che i futuri “quadriennalisti” sosterranno l’identica prova di esame di Stato dei loro colleghi “ordinari” (uomo avvisato…).

L’intento della non casuale puntualizzazione è trasparente: evitare che il progetto possa prestare il fianco all’accusa di disegnare una scuola formativamente più povera rispetto all’impianto degli attuali percorsi quinquennali, oggi accessibili ai giovani italiani. Di qui, l’insistenza sulla pretesa equipollenza dei percorsi, che è addirittura postulata.

Lasciamo a successivo paragrafo qualche considerazione sulla reale e concreta possibilità di tale equipollenza: qui, come ipotesi di lavoro, ammettiamo pure che sia obiettivo raggiungibile.

Quel ripensamento radicale, in cui i nuovi percorsi dovrebbero essere integrati (meglio: addirittura resi possibili) dalle più moderne “innovazioni didattiche” al momento così di moda (didattiche laboratoriali, insegnamenti in lingua straniera, nuove tecnologie didattiche, ecc., di cui qui ammettiamo, ancora come temporanea ipotesi di lavoro, l’efficacia) dovrebbe essere effettuato, certo previa delibera collegiale, nel breve volgere del mese di settembre (che per sfortuna sconta anche il fatto di avere solo 30 giorni…), al termine del periodo di ferie del personale e alla ripresa delle attività scolastiche.

Quel ripensamento radicale, che dovrà tradursi in una proposta progettuale ben definita, sarà presumibilmente svolto da una “commissione” tra le tante che i Collegi dei docenti incaricano, all’avvio di ogni anno scolastico, dei più svariati compiti: solo che qui non si tratta di “fare l’orario”, ma di ripensare e riprogrammare dalle fondamenta… sostanzialmente l’intero impianto pedagogico-didattico della scuola secondaria! E dunque, tra un impegno collegiale e uno scrutinio, tra un “esame di riparazione” e una riunione di dipartimento, un gruppetto di colleghi (cui non si fatica a riconoscere simpatia, buona volontà, una robusta dose di autostima e un temerario sprezzo del pericolo)si porrà sulle orme di Gentile e affronterà di petto il compito titanico: in quattro e quattr’otto, nel volgere di qualche seduta…il sapere troverà la propria rifondazione, i nuovi curricoli saranno delineati e verranno definite le modalità didattiche più funzionali per la trasmissione dei contenuti e il raggiungimento dei profili in uscita previsti dalla norma per gli studenti a fine corso. Un documento riassuntivo verrà consegnato ad un presumibilmente soddisfatto dirigente scolastico. (Per inciso: i componenti di una tale supercommissione si voteranno al compito titanico per una retribuzione oraria lorda di euro 17,50, come da Contratto. La temeraria ed arditissima operazione intellettuale è, per lo Stato, pure appaltata a buonissimo mercato).

Sembrerebbe quasi uno scherzo, una simpatica boutade, una trovata da vaudeville che forse sarebbe piaciuta a Feydeau. E invece no: la procedura delineata ha tutta l’aria di rappresentare quanto accadrà in realtà. Sic stantibus rebus, diciamocelo: non è legittimo nutrire qualche seria ragione di dubbio circa le reali possibilità di che una tale operazione possa condurre ad esiti di un qualche spessore, di una certa sensatezza?

Se non sfiora noi, il dubbio sembra invece aver bussato alla porta del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione, che in proposito scrive: non può essere affidata alle singole istituzioni scolastiche una sperimentazione che richiede precise linee guida e curricoli disciplinari innovativi (…) il Consiglio sottolinea la necessità di garantire alla sperimentazione una guida nazionale più marcata, con ruolo anche progettuale e propositivo. D’altronde, il parere del Consiglio non è vincolante.

 

3. Selezione “italian style”

 

Siamo al 30 settembre 2017 (o forse anche prima, a seconda della velocità di lavoro delle commissioni): i progetti, in qualche modo stesi in un elegante dossier di una decina di pagine, ben curato nella sua redazione formale, sono trasmessi dai dirigenti scolastici al ministero. Qui, un’apposita Commissione tecnica (art. 6), nominata dal direttore generale della direzione generale per gli ordinamenti scolastici, composta da “dirigenti tecnici” e da non meglio precisati “funzionari dell’amministrazione esperti per i diversi percorsi di istruzione secondaria di II grado”, dovrà procedere al gravoso compito dell’individuazione delle istituzioni scolastiche che, avendo presentato le proposte migliori, si vedranno schiudere le porte della sperimentazione [1].

A questo punto, persino in coloro che non possono vantare particolare esperienza per i diversi percorsi di istruzione sorge un in tacitabile dubbio: se la sperimentazione è volta a stabilire la fattibilità della riduzione dei percorsi di studio, al fine di eventuale futura estensione del modello all’intero sistema nazionale, il campione su cui si effettua l’esperimento non dovrebbe essere stabilito in modo scientificamente rigoroso, cioè in modo tale che esso sia rappresentativo dell’intera “popolazione”?

L’allegro spontaneismo (giustificato, si capisce, in forza di un’autonomia scolastica che in queste circostanze appare davvero invocata a sproposito e fuori luogo) con cui la norma consente alle singole istituzioni scolastiche di “proporsi” garantisce tale rappresentatività? O non sarà magari che ad inviare eleganti dossier di sperimentazione saranno scuole che già si trovano in situazioni di vantaggio (in conseguenza, ad esempio, di una collocazione in zone del Paese ad elevato sviluppo socioeconomico; o del fatto di essere frequentate da studenti provenienti da ceti sociali selezionati ed abbienti, in grado, culturalmente ed economicamente, di fornire ai propri figli tutto l’eventuale supporto didattico aggiuntivo che risultasse necessario)? In altre parole: non c’è il concreto rischio che a “sperimentare” siano, solo o in prevalenza, scuole “di eccellenza” (qualunque cosa significhi)?

Una matricola del corso di laurea in statistica, nella sua beata ingenuità, potrebbe forse pensare che un simile modo di procedere sia inficiato in radice da un serio vulnus strutturale, metodologico. Che tale procedura equivalga a stimare il reddito familiare degli italiani intervistando i membri dello Yacht Club di Portofino. Che tale “peccato originale” getti quindi più di un’ombra sulla serietà dell’operazione, sulla scientificità della metodologia, sulla rappresentatività, l’applicabilità, l’estensibilità dei risultati che si otterranno, quali che siano.

(In verità, lo stesso dubbio sembra essere venuto anche al Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione: una sperimentazione nazionale che voglia mettere a disposizione del paese [sic] risultati significativi non può prescindere dal rispetto di criteri scientificamente rigorosi, con la definizione di un campione il più ampio e rappresentativo possibile. D’altronde, il parere del Consiglio non è vincolante).

Per il momento ammettendo la sensatezza dell’operazione in sé (ossia, chiamando le cose per nome: del semplice taglio di un anno di durata del percorso), ci sarebbero state alternative procedurali? Forse: l’individuazione, su basi scientifiche e statisticamente fondate, da parte dell’Amministrazione centrale, di un certo numero di istituzioni scolastiche diverse per tipologia e collocazione geografica, tali da rispecchiare l’intera realtà scolastica nazionale, cui proporre un comune percorso pedagogico-didattico, predisposto nei dettagli dalla stessa Amministrazione centrale, comprensivo di risultati attesi, sottoposto ad attento monitoraggio in itinere e finale, con analisi statistica dei risultati medi all’esame di Stato finale dei quadriennalisti rispetto agli studenti del percorso tradizionale, in cui si tenga debitamente conto delle diversità di contesto socioeconomico.

Un’operazione faraonica? Ma certo, senza dubbio. E allora, meglio lasciar fare alle scuole, invocandone l’autonomia nel varare commissioni di volonterosi colleghi dalle formidabili capacità di elaborazione…

 

 

 


[1] Stando così le cose, la severa disamina delle proposte progettuali presentate dovrà forzatamente avvenire in strabilianti tempi da record: infatti, l’eventuale ammissione alla sperimentazione dovrà essere comunicata alle scuole per tempo, dal momento che la presentazione alle famiglie della propria offerta formativa per l’a.s. 2018/19 (comprendente quindi eventuali “opzioni quadriennali”) avviene di solito tra novembre e dicembre, a sua volta con doveroso anticipo rispetto al momento (gennaio-febbraio) delle preiscrizioni da parte degli studenti della secondaria di I grado. E poi si accusa la Pubblica Amministrazione di procedere con esasperante lentezza.

 

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1 commento

  1. Chissà perchè nessuno parla della frequenza pomeridiana obbligatoria di molte scuole superiori europee di 4 anni, comprese quelle internazionali (spesso prese a pretesto per introdurre riforme con il solo obiettivo del risparmio). O del fatto che in Francia, una volta conseguito il baccellierato quadriennale, occorre frequentare un numero variabile di anni post diploma, soprattutto per accedere alle istituzioni universitarie più prestigiose (piccolo particolare, gli insegnanti che prestano servizio in questo grado di istruzione pre-universitario hanno una qualifica superiore e guadagnano di più).

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