Le soglie Anvur riescono a scontentare sia gli ingegneri che i filosofi. Dopo la nota del coordinamento dell’Area 09 (Ingegneria industriale e dell’informazione), sulle soglie ASN interviene  anche la Società italiana di Filosofia teoretica. «… la SIFIT auspica una definizione dei criteri minimi in stretta collaborazione con la reale comunità scientifica di riferimento e quindi corrispondente alla produzione minima richiesta, perché sia possibile formarsi un giudizio (che non può in alcun modo essere prodotto meccanicamente dal superamento di valori-soglia) sulla maturità scientifica dei candidati. In particolare auspica una definizione dei valori-soglia del tutto indipendente da strumenti statistico-comparativi, come “percentili”, “mediane” ecc., che nulla dicono della consistenza scientifica di un singolo studioso, né possono lederne il giusto diritto ad essere giudicato nel merito dai propri pari. »

Riceviamo e pubblichiamo alcune considerazioni della Società italiana di Filosofia teoretica in merito ai parametri per la nuova abilitazione scientifica nazionale.


Considerazioni della SIFIT in merito al DM 7 giugno 2016, n. 120, concernente il nuovo regolamento per le Abilitazioni Scientifiche Nazionali

 

Le considerazioni fortemente preoccupate avanzate dalla SIFiT e da altre società scientifiche, oltre che dal CUN all’apparire della bozza del nuovo regolamento ASN hanno, purtroppo, puntualmente trovato ragione della loro consistenza nel DM 7 giugno 2016, n. 120, che non ha tenuto conto, se non del tutto marginalmente, delle forti critiche di merito e di metodo espresse in modo puntuale e dettagliato in numerosi documenti e pareri. La denuncia di un impianto legislativo volto a comprimere in maniera significativa gli spazi di autonomia e responsabilità di giudizio delle commissioni giudicatrici, a vantaggio di automatismi valutativi stabiliti da un organo amministrativo, è rimasta del tutto inascoltata. Il nuovo regolamento delle ASN segna infatti un ulteriore passo indietro: sia per quanto riguarda la conferma da parte del MIUR di parametri fortemente contestati da larga parte della comunità scientifica nazionale e internazionale, sia per quanto riguarda il vincolo al superamento dei valori-soglia quale condizione imprescindibile per conseguire “una valutazione positiva dell’impatto della produzione scientifica complessiva”, tra i quali figura ancora, nei settori non bibliometrici, quello, contestatissimo, relativo al numero degli articoli pubblicati in riviste di “fascia A”.

Molti argomenti si possono opporre all’attuale combinato disposto tra atti ministeriali e delibere Anvur; qui, per brevità, ci soffermeremo solo su pochi punti essenziali, in ordine:

1) alla definizione dei criteri, parametri e indicatori prescelti,

2) alla modalità di calcolo dei valori soglia

3) alla inderogabilità del raggiungimento dei valori soglia per almeno due indicatori su tre.

1) Una prima, fondamentale questione è posta dalla riproposizione quale indicatore “quali-quantitativo” del numero di articoli su riviste di classe A, a dispetto delle ripetute e motivate contestazioni avanzate da numerose associazioni scientifiche oltre che da figure autorevoli del mondo accademico nel corso di questi anni, circa:

  • l’effettivo valore di una classificazione delle riviste secondo fasce di merito, che istituisce una concorrenza tra esse estranea al naturale confronto scientifico, con effetti distorsivi sullo stesso mercato editoriale;
  • il trasferimento di questo valore (presunto) dalla “rivista-contenitore” al singolo articolo contenuto (e ciò è tanto più grave in relazione a valutazioni individuali);
  • la legittimità dell’ANVUR – cioè di un organo amministrativo per legge terzo tra comunità scientifica e Miur – nel determinare la classificazione, ovvero nello stabilire essa stessa, anziché la comunità scientifica, i criteri che si (pre-)suppongono scientifici per la distinzione tra le riviste e nel metterla materialmente in opera;
  • i criteri seguiti, o meglio dichiarati, per operare la classificazione: dal peso dato al formato e a semplici standard organizzativi, all’adeguamento a prassi imposte dalla stessa ANVUR, fino all’assunzione di un “dato oggettivo come il risultato delle VQR” (sic), ch’è però un dato noto a nessun altro se non all’ANVUR e, a sua volta, legato alla collocazione delle pubblicazioni, trattandosi nella VQR di una peer review non blind ma informed, cioè obbligata a tener conto proprio dell’eventuale appartenenza dell’articolo alla classe A delle riviste: un circolo, non ermeneutico, ma semplicemente vizioso, che trasferisce il valore del contenitore al contenuto e poi di nuovo il valore in tal modo ottenuto per il contenuto al contenitore;
  • all’opacità della nomina dei cosiddetti “esperti riviste e libri”, oggi rinominati “gruppo di lavoro”, chiamati ad operare da Anvur in una potenziale condizione di conflitto di interessi, che non viene certo meno per il solo fatto che essi “non partecipano alla discussione e alla votazione dei giudizi finali relativi alla rivista per la quale dichiarano o è accertato il conflitto”. La dichiarata terzietà dei partecipanti al “gruppo di lavoro” è resa semplicemente inverosimile dalla presenza degli stessi nelle redazioni e nei comitati scientifici, dal ruolo spesso ricoperto di direttore di rivista, dallo stesso ruolo di autore di articoli dalla cui valutazione dipende il proprio accesso alle funzioni di commissario (da ricordare che, per tutto il tempo della collaborazione e anche in seguito per tutto ciò che riguarda il lavoro svolto per ANVUR, ogni collaboratore ANVUR è assimilato a un dipendente dell’Agenzia).
  • al carattere retroattivo dell’indicatore della fascia A, calcolato risalendo addirittura a 15 anni indietro nel tempo, quando simili classificazioni non erano neppure immaginabili; peraltro la permanenza della soglia per due anni, che secondo ANVUR dovrebbe garantire a tutti la possibilità in linea di principio di raggiungere la soglia stessa, indica la permanenza della totale ignoranza di ANVUR sui tempi di pubblicazione di una rivista, specialmente di una rivista molto richiesta.

Tutti questi rilievi (e altri ancora che si potrebbero aggiungere) conducono a dover nuovamente denunciare il grave pregiudizio così arrecato alla libertà della ricerca, per la necessità di pubblicare ai soli fini di carriera nelle riviste di fascia A, conformandosi alle loro consuetudini metodologiche, a orientamenti disciplinari, a stili di pensiero e a scuole. Ad accentuare questa grave distorsione della libertà di ricerca contribuisce poi una classificazione che, tanto per le riviste di fascia A quanto per quelle scientifiche, procede per “enclosure” di settori concorsuali, privando la commissione giudicatrice di un giudizio di congruità con l’ambito disciplinare che spetterebbe solo e soltanto al giudizio competente dei pari. [Per alcune discipline nella cui stessa declaratoria è rivendicata l’apertura e la contaminazione con altri saperi e discipline, può darsi il caso, nient’affatto isolato, di vedere i) non riconosciute come pubblicazioni scientifiche pubblicazioni in riviste riconosciute come scientifiche in altri settori, persino in riviste con ogni evidenza di taglio congruente con le discipline del proprio settore scientifico-disciplinare; ii) non riconosciute come appartenenti alla fascia A pubblicazioni apparse in riviste dichiarate di fascia A per altri settori concorsuali; iii) persino non riconosciuti come pubblicazioni scientifiche lavori apparsi in riviste considerate di fascia A (ovvero di elevato valore scientifico) in altri settori concorsuali. ]

2) Queste patenti incongruenze e distorsioni sono aggravate da una modalità a sua volta del tutto impropria di determinazione dei valori-soglia dei parametri prescelti. I valori soglia sono infatti determinati, stando alla bozza Anvur, in aperto contrasto con lo spirito che aveva animato la revisione delle ASN e – come si legge nelle “considerazioni urgenti sui paradossi delle soglie ASN proposte da ANVUR” rilasciate dal CUN – “con quanto stabilito nel DM 120/2016”. Come lo stesso CUN fa presente, infatti: “l’abilitazione scientifica nazionale non è una procedura di preselezione di natura comparativa quale risulterebbe intrinsecamente essere qualora la determinazione dei valori soglia avvenisse sulla base di percentili”. L’abbandono delle mediane e la loro sostituzione con le soglie sembrava dare seguito alle forti critiche verso un criterio che non si limita a rilevare eventuali requisiti mancanti, ma predetermina l’esclusione di metà della popolazione e innesca una spirale di innalzamento continuo della soglia, fino a generare una vera e propria bolla di titoli, ampiamente nota in letteratura (nel nostro settore, p.e., si è assistito in appena 4 anni ad un incremento degli articoli in rivista da parte dei PO del 40%).

In questo senso, anche se non riguarda i settori non-bibliometrici come il nostro, vale la pena richiamare l’attenzione sull’assurdo criterio per i settori bibliometrici di determinare le citazioni valide nel quindicennio considerato solo se riferite ad articoli pubblicati nel quindicennio stesso. Un’aberrazione che serve a penalizzare chi esercita ricerca da più di quindici anni mettendo sullo stesso piano per decreto statistico un ricercatore attivo da 30 anni e uno attivo da 15. Un modo, come stigmatizzato anche dal CUN, per selezionare ordinari più giovani a priori tenendo fuori dai concorsi un paio di generazioni di studiosi magari maestri di quegli stessi che si vuole favorire.

3) Proprio per le modalità attraverso cui sono determinate, le attuali soglie rappresentano nel migliore dei casi mediane mascherate, ma, in molti settori, per ben due soglie su tre il “valore-soglia” supera persino la stessa mediana, con il risultato complessivo di una quota di esclusi dalle possibili funzioni di commissario che supera il 50% della popolazione degli ordinari. Il che significa, vale la pena ribadirlo, che secondo questo modello più del 50% dei PO è dichiarato inabile alla funzione di commissario.

Nelle scorse ASN la limitazione al superamento di una sola mediana su tre ha attutito l’impatto dello strumento statistico (pur con l’esclusione di persone notoriamente tra le più capaci); oggi il vincolo al superamento di due soglie su tre determina una così ampia fascia di esclusi da rendere meno pacifica l’accettazione dell’operato dell’ANVUR e aprire anche un possibile nuovo fronte di contenziosi legali. Non inconsapevole dell’anomalia di un così alto numero di esclusi, l’ANVUR avanza a giustificazione (cfr. il faticosissimo punto “a” del doc. di accompagnamento) la necessità di evitare situazioni contrarie alla legge, di soglie numeriche per i candidati non raggiunte da chi deve giudicarli (e in effetti più di un caso si è verificato nelle passate ASN di commissari che non superavano le soglie da loro stessi imposte ai candidati). Ora, però, per “rispettare la regola che le soglie dei commissari devono essere superiori a quelle per i candidati”, non è affatto necessario innalzare i valori-soglia per i commissari oltre quella che dalla comunità scientifica di riferimento è giudicata una soglia accettabile e coerente con le prassi abituali (innescando una corsa alla pubblicazione che non rispecchia una vera produttività, ma soltanto un doping delle performance scientifiche). Il DPR 95/2016 non impone infatti di evitare – nè logicamente potrebbe farlo – situazioni di candidati con valori più elevati rispetto a quelli raggiunti dai commissari (oltre che illogico non sarebbe neppure augurabile, se non fosse che in molti casi una tale situazione è nulla più che un effetto indotto dalle nuove politiche della ricerca, come mostra nel modo più chiaro il punto B pag. 3 del documento di accompagnamento, con la scelta, non argomentata, di rafforzare, nei settori non bibliometrici, “il veloce mutamento nelle pratiche di pubblicazione di questi ultimi anni”, assumendo come popolazione di riferimento per il calcolo dei valori-soglia per accedere alle ASN di II fascia non la popolazione dei PA, ma quella dei RTD).

Per di più il superamento di due soglie invece di una, che viene fatto passare come un semplice innalzamento dell’asticella, provoca effetti assolutamente paradossali – per riprendere la definizione del CUN –, o che quantomeno tali appaiono alla luce di prassi di pubblicazione ampiamente riconosciute in larghissima parte dei settori umanistici. Per esempio, un professore di I fascia del settore C1 potrebbe benissimo avere scritto negli ultimi 15 anni “solo” validissime monografie, o anche avere scritto X validissime monografie, 4 articoli di fascia A e 34 articoli scientifici, e ugualmente essere ritenuto “scientificamente non qualificato”. Paradossale è qui – stando appunto alle consolidate prassi di pubblicazione di alcune discipline, che non è nel mandato dell’ANVUR modificare, migliorare, disciplinare, educare (o punire) – non soltanto il peso spropositato dato agli articoli pubblicati in riviste di fascia A rispetto a quelli pubblicati in riviste semplicemente “scientifiche” (ciò che di fatto programmaticamente vanifica quest’ultima soglia, congruentemente con l’iniziale intenzione legislativa di eliminarla), ma più ancora l’annientamento del valore di studi di ampio respiro, capaci di disegnare architetture complesse, sostando a lungo sul medesimo oggetto o autore, prima di poterlo affrontare nei modi più congeniali senza vincoli troppo stringenti di tempi e di numero di caratteri.

Alla luce di queste considerazioni, la SIFIT auspica una definizione dei criteri minimi in stretta collaborazione con la reale comunità scientifica di riferimento e quindi corrispondente alla produzione minima richiesta, perché sia possibile formarsi un giudizio (che non può in alcun modo essere prodotto meccanicamente dal superamento di valori-soglia) sulla maturità scientifica dei candidati. In particolare auspica una definizione dei valori-soglia del tutto indipendente da strumenti statistico-comparativi, come “percentili”, “mediane” ecc., che nulla dicono della consistenza scientifica di un singolo studioso, né possono lederne il giusto diritto ad essere giudicato nel merito dai propri pari.

 

 

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3 Commenti

  1. Le soglie non sono un problema: è l’etica il problema.
    Un candidato ha scritto il suo unico libro (ne sono necessari almeno due allora) ben più di 15 anni prima. La commissione lo considera, anzi dice che è l’opera migliore. Ordinario.
    Un candidato non ha scritto nessun libro nel suo campo. Ripubblica un libro di altro settore disciplinare scritto quando giovanissimo ricercatore. Ordinario.
    Gli esempi si potrebbero moltiplicare.
    Perché alcuni NON devono passare NONOSTANTE le soglie?
    E avete visto i titoli che ogni commissione cambia? NON è anche questo un metodo di sbarramento, spesso illogico? I ricercatori hanno tanti diversi percorsi…

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