Se c’è una cosa che l’emergenza sanitaria ha messo bene in evidenza è la differenza tra ciò che è veramente indispensabile rispetto a ciò che non lo è. Niente più lezioni, voti, niente più test INVALSI, simulazioni o addestramenti, niente più Alternanza Scuola Lavoro, niente più verifiche. Dopo una prima sensazione di straniamento, è stato presto chiaro quello di cui si sentiva veramente la mancanza: la relazione umana, tra studenti e insegnanti, tra studenti e studenti. Anche se mediati o surrogati attraverso tecnologie più o meno efficaci, sono stati il dialogo e l’interazione ciò che abbiamo cercato e tentato subito di riprodurre. Nel mentre, i “piazzisti” dell’istruzione continuano una fiorente attività di propaganda, dalle colonne dei maggiori quotidiani nazionali. La Fondazione Agnelli da un lato lancia una campagna-progetto per “aiutare scuole e docenti a combattere la battaglia contro la perdita delle conoscenze..”, dall’altro, svariate dichiarazioni sull’inadeguatezza dei docenti italiani rispetto alla didattica digitale. La soluzione è sempre la stessa: formazione obbligatoria, finalmente contrattualizzata. “Volenti o nolenti” – dice Andrea Gavosto – stavolta i docenti dovranno adeguarsi. Tra le soluzioni per concludere l’anno e rimodulare la Maturità, quella proposta dall’ex Presidente INVALSI, Paolo Sestito, è la più originale: una ” campagna di didattica a distanza” in TV, con “lo stesso mezzo televisivo” usato “come canale per iniziative di formazione per la popolazione”. Una sorta di Rieducational Channel, buono un po’ per tutti, in tempi di domicilio coatto. Niente 6 politico, ma promozioni con debiti da saldare al rientro, anticipato al primo settembre; e per la maturità: test INVALSI per tutti gli studenti dell’ultimo anno, con punteggio soglia per chi aspirasse ad un bel 100, magari anche propedeutici all’ammissione ai corsi universitari. Tempi duri, quelli che la scuola sta vivendo. In cui c’è chi è pronto a fare della crisi un’opportunità e dell’emergenza una risorsa di potere. Vigileremo, anche online.

Se c’è una cosa che l’emergenza sanitaria di queste settimane ha messo bene in evidenza  è la differenza tra ciò che è veramente indispensabile rispetto a ciò che non lo è. Anche per la scuola. Tutto a un tratto: niente più lezioni, voti, niente più test INVALSI, simulazioni o addestramenti, niente più Alternanza Scuola Lavoro, niente più verifiche. Niente di niente.  Dopo una prima sensazione di straniamento, fin dai giorni che hanno seguito prima la chiusura, poi la sospensione delle attività didattiche nelle regioni del Nord e in tutta Italia, è stato presto chiaro quello di cui si sentiva veramente la mancanza: la relazione umana, tra studenti e insegnanti, tra studenti e studenti. Anche se mediati o surrogati attraverso tecnologie più o meno efficaci e diffuse, sono stati il dialogo e l’interazione tra corpi, sguardi e voci ciò che abbiamo cercato e tentato subito di riprodurre, in tempi di isolamento. “Continuieté pedagogique”, la chiamano in Francia, “Didattica a Distanza” – con un nuovo e  triste acronimo: la DAD –  la chiamano le note ministeriali italiane.

Indipendentemente dalle percentuali dei (frettolosi) monitoraggi dei recenti resoconti parlamentari, è evidente a chiunque, in qualsiasi casa, quanto la scuola italiana si stia mobilitando, ovunque e con ogni mezzo a disposizione. Lo confermano le ancor più stridenti disuguaglianze di opportunità – non solo di dotazione e accesso, di mezzi, spazi e sostegno genitoriale, ma anche di soluzioni e scelte didattiche, orari e impegni, carichi di compiti  – che mai come adesso emergono e paiono inaccettabili. Non tutte le case sono uguali, e nemmeno tutte le discipline: condividere pc o tablet con un fratello in cucina è ben altra cosa dal disporre di una postazione autonoma e silenziosa; videolezioni di filosofia e storia dell’arte sono altro rispetto ad ore di laboratorio di pittura in un liceo artistico o di cucina in un istituto professionale. Su tutti questi aspetti, sullo stato di eccezionalità e di emergenza e sui suoi strascichi sulla nostra futura “normalità”, diverse sono state le riflessioni di questi giorni (qui, qui,  qui, e qui, ad esempio).

Nell’attesa che il Ministero si assuma la responsabilità di definire un’ipotesi di chiusura dell’anno scolastico, di dare indirizzi comuni sulla valutazione degli studenti e indicazioni sulle modalità con cui verranno svolti i futuri esami di Stato; mentre gli insegnanti si ingegnano con chat e webcam e gli studenti tentano di riorganizzare il loro nuovo “tempo di mezzo” della pandemia, i “piazzisti” dell’istruzione continuano una fiorente attività di propaganda, dalle colonne dei maggiori quotidiani nazionali.

1. La Fondazione Agnelli, il suo direttore e l’ossessione della formazione docenti

La Fondazione Agnelli schiera artiglieria pesante e retorica alla “whatever it takes”: una campagna-progetto, dal nome #restoascuola,  per “aiutare scuole e docenti a combattere la battaglia contro la perdita delle conoscenze già acquisite dai loro studenti”, a cui nessuno tra   “tutti coloro che abbiano a cuore la formazione delle nuove generazioni” potrà sottrarsi. Insieme alla Fondazione La Stampa – Specchio dei tempi, è stato approntato e reso disponibile un pacchetto di risorse e materiale online utilizzabili, previa iscrizione, da parte di tutte le scuole secondarie di I e II grado.

Il direttore Gavosto non cessa di sottolinearlo – dopo averlo ribadito in più occasioni:

le analisi dicono che i docenti italiani impegnati a trasformare la propria didattica in senso digitale sono ancora una piccola avanguardia. L’emergenza tuttavia sicuramente farà crescere la consapevolezza che è necessario innovare le pratiche didattiche con un uso mirato ed efficace delle nuove tecnologie; così molti docenti finora riluttanti al cambiamento si avvicineranno volenti o nolenti alla didattica digitale.”

Laddove l’imposizione ideologica finora non abbia funzionato, ci penserà insomma la necessità della pandemia. Volenti o nolenti, dice Andrea Gavosto.

D’altra parte, solo pochi giorni prima, sul portale lavoce.info, lo stesso Gavosto, insieme a Stefano Molina, ci ricordavano, con analoghi toni che

la preparazione professionale dei docenti alla didattica a distanza è in molti casi inadeguata. [..] È evidente che in futuro la capacità di insegnare online dovrà diventare un requisito obbligatorio per tutti i docenti”,

facendo ancora una volta discendere un’evidenza solo a prima vista incontrovertibile – ma tuttavia priva di ogni fondamento scientifico – da una necessità apparente, dettata dalla contingenza dell’emergenza in atto.

Anche in una recente intervista, su Sky Tg 24 il direttore della Fondazione non si trattiene dal ripeterlo:

 

la scuola italiana sconta un certo ritardo nella didattica online. I nostri docenti non sono mai stati particolarmente formati […] Un’altra cosa che dovremo imparare dopo questi giorni è che il fatto di fare didattica a distanza deve far parte della cassetta degli attrezzi di tutti i docenti per il futuro. [..] in futuro tutti gli insegnanti dovranno sapere come attivare lezioni a distanza”.

Non c’è occasione, pare – tanto più in piena crisi sociale e sanitaria – in cui la Fondazione Agnelli non cessi di rilanciare il suo vecchio cavallo di battaglia: formazione obbligatoria, contrattualizzata una volta per tutte e – ora – finalmente digitale.  Piegare le residue resistenze sindacali, scosse dall’attuale situazione della salute pubblica, sarà un gioco da ragazzi.

2. L’INVALSI e le proposte meritocratiche dell’ex presidente Sestito

Sospese le attività didattiche, sono sospese anche le prove INVALSI. Dal 5 marzo scorso, sul rinnovato sito dell’Istituto nazionale di valutazione, un comunicato stampa ci informa che il calendario previsto per le prove INVALSI di circa 2,5 milioni di studenti italiani è in attesa di “riformulazione”.

Se la didattica a distanza in qualche modo, e generosamente, sta procedendo, il reale nodo da sciogliere riguarda la valutazione degli studenti, in assenza di attività scolastiche ordinarie. Tante sono le soluzioni “fai da te” finora approntate dalle scuole, supportate da dubbie delibere di consigli di classe on line: voti in decimi o medie aritmetiche assegnati ad interrogazioni telematiche o a verifiche con tempi di consegna prefissati. Tutte scelte e procedure assolutamente fuori dagli ordinamenti e dalla legittimità, profondamente inique nella loro eterogeneità.

Finora nessuna indicazione, se non una generica nota ministeriale, che ribadisce  “il dovere alla valutazione da parte del docente, come competenza propria del profilo professionale, e il diritto alla valutazione dello studente, come elemento indispensabile di verifica dell’attività svolta”.

E’ di ieri, 30 Marzo, una prima proposta concreta, avanzata dalle colonne del Corriere della Sera, attraverso l’autorevole voce dell’ex presidente dell’INVALSI, Paolo Sestito.

L’idea, che coniuga un inedito spirito pop con il più classico afflato meritocratico, è la seguente.

Sestito concorda con quanto dicevamo all’inizio di questo post: la didattica a distanza non fa che aumentare i divari territoriali e sociali. D’altra parte, in questa fase, è impossibile sottrarvisi. Come fare, allora, per rendere meno eterogenei gli interventi? L’ex direttore della Banca d’Italia propone di lanciare:

una grande campagna di didattica a distanza tramite il mezzo televisivo, che è l’unico che entra davvero in tutte le case”.

Continua, poi, suggerendo:

lo stesso mezzo potrebbe anche fungere da canale per altre iniziative di informazione a favore della popolazione, in tema di abitudini alimentari sportive, sanitarie, di fronte all’emergenza sanitaria”.

Una sorta di Rieducational channel, insomma, a scopi didattici e pedagogici – si intende – di cui potrebbero beneficiare tutti, in tempi di domicilio coatto. La nuova frontiera del Life Long Learning.

Una volta risolto il problema di uguaglianza di opportunità – assicurati i contenuti televisivi uguali per tutti – si potrebbe poi cominciare a ragionare secondo la logica del merito.

Innanzitutto, riprogrammare l’anno scolastico venturo, dilatandolo. I primi 2 mesi – a partire dal 1 settembre – sarebbero dedicati “al recupero e al rafforzamento delle competenze degli alunni”. Terminato questo periodo, si potrebbe “decidere se un alunno abbia ancora debiti formativi da recuperare o se debba ritornare nella classe immediatamente precedente”.

In altri termini, tutti promossi a giugno, ma solo a condizione di superare una verifica di recupero da fare a scuola, dopo due mesi di ripasso. Sappiamo bene che le promozioni d’ufficio (“il 6 politico”) non piacciono a chi crede nella meritocrazia.

E per gli esami di Stato? Lapalissiano: ci penserebbe l’INVALSI.

D’accordo con la sospensione universale dei test ad una popolazione di milioni di studenti, ma perché togliere anche a  quelli dell’ultima classe del ciclo secondario superiore l’opportunità di svolgere un test “oggettivo” sulle proprie “competenze”?

Scrive Sestito:

i test INVALSI potrebbero essere adoperati su base volontaria dalle singole scuole come informazione di background in sede di effettuazione, con modalità semplificata (eventualmente anche online) dell’esame di maturità; eventualmente un esito oltre una certa soglia dei test INVALSI potrebbe essere condizione necessaria (ma non sufficiente) per l’ottenimento del massimo dei voti (il 100).

Questo risolverebbe, a ben vedere, due problemi in un colpo solo:

Previo accordo col mondo dell’Università, e con eventuali aggiustamenti di contenuto, il test INVALSI potrebbe essere propedeutico quanto meno come una sorta di prima fase, nelle esistenti procedure di ammissione ai corsi universitari”.

Test INVALSI al posto della maturità. E corsia diretta per le future ammissioni ai vari corsi universitari. Il Ministero tergiversa nell’emanare un decreto ad hoc che definisca i profili giuridici della maturità 2020, eppure, ha la soluzione già in tasca.

Tempi grigi, questi che la scuola sta vivendo, in piena emergenza coronavirus, in cui ciascuno di noi è impegnato a “fingere” la propria quotidianità. Tempi in cui c’è chi è pronto a fare della crisi un’opportunità e dell’emergenza una risorsa di potere. Vigileremo, anche online.

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16 Commenti

  1. “Piazzisti dell’istruzione”: memorabile. Gente che non ha mai insegnato un giorno in vita sua, e che nel contempo pretende di insegnare come insegnare a chi lo fa di mestiere – tanti con passione – da una vita. Il medico che pretende di dire all’avvocato come depositare ricorso per un decreto ingiuntivo. L’avvocato che dice al medico come effettuare una colecistectomia. Senza pudore né ritegno: i cantori della “competenza” che parlano di questioni sulle quali sono incompetenti, con meravigliosa (a suo modo) autocontraddizione. E cavalcando strumentalmente una tragedia nazionale con migliaia di morti come quella che stiamo vivendo. Qui la parola giunge al proprio limite.

    • Senza dimenticare JP Morgan che sviluppa modelli epidemiologici (ma anche la Ragioneria dello stato o la Fondazione Einaudi). Se l’economia è la chiave di volta, è giusto che gli esperti di quel settore insegnino agli altri cosa devono fare e come. Un aspetto interessante dell’epidemia è che consente di verificare in tempo quasi reale chi smercia fumo. Nelle politiche dell’istruzione non ci sono dei riscontri così immediati e questo contribuisce a spiegare il credito di cui gode chi pontifica da certi pulpiti.

  2. Francamente analizzare tutto in termini di “opposizioni” e di schieramenti mi lascia perplesso. Ad esempio da un lato la “generosità” dei docenti impegnati volontariamente in attività didattiche a distanza (e la “generosità” dei dirigenti scolastici o del personale tecnico? Conosco dirigenti che lavorano senza sosta oltre 12 ore al giorno per far funzionare le cose e che si prodigano per preparare, disinfettare e consegnare PC ai docenti e alle famiglie che ne hanno bisogno; oppure tecnici informatici e non che lavorano come dei pazzi per garantire le lezioni online dei docenti o per mandare comunque avanti le scuole) e dall’altro “l’imposizione” della formazione dei docenti voluta da “poteri forti” più o meno occulti e organizzati. Tuttavia nella realtà esistono docenti che non sanno accendere un PC o gestire una riunione in rete, quando i loro studenti sono ordini di grandezza più bravi. Perché la capacità di insegnare online, che porta con sé un minimo di alfabetizzazione informatica, ovvero la capacità sia pur minima di gestire la condivisione delle informazioni con mezzi moderni, non dovrebbe essere una competenza da richiedere al docente moderno? Perché la necessità di possedere questa competenza sarebbe priva di “ogni fondamento scientifico”? Non mi pare che in Università ci poniamo problemi del genere perché è praticamente ovvio (dover) saper usare, anche al minimo, strumenti informatici per il nostro lavoro (tutti noi ci confrontiamo con banche dati, per esempio, come quelle in cui depositiamo i nostri lavori). Perché allora queste competenze non dovrebbero far parte del curriculum di un docente di scuola secondaria? Cosa c’è di male? E non stare al passo con gli studenti a cui si insegna e a cui si dovrebbe essere d’esempio invece va bene? Pretendere che un docente moderno abbia queste competenze significa necessariamente dare ragione su tutto alla Fondazione Agnelli, come se ogni discussione dovesse aristotelicamente ridursi allo schieramento tra due sole opzioni opposte che negano l’esistenza di una terza (o quarta o ennesima) via? Io non credo.
    Valutazione: quello della valutazione del lavoro online degli studenti è un ovvio nodo estremamente complesso da sciogliere e non mi pare ci siano ricette magiche. Ma non capisco l’incidentale “supportate da dubbie delibere dei consigli di classe online” riferito alle soluzioni “fai da te”. E chi dovrebbe decidere come valutare i propri studenti? Il Ministero? Come se potesse esistere un modo univoco per valutare il lavoro degli studenti. Io credo invece che questo sia il campo in cui dovrebbe entrare in gioco l’autonomia dei docenti: solo il docente può stabilire regole di valutazione sensate per i propri studenti ed è opportuno che questa scelta venga condivisa collegialmente. Queste procedure sarebbero “prive di legittimità perché fuori da ogni ordinamento”? Perché, esiste forse un ordinamento da qualche parte in grado di prevedere il blocco dell’ordinaria attività didattica a causa di un virus? Siamo in emergenza e giocare sulla legittimità delle azioni e sugli ordinamenti mi pare davvero fuori luogo. Io penso invece che proprio in situazioni come questa ci si debba appellare alla deontologia dei docenti, dei dirigenti e del personale tutto, lasciando regolamenti e ordinamenti fuori dalla discussione. Così vedo affrontare il momento contingente nell’Università che abito.

    • Non mi risulta che nell’università in cui abito io si prevedano corsi obbligatori per i docenti svolti da agenzie formative esterne (per imparare a usare tecnologie per la formazione a distanza. Quello che chiede Fondazione Agnelli. A dire la verità nell’università in cui abito io non mi risulta neanche che siano stati sospesi regolamenti ed ordinamenti. E nell’università dove abito io non mi pare che qualcuno abbia deciso di sostituire la valutazione di ogni docente con quella di un istituto esterno, come propone Sestito.

    • Sono d’accordo con il professor Chignola, che ringrazio per offrirmi l’opportunità di esplicitarlo, non essendo questo il tema centrale del mio commento: non c’è alcuna opposizione tra docenti, dirigenti e assistenti. La scuola – tutta- sta dando il suo contributo in questa circostanza. Non ritengo, tuttavia, che né fondazioni private né ex presidenti INVALSI, dirigenti di Bankitalia, abbiano nulla da suggerire. Trovo, anzi, davvero poco opportuno occupare spazi mediatici in tempi di crisi come quelli attuali, per di più per rilanciare idee e linee che – diciamolo francamente – sono veri e propri cavalli di battaglia, ormai ben noti.
      La formazione obbligatoria? Gli insegnanti si formano ogni anno, in base allo specifico disciplinare, con modalità dettate dall’etica e dalla coscienza del proprio ruolo. Una percentuale di docenti non ha le minime conoscenze di informatica? Possibile. Abbiamo gli insegnanti più “anziani” in area OCSE. Eppure, in questa emergenza, tutti, anche quella percentuale (per quel che conosco io) ha dato prova di sorprendente adattamento e spirito di iniziativa. I docenti che non svolgono alcuna attività a distanza, sono – in alcuni casi – docenti che hanno poco da dare alla scuola anche in tempi ordinari. Immagino che ogni categoria di lavoratori, anche all’Università, abbia a che fare con situazioni profondamente eterogenee. Esistono, credo, misure e mezzi per ridimensionare o stigmatizzare simili condotte. La responsabilità spetta ai dirigenti.
      D’accordo anche sulla valutazione -dell’INVALSI non parliamo nemmeno – che è competenza specifica del docente. Ma sarebbe necessaria una “cornice” collettiva, emersa da una discussione collegiale, per evitare il “fai da te” individuale. Come fare in tempi di didattica a distanza? Il professor Villone qualche giorno fa scriveva un interessante articolo sul Manifesto: “La rappresentanza non si pratica a distanza”. Vale per un Parlamento, e vale in piccolo anche per un collegio docenti. Come si discute in 160 docenti on line? Come si interagisce su temi così delicati a distanza, quando la comunicazione è necessariamente asincrona, sequenziale, quando non ci si guarda in faccia? “Manca carne e sangue della rappresentanza”, scriveva Villone. Io sono d’accordo con lui. Le delibere online vanno bene come atti formali. Non risolvono il problema, se non burocraticamente. Il rischio è che le decisioni sul valutare vengano prese altrove, in consessi di tecnici – magari di dirigenti tecnici o scolastici, precedentemente riuniti- per poi essere semplicemente “traslate” in elefantiaci collegi telematici, oggettivamente molto difficili da pianificare, gestire e realizzare.

  3. In assoluto ogni docente deve conoscere tutti gli strumenti per poter discriminare fra di essi e sceglierli in situazione.
    Questa attuale è una situazione di emergenza, da esplorare. Non diventerà la normalità.
    È però difficile negare che si siano create opportunità di guadagno per molti. A noi il dovere di valutare e scegliere. Senza alcuna imposizione.
    Possiamo dire questo?

  4. @Baccini
    Allora non mi sono spiegato bene. Non concordo con quanto sostiene la Fondazione Agnelli né con quanto sostiene Sestito, né ho scritto che in Università siano stati sospesi regolamenti ed ordinamenti. Allora:
    1. che esistano docenti incapaci anche solo di accendere un PC è tristemente vero (non posso portare dati ma conoscenza diretta sia pur limitata del fenomeno. Dunque non pretendo di fare statistica). Penso che all’INTERNO del mondo dell’Istruzione (tutto, compreso quello accademico) vi siano competenze in abbondanza per formare docenti senza bisogno di rivolgersi ad agenzie esterne come vuole la Fondazione Agnelli.
    Non capisco la logica per cui parlare della formazione dei docenti debba necessariamente voler dire dar ragione alla Fondazione Agnelli. Così come non capisco come sia possibile essere docenti qui ed ora ed essere analfabeti informatici.
    2. appunto, come scrivevo la valutazione dovrebbe essere lasciata in mano ai docenti che dovrebbero decidere collegialmente modi e criteri anche in assenza di ordinamenti e delibere specifiche. In università non abbiamo aspettato che il Ministero ci spiegasse come fare lezione online o come valutare i nostri studenti.
    Spero di aver chiarito.

    • Proprio mentre il prof. Chignola ci informava che i docenti italiani non sanno accendere il PC, il sito INPS andava miserrimamente in crash, e la dirigenza dava la colpa a un “attacco hacker”. Forse anche altrove c’è gente che non sa accendere il PC, forse ovunque in Italia.

    • Roberto Chignola, la penso esattamente come te. Non si deve confondere lo strumento con il fine.
      Oggi si è visto che avere la padronanza degli strumenti informatici è assai utile, a tutti, docenti compresi. Negare questa utilità vuol dire restare ancorati ad un passato che non c’è e non ci sarà più. Secondo me dovrebbero proprio essere i docenti che si sono trovati più in difficoltà ad usare i moderni strumenti di didattica a distanza ed informatici in generale a chiedere a gran voce di venire aiutati, e messi in condizioni di usare decentemente tutto ciò. E dovrebbero chiederlo al ministero, non ad enti o fondazioni esterne. Dovrebbero anche chiedere di venire dotati, a spese del datore di lavoro, di tutto l’hardware e software necessario, e di connettività adeguata. Questa a mio avviso sarebbe una rivendicazione sindacale giusta, anzichè fare resistenza all’uso di ciò che i nostri ragazzi usano quatidinamante sin dalle elementari…
      Ma, ripeto, senza confondere lo strumento con il fine. Ad un ITIS informatico il computer servirà per imparare a programmare, come è giusto, in un liceo classico verrà usato ben diversamente, in modo da mantenere gli stessi obiettivi culturali che il docente aveva quando il computer o lo smartphone non lo sapeva adoperare.
      Il rischio che lo strumento modifichi il fine esiste, ed è per questo che la scuola non deve delegare il necessario percorso di accrescimento delle conoscenze e competenze del proprio personale docente ad enti esterni dai fini non necessariamente nobili. Se in numerosi istituti insegniamo perfettamente ai ragazzi ad usare le moderne tecnologie informatiche, vuol dire che la scuola (e l’Università) hanno già dentro di sè i docenti in grado di insegnare ciò anche agli altri docenti.
      I quali ultimi debbono ammettere la loro ignoranza, e chiedere per favore ai colleghi di cui sopra una mano per imparare anche loro. Nessuno nasce imparato, e non bisogna meravigliarsi di queste sacche di ignoranza informatica, nè discriminare chi, non per colpa sua, non ha avuto modo di imparare prima. Ma ora debbono imparare tutti: chi si rifiuta vuol dire che è rimasto alla preistoria, e non ci sarà più posto per lui nel futuro delle nostre istituzioni.

  5. E aggiungo: quando inizieranno, perché accadrà anzi sta già accadendo, a girare selvaggiamente in rete queste videolezioni a distanza inopportunamente taroccate e commentate, suppongo che le dirigenze scolastiche, il ministero e la fondazione Agnelli saranno in prima linea a tutelare i docenti, nevvero?

  6. @eriberto Certamente. Tranquillo. Metteranno in campo tutta le loro – come dire? – expertise.

    @chignola Effettuare paragoni tra ambito accademico e ambito primario/secondario è semplicemente improponibile, per mille ragioni che dovrebbero risultare ovvie. Alcune attengono anche solo al piano puramente formale/strutturale/ordinamentale (autonomia degli atenei rispetto a quella – farlocca – della scuola; inquadramento giuridico e retributivo del personale – contrattualizzato l’uno, e non l’altro, e potrei continuare a lungo). Altre, ben più sostanziali, attengono al piano pedagogico-didattico: un conto insegnare on line Fisica nucleare in un corso di laurea magistrale ad adulti fortemente motivati e maturi; tutt’altro conto insegnare geografia in un Istituto comprensivo, o la grammatica di base in 3 elementare. La questione non è certo – sbrigativamente e riduttivamente – la presunta incapacità di un docente “di accendere un pc” (personalmente, non ne ne conosco neanche uno, ma anche io non faccio statistica). la questione è articolare, se se ne è capaci, un pensiero pedagogico che individui eventuali spazi di utilizzabilità del mezzo (tecnologico) in relazione all’essere umano concreto cui si vorrebbe “insegnare”. La “competenza” di un docente (qui: di scuola) non è quella di saper usare uno strumento per “parlare a distanza”, asetticamente. Ma quella di “parlare al cuore” e far innamorare – se possibile – i propri studenti al sapere. Far comprendere loro che – secondo una formula che mi sta a cuore – si capisce quel che si studia perché lo si ama, e lo si ama perché lo si capisce. Altro che “saper accendere un pc” (e anche se si trattasse di acquisire qualche nozione per maneggiare gli strumenti-base dell’emergenziale “didattica a distanza”, penso che la stragrande maggioranza dei miei colleghi stia mostrando egregiamente di saper fare da sé, spesso in carenza di mezzi tecnici, senza alcun bisogno di particolare “formazione” – o indottrinamento? – di qualsivoglia fondazione confindustriale o bancaria). Ma – aggiungo in conclusione – perché quella stessa “capacità di parlare al cuore” del propri interlocutori, piccoli o grandi che siano, non dovrebbe appartenere al fondamentale e ineludibile bagaglio di “competenze” anche dell’accademico? (che magari accende benissimo i pc ma è inabile ad accendere una mente…) Dei docenti universitari che ho incontrato sulla mia strada, io ancora mi ricordo ancora con affetto proprio (e solo) di quelli che hanno saputo accendere la fiaccola, mostrando – in presenza, con la voce, la gestualità, le battute, il gesso e la lavagna: con la loro umanità – la loro passione e la loro disponibilità verso i propri studenti. Ecco, in relazione al possesso di tali “competenze” da parte di qualche accademico (stando ai miei ricordi e ai racconti dei molti ragazzi che vengono a trovarmi, raccontandomi, dopo il diploma) penso potrebbe aprirsi un dibattito e una discussione assai più interessanti rispetto a quella relativa all’abilità di accendere un pc. Perché a me pare che questo “saper far innamorare” sia in fondo la vera, grande “competenza” (dando per scontata ovviamente la competenza tecnica); qui sì scompare ogni incommensurabilità tra insegnamenti in differenti gradi scolastici; qui siamo tutti un unico solo Maestro. O non lo siamo.

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