Difficile trovare reale discontinuità tra la politica sulla scuola del ministro Bianchi e quella dei suoi predecessori, nonostante il nuovo repertorio lessicale della politica scolastica, che utilizza termini più empatici, quali “affettuosità” o “dedizione”. Proprio la dedizione all’insegnamento compare nel ddl di bilancio quale criterio di valorizzazione della professionalità docente, da incentivare con l’assegnazione di (poche) risorse aggiuntive, destinate solo ai docenti più meritevoli. L’abnegazione e lo spirito di sacrificio diventano quindi, nell’epoca della Reslienza, nuove virtù da quantificare in riferimento a ben precisi parametri. Ritorna dunque quell’ansia valutativa, giudicante, finalizzata a imporre ai docenti un comportamento in linea con l’unico modello pedagogico che sembra avere il favore del ministero: quello delle “competenze” e della didattica cosiddetta “innovativa”. Il ripristino del “bonus” docenti nell’attuale legge di bilancio indica una ben precisa linea politica, dietro la fumosità –forse voluta- dei concetti con cui viene presentata. La valorizzazione della dedizione diventa il nuovo dispositivo per premiare l’obbedienza all’autorità.

 

 

 


Nell’ultima bozza della legge di bilancio si torna a parlare di valorizzazione degli insegnanti. In realtà, non si è mai smesso di farlo, perché “valorizzazione” è un termine che ha attraversato in maniera costante tutta la stagione politica riformatrice della scuola dagli anni 90 in poi. Tra varie fasi e alterne vicende, l’idea di valorizzazione del docente ha rappresentato una sorta di figura retorica nel discorso pubblico sull’insegnamento: da Berlinguer fino a Renzi.

Proprio alla Buona Scuola si deve infatti, come tutti gli insegnanti ricorderanno, l’introduzione del “bonus” al merito dei docenti, elargito dal dirigente scolastico sulla base di criteri stabiliti da un comitato di valutazione eterogeneo, composto anche da studenti e genitori, e, tipicamente, da un altro dirigente scolastico, nel caso delle scuole secondarie di secondo grado.

In termini quantitativi, per una scuola secondaria di secondo grado, la valorizzazione si traduceva in un fondo aggiuntivo dell’ordine dei 20 mila euro lordi, che ogni dirigente attribuiva ad una percentuale variabile di docenti, con esiti mai discussi o verificati in termini di efficacia, quanto meno organizzativa.

Nel 2020, proprio una legge di bilancio stabiliva che quei fondi tornassero ad essere senza alcun vincolo di destinazione, dunque destinati all’intera platea dei lavoratori, compreso il personale ausiliario, tecnico e amministrativo.

Il tema della valorizzazione, intrecciato a quello del merito e delle carriere, è tornato a dominare la scena durante la fase pandemica.

Stipendi più alti per merito e più ore di lavoro, suggeriva la Fondazione Agnelli. “Il voto agli insegnanti non deve essere un tabu”, scrivevano Boeri e Perotti dalle pagine di Repubblica; fino ad arrivare al più recente titolo del Messaggero sull’ ipotetico piano del Ministro Bianchi, “Scuola, pagelle ai professori, test INVALSI anche per loro”.

La bozza della Legge di bilancio, dunque, recepisce le nuove spinte meritocratiche, che troviamo già abbozzate nel PNRR (vedi qui), e nel successivo atto di Indirizzo del ministro Bianchi.

 

1. Cosa dice la nuova legge di bilancio

Da anni ormai gli interventi di politica scolastica e sindacale entrano a gamba tesa negli ordinamenti attraverso leggi di bilancio approvate tramite il ricorso del Governo alla questione di fiducia, con tempi ridottissimi o  senza discussione nelle commissioni parlamentari.
Questa volta è l’art. 108 del ddl di bilancio 2022  ad occuparsi della valorizzazione della professionalità dei docenti, andando a modificare un articolo di una precedente legge (bilancio 2018), che destinava una parte del fondo statale per il miglioramento dell’offerta formativa (30 milioni di euro a partire dal 2020) alla cosiddetta premialità, o merito.

 

In una sorta di cortocircuito di interventi, si passa così dal “bonus al merito” della Buona Scuola (bilancio 2018), alla sua cancellazione (bilancio 2020), alla sua riesumazione, nell’era Draghi.

Come spiega la relazione tecnica e illustrativa allegata al ddl:

La norma recepisce le indicazioni provenienti a livello europeo volte a riconoscere e valorizzare la professionalità dei docenti delle istituzioni scolastiche statali. Al fine di rendere più attrattiva tale professione, si intende, quindi, premiare l’impegno profuso nella peculiare attività di insegnamento, nella promozione della comunità scolastica e nel costante aggiornamento professionale”.

Premiare per rendere attraente, perché ce lo chiede l’Europa: un leitmotiv oramai inascoltabile, ancor più se si guarda alla stima del premio, dell’ordine di qualche decina di euro.

 

2. Cosa significa dedizione?

 

In molte dichiarazioni del ministro Bianchi, ma anche in molti testi programmatici e normativi che all’azione politica sua e del suo entourage fanno riferimento, compaiono spesso scelte espressive che, se fossero adottate dagli insegnanti, verrebbero sicuramente giudicate come “impressionistiche”.

 

“Impressionismo”, per i politici riformatori, indicherebbe una professionalità esercitata con spontaneismo volontaristico, ma priva di seri fondamenti psico-pedagogici. I docenti, mancando di tali basi, si affiderebbero al carisma spontaneo della propria personalità, approfittando in alcuni casi di un positivo appeal, ma certo non in grado di incidere secondo criteri di maggiore affidabilità scientifica sul processo cognitivo degli alunni.

Gli insegnanti possono però stare tranquilli, anche il ministro Bianchi sembra affidarsi a concetti ad alto contenuto emotivo. La formula «scuola affettuosa», in un primo tempo giustificabile sulla base di un’immediatezza spontanea provocata dal contesto di un’intervista televisiva, è stata riproposta con continuità e costanza; dal che se ne deve dedurre che il Ministro stesso le affida il ruolo di autentico pilastro concettuale sul quale deve poggiare l’organizzazione didattica della nuova scuola. Evidentemente, il Ministro e gli esperti di comunicazione del MIUR devono averla ritenuta vincente, pur nella sua vaghezza e irrilevanza rispetto allo specifico della professionalità docente.

Prendendo in considerazione l’idea di scuola che Bianchi ha in mente, e da lui più volte illustrata, siamo propensi però a pensare che la dimensione dell’«affettuosità» non faccia riferimento a una positiva relazione umana che sarebbe bene si sviluppasse in ogni istituto scolastico; non venga cioè concepita secondo una valenza psicologica, bensì sia intesa come una specifica tecnica con cui svolgere la professione docente. Una modalità comunicativa in qualche modo fissabile secondo ben precisi parametri, a cui spetterebbe un ruolo prioritario rispetto agli stessi contenuti cui il lavoro didattico fa riferimento.

A conferma di questa nostra ipotesi, in base alla quale l’«affettuosità» potrebbe dunque rientrare tra quegli aspetti della professione-docente cui è interessata la “valorizzazione”, è l’introduzione recente di un’altra scelta lessicale, che sembrerebbe aver a che fare più con la dimensione dell’emotività che non della tecnica comunicativa, quella della «dedizione» all’insegnamento.

Qui però il salto di qualità è notevole, in quanto sulla base di tale atteggiamento più o meno pronunciato da parte del docente dovrebbe corrispondere un ben preciso riconoscimento economico, seppur molto esiguo.

Si tratterebbe dunque di una disposizione personale che deve essere misurata, ridotta a criteri quantitativi, e che sfugge quindi al significato con cui genericamente è intesa. È in fondo quello che abbiamo sempre pensato; quando in aridi testi ministeriali compaiono queste espressioni di cattiva letteratura, non si tratta solo dello scadimento qualitativo di un testo, di un tecnico che ritenga immotivatamente di avere avuto una geniale trovata stilistica, ma di introdurre un repertorio concettuale che si presta – come vedremo – ad un arbitrario, ma nient’affatto innocente, processo di valutazione.

Prima di tentare di dimostrare questa nostra interpretazione con precisi riferimenti, preferiamo anticipare la nostra tesi. Ovvero che tale decreto intende stabilire con atto concreto l’ obiettivo perseguito da decenni e più volte documentato su Roars:  il  disciplinamento degli insegnanti.

È indubbio che la scelta espressiva riveli una certa strategia retorica, e che forse venga adottata per dare l’impressione di una presa di distanza da un tecnicismo, spesso riferito secondo modalità critiche (da noi per primi) alle prese di posizione del ministero. In effetti, con il termine “dedizione”, Bianchi sembra smentire un’altra celebre uscita dell’ex ministra Fedeli, quando la stessa affermò che l’insegnamento era «una professione, non una missione».

Il senso di quell’intervento era chiaro: la didattica è una tecnica che si apprende, e che coincide sostanzialmente con le metodologie innovative che il MIUR sostiene da decenni; il docente, liberatosi finalmente da atteggiamenti personalistici e carismatici, deve applicare procedure comunicative sulla base di indicazioni che gli provengono da professionisti più esperti delle procedure cognitive. Non più, dunque, l’insegnante coinvolto nella relazione e nel processo di apprendimento, ma un esecutore capace di adeguarsi a procedure formalizzate, guarda caso poi valutate da soggetti esterni.  Tutto coerente con quanto andiamo denunciando da anni.

La «dedizione» di Bianchi, invece, sembra di nuovo voler enfatizzare quell’atteggiamento di coinvolgimento emotivo da parte di chi insegna, nei confronti di un percorso intellettuale e di ricerca, che permetta di comunicare al meglio sia i contenuti di cultura, sia le metodologie più adatte per farli propri e valorizzarli nella loro rilevanza formativa.

Ma attenzione, il termine è estremamente ambiguo dal punto di vista semantico, e si presta facilmente a negare proprio quella dimensione di consapevolezza soggettiva cui sembra, in un primo momento, fare riferimento.

Partiamo da una semplice consultazione  etimologica in rete. Dedizione, ovvero atto di arrendersi al nemico.

Certo, saremmo malevoli se ci fermassimo, strumentalmente, a questa semplice definizione. Ciascuno di noi, d’altronde, ha spesso usato il vocabolo in senso positivo:

Possiamo immaginare che il ministro avesse in mente proprio la seconda definizione, che riportiamo dal vocabolario Treccani: dedizione come dedicarsi interamente e con spirito di sacrificio, la cui valenza è indubbiamente diversa dalla precedente.

Se però andiamo a rileggere il testo proposto dal ddl bilancio il nostro ottimismo, a ben vedere,  viene in parte deluso. Ricordiamolo:

 

La «dedizione all’insegnamento» va letta in stretta continuità con ciò che immediatamente segue:  «l’impegno nella promozione della comunità scolastica».

Ma cosa si intende per «comunità scolastica»?  Come ormai precisato in moltissime occasioni da parte del Ministro – vedi ad es. qui – per «comunità scolastica»  si deve intendere non la comunità interna alla scuola, ma l’«intero territorio» in cui la scuola si colloca, e del quale deve imparare a recepire le esigenze, adattando su di esse il proprio progetto didattico.

Tali esigenze, tuttavia, coincidono con soggetti che, da una parte, non hanno affatto esperienza educativa e, dall’altra, rappresentano interessi specifici, di tipo spesso privato e produttivo, sui quali è difficile possa fondarsi un progetto educativo di ampio respiro.

Facciamo un esempio.

Una recente proposta pervenuta alle scuole da parte dell’Ufficio Scolastico della Regione Veneto invita i docenti a formarsi su percorsi di alternanza scuola lavoro (ora denominata PCTO) come nell’immagine che segue:

 

I corsi proposti, rivolti a studenti del triennio delle scuole secondarie di secondo grado, sono gestiti da una Spa milanese, La Fabbrica, riconosciuta dal Ministero come ente di formazione per insegnanti (sic), che si definisce leader nella:

“..didattica, comunicazione corporate, comunicazione digitale, gamification e attività esperienziali. L’obiettivo è sviluppare progetti completi in ogni aspetto, dalla definizione del contenuto all’erogazione sul territorio.

e che vanta un pacchetto clienti del calibro di Samsung, Ferrero, Findomestic, Esselunga ed altri.

La scuola  della comunità deve imparare a dare “un nuovo valore all’apprendimento, fornendo strumenti per lo sviluppo delle conoscenze e competenze necessarie in un contesto in continua evoluzione.”

Questo recita il sito de La Fabbrica, azienda specializzata nella “comunicazione educativa” e questo stesso mantra potremmo leggerlo in una delle tante note ministeriali, o ascoltare in uno degli innumerevoli corsi di formazione docente.

Peraltro, se si legge con attenzione la proposta, in particolare la colonna delle “finalità”, è facile cogliere un tentativo, tanto retorico quanto grossolano, di dedurre da pratiche estremamente specifiche obiettivi formativi di carattere generale, che in realtà nulla c’entrano con l’attività svolta. Per esempio, qualcuno dovrebbe spiegare il motivo per cui «sviluppare competenze specifiche sul piano economico e sociale nell’ambito delle assicurazioni» permetterebbe di «saper leggere la realtà in modo consapevole e critico, all’interno di un contesto ampio, digitalizzato e dinamico» (qualunque cosa questi ultimi due termini vogliano significare in quel contesto). Insomma, si perseguono interessi particolari e privatistici, si forniscono informazioni su un settore produttivo molto specifico che coinvolgerà il futuro lavorativo di pochi alunni, inventandosi poi, attraverso inferenze deboli o addirittura prive di fondamento, miracolose e inesistenti acquisizioni sul piano formativo.

Come più volte denunciato, la volontà di piegare la scuola a diventare apparato servente delle nuove esigenze produttive, seppur con formule mascherate, come quella di «comunità educante», è un punto fermissimo del progetto riformatore, perseguito con tenacia anche dall’attuale ministero.

Si ricorderà che proprio in un Rapporto finale pubblicato da una task force insediatasi su richiesta dell’allora ministra Lucia Azzolina, ma presieduta proprio da Patrizio Bianchi, si poteva leggere la seguente affermazione, a concludere un ragionamento che illustrava come il progetto didattico venisse sostanzialmente organizzato dall’esterno:

«Agli insegnanti resta la responsabilità di una adeguata rilevazione delle esperienze e dei saperi acquisiti» (bold nostro).

Ebbene, sulla base di tali intenzioni non ci sembra pretestuoso desumere che per «dedizione all’insegnamento» si intenda proprio questo annullamento della propria singolare personalità professionale, questo farsi “operatori”, “attivatori”, “rendicontatori” di progetti didattici, alcuni dei quali decisi da altri, su finalità non sempre trasparenti – facile spacciare retoricamente un interesse particolaristico come un utile collettivo- e di dubbia coerenza con l’idea di scuola descritta nel testo costituzionale, anche per il ridimensionamento dei contenuti culturali, decisivi per un’autentica emancipazione intellettuale degli studenti [1].

Per quanto riguarda la «cura nell’aggiornamento professionale continuo», è chiaro che si tratta di obbligare i docenti a seguire una formazione tutta tesa a pontificare, in modo autoritario e senza fondamenti epistemologici condivisi, procedimenti didattici cosiddetti  “innovativi”, di quella che potremmo ormai definire, dopo anni di corsi di formazione e propaganda ministeriale, la nuova “pedagogia di Stato”.

La «dedizione all’insegnamento» si presta, insomma, a diventare una nuova forma di disciplinamento e omologazione dei comportamenti. Premiare i più dediti significa, semplicemente premiare l’obbedienza all’autorità, mascherata da virtù.

 

 


[1] Che tale dedizione sia una resa senza condizioni, lo avevamo già del resto mostrato commentando un progetto di qualche anno fa, che prevedeva addirittura una sorta di “giuramento”, di atto di fedeltà da parte del docente ai contenuti e alle metodologie impostegli dall’esterno.
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