Chi metta piede oggi in una scuola superiore potrà facilmente constatare l’esistenza di un fenomeno tanto singolare quanto significativo. Con le ventate riformatrici che hanno investito negli ultimi decenni le istituzioni dell’istruzione pubblica, il legislatore si è spesso preoccupato di apportare modifiche alla nomenclatura ed in particolare a quella relativa ai diversi inquadramenti dei lavoratori del settore.

Ciò nondimeno, per semplicità, continuità e forse un po’ di comprensibile nostalgia, chi la scuola la vive quotidianamente continua comunque a chiamare perlopiù preside il dirigente scolastico, bidelli i collaboratori scolastici, segretario il direttore dei servizi generali e amministrativi, applicato di segreteria l’assistente amministrativo, professori i docenti e via dicendo.

Le riforme hanno tuttavia risparmiato una delle vecchie denominazioni degli attori del mondo dell’istruzione: quella degli studenti. Anzi, coerentemente con una certa tendenza a sottolineare nelle norme un’attenzione alla parità di genere – che non disdegna comunque la galanteria di cedere il passo neutralizzando l’intento egualitario – quella “delle studentesse e degli studenti”, come recita il titolo dello statuto del 1998 che definisce diritti e doveri della componente studentesca all’interno dell’istituzione.

Malgrado ciò, gli “studenti” stanno andando incontro ad un fenomeno di rapida estinzione. Il loro posto è, nella pratica, a tutti i livelli, sostituito da una nuova figura: quella dei “ragazzi”.

A chiamare ormai di norma gli studenti “ragazzi” sono gli insegnanti, i presidi, la stampa, addirittura il Ministro, addirittura il Presidente della Repubblica.

Che c’è di male, si dirà? Dopotutto gli studenti sono anagraficamente dei ragazzi. Questa tendenza appare invece particolarmente significativa e, al di là del possibile intento affettuoso, tutt’altro che innocua.

Per un giovane in piena formazione della propria personalità e dei fondamenti della propria crescita culturale, ha una funzione indispensabile la coscienza di avere un ruolo definito nella società. Un ruolo a cui si riconosca in maniera condivisa un credito, un significato ed un senso.

Per chi in famiglia è abituato ad essere considerato, come è normale che sia, appunto, un ragazzo, il fatto di essere riconosciuto come studente ha un’enorme importanza sul piano esistenziale, dello sviluppo della personalità e della consapevolezza della propria collocazione nella comunità. Questa importanza è legata al fatto di vedersi, per la prima volta nella vita, riconosciuta ufficialmente una dignità di individuo responsabile e cosciente, un’indipendenza intellettuale, un ruolo ed un compito, appunto, nella società.

Indicare come tale uno studente, denota rispetto del processo di apprendimento e di formazione di una coscienza critica autonoma, fondata sulla conoscenza e sull’argomentazione.

Chiamando invece gli studenti “ragazzi”, mentre si omette di ricordare come andrebbe occupato il tempo a scuola, si trasmette un messaggio deresponsabilizzante, bamboccionizzante, ma soprattutto svilente. Se anche il senso della denominazione fosse anagrafico, si rischia che, in questo modo si distinguano i ragazzi non dai bambini, bensì dagli adulti, dei quali ai ragazzi è negata l’autonomia intellettuale.

Per chi metta dunque un piede oggi in una scuola superiore (in effetti si dovrebbe dire “in una scuola secondaria di secondo grado”…) sarà facile constatare come buona parte della comunità studentesca sia più o meno esplicitamente rassegnata ad senso di mancanza di significato nei confronti delle attività scolastiche e del proprio ruolo sociale. Negando agli studenti il proprio status ufficiale si rischia di contribuire a questa dinamica.

Non solo. Il termine “ragazzo” esonda frequentemente dal contesto scolastico per invadere il mondo dell’Università e del lavoro. Si chiama dunque comunemente ragazzo (se non, peggio, “ragazzotto”) il tirocinante, lo studente universitario, il tesista, il dottorando, il praticante avvocato, l’impiegato e l’operaio. Fin oltre la soglia dei quarant’anni, come se si avesse a che fare con un garzone di bottega, sottolineando la precarietà e svalutando le competenze spesso elevate e, comunque, definite e degne.

Ricominciamo a chiamare studenti i nostri cari studenti. Torniamo a dare loro credito e ruolo. Possiamo essere certi che sapranno sorprenderci.

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4 Commenti

  1. Le cose stanno anche peggio di così. Quando, nei ricevimenti dei genitori di un liceo classico, senti discutere della “bambina”, in riferimento non alla sorellina della studentessa ma alla studentessa, ti rendi conto del rimbecillimento socio-culturale dilagante.

  2. Il passo da Ragazzo al liceo a Cliente all’università è breve. Il ragazzo va compreso; il cliente ha sempre ragione. Dovrebbero invece studiare e fare gli studenti. Ma la colpa è nostra, che non sappiamo più se siamo Prof o docenti o servi dei clienti.

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