Francesca Coin ha scritto un articolo straordinario sulla condizione degli accademici che decidono di lasciare il mondo dell’università. La classe docente ha a disposizione un genere letterario (il “quit-lit”) in grado di rendere comunicabile il proprio disagio.   Gli studenti non hanno alcuna possibilità codificata in grado di fare la stessa operazione e documentare la loro condizione. Giuseppe Ialacqua ha provato ad inaugurare questo genere, documentando con la sua esperienza una delle tante sconfitte del sistema universitario, certo non una delle più eclatanti, sicuramente una di quelle che comunemente affligge più studenti in assoluto. L’istituzione università fa poco e nulla per provare a capire realmente che cosa vogliono i suoi studenti, cosa si aspettano, cosa può davvero cambiare le loro vite.

 

Depression feels surrounding, womblike, and I burrow under covers to experience it even more. It’s a series of folding-ins that seek comfort in formal repetition. Geometry becomes newly comforting. As does repetition. Again and again. Masturbation helps to sustain living as repetition.

Christopher Stackhouse, On quitting

 

Tempo fa ho letto un articolo di Francesca Coin, “On Quitting. The labour of academia” (tradutto in italiano su Effimera) che cominciava così:

Il 3 maggio 2013, Keguro Macharia ha scritto un pezzo per The New Inquiry intitolato “On quitting”. Era un pezzo coraggioso e dolorosamente bello che partiva da una diagnosi: «disturbo bipolare, un’oscillazione tra periodi di attività frenetica e periodi di profonda depressione» (Macharia, 2013). Si tratta di una condizione perfettamente compatibile con il calendario accademico — aggiungeva Macharia — nel quale si alternano raffiche di produttività intellettuale, quasi indotte farmacologicamente, e stati quasi catatonici di esaurimento e ritardi prolungati. Trascorro gloriose giornate estive a letto, incapace di muovermi, incapace di mettere insieme l’energia per accendere il ventilatore, incapace di farmi una doccia, incapace di pensare. Trovo conforto in romanzetti trash e libri per bambini. La lettura tiene in piedi qualcosa, un debole tremolio di qualcosa. Può essere molto peggio di quanto non confesserò mai. E poi peggio ancora.

Un articolo straordinario, però quasi un mese dopo mi sono accorto che mancava qualcosa: se bisognava scrivere una side story dell’Università Italiana, dei suoi dolori e delle sue esistenze precarie, all’appello mancava almeno un’altra condizione, ignorata dalla classe docente specularmente a quanto fanno gli studenti: la condizione studentesca, in tutta la sua drammaticità, per certi versi molto simile.

Se però esiste almeno un genere letterario (il “quit-lit”) in grado di rendere comunicabile l’oscillamento compulsivo della propria attività, tipico della classe docente, gli studenti non trovano alcuna possibilità codificata in grado di fare la stessa operazione. Ho deciso perciò di provare ad inaugurare questo genere, a partire dalla mia esperienza e parlando unicamente della didattica, senza perciò voler essere esaustivo in tutti i mille altri ambiti che ci costringono a precarietà e sofferenza.

Immagine tratta da:http://www.lavoroculturale.org/universita-neoliberale-pensiero-critico/

 

Sono uno studente di magistrale a Bologna, frequento il corso di Sociologia e Servizio Sociale, non ho avuto un’ottima carriera accademica e mi sono laureato con 98.

Nell’ultimo anno della triennale, per cercare di laurearmi in fretta (ti veniva dato un bonus velocità di un punto sul voto di laurea), ho dato quattro esami del primo semestre in una settimana in modo da avere quello successivo più libero.

Una delle cose che ricordo più dolorosamente sono gli esami che ho dato in triennale: praticamente solo scritti, la maggior parte a crocette, qualcuno a risposta medio-lunga, ma sempre sotto forma di domandine. Si trattava cioè di una pratica di valutazione spersonalizzante, disumanizzante, in cui non c’era spazio per te stesso, per le conoscenze che avevi maturato anche fuori da quei manuali. Il trionfo di una coscienza squisitamente tecnica, asettica, spogliata di ogni possibile panorama: una storia ordinaria di morte valutativa. In quella valutazione ho trovato le prime ragioni di un disprezzo di un certo sapere accademico, io che fino ad allora avevo cercato in tutti i modi di sobillare quello strano rapporto formale-informale tipico delle superiori in cui il paternalismo segna la differenza tra te e loro che stanno alla cattedra. Ho scoperto invece che un mostro peggiore del paternalismo è la lucida indifferenza dell’autorità universitaria, una distanza che si costruisce per tenerti saldamente dominato.

Difatti mi rimaneva una sola lezione da frequentare e la tesi da scrivere. Ad aprile comincio a scriverela (sì, forse era un po’ tardi), a giugno quello che ero riuscito a produrre era purtroppo una trentina scarsa di materiale grezzo e inutile, perciò dopo aver dato l’ultima materia mi lascio convincere dal mio relatore e mi laureo a settembre invece che a luglio. Perdo un punto, ma faccio la cosa più soddisfacente della mia intera carriera accademica: finisco la mia tesi, studiando le cose che amo, una 60ina di pagine su “Anvur e razionalità neoliberale”: capisco finalmente cosa voglio fare nella vita.

Vorrei fare ricerca, occuparmi di Valutazione della Ricerca, Università e Sociologia del lavoro. Purtroppo so bene come funziona questo mondo, ma decido di andare avanti. Quello che volevo fare l’ho deciso non certo per le materie della mia triennale, ma per due motivi assolutamente distanti ma contingenti nel tempo. Il primo è che negli ultimi due anni ho fatto sindacato studentesco, ho trovato un gruppo che è diventato la mia casa e la mia famiglia. Mi sono occupato principalmente di ANVUR e ricerca, sono venuto a contatto con la comunità di Roars, ho scoperto il mondo dei docenti, dei ricercatori, dei precari della ricerca. Il secondo motivo è che ho trovato un buon professore, che ha colmato molte delle lacune che avevo su società ed economia, e che in qualche modo mi ha dato la speranza che si possa fare questo lavoro senza uscire pazzi. Se è servita a qualcosa la mia laurea triennale è stato introdurmi in questa comunità accademica, farmi capire le cose che mi piacciono e le cose che non mi piacciono, ogni tanto qualche professore illuminato e tendenzialmente una conoscenza diffusa di quello che mi serviva. Non il massimo, né quello che mi aspettavo, ma accettabile.

Il vero dramma è stato alla magistrale. Lo dico in premessa, non voglio sconsigliare a nessuno di fare questa specifica laurea magistrale, questo è frutto del modello 3+2 e dell’impoverimento generale delle nostre Università: insomma, non c’è scampo, ma certo si possono trovare altre soluzioni.

La magistrale in Sociologia e Servizio Sociale altro non è che la triennale di Scienze Politiche dello stesso dipartimento in forma concentrata: esami con gli stessi programmi (giustificati come livellamento per la composizione eterogenea della classe), a volte anche le stesse slide, pochissima libertà di studio, esperimenti di applicazioni concrete alquanto goffe (se non a volte ridicole oltre l’inverosimile). Non sono mai stato un fan dei lavori di gruppo, ma c’è un limite alle cose che mi puoi far fare spacciandole per innovazione. La differenza con la triennale stava però soprattutto nella mia capacità di sopportazione, non più in grado di reggere cose che non mi interessavano, che non mi sarebbero servite, senza parlare del peggio della formazione di destra, neoclassica, neoliberale delle scienze sociali. E non parlo solo di quella tipa che difendeva la riforma Fornero, ma proprio dell’espulsione dai programmi di tutto ciò che vagamente poteva sembrare non mainstream e prodotto dopo gli anni 2000, tra cui il mio libro di testo di metodologia delle scienze sociali, scritto nel 1984, con le matrici in ASCII e “i nastri magnetici”. Se dovessi parlare poi del fatto che in questa Università sembra che l’unica cosa che fanno i sociologi siano survey e analisi quantitativa, non ne uscirebbe bene nessuno.

Ho provato in tutti i modi a trovare alternative, era troppo tardi per cambiare corso e non potevo darmi materie che non fossero nel mio programma didattico (quindi eventualmente per prepararmi ad un trasferimento di corso l’anno successivo), ho anche provato a presentare un programma di studio individualizzato. Niente, non c’è stato niente da fare, non era previsto nel regolamento didattico del corso perché l’Ateneo aveva dato indicazione di non farlo inserire nei corsi umanistici e sociali, così mi è stato detto almeno (è presente invece in alcuni corsi scientifici e previsto dal regolamento didattico di Ateneo).

Primo semestre, zero lezioni, zero esami, in compenso una vertenza vinta sulle tasse universitarie, a testimonianza del fatto che non è che non ho fatto niente, anzi è stato uno degli anni più intensi di sempre, solo che era come stare dentro l’università ma contemporaneamente fuori. Ed è qui che arriva il secondo semestre, in cui non solo si ripete il copione, ma non riesco proprio a fare a meno di litigare con tutti i professori e di passare ben presto davanti agli occhi della mia classe per un alienato sociopatico-pienodisé che chissà cosa voleva dall’Università.

Ecco, chissà cosa voleva. Io non ne avevo la più pallida idea di cosa volessi, avrei voluto certamente un posto per discutere, un posto per fare dei ragionamenti, un posto dove poter in qualche modo dire la mia. Avrei voluto da questa Università strumenti critici di conoscenza ma soprattutto strumenti di democrazia e partecipazione: volevo decidere dei miei studi, del mio futuro, del futuro dell’istituzione a cui appartenevo.

Così non è stato, e un giorno, un mercoledì di febbraio, dopo aver litigato con l’ennesimo professore, decido che avrei smesso di frequentare. Avevo bisogno di una laurea magistrale, ma era stanco di tanta insoddisfazione quotidiana, di quel sentimento continuo di frustrazione, per cui decisi che mi sarei astenuto dalle lezioni universitarie in attesa di trovare qualcosa di interessante, che mi sorprendesse.

Quello stesso giorno, mentre stavo andando a Padova sbaglio treno. Scendo a Borgo Panigale (vittoria del nulla cosmico sulla pienezza metropolitana), torno indietro a Bologna e, una volta sceso, sento dagli altoparlanti “Treno InterCity 610”.

Sei uno zero, seiunozero.

Col morale sotto i piedi, finisco di scrivere questa riflessione.


Questa è una delle tante sconfitte del sistema universitario, certo non una delle più eclatanti, sicuramente una di quelle che comunemente affligge più studenti in assoluto. L’istituzione università fa poco e nulla per provare a capire realmente che cosa vogliono i suoi studenti, cosa si aspettano, cosa può davvero cambiare le loro vite. Le procedure introdotte per cercare di avere un feedback da noi si sono risolte in qualche formalità, un sondaggio obbligatorio di ANVUR che non restituisce né i problemi né la complessità della nostra condizione. Nessuno ci ascolta, e quando proviamo a farci sentire il risultato è una chiusura totale, eppure se fino a qualche anno fa si poteva dire di star facendo due viaggi diversi adesso la nave si sta per schiantare contro un iceberg fatto di tagli, burocrazia all’inverosimile, classifiche un po’ strane che segnano la vita e la morte della ricerca. In sintesi, molto lontano dall’idea che abbiamo del valore della ricerca e della didattica, della sua centralità nell’affrontare le sfide dei prossimi anni.

Credo che questa immagine, e il processo che ci ha portato a questo, sia sintetizzato da Gaber:

Qualcuno faceva l’università perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo, perché era disposto a cambiare ogni giorno, perché sentiva la necessità di una morale diversa, perché forse era solo una forza, un volo, un sogno, era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita.
Qualcuno faceva l’università perché con accanto questo slancio ognuno era come più di se stesso, era come due persone in una. Da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo per cambiare veramente la vita.
No, niente rimpianti. Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare, come dei gabbiani ipotetici.
E ora? Anche ora ci si sente come in due: da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall’altra il gabbiano, senza più neanche l’intenzione del volo, perché ormai il sogno si è rattrappito.

Due miserie in un corpo solo.

(G. Gaberščik detto Gaber, 1992, Qualcuno era comunista)

Post apparso originariamente su medium.com

Send to Kindle

4 Commenti

  1. Una lettera sincera e per alcuni versi struggente. Il tema, io credo, andrebbe esteso a considerare ancora una volta cosa sia e cosa debba essere un docente universitario e quale ruolo debba essere attribuito alla didattica ed alla sua valutazione. Noi dedichiamo molto tempo, a volte troppo tempo e talora tutto il nostro tempo a svolgere attività che abbiano come obiettivo far salire il nostro HI, il numero delle nostre citazione, la nostra reputazione scientifica. Un impegno sacrosanto stante che ricerca ed innovazione devono essere nel DNA dei docenti e dei professori delle Università, ma questo doveroso impegno non può, non deve venir perseguito a discapito della qualità della formazione dei nostri giovani, del nostro impegno nelle attività didattica e più in generale dell’attenzione e della consapevolezza che poniamo allo sviluppo della nostra società.
    Cedo che su ROARS questo tipo di commenti siano più volte apparsi, ma nulla è cambiato a questo riguardo e la considerazione che viene attribuita alla formazione ed all’impegno dei docenti nelle attività didattiche è praticamente inesistente…..tutt’al più una pacca sulle spalle. Una situazione che necessita un vero cambiamento.
    Antonio Carrassi

  2. volevo raccontare due brevi storie che forse sono utili da conoscere. scusate se “non sono io” ma la prima forse meritava una denuncia che non venne fatta, e adesso e’ tardi

    la prima storia: una persona a me cara, dopo un percorso di laurea e di formazione, fece il dottorato con una persona indegna. essa le impedi’ di pubblicare i risultati dei suoi studi di medicina, in quanto avrebbero chiuso i rubinetti del finanziamento che riceveva. quella persona adesso insegna in una scuola media

    la seconda e’ la mia; quante volte ho ripensato all’arroganza di chi, a parole, accetto’ di seguirmi per la tesi, ma che poi mi dedico’ 1/2 ora in 2 anni. sono sopravvissuto ripromettendomi che non mi sarei mai comportato cosi’. l’ho fatto e continuerò a farlo; ma quanti colleghi come il mio professore ho visto

  3. Leggendo la lettera di questo giovane non posso non pensare a ciò che un tempo erano le nostre scuole e le nostre università e a cosa sono diventate oggi.
    Mi sono iscritto all’università (corso di laurea in matematica) nell’ultimo anno di vigenza nel vecchio ordinamento.
    Venivo da un liceo non ancora inquinato dall’autonomia scolastica e dall’ideologia pedagogica con essa connessa.
    L’ambiente universitario era formale, il rapporto con i docenti distaccato, la mole di studio considerevole, ma gli stimoli culturali erano elevati.
    Non c’erano le slide, i docenti facevano lezione a braccio, con l’ausilio al massimo di qualche lucido.
    Agli esami nessuno ti faceva sconti, ma la valutazione era una cosa seria, talmente seria da non poter essere demandata a una sola prova scritta.
    Lo scritto era previsto in gran parte degli esami, talvolta costituiva anche un grosso ostacolo al loro superamento, ma da solo non determinava il voto finale. Era infatti l’orale, sempre obbligatorio, che consentiva di far emergere quanto lo studente valeva e il voto attribuito risultava equo proprio perché ponderato e determinato senza fretta e con un congruo numero di elementi.
    Ma questo approccio non veniva seguito solo nel corso di laurea in matematica, dove gli studenti erano effettivamente pochi, ma anche in corsi di laurea ben più affollati.
    Nel vecchio ordinamento si pretendeva di più dagli studenti, ma questi uscivano più preparati e con voti più alti.
    Il sistema universitario odierno invece rende più facile il superamento degli esami, sia perché la mole di programma richiesta è inferiore rispetto al passato, sia perché gran parte degli esami prevedono solo prove scritte.
    Gli studenti vengono incentivati a tentare l’esame anche quando poco preparati, ormai è passata l’idea che quello che conta è arrivare al 18, tanto il voto della triennale non avrà nessuna importanza per chi vuole poi conseguire la laurea magistrale. Il problema è che, al di là del voto (frutto oramai di quel sistema di valutazione spersonalizzante e disumanizzante a cui faceva riferimento l’autore della lettera), ad essere irrilediabilmente compromessa è la preparazione dello studente. Gli esami dei primi anni forniscono le basi per gli studi futuri, un ingegnere che ha superato analisi 1 e 2 con 18, geometria con 20, fisica 1 e 2 con 21, pagherà in futuro le sue lacune e difficilmente riuscirà a uscire dalla sua mediocrità. A suo tempo ha voluto tentare l’esame, il sistema lo ha agevolato, ma nel vecchio ordinamento probabilmente l’avrebbero sbattuto fuori agli orali o, più probabilmente, avrebbe scelto di curare meglio la sua preparazione.
    Oggi l’università è per gli studenti una fabbrica di esami, un tempo era innanzi tutto un luogo dove si faceva cultura e si aspirava a diventare delle persone colte.
    Oggi ci si accontenta di essere certificati come competenti, ma chissà se poi lo si è davvero.
    Quanto alla cultura, purtroppo ce n’è sempre meno, ma da questa crisi non se ne uscirà se prima non si tornerà ad essa.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.