Un piccolo gruppo di insegnanti, dalla scuola primaria all’Università, contribuisce al dibattito sulla scuola durante e dopo l’emergenza. La didattica a distanza non è un destino della scuola, ma uno sforzo collettivo, una didattica dell’emergenza; la tecnologia non è una cultura neutra, la scuola non ha alcuna necessità di una pedagogia della distanza, né di nuove Linee Guida: il suo compito è scritto nella Costituzione e la sua organizzazione nei Decreti Delegati.  Se opportunità deve essere, questa emergenza dovrà esserlo per tenere bene in mente cosa è essenziale e cosa è superfluo, cosa è dannoso per il futuro. Alcune proposte: riduzione immediata del numero di alunni per classe e imponente investimento nell’organico stabile dei docenti; potenziamento delle reti civiche di connettività; adeguamento standard di sicurezza scolastica; impiego di locali inutilizzati (caserme, fabbriche dismesse, etc), con il coinvolgimento di enti locali e realtà associative; aperture straordinarie di biblioteche, sale civiche, teatri, spazi di quartiere. E, per cominciare, una moratoria su tutti i dispositivi di valutazione. Nell’attesa di un nuovo dibattito con tutte le parti sociali.

Riflessioni e spunti

Giovanni Carosotti, Rossella Latempa, Renata Puleo, Andrea Cerroni, Gianni Vacchelli, Ivan Cervesato, Vittorio Perego[1]

Premessa

Lungi dall’essere un’opportunità per cambiare paradigma, come alcuni sembrano suggerire, la Didattica a Distanza è solo la risposta immediata, necessaria e temporanea, ad una crisi sanitaria senza precedenti.

Non una scelta, ma uno sforzo collettivo; non un destino, ma una didattica dell’emergenza, generosamente disomogenea, a tratti improvvisata agli inizi, progressivamente più condivisa e organizzata col trascorrere delle settimane.

Una manifestazione di deontologia professionale, nel rispetto del compito educativo che la nostra Costituzione attribuisce agli insegnanti e, con modalità e profili diversi, alle figure genitoriali, all’intero corpo sociale. Una garanzia per il diritto-dovere all’istruzione, la cui tutela è ancor più necessaria – oggi – a scuola sospesa, costretta al solo spazio virtuale. Anche perché la tecnologia è una “cultura”, che non è in alcun modo neutra, ma che nasce situata e “situa” chi la usa. Come dimenticare poi lo stretto e ormai soffocante legame tra tecnologia ed economicizzazione/aziendalizzazione della scuola, nel regno della quantificazione e della misurabilità?

Nell’ipotesi di un ritorno nelle classi controllato, da parte di circa 8 milioni di studenti e quasi un milione di insegnanti, e nell’attesa di condividere, non appena possibile, luoghi e spazi fisici in presenza, pensiamo valga la pena sottolineare alcuni aspetti che fanno sì che la scuola possa essere ancora libera, viva e significativa: dentro e fuori le mura.

  •   Niente Linee Guida, nessuna standardizzazione

Il fascino per Linee Guida e curricoli chiavi in mano, per la didattica a distanza e non solo, distinti per ordini e discipline, non ha cessato di sedurre le politiche scolastiche degli ultimi decenni. Efficientamento e standardizzazione, monitoraggio e rendicontazione, appaiono mascherati dalla retorica dell’inclusione, dell’equità di accesso e da presunte opportunità alla pari. Una visione povera e al ribasso, priva di qualsiasi profondità politica e civile. Non accettiamo l’idea che l’emergenza possa trasformarsi in un’occasione da impiegare con destrezza, per realizzare progetti di riforma, vecchi o nuovi. Essi devono essere frutto di ampia dialettica politica e non scelta tecnica dell’ennesima task force di esperti.

La scuola non ha bisogno di alcuna pedagogia della distanza. Il suo compito è scritto nella Costituzione, la sua organizzazione nei Decreti Delegati, il suo sfondo culturale nelle Indicazioni Nazionali: prima, durante e dopo l’emergenza.

Non serve indicare metodi, tipo flipped classroom, o modelli di elearning, fornire elenchi di Unità di Apprendimento a Distanza.  Nessuna metodologia preferenziale può surrogare la scuola viva che nasce dall’incontro e dal contesto, soprattutto per gli studenti più fragili. L’apprendimento di saperi è frutto di relazioni ed esperienza; la qualità emergente, tipica del legame sistemico, consente la continua elaborazione dei saperi, il loro uso come chiavi di lettura critica del mondo. Standardizzare l’apprendimento non salvaguarda dalle iniquità; le disuguaglianze non si annullano con lo stesso insegnante on line. La possibilità per tutti di accesso alla rete e il possesso di dispositivi digitali non deve avere lo scopo di uniformare l’insegnamento e di produrre conformismo e omologazione, ma rappresenta un diritto alla fruizione di un bene collettivo (Internet Bill of Rights – Commissione S. Rodotà 2015).

  •       La libertà di insegnamento come garanzia di ricchezza

Il libero confronto, la pluralità di mezzi, strumenti e scambi, la ricchezza di opzioni e approcci possono rendere la didattica a distanza, nonostante le condizioni inedite e avverse, un’esperienza arricchente e significativa. I supporti rassicuranti e orientanti, formulati dalle migliori menti didattiche del Paese – i Content Manager – gestite dagli efficienti Instructional Designer, non sono che una versione rilucidata di pratiche di training e formazione aziendale, una trasmissione apodittica, in contrasto con l’art.33 della nostra Costituzione. La libertà intellettuale, la possibilità di scegliere contenuti e metodi sono garanzie di pluralismo e di sviluppo di una coscienza civile critica e capace di decifrare in maniera libera la complessa realtà che stiamo vivendo.

  •   In presenza e a distanza

Esistono pratiche e discipline in cui è insostituibile la presenza, ad esempio  i laboratori previsti per alcuni ordini di scuola, le attività sperimentali (lo stesso potremmo dire per i tirocini in classe per gli insegnanti in anno di prova), ma è altrettanto vero che ogni sapere – dalla filosofia alla progettazione artistica o tecnica – necessita di essere costruito attraverso un confronto vivo e articolato, con attività e materiali da sviluppare e su cui  far ragionare assieme mente-mano. L’insegnante non è un mero supporto ostensivo-assistenziale e la relazione educativa è una relazione comunicativa complessa e coinvolgente; non uno scambio di bit da una stazione di controllo all’altra.

  •     La formazione degli insegnanti

Secondo alcuni, sarebbe oggi fondamentale fornire ai docenti una formazione focalizzata sulla Didattica a Distanza. Questo breve periodo ha tuttavia mostrato, da parte di una categoria per ragioni anagrafiche non nativa digitale, una grande capacità di adattamento all’emergenza. La proposta di formazione standardizzata e generalizzata è una falsa necessità, mentre denota una volontà di disciplinamento. Buone pratiche didattiche, altrettanto buone relazioni con gli alunni, sono messe in atto da coloro che già hanno lavorato con dedizione e uno stile docente coltivato nella scuola in presenza. Spesso – è stato fatto notare – proprio coloro che hanno praticato una didattica della distanza già nelle loro classi, trovano rifugio nella standardizzazione dei formati proposti dal web. Pensiamo che mai come in questa fase occorra ridefinire i compiti di istituto dell’INDIRE. Si tratta non tanto di spalleggiare l’innovazione didattica (vera o presunta tale) tipica da questa fase eccezionale, ma di offrire ai docenti – come proposta e non come obbligo formativo – una banca di esperienze di lavoro, con una inedita capacità di raccogliere e mettere a disposizione quello che migliaia di insegnanti e di pedagogisti hanno costruito negli ultimi cinquanta anni. Azzardiamo: comprese le esperienze non replicabili, e quelle di cui si possono oggi intravvedere le aporie: la formazione, come ogni altro apprendimento, si fa anche a partire dalla riconsiderazione degli errori.

  •     Sulla valutazione

Crediamo non più derogabile una moratoria sui dispositivi di valutazione, nell’attesa di un dibattito e di un ripensamento dell’intero Sistema Nazionale di Valutazione; riconsiderazione già più volte – ben prima di questa fase emergenziale – sollecitata dalle organizzazioni sindacali di categoria, da associazioni di insegnanti, dalle famiglie, dalle unioni degli studenti, dai pedagogisti più avvertiti. Tale sospensione si rende oggi assolutamente necessaria.

La condizione di emergenza ci ha ricordato una volta di più che ogni didattica, in presenza o a distanza, è sempre confutabile, legata ai contesti, alla pragmatica della comunicazione. Nessuna Unità Didattica, nemmeno la più rigorosa nell’impianto, sarà mai uguale alla sua replica.

Eppure, anche a distanza, è proseguita la ricerca spasmodica di una valutazione quantitativa, la volontà di perseguire a tutti i costi una misurazione in termini numerici del rendimento: l’attribuzione dei voti, chi merita 5 avrà 5, dunque delle verifiche, e della procedura degli esami, seri e rigorosi (L. Azzolina, Ministra). Con il rischio di incorrere nella farsa della promozione per tutti ma scalettata con voti, ricavati in media fra un primo quadrimestre “normale” e un secondo emergenziale. L’aspetto formale ha continuato ad essere prevalente, snaturando il concetto stesso di valutazione, con la stessa logica burocratica, contrassegnata da presunte efficienza e serietà, che prescrive l’espletamento del programma.

Solo se del processo di valutazione sarà privilegiato l’aspetto formativo, articolato sulla discussione dell’errore, verranno ad essere superflui molti dispositivi pensati dalla più recente normativa sulla valutazione (Regolamento 80/2013 e Dlgs 62/2017): rapporti, piani di miglioramento, confronti fra scuole a carattere competitivo, improbabili calcoli sul valore aggiunto.

Spariti in un soffio solo test INVALSI, addestramenti e Alternanza Scuola Lavoro  (PCTO), usiamo questa parentesi, breve o lunga che sia, per alimentare il desiderio della scuola che vogliamo, proprio a partire da quelle esperienze a nostro giudizio poco virtuose.

Proposte

Nel merito, formuliamo alcune proposte, con diverso grado di fattibilità per ordine di scuola, considerando che esiste una forte limitazione, in quelle già altrove formulate, per alcune fasce di alunni. Pensiamo ai più piccoli, che frequentano la scuola dell’infanzia e almeno i primi tre anni della primaria, ai minori sotto protezione delle norme per l’inclusione a causa di problematiche di diverso tipo (fisico, cognitivo, relazionale, bisognosi di assistenza alla comunicazione in LIS e in Braille). Così come occorre pensare a forme di frequenza in sicurezza per le bambine e i bambini della fascia 0/3 (livello essenziale non solo per ragioni assistenziali, di welfare, ma per motivazioni educative, pedagogiche).  In questi casi serve lo slancio congiunto di intelligenze e di collaborazione fra soggetti istituzionali, un notevole sforzo economico e organizzativo di supporto al lavoro di cura rivolto alle figure genitoriali.

  1. Classi con numero ridotto di alunni (10-15)

2. Investimento nell’organico dei docenti: un’azione di programmazione consapevole di duplicazione degli organici (potenziamento del tempo pieno nella scuola dell’infanzia e primaria) mediante assunzioni, senza ricorso ad un precariato stremato da anni di incertezza

3. Potenziamento delle reti civiche di connettività

4.  Insegnanti in aula (dal primo giorno di scuola) dotati di tutti i dispositivi sanitari adeguati, con buona strumentazione informatica e altri usuali sussidi didattici.

5.  Impiego di locali inutilizzati (caserme, fabbriche dismesse, etc), coinvolgimento degli enti locali per l’individuazione di spazi e risorse (servizi educativi, mobilità), delle realtà associative.

6.  Adeguamento agli standard di sicurezza, agibilità e abitabilità degli edifici scolastici, soprattutto degli spazi esterni, guadagnandone di nuovi, ove possibile (cortili, aree limitrofe, campi gioco anche di altre pertinenze come in progetti avviati nel passato di uso di spazi condominiali vicini alla scuola)

7.  Aperture straordinarie di biblioteche, luoghi di aggregazione, teatri, spazi di quartiere, i cui ambienti e materiali possano essere fruiti con turnazioni e in sicurezza.

Infine, nell’attesa di un dibattito ampio con tutte le parti sociali, ribadiamo: moratoria sui dispositivi di valutazione vigenti.

Conclusioni

Se opportunità deve essere, questa emergenza dovrà esserlo per tenere bene in mente cosa è essenziale, cosa è superfluo, cosa è dannoso per il futuro: non rimpiangiamo astrattamente la scuola di ieri – di cui ben conosciamo i difetti dovuti a anni e anni di assenza di buone politiche e di un succedersi di riforme e controriforme – né prefiguriamo la scuola digitale di domani (ogni studente, un device; ogni istituto, un cloud). Eppure, è proprio la scuola del pluralismo e dei Decreti Delegati, nonostante tutti i tentativi di delegittimazione subiti nel corso di oltre 30 anni, che sta mostrando tutte le sue risorse intellettuali e professionali nella partita dell’emergenza.

Solo una scuola libera è una scuola viva.

                                                                                          29 Aprile 2020

[1] Gli autori, tutti insegnanti dalla scuola primaria all’Università, hanno promosso nel dicembre 2017 un Appello per la Scuola Pubblica, ancora consultabile al link:  https://sites.google.com/site/appelloperlascuolapubblica/

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4 Commenti

  1. Per quanto posso fare, credo che un movimento ampio possa aiutarci a governare il cambiamento a beneficio degli studenti e senza diminuire i diritti di tutti, docenti compresi.
    È una grossa opportunità.
    Accennate a meno alunni per classe: ottimo. Le classi pollaio hanno aiutato la dispersione scolastica

  2. No a classi troppo grandi, ma no anche a classi troppo piccole. Nell’anno 2002/03 avevo 7 ore settimanali in una V liceo scientifico composta da soli 11 alunni: vi assicuro che era una noia mortale. In compenso nell’anno 2008/09 ho avuto una IV ginnasio sperimentale linguistica di 28 alunne, tutte femmine. Avevamo un’aula enorme (tre finestroni di palazzo d’epoca) e abbiamo lavorato benissimo in tutta tranquillità.

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