Dopo aver letto (e più volte riletto) la considerazione n. 42 (Università e ricerca) sul Recovery Plan elaborata da Italia Viva, ho capito che il sistema universitario del nostro Paese non solo non ha un presente, ma, soprattutto, non ha un futuro. È oggetto di continue quanto strampalate proposte di riforma, tutte volte a scimmiottare esperienze di altre Paesi (assai diversi dal nostro), a non tener conto della realtà attuale e della nostra storia (in fondo bisognerebbe andare orgogliosi se quello di Bologna può esser considerato l’Ateneo più antico), soprattutto di quel che accade e che finisce puntualmente nelle cronache giudiziarie (concorsi truccati in primis, talvolta anche condanne per reati piuttosto gravi, ecc.). Eppure un partito formalmente di sinistra, fino all’altro giorno nella coalizione di governo, riesce, sia pure con un artificio retorico degno della peggiore tradizione politica italiana (tutte le proposte sono in realtà “celate” da finti interrogativi che in realtà nascondono la volontà distruttiva dell’Università pubblica che hanno in mente questi signori) a elencare tali e tante mostruosità politiche e giuridiche da rendere persino più digeribile l’attuale assetto fondato in larga parte sulla Legge Gelmini.

Non vi è un interrogativo che possa essere condiviso e, come già abbiamo avuto modo di commentare quando si trattò di analizzare la proposta di riforma costituzionale che porta il nome del leader di quel partito, registriamo, purtroppo, seri problemi nell’uso corretto della lingua italiana. Infatti ci si domanda se sia opportuno “togliere l’Università dal diritto amministrativo?”, che intuisco voglia significare assecondare la richiesta di molti Rettori – e della loro associazione, la CRUI, che talvolta si è autodefinita “la datrice di lavoro dei professori e ricercatori universitari” – di escludere il sistema universitario dalla lista delle Amministrazioni pubbliche e, conseguentemente, rendere inapplicabili tutte le disposizioni (codice degli appalti, selezioni di personale, trasparenza e diritto di accesso, reati contro la pubblica amministrazione) che riguardano, appunto il settore pubblico (e non il diritto amministrativo in sé). Suona strano che fior di giuristi che dirigono quel partito politico siano incappati in un errore concettuale così elementare e, soprattutto, stona che la soluzione ai problemi della corruzione dilagante nel mondo accademico (come le inchieste di Firenze e di Catania dimostrano) passi attraverso la “privatizzazione” dell’intero comparto e per la esclusione dei responsabili dal novero dei pubblici ufficiali: una sorta di “liberi tutti” perché i Rettori, i componenti delle Commissioni giudicatrici, i Direttori di Dipartimento ecc. non sono mica paragonabili ai dipendenti pubblici!

Vi è, poi, la proposta di stampo liberista e di chiara origine “angloamericana”, di designazione dei Rettori da parte di un Consiglio di Amministrazione. La proposta è così grottesca e ridicola, mutuata come è dalle Università private italiane, che non meriterebbe alcun commento, se non quello di rimarcare che l’autonomia costituzionale degli Atenei passa, simbolicamente, per il diritto a darsi non solo ordinamenti autonomi (gli Statuti e alcuni Regolamenti), ma anche per la capacità di autogoverno (che si traduce, come tradizione vuole da più di mezzo secolo, nella possibilità di elezione dei propri organi di vertice). La finalità di un Ateneo non è il profitto, bisognerebbe ricordare a questi signori, bensì la creazione, libera e consapevole, di cittadini in possesso di conoscenze e competenze di altissimo profilo. Mi chiedo, con una brevissima digressione, quando ricominceremo a considerare sanità e istruzione nell’ambito del “diritto” e non in quello del “profitto”.

Come se non bastasse vi si legge, nella proposta, l’idea, spesso ribadita negli ambienti più conservatori e ultraliberisti dell’abolizione del valore legale del titolo, dalla quale consegue un ulteriore inasprimento della competizione fra Atenei (già quella esistente, che si contende gli studenti a suon di marketing e altre attrattive, perlopiù virtuose, ma talvolta discutibili sul piano della opportunità) con la semplice e ovvia conseguenza che vedrà le Università delle zone più ricche del Paese eccellere (per la disponibilità ben più ampia di fondi privati e di commesse del tessuto produttivo locale) e quelle del Sud, sempre più in difficoltà, svuotarsi o trasformarsi in “esamifici” di dubbia utilità.

Ciò che preoccupa, tuttavia, è l’assordante silenzio con cui tali proposte, inutili e dannose, sono state accolte nel dibattito politico e accademico, che appare silente o, peggio, complice di una idea sbagliata che rischia di distruggere quel poco che resta di un sistema universitario problematico, fragile, molto autoreferenziale, che tuttavia garantisce buona qualità di laureati e lodevoli (e competitivi) esiti della ricerca scientifica.

Sembra a chi scrive una proposta elaborata da chi l’Università non l’ha conosciuta, oppure il frutto avvelenato di un percorso universitario particolarmente traumatico che ha segnato l’agire politico dei proponenti.

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3 Commenti

  1. Ha visto perfettamente giusto Saverio Regasto. Se l’humus generalizzato non fosse purtroppo fecondo, la soluzione sarebbe alquanto semplice: biglietto di sola andata per Riad a qualche esponente di IV; dove le idee dello scritto vanno bene ficnché vanno bene. Poi ci pensa MBS (cfr. FII think tank)

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