L’imbarazzante episodio in cui l’Università Bicocca di Milano ha prima disdetto i seminari di Paolo Nori su Dostoevskij, e poi (di fronte all’ondata di sdegno) li ha riammessi chiedendo di “bilanciarli” con altri dedicati ad autori ucraini, svela un problema che non riguarda certo solo la Bicocca, ma l’idea stessa di università.
In un bell’intervento Mario Ricciardi, direttore della rivista il Mulino, ha indicato la genesi di questa deriva nelle “riforme che hanno forzato le università a ricorrere in misura sempre maggiore a finanziamenti privati”, minandone così l’indipendenza. È così, ma ancora prima c’è un cambio di mentalità, uno slittamento di concezione e di visione, una ridefinizione di ruolo.Come è ben noto, negli ultimi quattro decenni, si è progressivamente rafforzata la riduzione “a una sola dimensione’ dei “famosi valori occidentali”, e della stessa vita degli umani: quella del puro valore economico. Corollario immediato, la teorizzazione di una radicale assenza di alternative: nel modello economico, e dunque in quello politico e culturale. Nell’Occidente dominato dal thatcheriano TINA (there is no alternative), l’università (e, con essa, la scuola) a cosa serve? A professionalizzare: ad alimentare il mercato dei lavoratori, a soddisfare le richieste degli stakeholders. Da qui il crescente ruolo dei privati, e della politica: gli enti locali sono entrati prepotentemente nella vita degli atenei, e la nefasta autonomia differenziata delinea un totale asservimento degli atenei alle maggioranze politiche del momento. Non solo: l’asserita assenza di alternative all’ “ordine esistente” (formula cara a Mario Draghi), rende inutile, anzi dannosa e sospetta, ogni manifestazione del pensiero critico.

La stessa libertà delle università e della conoscenza garantita dalla Costituzione (“l’arte e la scienza sono libere, e libero ne è l’insegnamento”) è ormai uscita dal senso comune: e si moltiplicano richieste di punizioni, espulsioni, dimissioni di professori e rettori rei di pensiero “diverso”. Anzi, sono le stesse università ad essersi date codici etici liberticidi, assai più tesi a difendere “l’immagine” dell’ateneo che non l’incondizionata libertà critica per cui l’università esiste.

Pessimi sistemi di valutazione della ricerca hanno, poi, depresso fino ai minimi storici la tendenza all’innovazione, alla critica radicale e sistemica, al pensiero eretico, alle rotture epistemologiche, all’insubordinazione intellettuale: che sono l’essenza stessa dell’università.

E così l’episodio della Bicocca che oggi cede al nazionalismo anti-russo va letta insieme a quello che nel 2014 vede l’università veneziana di Cà Foscari conferire una fellowship onoraria al delfino di Putin, Vladimir Medinskij, ministro della Cultura russo e oggi seduto al tavolo delle trattative con l’Ucraina aggredita e invasa. Inutilmente, allora, Filippomaria Pontani cercò di mostrare alla sua stessa università che era indecente onorarlo, tra l’altro perché Medinskij aveva fatto cacciare dall’università (scriveva Pontani) “il docente Andreij Zubov, non allineato sull’aggressione all’Ucraina”. Allora per Ca’ Foscari contavano “gli auspici del rettore uscente Carlo Carraro, uomo Eni molto legato a Paolo Scaroni”, oggi per la Bicocca conta l’ossequio ai “valori occidentali” che sarebbero in gioco.

I valori occidentali: ma quali? Poche settimane fa, ho votato (unico fra i rettori) contro una convenzione tra le università italiane e MedOr, la Fondazione della Leonardo (fabbrica di armi a controllo pubblico) presieduta da Marco Minniti. Di fronte alla mia contrarietà (fondata sull’irriducibile alterità della missione dell’università), Minniti ha detto che anche le università devono difendere i “nostri valori”. Questo è il punto: si è smarrita l’idea che l’istituzione universitaria serve a criticare, cambiare, far evolvere, mettere in crisi quei valori. Non a difenderli come una ortodossia. Perché al totalitarismo paranoico di un Putin non è possibile rispondere con un simmetrico totalitarismo dei valori occidentali. Non foss’altro, perché la lingua, la cultura e la scienza russe sono parte integrante di quella che chiamiamo civiltà occidentale.

Ed è, per questo, un folle errore quello della Commissione Europea e degli Stati che in queste ore stanno interrompendo progetti di ricerca e collaborazioni con le università e gli istituti russi. L’università dovrebbe essere il luogo per eccellenza del multiculturalismo, il luogo di incontro di comunità scientifiche che non si riconoscono nei confini delle nazioni (e tantomeno dei nazionalismi) e delle patrie, il luogo delle contaminazioni e dei meticciati. Abbiamo, e dobbiamo continuare ad avere, rapporti e scambi con università turche, cinesi, israeliane, brasiliane e, certo, russe.

Nelle nostre aule, studenti russi e ucraini tuttora siedono accanto: ed è proprio qua la speranza di un mondo che si riconosca progressivamente in valori “umani”, senza altra aggettivazione.

Pubblicato su Il Fatto Quotidiano il 7 marzo 2022

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