«“Avrò sempre abbastanza soldi per vivere”, “Riuscirò a comprare le cose che voglio”: per niente, pochissimo, poco, abbastanza, molto, totalmente. Metti una crocetta». Queste domande, somministrata da INVALSI a bambini di 10 anni, hanno suscitato un’ondata di disapprovazione collettiva, ripresa anche dalle principali testate nazionali. Eppure, il responsabile Area Prove di Invalsi non fa una piega: «Capisco che il denaro può creare qualche perplessità, ma la cosa va vista nella sua completezza: il denaro nel senso di una riuscita nelle proprie prospettive di realizzazione. [..] Non dobbiamo avere l’idea di un bambino angelicato. Il bambino di 10 anni vive già all’interno di una società ed è opportuno che abbia delle idee rispetto al suo futuro». Aggiunge anche che «La domanda nasce dall’esigenza di avere delle informazioni ai fini della prevenzione della dispersione scolastica, che tutta la letteratura dice essere un percorso che deve cominciare dal primo anno delle elementari». Peccato però che sia lui stesso a precisare che  “i dati vengono elaborati in forma aggregata”. Ricci non manca di menzionare “fiumi di letteratura in ambito sociologico, senza dare un titolo, e di osservare che si sta polemizzando per una “domanda che si trova in tutte le rilevazioni internazionali“, senza citarne una. Se è vero che INVALSI «è aperto a qualsiasi discussione che consenta di migliorare il suo operato», siamo fiduciosi che l’istituto vorrà rispondere ad alcune domande che ci sentiamo in diritto, ma anche in dovere, di sottoporgli.

La “versione di INVALSI”: bambino angelicato o bambino “profilato”?

Nel programma di Radio Tre Fahrenheit andato in onda il 15 Maggio, il Responsabile Area Prove Roberto Ricci è intervenuto per chiarire la posizione dell’Istituto Nazionale di Valutazione in merito alla recente polemica sollevata dai social e dalla stampa nazionale sull’ ormai famosa “domanda sul futuro dei bambini” (Fig. 1). Il Dr. Ricci ha più volte ripetuto che il dibattito suscitato da genitori, insegnanti, cittadini, giornalisti e studiosi – cresciuto nel giro di poche ore – è senza dubbio positivo per l’INVALSI, che è aperto a qualsiasi discussione che consenta di migliorare il suo operato.

Fig. 1: Domanda Questionario Studente V elementare 2018

Cogliamo dunque l’occasione per approfondire l’analisi, sottoponendo pubblicamente le nostre perplessità al Dr. Ricci stesso, ai ricercatori INVALSI o ai sociologi dell’educazione (più volte chiamati in causa dal Responsabile) nella speranza di ricevere cortese attenzione.

Partiamo dalle argomentazioni che il Dr. Ricci ha riportato ai microfoni di Radio 3 a sostegno dell’impiego del quesito numero 10 del questionario rivolto (anche) a bambini di 10 anni (quinta elementare) e aggiungiamo in grassetto i punti su cui desidereremmo maggiore chiarezza.

1. RICERCHE E LETTERATURA INTERNAZIONALE

INVALSI: “La domanda riguarda l’idea che il bambino ha di sé e del futuro. Questa domanda che si trova in tutte le rilevazioni internazionali ed è stata utilizzata anche da diverse Università in Italia serve proprio per cogliere questa dimensione [del futuro], poiché esistono fiumi di letteratura in ambito sociologico, nella sociologia dell’educazione, che mettono in evidenza che l’idea che un ragazzino ha di sé rispetto al proprio futuro, anche se poi la cambierà cento volte, è un indicatore motivazionale molto importante.”

 

  1. Potrebbe l’INVALSI fornire riferimenti sulla letteratura nazionale e internazionale impiegata nella costruzione del quesito? Quando cita “Università italiane”, a quali Università si riferisce e che relazione c’è tra Università ed età dei bambini a cui è stata sottoposta (10 anni, nel caso della primaria)?

 

2. LA DOMANDA PREVIENE LA DISPERSIONE SCOLASTICA

INVALSI: “La domanda nasce dall’esigenza di avere delle informazioni ai fini della prevenzione della dispersione scolastica, che tutta la letteratura dice essere un percorso che deve cominciare dal primo anno delle elementari. La dispersione non è solo il momento in cui il bambino o il ragazzo abbandona la scuola, ma è la serie di insuccessi e situazioni negative che il ragazzino accumula nel corso del tempo e che poi lo portano ad abbandonare la scuola. [..] L’indicatore vuole aiutare in questo senso. Chi conosce la sociologia dell’educazione e questi temi ha molto da dire ed esistono fiumi di letteratura. Sui giornali, grazie al cielo, esistono anche voci diverse che hanno scritto in questi giorni e che ci danno un’altra visione della cosa.”

 

  1. Potrebbe l’INVALSI chiarire il nesso – inferenza logica tra la domanda in questione (vedi FIg 1) e la dispersione scolastica?
  2. A quale letteratura scientifica (vedi punto a) l’INVALSI si riferisce per sostenere il legame tra la domanda formulata così com’è e la dispersione scolastica?

 

  1. Per quel che ci risulta: la Repubblica, il Corriere della Sera, il Fatto Quotidiano, la Stampa, il Giornale, il Messaggero, il Secolo XIX, il Manifesto oltre a varie redazioni locali hanno assunto una posizione di profonda perplessità. Potrebbe citare la stampa che ha sostenuto l’utilità o individuato il significato dell’impiego di una domanda come quella di Fig.1?

3. ECCESSO DI REALISMO ed ORIENTAMENTO VERSO IL FUTURO: PUO’ ESISTERE UN MONDO MIGLIORE?

INVALSI:Non credo ci sia questo problema [di orientamento nella visione del futuro da parte della domanda]. Non è positivo spingere l’attenzione verso il conseguimento di un titolo di studio? Capisco che il denaro può creare qualche perplessità, ma la cosa va vista nella sua completezza: il denaro nel senso di una riuscita nelle proprie prospettive di realizzazione. [..] Non dobbiamo avere l’idea di un bambino angelicato. Il bambino di 10 anni vive già all’interno di una società ed è opportuno che abbia delle idee rispetto al suo futuro. [..] Questi indicatori che cercano degli indizi, non è che su quella specifica domanda ne discenda una cosa particolare. Faccio poi presente che i dati vengono elaborati in forma aggregata e quindi questa pressione è materialmente impossibile”.

  1. Non condividiamo la tesi – che anzi troviamo piuttosto debole – in base alla quale la domanda non orienti la visione del bambino a cui è sottoposta. Il semplice fatto di contenere determinate opzioni, tutte “al singolare” (senza alcuna traccia di “comunità”) e fortemente centrate su “cose” (nessuna traccia di desideri-utopie o anche semplici obiettivi senza un fine materiale delineato) piuttosto che altre, ci pare una scelta operata a monte sulla base di un preciso modello: è possibile approfondire quale?
  2. Cosa si intende per elaborazione dei dati in forma aggregata? Non si sta mettendo in discussione l’elaborazione statistica dei dati raccolti, ma la formulazione e il senso della domanda (Fig.1). Se accettiamo la premessa che esista un nesso tra contenuto della domanda e dispersione scolastica (vedi punto b): in che modo i dati raccolti verranno utilizzati dall’INVALSI e come verranno correlate le risposte fornite alla dispersione?

 

4. VISIONE PARZIALE

INVALSI: “Quella è una domanda insieme ad altre e la costruzione di un indicatore coglie alcuni elementi.    Capisco i diversi punti di vista, però esiste una letteratura e una ricerca scientifica sviluppatissima in Italia e fuori dall’Italia che viene presentata in tutte le ricerche internazionali, proprio perché è una scala che funziona e quindi dà alcune indicazioni. Come sempre dare eccessivo peso a un indicatore non è positivo. Il dibattito è estremamente utile anche per noi per capire e migliorare, però credo che si sia attribuito in particolare a tre (non parliamo mai del titolo di studio, che sappiamo quanto è importante) indicatori un peso eccessivo [..] E poi se ci sono indicatori che possono aiutare a prevenire la dispersione scolastica, io credo siano una bellissima cosa”.

 

  1. Riguardo alla letteratura internazionale e al nesso quesiti-dispersione si vedano i precedenti punti a) , b), f).
  2. Riguardo alla parzialità degli indicatori che hanno sollevato polemiche, sottolineiamo una “questione linguistica”: quanto si ritiene sia facilmente comprensibile l’opzione “titolo di studio” (a 10 anni, non a 13 o 16) rispetto alle alternative proposte dagli altri indicatori, ossia “cose”- “soldi”- “ciò che voglio” e “lavoro”? È possibile ritenere che esse siano perfettamente equivalenti? Si dispone di ricerche che potrebbero aiutarci a capire il perché di quella precisa formulazione e non di una versione “semplificata” di “titolo di studio” (ad es. semplicemente studiare e imparare)?
  3. Sempre a proposito di parzialità, e sempre con la finalità di aumentare la consapevolezza e la ricchezza della discussione, chiederemmo chiarimenti anche in merito agli altri items introdotti nel 2017/2018 (vedi documento Dr.ssa Patrizia Falzetti, 13 Marzo 2018), che riportiamo in Fig. 2 e Fig. 3, evidenziati dai riquadri in rosso.

Fig 2 Domanda Questionario Studente 2018.

Fig. 2: che si intende per “buone” idee? O per “essere un ragazzo sveglio”? Pensare in fretta è meglio o peggio che pensare lentamente? Esiste in letteratura o presso l’INVALSI una relazione tra l’idea di “autoefficacia” veicolata da questi indicatori e la competenza di spirito di iniziativa ed imprenditorialità?

Fig. 3: Domanda Questionario Studente 2018

Fig. 3: perché è stato aggiunto un indicatore per la Matematica rispetto all’Italiano? (peraltro un indicatore che fa sorridere qualsiasi insegnante della disciplina: “ti piace leggere libri di matematica?”)

Attendiamo fiduciosi: da cittadini, insegnanti e genitori.

Riteniamo infatti sia un nostro diritto, oltre che un dovere di trasparenza dell’Istituto, chiarire le finalità (e l’uso che verrà fatto delle risposte) dei quesiti proposti a tutti i ragazzi delle nostre scuole, di qualsiasi natura essi siano (rilevazioni degli apprendimenti, di contesto o indagini di tipo diverso), preferibilmente prima della somministrazione.  Come nel recente dibattito sui social alcuni hanno sollevato, indagare associazioni tra aspettative e rendimento scolastico potrebbe anche essere utile – se l’INVALSI avesse in carico analisi di tipo socio-psicologico – a patto che gli indicatori impiegati siano opportunamente e preventivamente negoziati con i contesti, che in questo caso invece non hanno avuto alcuna voce in capitolo.

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8 Commenti

  1. “I dwell in possibility /a fairer house than prose”

    Non si tratta di essere “angelicati” o no, ma di saper immaginare – nell’infanzia e anche dopo – un mondo le cui possibilità non siano ridotte a soldi, titoli di studio e lavoro, come nella prosa ossessiva dell’INVALSI. E non è solo una questione di poesia.

  2. Grazie per l’articolo. Mi sono ascoltata la trasmissione radio (Fahrenheit), eccetto le ultimissime battute. Ho preso degli appunti a margine di questa discussione a quattro: il dott. Ricci, il conduttore, una dirigente scolastica e un giovane filosofo che lavora con bambini. Ricci: le motivazioni forti (come quelle del questionario) prevengono l’abbandono scolastico. Ma quali sono queste motivazioni? Le motivazioni sono già fornite dalle domande stesse, obietta il conduttore. Risposta: il danaro ad es. (cioè l’indipendenza economica) significa una realizzazione delle proprie prospettive. E nell’elaborazione aggregata dei dati l’importanza della motivazione “danaro” diminuisce. L’invitato: i bambini riflettono in generale sul loro futuro, e pensano a tante cose, come “adulti”, “inquinamento”, anche al danaro collegato alle ingiustizie sociali; tra le risposte previste manca il “non so”. L’invitata: quelle idee di futuro sono di coloro che hanno formulato le domande, sono loro che indirizzano l’attenzione verso il ruolo positivo del danaro per un individuo in aggiunta solitario, poiché si parla sempre di “voglio, voglio, voglio”, il plurale non c’è mai. La scuola dovrebbe preparare a riprodurre quest’idea di futuro inculcata al bambino? La scuola deve invece fornire gli strumenti per costruire un futuro eventualmente diverso da come la vediamo noi adesso. Ricci: queste non sono le uniche domande e comunque queste domande vengono presentate in tutte le ricerche internazionali. Conduttore: dal momento che Invalsi è un ente valutatore, cosa valutano queste domande? L’invitata: si dovrebbe fare una rilevazione e non una valutazione. Si prospetta a questi bambini un’area semantica della tristezza e della solitudine; la socialità non interessa al valutatore e comunque non bisogna imitare per forza i modelli esterni. Ricci: viviamo in un mondo interconnesso, e il dibattito porta a riflettere per migliorare i contenuti e anche le modalità di rilevazione.
    ML: Quando?

  3. Non c’entra con il test Invalsi ma c’entra con il testaggio e i suoi ‘vantaggi’. Ho ritrovato una mia vecchia lettera ai colleghi, del 2010: “esame di romeno. studente non frequentante. ad un certo punto chiedo ‘dove è la Romania’, tiro fuori alla fine una cartina fisica, per non far vedere l’assetto politico dell’Europa. niente. passo a domande più’ facili’, dove è la Turchia, dove è la Scandinavia, dove è la Russia, tanto per indicare degli estremi. niente. Ha sostenuto il test [d’ingresso]? sì. l’ha passato? sì. due anni fa.”

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