Didattica / Segnalazioni

Insegnare in inglese abbassa la qualità: lo dicono Times Higher Education e la Conferenza dei rettori tedeschi

 

«Teaching in English arguably decreases the quality of teaching. The Rectors’ Conference of German Universities, in a widely disseminated resolution, pointed out this risk. […] In the end, what matters most in the job market are the technical skills acquired by students and these are best acquired through the mother tongue». A smorzare gli entusiasmi dei fan dell’internazionalizzazione è niente meno che Times Higher Education che pubblica un articolo intitolato “Why teaching in English may not be such a good idea“, firmato da Michele Gazzola, “member of the research group Economics and Language at the Humboldt University of Berlin and research fellow at the Institute for Ethnic Studies in Ljubljana“. Gazzola spiega il fenomeno europeo della rincorsa all’internazionalizzazione come un effetto collaterale delle classifiche internazionali delle università, che, sebbene basate su metodologie discutibili, sono costantementre riprese dagli organi di informazione. Tuttavia, ci sono studi che mostrano la maggior efficacia delle lezioni impartite nella lingua madre degli studenti. Anche la capacità di attrarre e trattenere i talenti stranieri potrebbe essere stata sopravvalutata: «Finally, teaching in English is not enough to attract and retain international students. In the Netherlands, according to official data published by the Dutch Ministry of Education, only 27 per cent of international students are actually working in the Netherlands after having obtained an English degree in that country […] One of the reasons discouraging international students from staying in Holland is their lack of skills in Dutch. Having studied two or three years only in English hinders the development of good skills in the local language and so it is harder for a country to retain their talent».

 

Link all’articolo: “Why teaching in English may not be such a good idea

 

 

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25 Comments

  1. Per chi conosce la natura del fatto linguistico e la complessità dell’insegnamento, si tratta di tesi del tutto evidenti.

    Segnalo, su questo tema, un saggio del Prof. Dario Generali: «Subalternità linguistica e disorientamento culturale del sistema formativo italiano nell’età dell’anglofonia globale»
    in Aa. Vv., “L’idioma di quel dolce di Calliope labbro”, Mimesis 2017.

    • Francesco2 says:

      Assolutamente d’accordo. Leggerò quest’interessante articolo, anche se sono d’accordo già solo con il titolo…

    • jrusticucci says:

      Assolutamente d’accordo, e ottima la segnalazione. Direi che anche chi non conosce la natura del fatto linguistico e la complessità dell’insegnamento può comprendere che un docente non madrelingua (poniamo) inglese e uno studente non madrelingua (poniamo) inglese, se interagiscono in inglese, abbassano sia il livello dell’insegnamento che quello dell’apprendimento. E’ davvero, come dice, un’ovvietà. Una di quelle ovvietà annegate nel provincialismo dell’accademia, ahinoi.

  2. Ovviamente in Italia questo risultato importa poco e niente perchè siamo così esterofili (e in ambito accademico lo siamo ancora di più) che andremo come sempre contro corrente.

  3. Giorgio Pastore says:

    “Il Re e’ nudo!”
    Ooops!
    “The king is naked”, visto che lo dice “Times Higher Education”.
    Ma ci vorranno decenni prima che tutto ciò arrivi alle teste (pensanti?) dell’ anvur e del MIUR.

  4. Finalmente si dice ciò che in molti (o pochi?) pensavamo. Mi viene come cacio sui maccheroni per un discorsetto che sto costruendo e questo riferimento mi mette al riparo di eventuali accuse di affermarazioni non dimostrate o non dimostrabili. Grazie.

    • Giorgio Pastore says:

      Un’ ulteriore “aiuto” ti potrebbe venire dal responsabile del personale di qualsiasi azienda di medie dimensioni. Le capacità di scrivere e comprendere l’ italiano, anche negli ambiti tecnici, normalmente viene prima delle competenze sull’ inglese. Almeno fino a che anvur e politici nostrani non convinceranno del aziende dell’ importanza di “internazionalizzarsi” quando scrivono rapporti interni.

  5. Luigi Cominelli says:

    Articolo che personalmente non mi convince:
    1) lo studio citato dice in sostanza che chi studia in una lingua straniera ha risultati accademici meno brillanti, ma questo non mi sorprende. E’ chiaro che ci sceglie un corso di studi in un’altra lingua, lo fa perché quel corso non c’è nella sua lingua, o perché per altre ragioni vuole studiare in un particolare paese o ateneo, nonostante le difficoltà linguistiche.
    2) Il documento olandese citato invece dice che l’insegnamento in lingua straniera non aiuta né ad attrarre né a trattenere gli studenti stranieri, ma non fornisce dati sull’attrattività dell’Olanda rispetto ad altri paesi, e non ci spiega per quale ragione dovremmo assumere che lo scopo dell’istruzione universitaria (in lingua o meno) dovrebbe essere di attrarre futuri lavoratori nel proprio paese.

    Uno studio che sarebbe invece utile produrre e citare sarebbe quello sull’efficacia didattica dei docenti che insegnano in lingua, e sulla certificazione delle loro effettive competenze linguistiche.
    Ma se dovessimo iniziare a valutare l’efficacia e la qualità della didattica, ho la sensazione che il problema principale potrebbe non essere la lingua.
    Mi sembra che sull’insegnamento in lingua si siano create contrapposizioni ideologiche che nascondono ragioni diverse.

    • Giorgio Pastore says:

      Più che di contrapposizioni ideologiche, io parlerei di un ideologia provinciale, purtroppo estremamente diffusa, che ritiene l’ uso di un’ altra lingua (normalmente l’inglese) un valore “in se'”.

      Se il problema e’ la competenza in inglese degli studenti, forse andrebbe affrontato agendo sulla didattica dei precendenti 13 anni. Se si pensa che i corsi in inglese attraggano studenti stranieri, occorrerebbe anche capire perche’ ci interessa avere studenti stranieri. Se e’ solo per fargli passare 3 o 5 anni in Italia e’ un po’ misera come strategia. Nei paesi con forta attrattivita’, l’ idea e’ di trattenere gli studenti migliori per la crescita del Paese. Ma qui da noi, quali prospettive lavorativa ha lo studente straniero? Se il mercato del lavoro e l’ investimento in sviluppo non fuziona per gli italiani funziona ancora peggio per gli stranieri (a livello qualificato). Per non parlare dei livelli salariali.
      .
      Un’ indicatore di quanto dico lo si trova andando a guardare cosa succede nelle realta’ piu’ “internazionalizzate” che abbiamo: le scuole superiori. Per lo più sono utilizzate come “trampolino di lancio” per trasferirsi altrove. Come attrattori di talenti pr il sistema Italia funzionano un po’ male. Principalmente per come non funziona il Sistema Italia. Illudersi che l’ uso di una lingua veicolare da sola permetta di risolvere questo problema e’ equivalente a svuotare il mare con un bicchiere e distoglie dal problema reale.

    • Francesco2 says:

      La contrapposizione ideologica è in questo caso: subalternità culturale vs non-subalternità culturale.

    • Francesco2 says:

      X Giorgio Pastore: è esattamente ‘mettere il carro avanti ai buoi’.
      Il problema è se sei così attraente da attirare studenti stranieri, non attirare studenti stranieri (pensando che basti l’attrattiva meno importante: il corso in lingua inglese) allo scopo di ‘dimostrare’ che
      l’Italia attira studenti stranieri….
      Ragionare così significa solo essere dei peracottari.

  6. Alberto M. says:

    sic et simpliciter 😉
    Sposo i commenti già espressi.
    Grazie

  7. Andrea CORNIA says:

    Si parla della Germania, tra i paesi dove l’inglese è parlato meglio al mondo (nono posto su 72 paesi considerati da Education First). E prima è…l’Olanda.

    • Francesco2 says:

      Si tratta di ovvietà, visto che l’inglese è una lingua germanica.
      L’olandese poi è una lingua ‘basso-tedesca’, ancora più simile all’inglese.
      Se la lingua internazionale fosse lo spagnolo, probabilmente l’Italia sarebbe al II, o al III posto dopo il portogallo..

  8. Io userei “insegnare in lingua straniera” e non “in lingua” e basta. Mi sono sempre domandata perché quest’abbraviazione burocratica, forse per evitare “straniera”? Al di la di questo, se non ricordo male lo studio dimostra proprio questo: che pur avendo buone competenze di ‘lingua’ sia il docente sia gli studenti, l’insegnamento è meno efficace in comparazione con un analogo insegnamento svolto nella lingua madre (o dominante ) degli studenti e presumibilmente del docente.
    Comunque, le situazioni possono essere molto più varie:
    – docente e studenti hanno la stessa lingua madre;
    – hanno lingue diverse ma il doc. usa quella dello studente , a vari livelli livelli di competenza ;
    – il doc. usa la propria lingua m. con studenti di altra lingua m. che nella lingua del doc. hanno vari livelli di competenza.
    – doc. e studenti comunicano in una lingua, straniera per entrambe le parti. A vari livelli di competenza.
    La durata del corso è ugualmente importante e anche l’ambiente linguistico più generale dove viene svolto l’insegnamento. La certificazione delle competenze linguistiche di un doc. ben qualificato professionalmente o altamente qualificato, è una questione spinosissima, perché i famosi e famigerati 6 livelli di competenza non possono descrivere tutte le implicazioni, tanto meno quelle dell’alta o altissima competenza linguistica. Nel Canada si usa (o si usava) il doppio dei livelli (rispetto ad immigrati, ovviamente). Rimane aperta la questione della certificazione delle competenze IN lingua madre e per le persone naturalmente plurilingui. Perché sono teoricamente indefinibili se la comunità accetta le inevitabili oscillazioni (per età, istruzione, ceto , esperienza, ecc.) . Basta ascoltare nel proprio ambiente e senza sottilizzare troppo sul concetto di “lingua m.”: le persone con lingua m. identica o quasi hanno lo stesso livello di competenza? NO.

    • Francesco2 says:

      Se la lingua madre è uguale, la differenza è solo nel lessico, nel numero di parole che si conoscono. Un madrelingua poco competente non è la stessa cosa di un non madrelingua competente. Sono due tipi di competenza che non si compensano.
      Per esempio non ho mai sentito un italiano, per quanto incompetente, o persino affetto da demenza (quasi tutte le parole dimenticate) sbagliare o omettere un articolo… Mentre oggi la mia insegnante di russo (competentissima in Italiano, ma non madrelingua) scriveva ‘mi raccomando fate esercizi’ (invece di mi raccomando fate gli esercizi). I madrelingua italiani, se sbagliano fanno sempre errori non casuali (a parte quelli studiati dalla psicanalisi) e cioè: imperfetto al posto del congiuntivo trapassato (oramai promosso a ‘italiano colloquiale’) e condizionale al posto di congiuntivo passato. E’ chiaro che la stessa cosa vale per un italiano competentissimo in inglese, russo o quant’altro.

  9. Non ricordo l’autore né il titolo che indica chiaramente che, mentre è utile la conoscenza di più lingue per l’accesso ai dati, tuttavia i risultati più alti di ricerca si hanno in studi condotti nella propria lingua.
    Ricordo che veniva studiata proprio l’Olanda, perché, mi pare, ha scelto l’insegnamento in Inglese come lingua veicolare. E’ un dato che circola da un po’ fra i linguisti…

  10. il titolo del saggio, ovviamente. Una parte del testo è rimasta impigliata nella tastiera…

  11. Claudio Braccesi says:

    Molto semplicemente, al di là della efficacia didattica o meno dell’insegnamento in Inglese, qualche paese con maggior amor proprio del nostro prova ad alzare qualche barricata. E lo fa a partire dai ranghi accademici di maggior livello che, come un sol uomo, aiutano la causa nazionale. Qualcuno può chiamarlo nazionalismo. Ma tra il nazionalismo ed il tafazzismo nostrano potrebbe e dovrebbe esserci una giusta via di mezzo. La tesi sulla attrattività degli studenti stranieri è veramente ridicola: espelliamo i nostri laureati e vogliamo quelli stranieri? per fare cosa?. Poi, dovremmo sapere che laddove l’Italia ha qualche ragione di attrazione per gli stranieri (nel campo dell’arte e della storia) gli interessati, di buon grado, sono disposti a venire ed imparare l’Italiano. La questione è al solito molto semplice: il provincialismo e pressappochismo nostrano ci hanno già ucciso. Il conformismo e la pochezza del nostro mondo accademico tolgono inoltre ogni speranza ad una ipotetica e futura riscossa.

  12. Francesco2 says:

    Discutemmo di questo prima dell’estate..
    Adesso anche gli inglesi si accorgono che, tutto sommato, è meglio non fare della propria lingua una lingua ‘internazionale’ parlata da non-anglofoni fra di loro.. Il risultato è solo la creazione di una neolingua incomprensibile agli anglofoni, ma parlata scioltamente da una massa enorme di persone fra di loro… Alle orecchie di un inglese la cosa deve apparire mostruosa come probabilmente appariva il latino parlato da tutti ai tempi dell’impero romano.

    • “neolingua incomprensibile agli anglofoni, ma parlata scioltamente da una massa enorme di persone fra di loro”. Certamente, e perché no? E pure dialettizzata, cioè divisa arealmente, con intrusione di localismi. Tanto ti estendi finché ti laceri. Comunque, per quanto riguarda olandese-inglese, di cui il secondo è ampiamente francesizzato, nel medioevo, ho l’impressione che l’Olanda sia una base di ricerca per informatica e software diciamo linguistici, i cui risultati offrire alle grosse imprese informatiche statunitensi. Donde la necessità di usare l’inglese. Al di là delle affinità genetiche. Questo va di pari passo con la creazione di basi portuali enormi, per il commercio internazionale, donde di nuovo la necessità di una lingua franca

    • Francesco2 says:

      X Marinella Lorinczi: si però se si dialettizza poi non vale come lingua franca. Però non stiamo discutendo dell’utilità di una lingua franca, ovviamente una lingua franca è utile, ed è sempre esistita.
      Il problema è che, quando scrivi un lavoro in Inglese, lo devi scrivere in Inglese, non nella lingua contaminata da localismi e dialettismi. Quando insegni un corso, o tu professore o gli studenti devono condividere una certa padronanza della lingua. La cosa è molto più difficile che non fare delle contrattazioni di merci (che era l’uso prevalente delle lingue franche nel passato: le usavano i mercanti). Per le lettere e le scienze (nel medioevo più o meno la stessa cosa) si usava il latino come lingua franca, o meglio una versione medievale del latino. Cioè una neolingua parlata da tutti gli scienziati dell’epoca, in analogia all’ ”inglese” di oggi. Però, se uno di questi scienziati (Dante) ad un certo punto scrisse che poteva usare anche la lingua del popolo della sua città per scrivere
      degli argomenti più ‘alti’ concepibili all’epoca, lo dimostrò scrivendo la Divina Commedia, che poi divenne la base della lingua italiana, che prese piano piano il sopravvento sulla ‘neolingua’ pseudo-latina usata prima, ebbene tutto questo insegna qualcosa oppure no?

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  14. Stefano Di Brazzano says:

    Come al solito il passato non insegna nulla. Se nel Settecento tutte le università d’Europa, la cui utenza era ormai proveniente da bacini geografici limitati visto il moltiplicarsi delle università stesse, hanno abbandonato il latino in favore delle singole lingue nazionali, qualche motivo lo avranno avuto. O vogliamo continuare a credere che tutti coloro che sono vissuti prima di noi erano degli imbecilli e noi siamo i primi illuminati? In ogni caso prevedo già quale sarà la risposta che arriverà dall’alto quando il problema si presenterà in tutta la sua gravità: la soluzione sbandierata sarà quella di rendere tutti di madrelingua inglese, bandendo le lingue nazionali dalla scuola fin dalla prima elementare, o tutt’al più studiandole per qualche ora alla settimana come si fa ora con le lingue straniere.

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