Classifiche internazionali

In Italia qualcuno sta truccando i ranking QS? E che succede se ti beccano?

Serve un aiutino per scalare la classifica della reputazione accademica, quella che pesa di più (40%) nei QS World University Rankings? Semplice, basta trovare un po’ di “amici” disposti a votarti nel sondaggio condotto da Quacquarelli Symonds. “Truccare i Ranking?” era il titolo dell’articolo di InsideHigherEd, che nel 2013 aveva pubblicato sul suo sito i documenti relativi al caso di un’università irlandese, colta con le mani nel sacco. Le sanzioni previste da QS arrivano fino all’azzeramento dei voti degli intervistati compiacenti. Anche in Italia c’è almeno un rettore che sta scrivendo ai suoi dipartimenti per sollecitarli a trovare colleghi stranieri disponibili a menzionare l’ateneo nel sondaggio QS. Ed è già successo che qualche ateneo italiano vedesse inopinatamente azzerato da un anno all’altro il suo punteggio reputazionale. La ragione di questo azzeramento è una delle domande che Roars ha sottoposto a Ben Sowter, responsabile della QS Intelligence Unit, il quale ha gentilmente accettato di rilasciarci  un’intervista che pubblicheremo nei prossimi giorni.

Rigging_Rankings


Urge individuare ottocento colleghi stranieri “di fiducia”, disposti a menzionare il nostro ateneo nel sondaggio sull’academic reputation condotto da Quacquarelli Symonds. Il rettore che manda questo SOS ai suoi dipartimenti sa bene che la posta in palio non è piccola, dato che l’esito di quel sondaggio determina la parte più importante (40%) del punteggio con cui QS calcola la sua classifica internazionale degli atenei.

Sta accadendo in Italia e non è il primo caso. Ma le cronache internazionali hanno già registrato un caso molto simile, meno di due anni fa, quando InsideHigherEd pubblicò un articolo intitolato “Truccare i ranking?” (“Rigging the rankings?“).

Cosa era successo?

The president of University College Cork [Irlanda] has asked all faculty members and other academic employees at his institution to each recruit three people from other universities — people who “understand the importance of UCC improving its university world ranking” – to register to vote in the survey of university reputations conducted by Quacquarelli Symonds (QS) […] The letter appears to violate the rules of the QS rankings, and the company is investigating whether it needs to take steps to remove from its peer review voters those who may be registering just to improve the ranking of University College Cork (UCC).

In effetti le regole di QS, relativamente al sondaggio, sono abbastanza chiare:

It is not permitted, to solicit or coach specific responses from expected respondents to any survey contributing to any QS ranking. Should the QS Intelligence Unit receive evidence of such activity occurring, institutions will receive one written warning, after which responses to that survey on behalf of the subject institution may be excluded altogether for the year in question.

La lettera che è stata fatta circolare in un ateneo italiano è persino più esplicita di quella irlandese, che già aveva fatto storcere il naso a Ben Sowter, direttore della QS Intelligence Unit:

Sowter said that some universities in the past have encouraged people to participate in the survey, and sometimes the requests have raised questions about fairness. But he said that the Cork letter stood out because past letters haven’t had “this degree of specificity.”

Un’ultima curiosità. L’ateneo italiano che sta andando alla ricerca di “voti amici” per il sondaggio QS, è uno di quelli che ha deliberato sanzioni severe per i docenti che non collaboreranno alla VQR. Sanzioni ritenute necessarie anche in ragione anche del danno economico di immagine causato all’Ateneo da un possibile esito negativo della valutazione.

Si vede che l’ANVUR e la VQR incutono più timore delle possibili indagini della QS Intelligence Unit e dell’eventuale declassamento nella classifica QS.

La robustezza dei sondaggi reputazionali di QS, come pure le ragioni dell’inopinato azzeramento del punteggio reputazionale di un importante ateneo italiano, sono state due delle domande che Roars ha sottoposto a Ben Sowter, direttore della QS Intelligence Unit, nel corso di un’intervista che pubblicheremo nei prossimi giorni.

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9 Comments

  1. Trucchi, truffe e tristezze.
    È significativo (oltre che logico) che protagonista di queste ‘sollecitazioni’ truffaldine siai uno degli Atenei che ha minacciato la pena di morte (accademica) per chi non si presta alla VQR.
    E il sapere? E l’onestà intellettuale? E la libertà di ricerca?

  2. Queste classifiche internazionali, in particolare QS, sono assolutamente distorte a favore degli Atenei del modo anglosassone. Per mestiere devo occuparmi spesso di reclutare studenti di dottorato in Matematica e personalmente se devo prendere uno studente con un degree in Inghilterra rispetto a uno studente che viene da Russia, Ucraina, Serbia, Bielorussia, Romania o Bulgaria, non ci penso neanche 5 minuti, scelgo il secondo e del ranking come dicono in Francia “je m’en fou”. D’altra parte i più prestigiosi dipartimenti inglesi si guardano bene pure loro dall’ assumere i prodotti autoctoni. I rettori sbagliano ad agitarsi per avere l’elemosina di un 300.mo posto dietro qualche università inglese improponibile, dovrebbero dire a QS che non vogliono essere incluso in alcuna lista. Questa deriva porterà solo alla colonializzazione del nostro sistema accademico da parte di altri sistemi, che nella sostanza degli aspetti formativi, non hanno affatto qualità migliore, ma sono orientati a vendere il loro prodotto come si vende la Coca Cola.

  3. Il QS ranking avrà pure i suoi limiti (ad esempio, ha recentemente operato modifiche ai criteri rispetto al QS ranking 2014), ma almeno un tentativo di serietà c’è, nel momento in cui almeno prevede sanzioni per chi cerca di truccare le carte. La QS è basata su sei indiatori, academic reputation (40%), employer reputation (10%), student-to-faculty ratio (20%), citations per faculty (20%), international faculty ratio (5%) ed international student ratio (5%). Se si guarda all’ ultimo ranking, fra le prime 30 vi sono anche due Istituzioni svizzere, una Università cinese, due di Singapore, due di Honk Hong. Non è quindi un ranking chiuso. Il modello anglosassone potrà pure essere criticato per certi aspetti, ma almeno a mio parere ha un pregio, cioè che in quel sistema l’ Università è una istituzione indipendente (ossia: lo Stato non introduce leggi che abbiano a che fare con l’assunzione degli accademici, con la loro promozione etc.. come in Italia), che viene responsabilizzata per i risultati sociali che produce; si cerca di misurare questi risultati (le misurazioni sono perfettibili e migliorabili, ma almeno l’ intenzione c’è). Basta ricordare che nel REF l’ impatto della ricerca che viene valutato è l’ impatto extra-accademico (in sostanza, il valore aggiunto sociale della ricerca, indicato da citazioni extra-accademiche) e che la NSS ha un peso nell’ orientare le scelte dei futuri studenti. Mi pare quindi che, per quanto lo si voglia criticare, il sistema anglosassone è comunque più o meno in linea con uno dei principi cardine della Magna Charta Universitatum del 1988: “Per soddisfare i bisogni della società, la ricerca e l’insegnamento devono essere moralmente e intellettualmente indipendenti da qualunque autorità politica o potere economico”. Se si devono soddisfare bisogni, è anche inevitabile avere misurazioni dei risultati (questa è la funzione di REF e NSS) e lasciare alle singole Università completa autonomia nel cercare di conseguire quei risultati. E’ un sistema che non lascia spazio né a corporazioni accademiche, né a “scuole” di settore su scala nazionale; all’ interno dele singole Università, vi è un principio generale per cui si deve venir apprezzati, quindi anche promossi, in base al contributo che si è dato al successo dell’ Istituzione nel conseguimento dei suoi obiettivi. Anche negli ultimi anni, il numero di ricercatori e docenti in fuga dall’ Italia e diretti verso il sistema anglosassone è cresciuto continuamente. A chi darebbe fastidio l’ introduzione anche in Italia di un sistema come quello anglosassone?

    • Darebbe fastidio alle famiglie che dovrebbero pagare 9mila sterline l’anno per avere una formazione undergraduate che cura più gli aspetti di promozione del brand che il nocciolo duro degli aspetti disciplinari. Che poi non esistano corporazioni accademiche o scuole di settore vada a raccontarlo a chi non vive il sistema da dentro. Si informi cosa succede nella distribuzione dei fondi e poi ce lo sapremo ridire oppure chieda a chi si e’ trovato nei panel europei con persone provenienti da quel sistema, le garantisco di avere assistito a comportamenti da fare impallidire la camorra. Prendiamo poi una università prestigiosa come Cambridge, e’ verissimo che assumono persone brave da tutto il mondo, ma provi a guardare il pedigree di coloro che hanno in mano la governance. Sono tutti laureati e hanno fatto il PhD a Cambridge, con principale elemento di scontro il college di provenienza. Queste smettiamola di raccontare favole su quel sistema, perché per usare un linguaggio poco accademico quella e’ gente che sa cosa vuol dire gestire il potere in modo spietato senza “fare prigionieri”.

    • Le 9 mila sterline l’anno si pagano in Inghilterra (brutto record europeo!), ma già in Scozia (studi undergraduates gratuiti) non si pagano, né si pagano (o almeno non si pagano tasse in quella cifra spropositata) in altri Paesi.
      Circa le corporazioni accademiche, d’accordo mi infomerò meglio, ma so di aver visto gente andata via dall’Italia e che (senza conoscere nessuno) ha mandato curriculum a quelle Università, ha partecipato a selezioni locali, è stata assunta e dopo alcuni anni di lavoro vi ha ottenuto promozioni, soltanto per l’ apprezzamento che ha avuto all’ interno dell’ Università.
      Chiaramente, se ci sono aspetti di quel sistema che non vanno, occorre mettere in evidenza anche tali aspetti, ci mancherebbe. A me sembra solo – ripeto, a quanto ho potuto vedere – che molti fra gli italiani emigrati in quei sistemi siano riusciti a farsi assumere ed apprezzare solo grazie al proprio lavoro, anche se poi magari non hanno in mano la governance di quegli Atenei o non stanno per conto degli stessi nei panel europei dei fondi.
      Forse ciò che occorrebbe in Italia sarebbe copiare soltanto gli aspetti positivi di quei sistemi, evitandone gli aspetti negativi.

  4. indrani maitravaruni says:

    ” Anche negli ultimi anni, il numero di ricercatori e docenti in fuga dall’ Italia e diretti verso il sistema anglosassone è cresciuto continuamente”.
    Mi scusi, non si è accorto che facciamo studiare le persone e poi ce le lasciamo scappare perché ci stanno togliendo risorse? Nei paesi furbi attraggono i giovani migliori, nei paesi governati da imbecilli i migliori si allevano perché ne traggano beneficio altri.

    • Sì certo, mi sono accorto. Anche per un cittadino informato dei fatti ed un pò appassionato di vicende universitarie, come me (la passione c’ è anche perchè ho parenti che lavorano in Università estere e mi raccontano nei dettagli del loro funzionamento), non ci vuole molto ad accorgersi che sono state tolte notevoli risorse. D’altra parte, da cittadino informato, vi dico anche molto francamente che, in buona parte del pubblico italiano, le Università estere (dei sistemi di attrazione, verso cui vanno i ricercatori in fuga) vengono percepite in un modo, mentre le Università italiane (di un sistema da cui molti ricercatori sono fuggiti e tuttora fuggono lamentandosi spesso della mancanza di possibilità) vengono percepite in un ben altro modo. Per quanto riguarda il discorso dei finanziamenti pubblici, ho dunque l’ impressione che, se foste voi stessi a proporre una radicale riforma dell’ Università italiana – una riforma basata su un modello fatto di responsabilizzazione delle singole Università per i risultati finali che producono (dunque anche concorrenza fra le Università stesse) e completa indipendenza delle Università nella propria gestione (dunque nel reclutamento, nelle promozioni, nella governance interna, etc..) – avreste anche molte più possibilità di trovare consensi fra il pubblico quando chiedete più risorse finanziarie (e diventerebbe di conseguenza molto più conveniente ascoltarvi).

  5. Tanto per completare l’ informazione sulla superficialità (in inglese si userebbe la parola sloppy) delle classifiche QS 2015, nella matematica sono presenti università italiane di dubbia qualità ma sono assenti la Scuola Normale e la SISSA, che sono scuole di assoluta eccellenza mondiale. Risulta presente la Scuola Sant’Anna di Pisa che con la matematica come direbbe un noto personaggio “che ci azzecca?”. Non vale il discorso che sono solo Scuole dottorali perché la ENS di Parigi compare tranquillamente e sia la Sissa che la SNS hanno anche programmi magistrali o di diploma per undergraduate congiunti con università, come ENS li ha con varie università parigine.

  6. indrani maitravaruni says:

    Non credo che lo scopo sia trovare consensi dal pubblico, visto che non facciamo le ballerine del varietà. Chi fa seriamente il suo lavoro non è riconosciuto, chi tiene le leve del potere vuole distruggerci o ridimensionarci e per questo ci dipinge presso il pubblico medesimo come corrotti mafiosi. Chi lo è stato non ha mai pagato, paghiamo noi e le generazioni future. Ristabilire il reclutamento e il posto da ricercatore non è chiedere la luna né una riforma radicale, è un passo concreto e un principio civile imprescindibile: si deve e si può vivere del proprio studio. Si deve e si può continuare a trasmettere le conoscenze acquisite per ampliarle e far crescere il paese. Se non ripartiamo da qui, con il marketing, i rapporti con territorio e tutte le baggianate rettorali telecomandate non andiamo da nessuna parte. I paesi anglosassoni offrono risorse ai giovani e li fanno lavorare, ma penso che potremmo farlo anche noi e con meno soldi di quelli spesi finora per ANVUR, digitale extraterrestre e operazioni immobiliari selvagge.

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