C’è una norma inquietante nel testo della legge di Bilancio entrato al Consiglio dei Ministri di giovedì 28 ottobre. Un articolo della Manovra attribuirebbe infatti al Presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche il compito di “adottare un piano di riorganizzazione e rilancio” dell’Istituto medesimo. Il Cnr, oltre ad essere il più importante ente di ricerca italiano, ha un contributo statale di 600 milioni di euro e un bilancio di circa un miliardo. Pur essendo cronicamente sotto finanziato, ha risorse pari ad un ottavo del Fondo complessivo di tutte le università italiane.

Il Piano di rilancio “può contenere proposte di revisione della disciplina statutaria e normativa di funzionamento dell’ente, ivi compresa  quella riferita alla composizione degli organi, nonché ogni altra misura di riorganizzazione necessaria per il raggiungimento di maggiori livelli di efficienza amministrativa e gestionale”. Praticamente ciò significa decidere come verranno costituiti gli organi che gestiranno una fetta importante della ricerca italiana.

Per la redazione del Piano la Ministra dell’università e della ricerca istituisce con proprio decreto, sentito il Ministro dell’Economia, un Comitato strategico composto da cinque esperti pagati con un compenso di 20.000 euro annui nonché dotati di un rimborso spese nel limite massimo di 100.000 euro annui. La Presidente del Cnr e i membri del Comitato strategico possono a loro volta avvalersi della consulenza di innumerevoli soggetti esterni.

Il piano, adottato dalla Presidente del Cnr, presuppone il parere favorevole del Comitato di esperti ed è approvato con decreto del Ministro dell’università e della ricerca di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze.

Tutto questo appare già di per sé anomalo rispetto alla prassi, decisamente inquietante è il passaggio in cui si prevede in via eccezionale che l’approvazione con semplice decreto ministeriale avvenga “in deroga alle disposizioni normative e statutarie che prevedono, in relazione alle specifiche misure previste dal piano, altri pareri, intese o nulla osta, comunque denominati”. Insomma per la prima volta nella storia della ricerca italiana, il Parlamento e in specie le commissioni competenti sarebbero totalmente esautorate nel procedimento di approvazione di una riforma strategica del più importante ente di ricerca nazionale. Non solo. Con formulazione ambigua si destinano indifferentemente 50 milioni di euro “per le finalità del piano di riorganizzazione e rilancio e per le spese di funzionamento del Comitato strategico”.

Il rischio è evidente: un’autoriforma del più importante ente di ricerca italiano sottratta al controllo democratico del Parlamento e suscettibile di interferenze politiche, così da creare di fatto un feudo.

Scritto apparso anche sul quotidiano Libero

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