Sono state pubblicate le classifiche per i dipartimenti di eccellenza che hanno selezionato i 180 dipartimenti “fantastici”. Quale è l’impatto di questa nuova linea di finanziamento nell’economia generale del sistema universitario? La distribuzione ha una forte concentrazione al Nord, che amplifica gli effetti di una già cattiva distribuzione dell’FFO. E’ però fondamentale notare che l’elemento premiale non solo non riesce a investire risorse dove sarebbe necessario, ma non è neanche in linea con i finanziamenti premiali precedenti e basati sulla stessa base di dati (VQR 2010-2014). Le regioni del Nord sono infatti sovra-rappresentate anche rispetto alla distribuzione della quota premiale dell’FFO. Questo vuol dire due cose: i dipartimenti di eccellenza sono serviti a regalare soldi alle Università del Nord, e distribuire mance tra il Centro e il Sud del paese. Siamo di fronte ad una seria confusione, se non ad una vera e propria truffa, mascherata dietro “eccellenza” e “merito”. Mancano ormai pochi giorni al voto, e stiamo assistendo ad un dibattito su Università e Ricerca a dir poco imbarazzante. Nel tritacarne elettorale sembra non esserci spazio per riflessioni di prospettiva, e così non solo sfuggono i dati più drammatici del nostro sistema di istruzione ma, e questo è ancora più ipocrita, dietro la retorica del merito, dell’eccellenza e dell’uguaglianza (!) si consuma in realtà una lotta tra vertici sulle spalle di chi compone la comunità accademica: le studentesse e gli studenti, i precari della ricerca, i ricercatori e le ricercatrici, le e i docenti.

Sono state pubblicate le classifiche per i dipartimenti di eccellenza che hanno selezionato i 180 dipartimenti “fantastici”: per loro un finanziamento quasi magico che varia da 5 a 8 milioni di euro in 5 anni (la media è di 1,3 milioni all’anno). Rimandando ad un’analisi complessiva sulla valutazione che abbiamo prodotto come Link -Coordinamento Universitario, cercheremo qui di analizzare l’impatto di questa nuova linea di finanziamento nell’economia generale del sistema universitario.

Questa di seguito è la nostra mappa interattiva, “dipartimenti fantastici e dove trovarli”, che da un’idea generale, e consultabile, della distribuzione geografica di questo flusso di finanziamento. Per ogni Università è stato indicato il numero di dipartimenti di eccellenza, l’importo che riceverà in 5 anni e il suo FFO secondo l’assegnazione 2017.

Il fondo per i dipartimenti di eccellenza si è rivelato un disastro annunciato, contribuendo ad aggravare le voragini economiche che crescono tra Nord e Sud del paese. Un finanziamento di 271 milioni di euro all’anno per cinque anni, individualizzato per i dipartimenti (senza quindi che gli Atenei possano direttamente disporre dei fondi) e assegnato tramite un algoritmo praticamente incomprensibile (se non errato) che non tiene conto che di parametri a loro volta aspramente criticati e non condivisi dalla comunità accademica. Una sintesi efficace delle assurdità degli ultimi anni, con effetti fortemente in linea rispetto alle direzioni politiche anvuriane.

Rispetto alle assegnazioni sembra evidente che il criterio di distribuzione non è stato quello promesso riguardo la numerosità, in realtà tale misura ci sembra positiva almeno nelle sue intenzioni:

A ben guardare, la classifica di chi avrebbe vinto e di chi avrebbe perso, se si fosse usata la distribuzione per addetti lascia qualche dubbio:

Il problema reale è immediatamente individuabile: la distribuzione dei fondi non coincide con le esigenze territoriali, cioè rispetto alle conformazioni territoriali (numerosità dei dipartimenti e del personale) né rispetto alle esigenze di investimento. Per un’analisi della docenza complessiva rimandiamo a ROARS (qui una proiezione poi avveratasi quasi perfettamente), noi proveremo invece a mettere in relazione a livello regionale i dati del finanziamento complessivo con quelli dei fondi di eccellenza, per valutarne l’impatto distributivo nel complesso.

Partiamo dalla semplice distribuzione:

Al Nord Italia si concentra il 58,89% dei Dipartimenti di Eccellenza (106), al Centro il 27,22% (49), al Sud il 13,89%, se si prendono in considerazione solo gli importi effettivi di finanziamento (in cinque anni) la situazione rimane più o meno la stessa: il Nord si aggiudica il 56,02% (con 751 milioni), il Centro il 27,22% (con 345 milioni) e il Sud il 13,89% (con 197 milioni). Nella tabella seguente un dettaglio regione per regione:

Questa distribuzione ha una forte concentrazione al Nord, che amplifica gli effetti di una già cattiva distribuzione dell’FFO. L’elemento premiale non solo non è redistributivo, ma non è in linea con i finanziamenti precedenti: le regioni del Nord in particolare si trovano eccessivamente sovra-rappresentate anche se si considera la distribuzione della quota premiale (che dovrebbe quindi seguire almeno la stessa logica redistributiva) dell’FFO. Nel grafico qui sotto troviamo le regioni che si trovano sovra-rappresentate rispetto alla distribuzione delle tre quote dell’FFO:

Il nostro esperimento dimostra che, rispetto alla normale distribuzione dell’FFO, il Nord guadagna 239.238.888,34€, cioè il 41,85% in più di quanto avrebbe dovuto prendere, a discapito del Centro (-11.432.370,83 € ovvero -3,08%) e del Sud (-227.806.517,51 € ovvero -54,94%). Di seguito il dettaglio per regione di chi perde e chi vince (in MLN di euro):

Analizzando il dettaglio delle regioni alcune distorsioni appaiono macroscopiche: tutte le regioni del Sud perdono da 18 a 85 milioni di euro, la Sicilia e la Sardegna per fare un esempio perdono l’84,62% e il 66,85% dei fondi. Alcune regioni inoltre non hanno ricevuto neanche un euro di finanziamento, parliamo ovviamente di due regioni del sud: Molise e Basilicata:

Questo schematicamente vuol dire due cose: i dipartimenti di eccellenza sono serviti a regalare soldi alle Università del Nord, e distribuire mance tra il Centro e il Sud del paese; secondariamente, utilizzano un criterio di valutazione che non è in linea neanche rispetto all’impianto precedente, avvalorando la tesi di chi (come noi) parla di una seria confusione, se non di una vera e propria truffa, quando si parla di “eccellenza” e “merito”.

Ma non solo, i numeri dimostrano che ad oggi non servono mance straordinarie, ma investimenti strutturali dentro l’FFO, serve soprattutto cambiare la logica distributiva per poter rispondere concretamente alle esigenze territoriali, non serve invece inventare nuovi strumenti che hanno il solo scopo di incrinare ulteriormente la bilancia, già precaria, che divide in due questo paese.

Mancano ormai pochi giorni al voto, e stiamo assistendo ad un dibattito su Università e Ricerca a dir poco imbarazzante. Nel tritacarne elettorale sembra non esserci spazio per riflessioni di prospettiva, e così non solo sfuggono i dati più drammatici del nostro sistema di istruzione ma, e questo è ancora più ipocrita, dietro la retorica del merito e dell’uguaglianza si consuma in realtà una lotta tra vertici sulle spalle di chi compone la comunità accademica. Sembra non esserci spazio in questo paese per una discussione seria che dica che non è possibile utilizzare la meritocrazia come paravento di nuovi tagli ministeriali, di distribuzioni arbitrarie dei fondi, ma soprattutto non trova spazio nei tanti talk show televisivi, nel dibattito sulla stampa, il confronto con chi l’università la vive ogni giorno: le studentesse e gli studenti, i precari della ricerca, i ricercatori e le ricercatrici, le e i docenti. Questo studio vuole mettere in guardia proprio da questi proclami elettorali che scontano più di tutto il mancato confronto che la politica ha avuto con il mondo dell’istruzione negli ultimi decenni, una distanza che è anche il nodo politico che la politica deve affrontare se vuole davvero essere discontinua rispetto alle politiche anti-sociali degli ultimi anni.

Una distanza che non cresce solo rispetto alla scuola e all’Università, ma più in generale tra le maggiori forze politiche e le energie vive del sociale, rispetto alle condizioni reali di questo paese.

 

 

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11 Commenti

  1. Non vi è nessuna linea di governo che permetta la costruzione di un progetto serio per il futuro, ma, senz’altro, si può notare il disegno di portare le risorse al Nord, auto-elettosi meritevole, produttivo, ecc. Il disastro che colpirà tutto il Paese è chiaro, ma i nostri politici senza visione politica non sono interessati.

    Non è questo il punto, il punto è che la docenza universitaria scontenta non è riuscita ad opporsi e rischia di non riuscirvi, perché divisa dai provvedimenti: credete che i ricercatori di tipo b, che stanno avendo una carriera velocissima, senza passare per i severissimi, veramente duri esami per ricercatore e associazione del passato, possano mai denunciare questo sistema?

    • L'”ideologia della parità geografica” mi mancava. Me la segno sia mai che torni utile…

  2. La distribuzione territoriale, le esigenze di risorse e quant’altro non sono state neanche prese in considerazione nel varare i Dipartimenti di Eccellenza. Chi li ha varati ha deciso in ‘un minuto’ facendosi guidare da cattivi consiglieri (professori universitari) e pensando di cavalcare l’onda del consenso e della supposta serietà che quei consiglieri hanno fatto intuire al malcapitato. Naturalmente il Malcapitato sconterà questo ed altre analoghe scelte dettate dalla sua semplice incompetenza e strafottenza. Speriamo!
    Almeno il Malcapitato sconterà i suoi errori, i cattivi consiglieri rimarranno saldamente in sella puntellati dal proverbiale coraggio dei loro colleghi.

  3. «(…) le studentesse e gli studenti, i precari della ricerca, i ricercatori e le ricercatrici, le e i docenti»
    Mi rallegro del fatto che non esistano, in Italia, “precarie” della ricerca!
    Trovo che questa ridondante grammatica gender-correct abbia davvero un po’ stuccato, anche perché ogni volta rilevo come le stesse persone che ne fanno uso non siano poi in grado di padroneggiarla con coerenza e fino alle sue estreme conseguenze.
    Pare troppo sintetico sostituire al summenzionato sbrodolone un più semplice «studenti, precari, docenti» (posto che i ricercatori non sono professori ma tendenzialmente sono docenti, sicché l’ultimo distinguo è a sua volta ridondante e superfluo)?!

    • Invece di parlare dei contenuti dell’articolo, si parla della grammatica gender-correct! Sarà perché sono delle studentesse e degli studenti ad aver scritto questo articolo? Mhhh

    • “Benaltrismo” + sospetto incomprensibile: chapeau, un capolavoro degli schemi del dialogo politico odierno!
      Venendo al dunque: se non voglio parlare dei contenuti dell’articolo (peraltro temi di tutta rilevanza, per carità) ma della sua forma, non posso commentare?!
      La formale distinzione di soggetti sostanzialmente riconducibili a tre gruppi (oppure studentesse i studenti sono portatrici/tori/***/—/^^^ di interessi differenti?) in ben sette categorie mi ha irresistibilmente ispirato, devo ammetterlo.
      Comunque la risposta “benaltrista” è sempre la più – sostanzialmente – chiara, non c’è che dire.

    • Mi tocca trangugiare di tutto, blocchi degli scatti i cui effetti costeranno 100.000 euro, dipartimenti di eccellenza decisi con astrusi indicatori che nessuno può verificare, regole per l’accreditamento dei dottorati a confronto delle quali Kafka viene retrocesso a letteratura per bambini. Ma che gli studenti (in un peraltro pregevole articolo di analisi) cerchino di essere gender-correct e si dimentichino delle “precarie”, questo no, non lo posso accettare. È una questione di dignità: quando è troppo è troppo. E mi dispiace che Ialacqua non se ne renda conto.

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