Si impone ormai all’evidenza che la pandemia è stata utilizzata come formidabile acceleratore nei più svariati ambiti di processi già in atto da tempo. L’Esame di Stato non poteva rimanere estraneo a questa dinamica: la riproposizione, anche per il 2021, di una forma semplificata, senza le due prove scritte nazionali e con la commissione tutta interna, salvo il Presidente, coglie al balzo le criticità sollevate da un anno in buona parte in DAD per traghettare l’esame verso nuove modalità. Il nuovo assetto, da cui germoglieranno ancora altre trasformazioni, non dovrebbe né stupire, né scandalizzare, in quanto è perfettamente coerente con le politiche scolastiche attuate dai tanti governi succedutisi dalla fine del secolo scorso ad oggi. La matrice di tali politiche, da collocarsi nell’ottica dell’apprendimento permanente, è da ricercarsi nel Libro Bianco di Edith Cresson (1995), documento cruciale da cui dobbiamo partire per fare il punto sulle nuove modalità di svolgimento dell’esame e per avanzare ipotesi su futuri sviluppi. Esso mette in discussione il titolo di studio come canale esclusivo o privilegiato per l’occupazione e suggerisce una soluzione più flessibile: una “tessera personale delle competenze” sulla quale andrebbero riportate conoscenze e competenze acquisite via via dal titolare nel corso di tutta la sua vita attiva. Vengono individuati come partners  di diritto degli Istituti d’istruzione nel processo di formazione (e nel riconoscimento delle competenze maturate) innanzitutto le imprese, e poi le  associazioni, gli enti territoriali, i movimenti dei consumatori, le agenzie specializzate in settori come turismo, energia ed ambiente. Non è azzardato ritenere che in un futuro non molto lontano il peso crescente degli attestati conseguiti in ambito extrascolastico e certificati da una pluralità di organismi accreditati come formatori (imprese, associazionismo, società private con finalità culturali,  organi territoriali) tenderà, se non a sostituire, sicuramente ad integrare in modo decisivo l’esame conclusivo del ciclo di studi secondari. A questo servirà il Curriculum dello studente.

 


 

Si impone ormai all’evidenza che la pandemia è stata utilizzata come formidabile acceleratore nei più svariati ambiti  di processi già in atto da tempo di ridisegno e riassestamento delle strutture portanti della nostra società. Il fenomeno è particolarmente evidente a livello di politiche scolastiche dove, come è stato puntualmente analizzato e denunciato anche in questo sito[1], il Covid 19 ha fornito l’occasione per promuovere e rafforzare, attribuendo loro il sigillo dell’inevitabilità, digitalizzazione e riduzione dei contenuti culturali, mentre si è persa l’occasione, che invece le circostanze avrebbero perentoriamente richiesto, per una salutare pausa di riflessione relativamente all’Invalsi o all’alternanza Scuola-lavoro, cui non è bastato cambiar nome -PCTO[2] – per cambiar sostanza.

L’Esame di Stato non poteva rimanere estraneo a questa dinamica: la riproposizione, anche per il 2021, di una forma semplificata, senza le due prove scritte nazionali e con la commissione tutta interna, salvo il Presidente, coglie al balzo le criticità sollevate da un anno in buona parte in DAD per traghettare l’esame verso nuove modalità.  Ad accreditare l’ipotesi è lo stesso ministro Bianchi che difende la serietà della nuova formula e, alla domanda dell’intervistatore sulla possibilità che questa possa divenire modello per gli anni prossimi, si mostra cautamente favorevole.[3]

Chi scrive non nutre nostalgie per il saggio breve e la tesina, entrambi espressione, pur con diversa gradualità, di una prassi fondata su procedure di copia- incolla ed assemblaggio di materiali offerti rispettivamente in versione cartacea e/o digitale. Nel colloquio, il confronto sui contenuti disciplinari risulta sempre più sacrificato alla presentazione, spesso preparata sulla base di format prestabiliti, dell’ esperienza di alternanza Scuola-Lavoro cui si è aggiunta, nel 2019, una chiacchierata alquanto vacua su altrettanto fumosi percorsi di Cittadinanza e Costituzione, cui non corrispondeva alcuna disciplina specifica.[4] Non solo: all’orale, la verifica degli apprendimenti curricolari  è stata affidata ad un argomento pluridisciplinare, estratto a sorte dal maturando tra una rosa scelta dalla Commissione, il quale  offriva spesso pretesto a stentati, quando non  surreali, collegamenti, non molto dissimili da quelli che costituivano la trama della tesina, nel frattempo soppressa.

L’esame finale era già stato, pertanto, oggetto di provvedimenti tesi a ridurre progressivamente il peso delle conoscenze disciplinari e le ulteriori sforbiciate degli ultimi due anni, al netto dell’emergenza pandemica, stabiliscono una continuità di fondo con i precedenti interventi, spostando un po’ più in alto l’asticella della semplificazione, con l’eliminazione delle prove scritte nazionali [5]sostituite da un elaborato multidisciplinare preparato a casa, nello spazio di un mese, dallo studente, guidato dagli insegnanti delle materie coinvolte.

Questo nuovo assetto, da cui germoglieranno ancora altre trasformazioni, non dovrebbe né stupire, né  scandalizzare, in quanto è perfettamente coerente con le politiche scolastiche attuate dai tanti governi succedutisi dalla fine del secolo scorso ad oggi, le quali – malgrado qualche sfumatura di poco conto- sono state accomunate da uno svilimento delle conoscenze disciplinari a tutto vantaggio della didattica per competenze e del correlato riduzionismo economicistico e tecnicistico.

L’esame è uno snodo cruciale: l’insistenza sul suo carattere di rito di passaggio, ottimo per costruire qualche articolo di colore da propinare al pubblico  prima dell’inizio delle ferie estive, non deve fare dimenticare che esso orienta, in realtà, la didattica del triennio delle Superiori.  Un esempio fra tutti: una delle tipologie correnti degli scritti di Italiano e, nei licei Linguistici, delle Lingue straniere era costituita dall’Analisi del testo letterario, alla quale i docenti riservavano ore ed ore di preparazione già  dal terzo anno. Ciò  favoriva non solo la maturazione di una certa competenza nella produzione scritta, ma contribuiva anche al dischiudersi di una capacità di comprensione ed interpretazione di un’ opera, di un autore e di un contesto storico- culturale. In breve: di un germe di pensiero critico. E’ facile prevedere che l’eventuale soppressione, in sede di esame, di una prova di questo genere finirà  sul breve-medio periodo per comportarne la marginalizzazione, quando non la scomparsa, dalla normale prassi didattica, con grave pregiudizio sia della ricchezza e della complessità del profilo culturale dello studente, sia di un insieme di capacità cognitive, oltre che linguistiche.

Insomma, la ratio sembra essere quella che il filosofo francese Jean-Claude Michéa, analizzando la situazione della scuola nel suo Paese alle soglie del nuovo millennio, ha efficacemente definito insegnamento dell’ignoranza.[6]

In effetti, un sistema di conoscenze complesso ed articolato – espressione di quanto la civiltà umana è andata via via elaborando- e ripensato criticamente nel momento della sua trasmissione è del tutto fuori posto, anzi dannoso, nei nuovi scenari formativi progettati per fornire capitale umano da impiegare nei diversi settori produttivi, secondo le mutevoli necessità dell’economia. E quel che serve sono individui dotati di medie competenze informatiche e  della capacità di muoversi agilmente all’interno di procedure predefinite. Quanto allo spirito critico, che i fautori di tale modello educativo non smettono di evocare nella loro battaglia contro i contenuti disciplinari grossolanamente discreditati come nozioni,[7] ne occorre quel briciolo necessario ad orientare le scelte del consumatore verso il prodotto – anche culturale- più conveniente.

L’esame di Maturità deve, dunque, svincolarsi sempre più dall’accertamento di conoscenze e competenze solidamente ancorate alle materie d’insegnamento per accogliere e valorizzare i cosiddetti apprendimenti informali e non formali che, attraverso il richiamo ai Patti educativi di comunità, prevedono “la compartecipazione di soggetti pubblici e privati al progetto educativo dei cittadini”[8] . Niente di sostanzialmente nuovo rispetto alle sinergie scuola-territorio ( dove il territorio gravita intorno all’impresa) già ampiamente invocate dalla buona scuola e dalla legge 107 del 2015.[9] Oggi, all’impresa come elemento catalizzatore, si affianca, con un’enfasi solidaristica imposta dalla vicenda pandemica, il terzo settore che ricopre, come è noto, attività molto diversificate e non sempre così filantropiche come amano autorappresentarsi.

La paternità di questa strategia non appartiene né a Renzi, né a Patrizio Bianchi che non hanno fatto che adottare linee-guida promanate dalla U.E. Nel novembre 2002, un gruppo di lavoro formato da rappresentanti di 31 Paesi ha definito i principi  comuni per la validazione dell’apprendimento non formale ed informale, affrontando tre aree di interesse:  gli apprendimenti acquisiti nei contesti formali di istruzione e formazione, quelli acquisiti nei contesti professionali e quelli ottenuti attraverso le attività di volontariato e sociali, nella convinzione che” lo sviluppo di metodi per la validazione ufficiale delle esperienze di apprendimento non formale, costituisca un elemento fondamentale per rendere l’apprendimento più “attraente” e significativo per l’individuo.”[10]

La matrice di tali politiche, da collocarsi nell’ottica dell’apprendimento permanente, è da ricercarsi nel Libro Bianco di Edith Cresson [11](1995), testo ineludibile di riferimento per chiunque voglia analizzare e comprendere  dinamiche e processi trasformativi  in atto nei sistemi scolastici europei. Ed è da questo documento cruciale che dobbiamo partire per fare il punto sulle nuove modalità di svolgimento dell’esame di Stato e per avanzare ipotesi su futuri sviluppi. Esso mette in discussione il titolo di studio come canale esclusivo o privilegiato per l’occupazione e suggerisce una soluzione più flessibile: una “tessera personale delle competenze” sulla quale andrebbero riportate conoscenze e competenze acquisite via via dal titolare nel corso di tutta la sua vita attiva. Vengono individuati come partners  di diritto degli Istituti d’istruzione nel processo di formazione (e nel riconoscimento delle competenze maturate) innanzitutto le imprese, e poi le  associazioni, gli enti territoriali, i movimenti dei consumatori, le agenzie specializzate in settori come turismo, energia ed ambiente.

L’invito a “moltiplicare i partenariati fra le scuole e le imprese” era, in realtà, stato lanciato alcuni anni prima da un gruppo di lavoro dedicato all’educazione messo in piedi dall’European Round Table of Industrialists ( ERT),  potente associazione creata nel 1983 e composta da una quarantina fra i più importanti dirigenti industriali europei.

Il think thank dell’ERT pubblica a partire dal 1989  alcuni interessanti documenti  che forniscono la chiave di volta di tutte le riforme attuate in numerosi Paesi europei negli ultimi trenta anni.  Si chiede, infatti, al mondo politico, evidentemente molto ben disposto al di là dei diversi schieramenti, di coinvolgere le industrie nelle discussioni concernenti l’educazione, lamentando il fatto che le scuole siano sorde alle sollecitazioni provenienti dall’esterno, a causa sia della loro integrazione in sistemi pubblici centralizzati, sia dell’ inadeguatezza degli insegnanti, dotati di scarsa comprensione “dell’ambiente economico, degli affari e della nozione di profitto”. Individuata l’importanza strategica della formazione  e dell’educazione per la competitività europea, si addita l’apprendimento permanente come efficace risposta alle sfide poste dai continui cambiamenti che investono l’economia.[12]

E’ evidente che l’apprendimento permanente si riconosce molto di più in una tessera delle competenze certificate da enti diversi, dove il privato coesiste con il pubblico,   che in un titolo di studio statale.

E’ significativo che il portfolio delle competenze degli alunni introdotto senza troppo successo dalla ministra Moratti sia stato ripreso, in versione decisamente più ambiziosa, dal Curriculum dello Studente, già previsto dalla buona scuola, che i docenti delle classi quinte si sono trovati a compilare quest’anno e che sarà allegato al diploma. [13]Articolato in tre sezioni, una è riservata al curriculum scolastico, mentre le altre due riportano le certificazioni rilasciate da enti esterni nel corso dei cinque anni, relative innanzitutto alle Lingue straniere e ad Informatica, e le attività extrascolastiche, dallo sport alla musica, alla “cittadinanza attiva”, al volontariato.

Non è certo casuale che, attraverso i bandi europei PON, stiano arrivando alle scuole consistenti finanziamenti per incrementare le certificazioni linguistiche, spostandone l’onere dalle famiglie agli istituti scolastici: dietro la nuova parolina passe-partout dell’inclusione, a passare effettivamente è il principio ( e la prassi)  dell’esternalizzazione, cui è affidato  un ruolo sempre più rilevante nella determinazione del profilo formativo dello studente fino alla valutazione finale. Per contestualizzare coerentemente in un quadro d’insieme la rilevanza del fenomeno, va ricordato che la fase preparatoria al superamento dei test che lo studente deve affrontare per ottenere tali certificazioni risponde pienamente alla didattica per competenze.

Non è azzardato ritenere che in un futuro non molto lontano il peso crescente degli attestati conseguiti in ambito extrascolastico e certificati da una pluralità di organismi accreditati come formatori ( imprese, associazionismo, società private con finalità culturali,  organi territoriali) tenderà, se non a sostituire, sicuramente ad integrare in modo decisivo l’esame conclusivo del ciclo di studi secondari.

D’altronde, la cura dimagrante che quest’ultimo ha conosciuto negli ultimi anni, l’accentuazione dei suoi aspetti folklorici ( rito di passaggio da una classe d’età ad un’altra, condito da riti collaterali fra i quali primeggia la festa dei 100 giorni), l’annacquamento della verifica delle conoscenze disciplinari in un calderone di varie educazioni hanno contribuito a metterne in seria discussione la serietà, l’efficacia e l’utilità.

Fondazione Agnelli ed Associazione Treelle sottolineano entrambe la perdita di valore del diploma, riconducibile alla discrezionalità delle commissioni che crea evidenti e sovente incongrue disparità fra scuola e scuola, nonché tra regione e regione. I due centri studi legati al mondo industriale invitano a riflettere sul fatto che nel privato è il datore di lavoro che si riserva di accertare direttamente le competenze di chi vuole assumere, mentre le Università propongono sempre più loro test d’ingresso, non ritenendo affidabili le valutazioni della Maturità.[14]

Ignorare le criticità evidenziate dai due think thanks significa dare maggior voce a quanti già pensano, depotenziando l’esame di stato, di archiviare il valore legale del titolo di studio per aprire un’autostrada ad interessati partenariati pubblico-privato, perfetti per abbattere gli ultimi argini capaci di salvaguardare un minimo di autonomia della scuola dal mercato.

Una seria riforma della Maturità dovrebbe essere, pertanto, tema di confronto e suggerimenti da parte del mondo docente, nella consapevolezza delle profonde implicazioni didattiche, formative, culturali e civili in gioco. Colpisce, invece, nelle dichiarazioni del Ministro Bianchi sulla possibile continuità della nuova formula adottata in nome dell’emergenza, il suo compiaciuto riferimento al gradimento da parte degli studenti come criterio per le scelte future.  Esercizio di demagogia spiccia, senza dubbio: a decidere non saranno gli studenti.  Quanto agli insegnanti, che di loro non si faccia menzione non stupisce affatto: il ruolo assegnatoci è quello di solerti esecutori di politiche per l’education decise altrove e senza averci minimamente consultato. D’altronde, se è vero che si raccoglie ciò che si semina, non possiamo certo rivendicare, al di là delle prese di posizione dei singoli o di qualche gruppo minoritario, di avere piantato in tutti questi anni semi di resistenza, rivolta e proposte  contro l’asservimento dell’istruzione alle logiche  mercantilistiche.

 

 

 


[1]     Cfr., fra gli altri, https://www.roars.it/online/la-liberta-di-insegnamento-a-scuola-in-tempi-di-covid-19/

https://www.roars.it/online/a-cosa-servono-davvero-i-test-invalsi/

Scuola e valutazione ai tempi del Covid, tra Fondazione Agnelli e INVALSI

Grandi opportunità

[2]     Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento.

[3]   https://www.orizzontescuola.it/maturita-bianchi-orale-parte-da-uno-scritto-ragionato-e-pensato-importante-sapere-scrivere-altrimenti-non-si-sa-parlare/

[4]     Dal settembre 2020 è stata introdotta la Materia Educazione Civica, per un totale di 33 ore annue, spartite tra vari docenti , secondo modalità decise in autonomia dalle varie scuole, mentre comune resta, generalmente, la vaghezza dei contenuti:  lo studio della Costituzione, che dovrebbe esserne l’asse portante, è del tutto marginale.

[5]     La terza prova, coinvolgente in genere  quattro materie, era già stata abolita nel 2019 dal ministro Bussetti.

[6]     J. C. Michéa, L’enseignement de l’ignorance et ses conditions modernes, Climats, Paris, 1999.

[7]     Proprio loro hanno reintrodotto alla grande le nozioni nell’insegnamento attraverso il proliferare di test, esercizi a risposta chiusa e prove standardizzate.

[8]     https://www.invalsiopen.it/patti-educativi-comunita/

[9]     https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2015/07/15/15G00122/sg; cfr. in particolare, l’articolo 1, commi 2, 3, 7.

[10]   Identificazione e validazione degli apprendimenti non formali ed informali  PDF www.storiairrer.it>sites>default>files>norme.

[11]   www.competenzechiave.eu › documenti_pdf › imparare_imparare, in particolare pp.22-24.

[12]   https://www.edscuola.it/archivio/ped/europa_scuola_profitto.htm

[13]   Per un esame dettagliato, cfr. https://www.roars.it/online/scuola-la-prevalenza-del-curriculum/  e https://www.roars.it/online/il-curriculum-dello-studente-un-altro-vestito-nuovo-dellimperatore/

[14]   https://www.fondazioneagnelli.it/2019/03/22/anche-riformato-questo-esame-non-e-piu-al-passo-con-i-tempi/ ; cfr. anche l’audizione in Senato di TreeLLe disponibile in rete: PDF Associazione TreeLLe_Senato

 

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2 Commenti

  1. Purtroppo l’imminente attacco alla scuola, per quanto così esplicitamente annunciato da chi lo porterà e così lucidamente analizzato da chi lo subirà, sta per avvenire nella fase storica più letargica, come coscienza politica, dei docenti; con dirigenti ormai tutti o quasi del nuovo modello (la “visibilità” della scuola come unico valore da perseguire); con studenti prostrati da anni di pandemia, ora frastornati ora blanditi dai continui cambiamenti e annunci di cambiamenti; con l’università impegnata nei propri problemi. Bisogna uscire dalla penombra di chi spera solo di cavarsela, bisogna ritrovare la forza di agire per i valori in cui si crede, bisogna unire le forze. La decadenza della cultura può essere lenta e apparentemente non traumatica per chi la vive; ma quando si raggiunge un punto di non ritorno (e nella scuola questo sarà la formazione di nuove generazioni di docenti-impiegati deboli culturalmente e quindi plasmabili al bisogno), per lungo tempo verrà meno la possibilità stessa di risalire la china.

  2. Sono d’accordo con Rebuffat. Il progetto di svuotamento di valori ed asservimento degli intellettuali è perseguito da almeno trenta anni in modo scientifico. Svilire gli insegnanti, i loro metodi, le loro discipline assicura studenti e cittadini plasmabili, ‘usabili’…
    Chi dovrebbe opporsi? Può solo chi non ha beneficiato dal sistema…

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