Si è svolto il 9 e 10 ottobre nell’aula dei Gruppi Parlamentari il convegno “Cultura 2030, Come evolverà la cultura nel prossimo futuro” in cui figuravo tra i relatori. Lo scopo è stato di discutere i risultati di una ricerca iniziata nel maggio 2017 per contribuire all’impostazione di una strategia di intervento politico in materia di lavoro. Al convegno hanno partecipato gli esperti che hanno contribuito alla realizzazione dell’indagine, coordinati dal Prof. Domenica de Masi, ed anche organizzatori culturali, imprenditori, sindacalisti e giornalisti. Questo il mio intervento, in fondo le slides.

La politica culturale serve a formare cittadini sovrani, non sudditi e clienti passivi, serve per cercare di creare le condizioni perché le arti e le scienze si possano sviluppare liberamente così da contribuire alla crescita intellettuale del paese. In questo senso non c’è una separazione netta tra cultura umanistica e scientifica, o meglio il compito accennato prima accomuna le “due culture” e in questo senso le unifica. Come diceva Norberto Bobbio, «il primo compito degli intellettuali dovrebbe essere quello di impedire che il monopolio della forza diventi anche il monopolio della verità», fornendo appunto gli strumenti culturali e intellettuali per interpretare quello che accade nella realtà che ci circonda, e prevedere in anticipo i disastri futuri è uno degli aspetti di questo lavoro. Invece di immaginare come sarà la cultura nel 2030, cercherò di focalizzare l’attenzione sulle tendenze che mi sembra di vedere oggi, o meglio negli ultimi dieci anni, e che dunque permetteranno di identificare i pericoli che corrono oggi la cultura e la ricerca.

Nel nostro paese, sono in atto da almeno tre lustri tre diversi tipi desertificazioni.

La prima è quella finanziaria. La scuola e l’università hanno subito tagli di bilancio, innestati dalla morsa delle due leggi Tremonti (133/2008) e Gelmini (240/2010). Entrambe le leggi sono state approvate dal governo Berlusconi, ma, di fatto, applicate e peggiorate dai governi successivi, sia per il taglio delle risorse sia per l’asfissiante e insensato cappio burocratico di stampo sovietico, che è stato imposto all’insegnamento e alla ricerca di ogni ordine. I numeri sono quelli di un paese che esce da una guerra, e, infatti, sono stati i tagli maggiori al sistema dell’istruzione dal dopoguerra a oggi. Mentre l’Italia ha scientemente tagliato le risorse nell’istruzione, altri paesi europei hanno fatto il contrario: la Germania dal 2000 al 2013 ha aumentato del 70% la spesa in ricerca e sviluppo che ora ha raggiunto il fatidico 3% del PIL auspicato dalla strategia di Lisbona. Un’Europa a diverse velocità dunque, dove gli obiettivi europei in positivo sono solo degli auspici mentre quelli in negativo sono delle imposizioni molto spesso insensate.

Attenzione però: in Italia il taglio di spesa non è stato uniforme sul territorio nazionale ma ha riguardato il centro sud piuttosto che il nord. Anzi la sola area lombardo-veneta che sta facendo il pieno di finanziamenti (basti pensare a Human Technopole, il centro di ricerca varato dal governo Renzi che dovrà sorgere nell’area milanese dell’Expo e finanziato per l’astronomica cifra di un miliardo di Euro) o l’iniziativa della Regione Veneto sull’ “autonomia differenziata”, una bozza di disegno di legge delega che prevede la sostanziale regionalizzazione della scuola e dell’università.

Lo squilibrio che si sta verificando a livello regionale, che comporta il secondo tipo desertificazione, quella sociale, di intere zone del paese cui non è già più garantito un sistema di istruzione di qualità, e sempre meno lo sarà in futuro, non è altro che il riflesso della stesso processo che si sta verificando in Europa, dove le risorse stanno seguendo la direttrice sud-nord. Ad esempio il nostro paese riceve meno, per quanto riguarda la ricerca, di quello che mette nel calderone europeo. La base ideologica che giustifica questo processo si chiama “meritocrazia”, termine coniato dal sociologo Michael Young che l’ha concepito per criticare una società governata dall’élite di talento. Il punto è molto semplice: la meritocrazia, senza garantire le pari opportunità, porta al privilegio. Le università tedesche attraggono più fondi di ricerca delle nostre perché sono più ricche, si possono permettere politiche della ricerca con fondi per noi astronomici. La competizione è una chimera usata per ammaliare il pubblico, proprio come le classifiche degli atenei. Leggiamo spesso che le nostre università hanno piazzamenti in queste classifiche non paragonabili a Harvard o Yale, che diventano “ovviamente” il modello cui ispirarsi. Peccato che Harvard e Yale insieme spendano più del 70% dell’intero fondo di finanziamento statale di tutte le sessantasei università italiane, che hanno un milione e seicentomila studenti contro gli appena trentatremila dei due top atenei americani.

La meritocrazia diventa la giustificazione delle enormi disuguaglianze che stanno crescendo non solo a livello continentale e nazionale ma anche a livello di una singola università o di un dipartimento, e in definitiva sono legate agli squilibri di partenza tra i diversi attori in competizione per delle risorse. È questo il motore della desertificazione sociale. Se, secondo l’articolo 3 della Costituzione, il compito dello Stato avrebbe dovuto essere di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, grazie alla mistificante competizione meritocratica si stanno escludendo interi settori della società e intere zone del paese dalla possibilità di accedere agli studi e di ottenere finanziamenti adeguati, non tanto e non solo per poter competere ad armi pari a livello internazionale, ma almeno a sopravvivere scientificamente.

Il terzo tipo di desertificazione ha anche una matrice ideologica che è accumunata alla meritocrazia: la desertificazione culturale. Lo stesso meccanismo in atto per cui le risorse sono dirottate da sud a nord è attivo a livello di una singola disciplina. Grazie alle politiche in atto sulla valutazione dell’attività dei ricercatori, è diventata pratica comune, tra i giovani ricercatori di investire il proprio tempo di ricerca in maniera conservativa, puntando su quelle idee di “mainstream” (dominanti in una certa disciplina) che sono già state ampiamente esplorate in letteratura. Questa tendenza è dovuta alla pressante competizione con i propri colleghi e alle prospettive del mercato del lavoro. Le ricerche originali e non di mainstream non solo non sono incoraggiate ma sono forzosamente scoraggiate. Eppure è sufficiente leggere un buon libro di storia della scienza per sapere che le idee innovative a volte si affermano per caso, a volte nascono per la testardaggine di qualche scienziato che segue un sentiero inesplorato. Alcuni esempi sono la scoperta del grafene, della superconduttività ad alta temperatura, del microscopio a effetto tunnel, della magnetoresistenza gigante (effetto alla base della miniaturizzazione degli hard disk) o anche le invenzioni nel campo della fisica dei laser premiate proprio il mese scorso con il Nobel per la fisica. La ricerca è come addentrarsi in una giungla fitta e oscura non come guidare su un’autostrada aiutati magari dalla guida assistita di burocrati che chiedono di indicare, in un progetto di ricerca, quali sono le “milestones” che saranno raggiunte tra sei mesi, quelle tra un anno e così via. La storia insegna ma non ha scolari.

Le tre desertificazioni, finanziaria, sociale e culturale non sono solo fenomeni italiani, ma certamente nel nostro paese hanno avuto un impulso enorme negli ultimi venti anni. Il cambiamento ventilato dal nuovo governo, per quello che riguarda la cultura, deve partire proprio dall’inversione di questa rotta, cercando di dare alimento al paese finanziariamente, socialmente e culturalmente. Al ministero dell’istruzione non si tratta cambiare solo le persone, ma anche la mentalità: il problema è che al momento non sono cambiate neppure le persone.

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6 Commenti

  1. Intervento eccellente. Sarebbe assai utile se il PD, invece di propinarci ossessivamente e ininterrottamente fa ben 6 mesi, lo stesso Martina statement!, mattina, sera, notte, contro il governo, meditasse una politica sensata, per esempio contro la dilagante povertà e, perché no, anche sullo sfacelo dell’Università a cui ha così tanto contribuito.

  2. Temo che non ci sia la benché minima traccia d’attenzione. La situazione è tale che vien quasi voglia di rimpiangere il periodo, peraltro assai fosco, del triumvirato Craxi, Andreotti, Forlani. Almeno c’era una qualche forma di dibattito su Università e Ricerca, molto meglio delle scialbe Leopolde attuali. Le macroscopiche nefandezze tipo Anvur non sarebbero state neppure ipotizzate, pena l’immediato sciopero di tutti gli universitari. Oggi la politica può far di tutto e di più, fino ad imporre una miriade di nonsense, tanto la stragrande maggioranza può al massimo mugugnare; ma con garbo, perché di fatto finisce sempre per adeguarsi ossequiosamente.

    • Penso che il problema principale sia la non reattività dei docenti/ricercatori a parte qualche caso. Una volta che non si reagisce si può essere brutalizzati in tutti i modi ed è infatti quello che sta avvendendo.

  3. Contributo bellissimo (scusatemi se non uso il termine “eccellente” ma l’ho depennato dal mio lessico), intriso di un’intelligenza che sta scomparendo (altro tipo di desertificazione). Purtroppo questi sono interventi destinati a essere letti e compresi da una minoranza di intellettuali e persone colte. L’italiano medio (o mediocre) che vota e plaude quando i quotidiani e le riviste (stra)parlano di meritocrazia all’università difficilmente potrà comprendere un argomento così “tecnico” e divenire consapevole del fatto che “meritocrazia” vuol dire in realtà esattamente il contrario di quello che pensa. L’Università e i docenti (assolutamente non privi di colpe e responsabilità storiche, specialmente in alcune aree disciplinari) invece avrebbero bisogno di “meritare” (!) il sostegno dell’opinione pubblica (almeno quella sopravvissuta alle devastazioni degli ultimi vent’anni), di far conoscere il proprio lavoro, di spiegare l’eterogeneità e la complessità del mondo accademico, l’importanza per la sopravvivenza della società. In questo senso bisognerebbe lavorare. Reagire solo con gli scioperi o con le proteste per il riconoscimento degli scatti (cosa del tutto sacrosanta e su cui non ho la minima esitazione) rischia di alienare ulteriormente l’opinione pubblica e quindi di fare il gioco di chi ha sempre odiato l’Università.

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