Con la fine dell’anno il rettore della mia università ha firmato il decreto con il quale emana il regolamento e il relativo bando per l’attribuzione delle risorse una tantum stabilite dalla legge Gelmini allo scopo di premiare il merito scientifico. Alla base v’è l’idea – sempre più dominante in politica, in economia e ora nella ricerca e nell’istruzione – dell’uomo solo al comando, del genio che dirige e vede tutto. La retorica dell’eccellenza e le misure che si vogliono implementare per favorirla  fa correre il rischio di spezzare la solidarietà che di solito vige tra coloro che trovano la motivazione del proprio impegno nella passione per la conoscenza. E di converso darà maggiore spazio a tutti quegli opportunisti che vorranno scalare ruoli di prestigio non per amore del bene dell’istituzione o per passione nello studio, ma solo perché così potranno lucrare qualcosa in più grazie alle proprie rendite di posizione.

Con la fine dell’anno il rettore della mia università ha firmato il decreto con il quale emana il regolamento e il relativo bando per l’attribuzione delle risorse una tantum stabilite dalla legge Gelmini allo scopo di premiare il merito scientifico. Sono stabiliti tutta una serie di parametri che prevedono punteggi relativi alle pubblicazioni scientifiche, punteggi attribuiti a varie forme di partecipazioni a progetti scientifici, nonché anche per aver ricoperto a vario titolo diverse cariche accademiche. Non ci interessa qui andare a valutare gli effetti perversi che tali norme – se istituzionalizzate – potrebbero ingenerare nella normale vita accademica (ad es., io non accetterei più di buon cuore di cedere la direzione di una ricerca ad una brava collega, per potermi dedicare agli studi, perché saprei che d’ora in poi ne va del mio stipendio). È importante scorgere invece l’idea di fondo che ci sta dietro e che alimenta anche i continui articoli di giornali nei quali si esalta l’eccellenza di giovani ricercatori che, grazie al proprio talento, sono inevitabilmente andati all’estero; o addirittura si usa a sproposito il termine “eccellente” nei Sordi vigile urbanovari settori della vita e delle istituzioni, anche laddove sarebbe sufficiente avere dei lavoratori onesti e dediti al proprio dovere: è quanto è accaduto col recente caso dei vigili urbani di Roma, in occasione del quale si è invocata la necessità di premiare l’eccellenza o di portare avanti i meritevoli. E difatti ve la immaginate la differenza tra un vigile urbano che vi fischia semplicemente e uno che invece  vi indirizza una sonata di Beethoven, oppure l’eccellenza di un vigile urbano che non si limita e trascrivervi burocraticamente l’infrazione sul verbale, con un semplice numero, ma invece ve la scrive in versi?

Ma, al di là della celia, questo tanto insistere sull’eccellenza ignora un dato fondamentale: ogni istituzione – sia essa di ricerca o di altro tipo – si regge per lo più non sulle “eccellenze”, ma su persone dotate di buone capacità, anche se certo non di genialità, che le portano avanti con dedizione, senso del dovere, onestà e amore per il proprio lavoro. Non bisogna essere delle “eccellenze” per far ciò e l’Italia non ha bisogno di esse per mettersi sulla retta via, ma di gente che sappia fare il proprio mestiere, senza imboscarsi e lasciare corrompere o lusingare dalle sirene del potere.

La questione diventa ancora più importante e delicata quando si abbia a che fare col campo della ricerca scientifica, per la quale più frequentemente si invocano le “eccellenze”. In questo caso è ben noto che la ricerca di ogni giorno, quella che costituisce, per dirla con Kuhn, la “scienza normale”, ha un ruolo indispensabile affinché le stesse eccellenze possano emergere. Nell’università ci sono decine, centinaia di persone che svolgono in modo onesto il proprio lavoro, fanno lezione in modo efficace, dirigono laboratori, fanno ricerche che di certo non apriranno nuovi orizzonti e nuove prospettive, ma che sono senza dubbio meritevoli e che costituiscono il normale carburante di cui si alimenta ricerca e conoscenza.

Di tutti gli scienziati e i ricercatori esistenti al mondo – varie decine di migliaia – si contano sulle dita di una mano i premi Nobel e sono poche centinaia coloro che brillano nel firmamento per la genialità delle ricerche che conducono e che raggiungono la notorietà nel grande pubblico. Il rimanente, invece, porta avanti il grandissimo organismo della ricerca scientifica, la macchina immensa che macina soldi, ricerche, didattica, alleva nuovi giovani, serve per le piccole innovazioni e i perfezionamenti dei “prodotti scientifici” esistenti. Sarebbe ingiusto e disonesto ritenere che tutti costoro siano dei parassiti e che solo pochi (siano anche il 50% o i due terzi, come a scuola) meritino delle gratificazioni. Sarebbe invece più realistico emarginare solo coloro che – prove alla mano – si esimono dai loro doveri didattici o che nel lungo periodo siano del tutto improduttivi. E per far questo, basterebbe un catalogo d’ateneo o una anagrafe nazionale, dove vengono elencati sia i “prodotti scientifici” sia i vari curricula.

lotteriaLa retorica dell’eccellenza e le misure che si vogliono implementare per favorirla – come se si potessero programmare a tavolino i grandi scienziati e le grandi scoperte, per lo più casuali – fa correre il rischio di spezzare la solidarietà che di solito vige tra coloro che trovano la motivazione del proprio impegno nella passione per la conoscenza, gratificati non da pochi spiccioli in più in busta paga, ma dal giusto riconoscimento che viene tributato al loro lavoro (si pensi a quanto questo fattore sia importante nella scuola). E di converso darà maggiore spazio a tutti quegli opportunisti che vorranno scalare ruoli di prestigio (cariche accademiche o istituzionali nelle scuole, o responsabilità in progetti di ricerca) non per amore del bene dell’istituzione o per passione nello studio, ma solo perché così potranno lucrare qualcosa in più grazie alle proprie rendite di posizione. E anche coloro che non sono interessati a posizioni di prestigio o a cariche di rappresentanza, ma solo a poter in tranquillità continuare le proprie indagini, saranno a forza gettati nella lotteria del concorso per l’attribuzione dell’una tantum, perché altrimenti sarebbero additati come “sfaticati” o “scarsamente produttivi”.

Alla base v’è l’idea – sempre più dominante in politica, in economia e ora nella ricerca e nell’istruzione – dell’uomo solo al comando, del genio che dirige e vede tutto, del talento che con le sue sole forze ci apre orizzonti rosei nel futuro. Mentre invece – come dimostrano per altro verso anche le ricerche sugli effetti negativi della disuguaglianza sulla crescita economica – la ricerca e lo sviluppo sono veramente tali quando si possono basare su un elevato livello medio di qualità e di efficienza nel funzionamento delle istituzioni, sul cui zoccolo duro possono poi formarsi le eccellenze, venire riconosciute e trovare la base materiale per portare avanti le proprie idee innovative. Altrimenti questo insistere sull’eccellenza finisce solo per costituire l’alibi per disinteressarsi del sistema della ricerca nel suo complesso, per ignorare la necessità di migliorarne i meccanismi di fondo, magari investendo più risorse, nel contempo creando l’illusione del “ricercatore fai da te”, da premiare, coccolare e sostenere indipendentemente dal più vasto sistema “ecologico” nel quale esso può crescere e formarsi.

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79 Commenti

  1. Sbaglio o si stava parlando di 240, di incentivi, ricerca ecc. Spostare la discussione su questioni di metodo e invocare il coraggio, che sinceramente riserverei a questoni più complesse e rischiose, mi sembra eccessivo. Il tema era diverso e provo a ricondurlo all’origine. La L. 240 concede al 50% (2011) e 60% (2012-2013) degli aventi diritto un incentivo una tantum sulla base del merito accademicoe e scientifico. I decreti attuativi del MEF disciplinano l’applicazione del comma 19 dell’art 29 della L 240.Le universitù hanno definto (Senato Accademico) i criteri di selezione. Nei casi che ho consiederato, una decina di atenei, il peso dei criteri della didattica e del gestionale è superiore e di molto a quello della ricerca, per sempio nell’ordine di 7 a 3 o anche più per gli ordinari e associati. La ricerca o meglio il peso della componete ricerca nella definiziaone dell’indice sintetico di merito è residuale, nonostante nei decreti sia specificato che è richiesta la pubblicazione e la verifica della qualità delle pubblicazioni. Parlare di valutazione dell’eccellenza mi sembra in queste condizioni fuori luogo.
    Secondo tema connesso al primo, questi incentivi servono a recuperare una parte di quanto perso per il blocco della progressione orizzontale (scatti) e verticale (concorsi) bloccati da 6 anni?
    Cosa accade nel resto della PA e soprattutto degli EELL nel frattempo, per profili simili a quelli dei docenti universitari?
    Ha senso che si continuino a prevedere premi di risultato e bonus milionari per chi guadagna oltre 100.000 euro, cioè più di un primario di un policlinico universitario, che spero tutti convengano, forse si assume qualche rschio in più e ha qualche responsabilità in più di un dirigente o avvocato comunale o regionale?
    Ho riportato dei brani della Vita di Galileo perchè credo che il tema dell’indipendenza economica sia un tema fondamentale della libertà della ricerca e dell’insegnamento e nella dignità di chi svolge questo lavoro.

    « Io, Galileo Galilei, lettore di matematiche nell’Università di Firenze, pubblicamente abiuro la mia dottrina che il sole è il centro del mondo e non si muove,
    e che la terra non è il centro del mondo e si muove. Con cuor sincero e fede non finta abiuro, maledico e detesto i suddetti errori ed eresie, e qualunque altro errore, eresia e setta contraria alla Santa Chiesa ».
    ………..
    Allievo di Galileo: Sventurata la terra che non ha eroi!
    GALILEO: No. Sventurata la terra che ha bisogno di eroi.

    • Secondo tema connesso al primo, questi incentivi servono a recuperare una parte di quanto perso per il blocco della progressione orizzontale (scatti) e verticale (concorsi) bloccati da 6 anni?
      ———————————-
      600 euro contro 8000 persi senza considerare il non recupero dell’anzianità negli anni a venire (altri N mila euro….). Non vale nemmeno la pena di parlarne.

  2. Conoscere l’identità di chi commenta serve a dare peso alle parole e ai concetti che esprime, poiché è a un certo punto importante sapere se certe opinioni arrivano con gente con cognizione di causa o meno, e se o meno sono dettate da vicissitudini personali. Ad esempio, non considererei molto significativa la difesa a oltranza dell’importanza primaria delle attività burocratiche e della didattica di servizio se vengono da persone che pubblicano poco e male e così via. Personalmente preferisco sapere con chi sto discutendo, ma accetto anche di discutere con anonimi, purché mantegano un atteggiamento rispettoso e non scendano sul personale.

    • S.ta Pazienza è la martire che è stata più maltrattata nella storia dell’Umanità. Non se ne parla mai abbastanza.
      Se mi rileggo non trovo una “difesa a oltranza dell’importanza primaria delle attività burocratiche e della didattica di servizio”. Semplicemente ho detto che a un docente è richiesto di occuparsi di tutte le attività, e in base a tutte è pagato e valutato (sic, anzi sigh visti i metodi di valutazione). Non si tratta quindi tanto di identificare il docente con l’attività scientifica di alta qualità o con l’attività didattica o burocratica, ma di trovare un equilibrio fra di esse per definire una figura completa.
      Si pongono quindi almeno due serie di problemi. Da un parte quali percentuali dedicare alle diverse attività e dall’altra, in un giorno di 24h, riuscire a fare tutto. Perché chi vuol fare bene tutto (come vedi, non penso che una cosa escluda l’altra) si ritrova a gestire il problema del tempo e della conciliazione tra vita lavorativa e privata.
      Su “quali percentuali dedicare alle diverse attività”, posso dire che da me, nei diversi regolamenti, la divisione relativa a ricerca/didattica/gestione è (mediando) per i professori 40/40/20, per i ricercatori 50/35/15.
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      Sul fatto particolare di riconoscere e premiare l’eccellenza scientifica, a livello personale mi sono data concretamente molto da fare sia in Italia che all’estero. Ma, di nuovo, non voglio dovermi giustificare. La coda di paglia è ingombrante e sta male sotto le gonne.

  3. Oh-oh! Vedo che oltre che di matematica ti diletti di psicologia. E’ bello allargare i propri interessi, ma i risultati non sono sempre gli stessi 🙂
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    Al massimo, infatti, io vorrei tornare al liceo. Non è la stessa cosa, ma puoi migliorare.
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    Più che di liceo, si può riparlare della distinzione fra “teaching university” e “research university”. L’abbiamo già fatto e fra un po’ non si porrà più il problema, perché se è vero che a te bastano carta e penna per fare ricerca, a chi fa sperimentazione restano ormai carta e pena.

  4. Sono ormai più di dieci anni che, anche se non continuativamente, frequento forum. Le discussioni mi appassionano. Ho visto di tutto e di certo gli insulti, gli attacchi personali ingiustificati o gli sfoghi anonimi mi hanno sempre dato fastidio. Non diversamente da quelli firmati. Diciamo che gli sfoghi anonimi sanno anche di vigliaccheria, ma a volte gli altri sanno solo di grande arroganza.
    Per il resto, anche gli anonimi in questi anni mi hanno insegnato moltissimo, e a volte perfino commossa, quando hanno confessato cose che a malapena avrebbero confessato a se stesse. Il coraggio ha tante facce.
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    Ma siccome, appunto, ritengo il rispetto importante e mi rendo conto che qui quelli che firmano non sono contenti, diciamo così, di parlare con colleghi anonimi, non insisto e lascio a loro di discutere in questo blog.

    • Cara Lilla ti inviterei invece a continuare a discutere in questo blog con le tue considerazioni anonime. Grazie

    • Occorre ricordare che, pseudonimi o firme che siano, “on the Internet nobody knows you’re a dog”
      ( http://en.wikipedia.org/wiki/On_the_Internet,_nobody_knows_you%27re_a_dog ). Per cui, a meno di non pretendere contributi via PEC, in qualsiasi forum, indifferentemente se ci sia una firma non verificabile o uno pseudonimo, contano solo le idee, le opinioni.

      Quanto poi all’ idea che le opinioni sul peso da dare a diversi aspetti degli obblighi (fissati peraltro dalla legge) di un docente universitario abbiano diverso peso a seconda della quantita’ e qualita’ della produzione scientifica (e perche’ non della qualita’ della didattica ? ), non meriterebbe di essere neanche commentata se i tempi non fossero quelli barbarici cui ci stiamo assuefacendo da un pezzo. Chiunque ritenga che all’ universita’ ci sia una superiorita’ della ricerca sulla didattica (o viceversa) dovrebbe rendersi conto di aver sbagliato mestiere.

      Quanto ai compiti gestionali, occorre svolgere anche quelli, e utilizzare meccanismi incentivanti per distribuirne meglio il peso su tutti e’ la piu’ ragionevole delle strategie.

  5. Ci sono sempre priorità in tutto. L’università di massa ha introdotto un tipo di didattica, di servizio, che non può e non deve essere considerata come altre attività ben più gravose. Chi davvero non capisce questo può considerare l’opportunità di cambiare mestiere e considerare, per esempio, l’insegnamento liceale.

    Infine, l’assenza di anonimato permette di valutare meglio le opinioni e magari vedere da quali modestissimi pulpiti arrivano certe prediche.

    • Guarda, starei qui per ore e ore a discutere con te sull’anonimato e le sue implicazioni psicologiche, ma anche escatologiche (andrò all’inferno?). Hai mai pensato che io potrei essere davvero brutta e quindi preferire che non si sapesse? Non hai cuore.
      .
      Come potrei star qui a parlare ore e ore su questioni di principio per assegnare 3000 Euro lordi per due anni di lavoro al posto di regolari aumenti di stipendio, comunque sempre piuttosto miseri, sulla base di parametri retroattivi (la ricostruzione di carriera no, il recupero degli scatti no, la fregatura retroattiva sì).
      .
      Ma passiamo invece al vero problema: noi siamo una università di massa. Eh già, come laureiamo noi, nessuno, nemmeno li turchi fra un po’. Tanto che l’UE potrebbe fare uno dei suoi famosi spot (mai visto questo sull’assicurazione sanitaria europea? https://www.youtube.com/watch?v=zrS3Zzqz5Wo) facendo vedere che sforniamo laureati come pizze.
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      Tornando seria (per quanto possibile per me, lo so), a parte il fatto che noi non abbiamo realizzato un’università di massa, ma ci abbiamo solo provato col 3+2 senza successo, mi si dovrebbe convincere che tale approccio all’accessibilità universitaria sia legato per forza di cose ad un livello scadente della qualità. Infatti, se io guardo i modelli nordeuropei e i risultati globali in termini di ricerca, innovazione, competitività ma anche civiltà, non trovo grandi riscontri.
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      Ma mi rendo conto che le opinioni sono diverse e che la tua assomiglia vagamente a quella che si citava ieri e che si trova qui:
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      http://www.pietroichino.it/?p=25357
      .
      dove si dice che:
      “Rischia invece di essere poco produttivo ammettere oggi, in atenei che spesso arrancano, molti studenti non adeguatamente addestrati da una scuola che ha difficoltà a preparare il terreno su cui l’insegnamento universitario deve seminare. Queste aree di parcheggio, in cui studenti svogliati attendono un’offerta di lavoro, producono, nella migliore delle ipotesi, il fenomeno della over-education: giovani che hanno conseguito titoli di puro valore legale, per svolgere compiti per i quali basterebbero qualifiche inferiori. Senza contare poi che aver aumentato il numero di studenti universitari, assimilando gli atenei ai licei, ha richiesto la proliferazione di master e dottorati, che svolgono oggi le funzioni di una laurea del passato, al costo di tenere forse troppo a lungo i giovani fuori dal sistema produttivo.”
      .
      Abbiamo più di 70000 iscritti di meno in dieci anni, siamo sotto di ben più di 10 punti percentuali alla media EU (media, poi), ma qualcuno parla di troppi studenti e troppi laureati per sostenere le proprie teorie superelitarie.
      Nulla si dice sul fatto che se ci sono casomai “molti studenti non adeguatamente addestrati da una scuola che ha difficoltà a preparare il terreno su cui l’insegnamento universitario deve seminare”, bisogna riflettere sull’educazione superiore. O che se ci sono studenti provenienti da famiglie con reddito basso ma borse non sufficienti, c’è un problema di diritto allo studio. O che se ci sono ragazzi bravi ma provenienti da una situazione culturale modesta o molto modesta, c’è un problema di recupero e incoraggiamento.
      Si fa prima a farli tutti fuori.
      Premiando chi parte già magari da un background culturale ed economico favorevole, come fu per me, che all’epoca non pagai un euro di tasse, quando potevo permettermi di pagarle e avevo genitori con più che una laurea. Solo che poi Ichino con me ha perso la scommessa, perché tutto questo reddito alto non è arrivato 🙂 Niente torte da spartire, al massimo un po’ di merendine.
      .
      Detto questo, per me dobbiamo sicuramente valorizzare l’attività di ricerca come una delle vere priorità, ricominciando prima di tutto a finanziare la ricerca di base in modo importante. Con budget abbastanza grandi da essere inclusivi di diverse realtà, sicuramente quelle di eccellenza, ma anche quelle promettenti. I programmi nazionali di ricerca, che erano lo strumento principale, non esistono più. Quelli europei hanno percentuali di successo risibili. Qui vale davvero la pena mobilitarsi, in maniera efficace.

    • @Giuseppe Mingione:

      Cosa sarebbe questa didattica di servizio che continui a citare ? Nel gergo universitario “corsi di servizio” sono quelli di SSD diversi dal o dai SSD “mainstream” di un Corso di Studi. In alcuni casi, da taluni, vengono visti come corsi “di serie B”. Potrebbe anche questo essere argomento per interessanti discussioni.

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      Ma cosa c’entrano con l’ università di massa ? Forse che un corso di Fisica per il CdL in Matematica o in Biologia non era presente anche nel passato, e in qualsiasi sistema universitario esistente ?

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      E se invece non pensavi a questo, cosa mai sarebbe ? Io conosco didattica fatta bene o fatta male (e non in assoluto, ma in funzione del corso che si sta tenendo: le esigenze di un corso di dottorato non sono le stesse di un corso per il primo anno in una triennale). A livello universitario, sta al docente fare un corso adeguato. Se non è in grado di farlo è un problema suo. Non dell’ università di massa, del 3+2 o qualsiasi altro alibi ci si inventi.

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      Attività più gravose ? Per me ricerca a livello di punta o didattica ben fatta richiedono lo stesso sforzo (grande). Se avessi voluto dedicarmi solo alla ricerca avrei potuto farlo in ottimi centri di ricerca e se avessi voluto fare solo didattica avrei insegnato nei licei (dove non e’ meno faticoso o doveroso far buona didattica ma fasce di età e obiettivi didattici sono solo diversi).

      .

      In tutte le università di eccellente livello che ho visitato non ho mai sentito nessuno parlare di priorità tra buona didattica e buona ricerca. Qui in Italia, in questo momento si sta cercando di contrabbandare per “valorizzazione delle eccellenze” il semplice tagliar meno le risorse ai migliori. E’ evidente che il termine eccellenze e’ solo un’ arma di distrazione di massa. E in questo senso l’ articolo di Coniglione punta il dito nella direzione giusta.

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      Il vero problema è che gli econo-liberisti che stanno dietro a gli slogan del momento, non avendo evidentemente idea diretta di cosa sono le vere “eccellenze” nella ricerca, stanno semplicemente riducendo un terreno ampio e diffuso di incubazione dei migliori, senza peraltro creare le condizioni per tenerli, e proprio nel momento in cui puntare sul miglioramento della preparazione media potrebbe permettere di non restare indietro nella competizione mondiale.

    • Mia moglie non sarà daccordo, ma come faccio a non dare ragione a Lilla. E’ informata, intelligente, giudiziosa ed è anche carina e non bruttina, come vuole far capire.

    • Sono stato io a indrodurre il cane nella comunità internettiana. Ho tutti i diritti a restare anonimo. Il liceo? Magari potessi ri-frequentarlo. Il periodo più bello della vita, ma sono diventato grande e sono andato all’università e ci sono rimasto. Ho la fortuna di essere rimasto un giovane uomo voglioso di scoprire cose nuove. E poi Lilla è all’università non al liceo 🙂 Mi trovo bene all’università … ancora per un po’. La chiuderanno, vero? Che sfiga. Proprio adesso che ci stavo prendendo gusto :-).

    • “ma sono diventato grande”. Curioso, non l’avrei detto 🙂
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      L’università non chiuderà, perché, come direbbe Briatore, è importantissima: è al 14° posto, dopo le custodie per l’iPhone in coccodrillo ma decisamente prima della domotica delle tapparelle.

    • Ovviamente ci sono situazioni e situazioni. Ma nulla garantisce in modo automatico che un corso per il primo anno per conservazione e restauro richieda meno lavoro e meno impegno intellettuale, e anche capacita’ di innovazione, di un corso di dottorato. Questo, se ci si ponesse anche il problema dell’ apprendimento degli allievi e non solo quello dell’ “erogare conoscenze”, naturalmente.

  6. Direi che è molto più difficle spiegare l’integrale di lebesgue in un corso di laure magistrale in inglese a studenti di diversa provenienza e nazionalità che in un dottorato, dove si dovrebbe assumere che uno studente sappia dimostare un teorema. Poi cosa insegnare nei dottorati e chi, non è molto diverso da cosa insegnare e chi nei corsi di laurea, anche se insegnare a dieci è sempre eglio che insegnare a 100, o no?

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