Per qualche ragione misteriosa chi in Italia si sente titolato a prescrivere ricette sulle riforme dell’Università è solito imbastire discorsi corredati di numeri e citazioni che impressionano il lettore distratto o sprovveduto, ma che, una volta dissezionati, rivaleggiano con la famosa supercazzola prematurata. L’ultimo episodio di una lunga serie è lo “Spunto di riflessione” riportato nel Rapporto redatto dal Comitato di esperti in materia economica e sociale, presieduto dal top manager Vittorio Colao. Si intitola “Una differenziazione smart per il sistema universitario” che, tradotto in parole povere, significa “Università di serie a e serie B”. Perché bisogna differenziarsi? Ce lo chiede la VQR: nell’Area economica c’è solo un misero 6% di ricercatori eccellenti che, per di più, sono dispersi in tutta Italia. ”Un’analoga frammentazione della migliore ricerca è stata rilevata nelle Vqr successive ed è propria di quasi tutte le aree scientifiche” ci garantisce la task force. Abbiamo controllato e abbiamo scoperto che era solo una “Tarapìa tapiòco”. Nelle altre aree ci sono percentuali di eccellenti fino a 5 volte maggiori e in molti atenei più del 50% dei ricercatori sono “eccellenti”, qualsiasi cosa possa voler dire. Come non bastasse, il vero dato dell’area economica era 9% e non 6%. Per quanto riguarda l’Università, il rapporto della task force di Colao assomiglia un po’ troppo a quei rapporti che ti rifilano a caro prezzo alcune quotate società di consulenza: storielle per gli ingenui, confezionate per puntellare scelte decise a priori (la differenziazione tra università di serie A e serie B, tanto per cambiare). In tutto ciò, che ruolo hanno i numeri? Beh, fungono da guarnizione. Come la panna montata spray.

L’indimenticato Conte Mascetti di Amici miei, per non pagare una multa, stordiva il vigile sciorinando una cantilena senza senso: «Tarapìa tapiòco! Prematurata la supercazzola, o scherziamo». Per qualche ragione misteriosa chi in Italia si sente titolato a prescrivere ricette sulle riforme dell’Università è solito imbastire discorsi corredati di numeri e citazioni che impressionano il lettore distratto o sprovveduto, ma che, una volta dissezionati, rivaleggiano con la famosa supercazzola prematurata.

L’ultimo episodio di una lunga serie è lo “Spunto di riflessione” (sic) riportato a pagina 38 del Rapporto Iniziative per il rilancio “Italia 2020-2022”, redatto dal Comitato di esperti in materia economica e sociale, presieduto dal top manager Vittorio Colao. Ecco il primo paragrafo.

Spunto di riflessione – Una differenziazione smart per il sistema universitario

La qualità scientifica in Italia non è concentrata in pochi atenei eccellenti, ma è relativamente diffusa. Prendiamo l’esempio dell’area economica: nel primo esercizio di valutazione della qualità della ricerca (Vqr) i ricercatori che hanno presentato lavori valutati tutti come ‘eccellenti’ erano solo 296 (poco più del 6% del totale), ma distribuiti in ben 59 atenei e 93 diversi dipartimenti. Un’analoga frammentazione della migliore ricerca è stata rilevata nelle Vqr successive ed è propria di quasi tutte le aree scientifiche. Si tratta dunque di un dato che contraddistingue stabilmente il sistema universitario italiano rispetto alla maggior parte dei sistemi universitari più avanzati. Questa dispersione dei migliori ricercatori fra le varie sedi ci aiuta a spiegare un apparente paradosso. Da un lato, nonostante il cronico sotto-investimento in ricerca e il bassissimo numero di ricercatori occupati, la qualità complessiva della produzione scientifica risulta molto elevata in Italia in termini comparati e in netto aumento negli ultimi 15 anni. Dall’altro, le università italiane risultano pressoché assenti fra le top 100 in tutti i ranking internazionali basati su produttività e impatto della ricerca, mentre sono molto numerose fra le top 500. Una spiegazione di questo paradosso sta appunto nell’elevata dispersione dei migliori ricercatori italiani fra atenei diversi, che fa sì che molti atenei siano di buona qualità, ma (quasi) nessuno eccellente.

Un’argomentazione scritta con autorevolezza e fondata sui numeri, come insegna lo stile McKinsey, azienda da cui è transitato Colao. In sintesi:

  • solo il 6% di ricercatori “eccellenti”;
  • viene citata solo l’area economica e, per di più, prestazioni vecchie di un decennio (VQR 2004-2010), ma state tranquilli: “Un’analoga frammentazione della migliore ricerca è stata rilevata nelle Vqr successive ed è propria di quasi tutte le aree scientifiche“;
  • dato che i pochi “eccellenti” sono dispersi in tante sedi, nessun ateneo raggiunge la massa critica per entrare nell’Olimpo delle top 100 nei ranking internazionali.

Chi ha un minimo di pratica con i dati della VQR, sente però ronzare nelle orecchie “Tarapìa tapiòco!” E anche: “come fosse Antani!“.

È propria di quasi tutte le aree scientifiche” ci rassicurano i cervelloni della task force. Bene, verifichiamo come stavano le Scienze Fisiche in quanto a ricercatori eccellenti.  I dati che ci servono sono nella Tabella 2.17a del Rapporto VQR di Area 2:

  • il 35% dei ricercatori (736 su 2.113) hanno ottenuto il punteggio massimo;
  • un altro 32% ha ottenuto punteggio “quasi massimo” (2 giudizi eccellenti e 1 buono su tre prodotti, pari al 93% del punteggio massimo);
  • nessuno dei 50 atenei è privo di “eccellenti”, ma il loro numero varia da 1 a 54 (Roma Sapienza). Padova gli eccellenti sono 49 su 102 ricercatori, ovvero quasi il 50%;
  • per quanto riguarda la massa critica, in 8 atenei la percentuale di eccellenti supera il 50%.

È vero nell’area della Fisica le cose vanno diversamente dall’Economia, ma una rondine non fa primavera, obietterà qualcuno. Gli esperti hanno precisato che la mancanza di massa critica di eccellenza era propria di “quasi tutte le aree scientifiche”. Prendiamo allora l’Ingegneria Industriale e dell’Informazione, Tabella 4.16 del Rapporto VQR di Area 9:

  • il 34% dei ricercatori (1.661 su 4.822) hanno ottenuto il punteggio massimo;
  • un altro 26% dei ricercatori ha ottenuto punteggio “quasi massimo”, pari al 93% del punteggio massimo;
  • il numero di “eccellenti” per singolo ateneo varia da 0 a 250 (Milano Politecnico);
  • in 11 atenei la percentuale di eccellenti supera il 50%: Trento, Ferrara, Torino, Catanzaro, Roma Foro Italico, Urbino, Bolzano, Pisa Sant’Anna, Enna, Roma Biomedico, Napoli Parthenope.

Nella maggior parte delle aree l’Anvur non aveva fornito le statistiche dei voti individuali, ma per farci un’idea di quanto l’eccellenza sia rara, dispersa e carente di massa critica, bastano le seguenti percentuali di prodotti eccellenti (Tabella 6.2 di Tabelle Parte Prima):

  • Scienze Matematiche e informatiche: 40%
  • Scienze Chimiche: 55%
  • Scienze Biologiche: 39%
  • Scienze Veterinaria: 41%
  • Ingegneria Civile: 41%

A questo punto, facciamo un esperimento. Riprendiamo il paragrafo dello “spunto di riflessione” e vediamo come suona se sostituiamo i dati dell’area economica con quelli dell’Ingegneria industriale e dell’informazione.

Spunto di riflessione – Una differenziazione smart per il sistema universitario
La qualità scientifica in Italia non è concentrata in pochi atenei eccellenti, ma è relativamente diffusa. Prendiamo l’esempio dell’area dell’ingegneria industriale e dell’informazione: nel primo esercizio di valutazione della qualità della ricerca (Vqr) i ricercatori che hanno presentato lavori valutati tutti come ‘eccellenti’ erano solo 1.661 (poco più del 34% del totale), ma distribuiti in ben 58 atenei. […]

Solo 1.661 eccellenti? Solo il 34%? Ci sono ricercatori eccellenti in 58 atenei e dovremmo preoccuparcene? Abbiamo 4 atenei (Milano Politecnico, Padova, Bologna, Torino Politecnico) in ciascuno dei quali ci sono più di 100 ricercatori a punteggio pieno e piagnucoliamo perché non riusciamo a concentrare le eccellenze? Il Conte Mascetti era un dilettante, al confronto.

Se l’esperto che ha partorito questo “Spunto” credesse veramente ai responsi della VQR, dovrebbe piuttosto concludere che, mentre in diverse aree le concentrazioni di eccellenti ci sono e sono anche parecchie, ci sono aree che scontano dei ritardi. Tra queste vi è l’area economica, una sacca di sottosviluppo nel panorama dell’accademia italiana. Dato che i numeri del Rapporto sono stati presi pari pari dalle pagine 31-32 del  Rapporto VQR 2004-2010 dell’area economica, è lecito sospettare che l’esperto fosse proprio un economista. Curiosamente, ha anche ritoccato verso il basso la percentuale dei ricercatori che hanno presentato lavori valutati tutti come ‘eccellenti’ (9,6%), sostituendola con quella dei valutati con 3 valutazioni eccellenti (6,4%). Perché negare la medaglia di eccellente ai giovani che, essendo tenuti a presentare meno di tre lavori, avevano comunque ottenuto l’en plein? La battuta sarebbe fin troppo facile: l’area economica è talmente scientificamente depressa da annoverare come “esperto” chi ha persino scordato quel minimo rigore scientifico che ti fa controllare i numeri (e magari riportarli fedelmente), prima di dare per scontato che la propria desolante situazione sia rappresentativa delle altre aree. Ma, a differenza del Rapporto Colao, preferiamo tenerci lontani dalle analisi sociologiche un tanto al cento.

In base ai numeri, le ricette avrebbero dovuto essere ben diverse. È evidente che gli italiani sono un popolo di fisici, di ingegneri (e di matematici, di chimici, etc), ma non di economisti. Inutile che l’Italia butti soldi in un secchio bucato, meglio concentrare i finanziamenti nelle aree in cui eccelliamo davvero e  riorientare gli studi economici verso corsi professionalizzanti, capaci di fornire, senza fronzoli inutili, le competenze basilari richieste dal mondo del lavoro. Alla luce di quel misero 6%, mettiamo in pratica la differenziazione smart e lasciamo la scienza economica a quelle nazioni in cui l’eccellenza economica può raggiungere masse critiche che non fanno per noi.

Vista la sua credulità nella VQR, questo avrebbe dovuto concludere l’esperto della task force, se solo avesse controllato cosa dicevano davvero i numeri. Ma si sarebbe ugualmente sbagliato. Chi crede nella VQR difficilmente la conosce a fondo. Infatti, la sua fede subirebbe un duro colpo se scoprisse che, in base alla VQR, Unicusano e Messina superano i Politecnici di Milano e Torino per qualità della ricerca.

Una delle conseguenze dell’avvento dell’Anvur e delle sue valutazioni pseudoscientifiche è aver messo in circolazione dei fondi di caffè che vengono pensosamente interpretati dagli esperti di turno, chiamati al capezzale di un malato che, invece, avrebbe un gran bisogno di levarsi di torno i venditori di elisir miracolosi (e scaduti, visto che gli ingredienti sono quelli di 10 e più anni fa).

Di fondi di caffè ce ne sono già a sufficienza in circolazione, anche senza l’Anvur. Basta pensare alle classifiche internazionali degli atenei, il cui unico merito è quello di essere una cartina di tornasole quasi infallibile: se incroci qualcuno che porta le classifiche a sostegno dei suoi ragionamenti, puoi star sicuro che di istruzione superiore ha studiato e capito ben poco. Infatti, solo chi non le conosce e non sa come funzionano può dar credito a quelle classifiche e usarle a supporto delle proprie tesi senza provare imbarazzo. Difficile dare troppo credito alla scientificità dei World University Rankings di Times Higher Education se sai che l’Università di Assuan (Egitto) con i suoi 100 punti su 100 (a pari merito con altri 6 atenei), è la prima università mondiale per impatto scientifico (misurato dall’indicatore Citations). Gli egiziani superano di diverse posizioni Stanford (posizione 8-9, a pari merito con la Anglia Ruskin University), Massachusetts Institute of Technology (posizione 14-15, a pari merito con la Nova Southeastern University)  e Harvard (18-19, a pari merito con la cilena University of Desarrollo).

Le più note classifiche internazionali sono costruite in modo da premiare con le prime posizioni nella classifica generale gli atenei con bilanci miliardari e, da un certo punto in poi, sono troppo influenzate dal rumore statistico e dall’arbitrarietà degli algoritmi di standardizzazione. Sono pertanto inutilizzabili per qualsiasi valutazione delle prestazioni scientifiche e didattiche e, a maggior ragione, delle loro variazioni nel tempo. Nel 2019, Roma Sapienza è tornata la prima delle università italiane nella classifica ARWU, grazie alle affiliazioni di due scienziati Highly cited: un ex-docente ultraottantenne che negli articoli si firma come affiliato a diversi enti (Helmholtz Institute Ulm, IIT, … ), tutti diversi da Roma Sapienza, e un professore che invece era di Ferrara. Il rettore aveva commentato il “balzo in avanti” con queste parole: «Questo risultato giunge grazie all’impegno di tutti ed è frutto di investimenti della Sapienza per quanto possibile crescenti».  Secondo Paolo Fox, il 2020 sarebbe stato “un anno di crescita, vantaggioso per viaggi e spostamenti”;”tra gennaio e maggio avete una bellissima situazione”, aggiungeva. Se c’è chi crede agli oroscopi, perché non dovrebbe esserci anche chi crede nei ranking degli atenei?

Il vero problema è che ci creda anche chi dovrebbe avere per mestiere una mentalità scientifica. Beata l’ingenuità di chi si spiega l’assenza degli atenei italiani nelle “top 100” con la storiella della dispersione:

le università italiane risultano pressoché assenti fra le top 100 in tutti i ranking internazionali basati su produttività e impatto della ricerca, mentre sono molto numerose fra le top 500. Una spiegazione di questo paradosso sta appunto nell’elevata dispersione dei migliori ricercatori italiani

Ma è davvero così? Proviamo a rispondere guardando i numeri.

La figura mostra il punteggio PUB (pubblicazioni) estratto dagli indicatori della classifica ARWU per 20 “national champions” (rosso), ovvero le prime università delle rispettive nazioni e per gli atenei italiani censiti dalla classifica (blu). Il punteggio PUB mostra una chiara correlazione con i costi operativi: chi dispone di più risorse pubblica di più e scala la classifica. Si vede anche che con i fondi a loro disposizione gli atenei italiani ottengono ottimi risultati.

Per quanto riguarda l’Università, il rapporto della task force di Colao assomiglia un po’ troppo a quei rapporti che ti rifilano a caro prezzo alcune quotate società di consulenza: storielle per gli ingenui, confezionate per puntellare scelte decise a priori (la differenziazione tra università di serie A e serie B, tanto per cambiare). In tutto ciò, che ruolo hanno i numeri? Beh, fungono da guarnizione. Come la panna montata spray.

 

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19 Commenti

  1. La questione del Piano Colao è molto seria. Soprattutto se proviamo a guardarla dal lato della scuola, magari quella di base, quella che essendo un obbligo, un diritto-dovere, viene “prima”, non solo in termini temporali… Ortopedia pedagogica operata dalla DaD dopo la cura decennale di INVALSI e dei Gavosto di sempre, smantellamento degli organici, de-inclusività dei più fragili, abbandono degli spazi in cui fare scuola. L’elenco è lungo,lo so, deprimente.

  2. È stato un grande risultato avere università in territori periferici: alcune hanno storie di secoli, non dell’altro ieri.
    È un grande risultato che si scrivano testi e si faccia ricerca. È lavoro che avrà risultati nell’immediato, ma, soprattutto nel tempo. Ora mi chiedo non è che c’è un disegno economico che è quello di sottrarre ricchezza (IN SENSO SIMBOLICO E NON) al Sud e alle isole?

  3. Almeno il conte Mascetti faceva ridere davvero.
    Ma bastaaaaa!!!
    E alesina e giavazzi, e perotti e boero e cottarelli e colao…ma basta, per favore.
    Questi “eccellenti” signori, hanno davvero stancato.
    Ma i bocconiani sono davvero l’eccellenza del panorama economico italiano?

    Venirsene con una ricettina ridicola da sei punti stitici dopo che ci hanno dovuto pensare tanto… ma tanto
    Siamo davanti alla peggiore crisi economica dal dopo guerra e questi “eccellenti” signori ti rifilano la ricetta del secolo….scorso!!
    università di serie a e b. Ma per favore…

    Grazie Colao, ora torni pure al suo orticello e si porti qualcuno dei suoi amici “eccellenti”, li potrà poi cogliere con le zucchine.

    Domenico Cersosimo e Felice Cimatti propongono una cura da cavallo che in tempi di guerra, quella che arriva, forse è l’ultima speranza per minimizzare i danni da qui a 5-10 anni e riuscire a limitare l’emorragia di ragazzi (soprattutto meno abbienti) dalle università che porterà all’inevitabile impoverimento di tutta la società italiana.
    https://www.internazionale.it/opinione/domenico-cersosimo/2020/05/25/universita-gratuita-tasse

    • Grazie per il link all’articolo. Mi sembra che quello che si stia prospettando è qualcosa del tipo: offriamo la didattica online a chi non si può permettere di mantenersi in un’altra città. Che magari a prima vista sembra pure una cosa ‘sociale’. Il pericolo però, come ho letto da varie parti, è che questo non faccia altro in realtà che aumentare le disuguaglianze. Chi se lo può permettere va fisicamente all’università, partecipa alle lezioni, interviene, parla con colleghi e docenti e sappiamo bene quanto l’interazione sia parte importante del processo di formazione. La didattica online non è efficace, non è buona, non è bella (permettetemi) come quella in presenza.
      Perché ovviamente la soluzione è costruire residenze, dare borse di studio, abbattere le barriere socio-economiche (e mica lo dico io eh, lo dice la Costituzione….).

      E magari chi si vuol opporre alla DaD (emergenza Covid-19 a parte ovviamente) viene pure indicato come colui che si oppone ad “includere” tutti perché ci dicono che è irrealizzabile sostenere tutti quelli che hanno bisogno con delle borse di studio.

      Emanuele Martelli

    • Sulla tele-didattica di serie B concordo con Emanuele. Chi ha voglia di fare un esperimento in prima persona, provi a seguire uno dei blasonati corsi online, anche pre-COVID. La mia personale impressione è che solo in superficie siano opportunità di apprendimento; nella pratica, molti si traducono in perdite di tempo. Tra tanti, uno dei motivi (e non devo certo insegnarlo a voi) è che le lezioni scivolano senza sfumature intermedie tra l’ovvio e l’incomprensibile. Ritengo che sia dovuto all'”assottigliamento del contesto”: mancanza di riferimenti come corsi precedenti, discussioni preliminari, possibilità di risolvere rapidamente dubbi mirati, e diciamolo, anche la riduzione delle distrazioni. In pratica, rimane un’impressione di una furbata in cui alla fine sarà colpa tua se “non hai imparato”.

      Ma d’altra parte, doveva essere evidente: altrimenti non si spiega l’apparente slancio con cui le grandi università statunitensi hanno appoggiato, ormai molti anni fa, queste iniziative.

  4. Articolo da applausi,
    se non fosse per l’immancabile nota di tipo razzista: il fatto che ci sia
    UN Dipartimento di Ingegneria di UNA Università del Sud, che risulta migliore (secondo la VQR) di
    UN Dipartimento di UN Politecnico del Nord
    implica
    VQR sbagliata. O quantomeno è una prova ulteriore del fatto che sia sbagliata.
    Ne segue che, per De Nicolao, se
    TUTTI i Dipartimenti di Ingegneria di TUTTE le Università del SUD risultassero peggiori
    di TUTTI i Dipartimenti di Ingegneria di TUTTI i Politecnici del NORD,
    allora la VQR sarebbe migliore, o quantomeno, ci sarebbe una prova in meno della sua fallacia.

    Facile riconoscere il razzismo quando si esercita contro gli Afroamericani, più difficile scoprirlo dentro di noi.

    Marco Sammartino

    • A dire il vero, era facile riconoscerlo, dato che, secondo i parametri di sammartino, io lo esercito anche contro gli africani, come dimostra il mio commento sull’Università di Assuan.
      Riguardo alla credibilità della VQR, credo sia utile richiamarne gli scopi:
      ______________
      Sergio Benedetto (ex-consigliere ANVUR): “Perché la VQR? Per presentare al paese una valutazione accurata, rigorosa e imparziale della ricerca svolta nelle università, ma anche per offrire una valutazione delle istituzioni nelle diverse aree scientifiche. […] Per chi la VQR? Gli organi di governo delle istituzioni per intraprendere azioni volte a migliorare la qualità della ricerca nelle aree che appaiono deboli rispetto al panorama nazionale. I giovani ricercatori per approfondire la propria formazione e svolgere attività di ricerca negli atenei ed enti di ricerca più qualificati nell’area scientifica di interesse. Le famiglie e gli studenti per orientarsi nelle difficili scelte collegate ai corsi di studio e alle università (soprattutto corsi di laurea magistrale e dottorato)”


      ______________
      Se gli “esperti” che credono nella VQR, la conoscessere davvero, esso dovrebbero rammaricarsi che non ci sono abbastanza studenti, che “votano con i piedi”, muovendosi verso gli atenei “eccellenti”. Invece, la VQR che venerano sembra una sorta di “Deus absconditus”, di cui conoscono assai poco. Prendiamo come esempio Francesco Giavazzi:
      ________
      Francesco Giavazzi: «Adesso se io ho una figlia che va all’università e deve decidere qual è la migliore facoltà di Biologia va sul sito dell’ANVUR e le vede tutte classificate. Almeno lì vedo che c’è università di Trento che è la migliore [in realtà, si classifica terza, NdR] e quella di Rovereto [non esiste, è solo una sede staccata di Trento, NdR] che è la peggiore [se così fosse, Trento sarebbe contemporaneamente la migliore e la peggiore NdR]».
      https://www.roars.it/online/come-scegliere-luniversita-giavazzi-basta-andare-sul-sito-dellanvur-dove-unicusano-supera-milano-politecnico/



      ________
      Così stando le cose, Giavazzi dovrebbe essere un fan dell’Ingegneria industriale e dell’informazione di Messina e riservare una bella ramanzina per il declino del Politecnico, dove si è laureato in anni gloriosi ma lontani. E invece,a sorpresa, vuole chiudere Messina:
      ________
      “Crederò che il governo sia impegnato a ridurre le spese quando Letta e Saccomanni si recheranno […] a Bari, Messina, Urbino e a spiegare che la chiusura di quelle tre università (in fondo alla classifica dell’Anvur) è nell’interesse dei loro figli. Non è frequentando una fabbrica delle illusioni che ci si costruisce un futuro.”
      https://www.roars.it/online/francesco-giavazzi-e-la-sua-magnifica-ossessione/
      ________
      Insomma, le classifiche Anvur sono una versione aggiornata dei fondi di caffè: scrutandole (o facendo finta di farlo) si può trovare sostegno a qualsiasi opinione.

    • P.S. Riguardo al razzismo, riporto cosa ho scritto:

      “Chi crede nella VQR difficilmente la conosce a fondo. Infatti, la sua fede subirebbe un duro colpo se scoprisse che, in base alla VQR, , Unicusano e Messina superano i Politecnici di Milano e Torino per qualità della ricerca.”
      _________
      Io non credo alla VQR (come non credo agli oroscopi) perché conosco le proprietà statistiche dei suoi punteggi. Che Messina preceda i due Politecnici del Nord non mi sorprende, anzi è del tutto spiegabile senza invocare gli ascendenti dei loro rettori. I voti VQR sono fondi di caffè, non perché Messina ha un buon voto, ma per come sono costruiti.
      So abbastanza bene, però, che chi crede alla VQR (Giavazzi in testa) è intimamente convinto che essa dovrebbe sancire il trionfo di alcune istituzioni e non altre. Giavazzi, messo di fronte all’alternativa tra ripudiare i suoi pregiudizi sulle università da chiudere e ripudiare la VQR, cosa sceglierebbe? Credo che gli adoratori della VQR la adorino perché pensano che essa puntelli i loro pregiudizi, esattamente come pensano anche gli adoratori dei ranking internazionali. Il fatto che il puntello non ci sia evidenzia quanto siano affidabili questi “esperti”.
      In altre parole: la mia è una dimostrazione per assurdo, più rapida e comprensibile (per l’uomo della strada, almeno) rispetto a una discussione di tipo statistico. Se i criteri di Times Higher Education fossero sensati, l’Università col più alto impatto scientifico mondiale sarebbe quella di Assuan, che precederebbe di diverse posizioni Stanford, MIT e Harvard. È razzismo antiafricano partire da questo fatto per suggerire che c’è qualche problema tecnico nell’indicatore Citations di THE?
      Di nuovo, è possibile dare una spiegazione tecnica del perché Assuan precede Stanford, ma per convincere i lettori che la classifica è una patacca è più diretto mostrarne gli effetti paradossali che spiegarne passo passo i dettagli statistici e bibliometrici.
      L’ultima questione è se sia possibile costruire delle classifiche sensate. La risposta è no e, di nuovo, ha dei fondamenti tecnici. Studiare le classifiche è come analizzare le macchine per il moto perpetuo. Basta un po’ di pazienza e, alla fine, trovi l’imbroglio. Ma come fare a convincere rapidamente i profani che è un imbroglio? Spiegando i principi della termodinamica oppure aprendo lo sportello che nasconde le pile?

    • No, nel caso di Assuan non si ravvisa razzismo, semplicemente perché c’era stata una analisi documentata, riportata da Roars.
      Se ben ricordo, Assuan aveva scalato le classifiche grazie alle straordinarie prestazioni bibliometriche di un solo ricercatore;
      per altro, tali prestazioni erano basate su papers pubblicati sulla rivista di cui il ricercatore era fondatore ed editor-in-chief.
      Quando si denuncia una truffa non si è razzisti, indipendentemente dalla latitudine della residenza del presunto truffatore.
      E se una classifica è facilmente scalabile grazie a dei trucchi, ebbene questo è certamente un indizio della scarsa attendibilità della classifica.

      Suggerisco poi il seguente esperimento mentale.
      Un sociologo americano vuole dimostrare che la valutazione cui sono state sottoposte le ”primary schools” di Los Angeles è affetta da gravi errori
      metodologici.
      Per far questo riporta n prove. Di queste (n-1)sono ben supportate da dati e analisi.
      L’n-esima consiste solo nel fatto che lui ha scovato UN istituto di East Los Angeles (frequentato da ispanici e afroamericani) che supera, nella valutazione,
      UN istituto di West Los Angeles (frequentato da bianchi).
      Tale sociologo sarebbe immediatamente bollato come razzista, e giustamente.

    • No, il caso di Assuan è diverso da quello famoso di Alessandria d’Egitto. Fino ad oggi, non abbiamo evidenza che ad Assuan ci sia qualche direttore di riviste pubblicate da Elsevier che si autopubblica. L’indicatore Citations è talmente mal congegnato da amplificare a dismisura le oscillazioni casuali (se poi c’è anche un direttore fraudolento, la scalata è ancora più impetuosa). Nel 2018, il primo posto era stato concquistato dalla Babol Noshirvani University of Technology (e anche in quel caso eravamo stati accusati di razzismo per aver osservato che fosse strano che avesse superato tutte le più famose World Class Universities).

      Tornando al fatto di aver trovato UN caso, osservo che non si tratta di UN caso sia per la VQR sia per il ranking THE.
      Nella VQR ci sono 23 atenei davanti al Politecnico di Milano nella classifica di Ingegneria industriale e dell’informazione.
      Per THE, nella classifica della Research influence (basata sull’indicatore Citations), oltre che da Assuan, Stanford è preceduta da:

      – Brandeis Univ.
      – Brighton Medical School
      – Indian Inst. of Technology Ropar (11-mo in India secondo India Today, nemo propheta in patria)
      – Jordan University of Science and Technology
      – Univ. of Peradeniya
      – Reykjavik Univ.
      Se qualcuno crede agli oroscopi, piuttosto che infliggere un pippone su “astronomia vs astrologia”, trovo più facile e divertente citare Paolo Fox che per il 2020 pronosticava:
      ______________
      “un anno di crescita, vantaggioso per viaggi e spostamenti”; ”tra gennaio e maggio avete una bellissima situazione”.

  5. […] esperti in materia economica e sociale, presieduto dal top manager Vittorio Colao, già oggetto di un tagliente post di Giuseppe De Nicolao, è stato copiato e incollato (senza citazione) da un libro uscito nel 2017 […]

  6. […] Una legittimazione di questo tipo, per un’istituzione che ha bisogno di pubblico riconoscimento, non è solo un tradimento rispetto ai suoi valori di facciata: è un lento suicidio. Quanto più l’università nasconde quello che fa, quanto più si fa rinchiudere entro barriere artificiose, tanto più incoraggia chi ne è escluso a rappresentarla come un’élite corrotta, pretenziosa, autoreferenziale e sostanzialmente inutile. La cultura non è come una Ferrari che si può sfoggiare per l’invidia di chi non ce l’ha: può essere apprezzata ed efficace solo se viene condivisa. E per far capire che il sapere serve assolutamente a tutto, questo “tutto”, che trascende l’orizzonte del calcolo, deve essere accessibile a tutti. E, per converso, la libertà dell’uso pubblico della ragione non aiuta a ragionare soltanto gli altri: aiuta a ragionare anche lo studioso soprattutto se l’espone a critiche non trattenute da timori reverenziali. Perché dunque aggiungere ostacoli economici e sociali a un compito affetto dal rischio ippocrateo e già di per sé difficile?14 […]

  7. […] Una legittimazione di questo tipo, per un’istituzione che ha bisogno di pubblico riconoscimento, non è solo un tradimento rispetto ai suoi valori di facciata: è un lento suicidio. Quanto più l’università nasconde quello che fa, quanto più si fa rinchiudere entro barriere artificiose, tanto più incoraggia chi ne è escluso a rappresentarla come un’élite corrotta, pretenziosa, autoreferenziale e sostanzialmente inutile. La cultura non è come una Ferrari che si può sfoggiare per l’invidia di chi non ce l’ha: può essere apprezzata ed efficace solo se viene condivisa. E per far capire che il sapere serve assolutamente a tutto, questo “tutto”, che trascende l’orizzonte del calcolo, deve essere accessibile a tutti. E, per converso, la libertà dell’uso pubblico della ragione non aiuta a ragionare soltanto gli altri: aiuta a ragionare anche lo studioso soprattutto se l’espone a critiche non trattenute da timori reverenziali. Perché dunque aggiungere ostacoli economici e sociali a un compito affetto dal rischio ippocrateo e già di per sé difficile?15 […]

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