Da mesi le cronache giornalistiche hanno portato visibilità nazionale su quello che normalmente rimane sussurrato nei corridoi universitari: concorsi universitari truccati, minacce e ricatti tra ricercatori, vincitori inqualificabili, carriere accademiche stroncate per ripicca o interesse, ecc. Chi scrive si ritiene a pieno titolo vittima di quello che spesso è rappresentato come un sistema universitario parallelo dove il merito è ignorato, se non addirittura dannoso, e l’unico aspetto realmente importante sono i rapporti personali, i favori privati, la fedeltà al barone. Nei 16 anni trascorsi nel sistema universitario italiano senza avere alcuna “protezione” accademica mi è capitato di partecipare a decine di concorsi venendo quasi sempre battuto da colleghi con curricula molto meno ricchi del mio. Ho visto personalmente concorsi pervicacemente orientati a far vincere ricercatori impresentabili da parte di commissioni prive di qualsiasi ritegno. Ultimo caso in ordine di tempo sono stato costretto a ricorrere alla giustizia amministrativa contro il mio stesso ateneo allo scopo di far valere il mio diritto a partecipare ad un concorso cui non “dovevo” partecipare, e attualmente sono in attesa delle inevitabili conseguenze che colpiscono chiunque osi disturbare il manovratore. Per questi motivi condivido in toto la diagnosi dell’esistenza di un serio problema etico nel sistema universitario italiano. Ho però molti dubbi sulle caratteristiche fondamentali del problema, e, soprattutto, enormi riserve sulla terapia che viene suggerita per la sua soluzione. La mia opinione è che le misure adottate finora ed auspicate per il futuro non solo non contrastano efficacemente il problema ma, al contrario, favoriscono il diffondersi di quei comportamenti opportunistici che, nelle dichiarazioni, vorrebbero combattere producendo in questo processo seri danni a quanto c’è di positivo (tanto) nelle università italiane.

Da mesi le cronache giornalistiche hanno portato visibilità nazionale su quello che normalmente rimane sussurrato nei corridoi universitari: concorsi universitari truccati, minacce e ricatti tra ricercatori, vincitori inqualificabili, carriere accademiche stroncate per ripicca o interesse, ecc. Chi scrive si ritiene a pieno titolo vittima di quello che spesso è rappresentato come un sistema universitario parallelo dove il merito è ignorato, se non addirittura dannoso, e l’unico aspetto realmente importante sono i rapporti personali, i favori privati, la fedeltà al barone. Nei 16 anni trascorsi nel sistema universitario italiano senza avere alcuna “protezione” accademica mi è capitato di partecipare a decine di concorsi venendo quasi sempre battuto da colleghi con curricula molto meno ricchi del mio. Ho visto personalmente concorsi pervicacemente orientati a far vincere ricercatori impresentabili da parte di commissioni prive di qualsiasi ritegno. Ultimo caso in ordine di tempo sono stato costretto a ricorrere alla giustizia amministrativa contro il mio stesso ateneo allo scopo di far valere il mio diritto a partecipare ad un concorso cui non “dovevo” partecipare, e attualmente sono in attesa delle inevitabili conseguenze che colpiscono chiunque osi disturbare il manovratore.

Per questi motivi condivido in toto la diagnosi dell’esistenza di un serio problema etico nel sistema universitario italiano. Ho però molti dubbi sulle caratteristiche fondamentali del problema, e, soprattutto, enormi riserve sulla terapia che viene suggerita per la sua soluzione. La mia opinione è che le misure adottate finora ed auspicate per il futuro non solo non contrastano efficacemente il problema ma, al contrario, favoriscono il diffondersi di quei comportamenti opportunistici che, nelle dichiarazioni, vorrebbero combattere producendo in questo processo seri danni a quanto c’è di positivo (tanto) nelle università italiane.

Partiamo da alcune considerazioni su una apparente contraddizione. Nonostante sembra quasi impossibile trovare concorsi universitari svolti secondo le regole il sistema sembra funzionare in modo egregio. Ad esempio, pur costando una frazione delle risorse disponibili in paesi comparabili al nostro produciamo scienza e cultura di altissimo livello. Inoltre, gli studenti usciti dagli atenei nazionali reggono facilmente il confronto con i colleghi di altri paesi con prestigiose tradizioni accademiche. Il mercato del lavoro per posizioni che richiedono alte competenze tecniche e scientifiche mostra che i laureati italiani sono altamente competitivi. In conclusione, credo sia evidente che quanto di marcio si possa trovare negli atenei italiani non ha, nella pratica, effetti sistemici tanto gravi quanto ci si potrebbe aspettare, ed il motivo credo dipenda da due fattori di fondo.

Da un lato le voci di favoritismi personali non sono una specificità nazionale. Data la natura della attività di ricerca non può esistere un metro oggettivo di qualità di un ricercatore, e quindi ogni stima è necessariamente soggettiva ed opinabile. Data questa ineliminabile caratteristica la cooptazione responsabile, dove il cooptante mette in gioco il suo prestigio nel raccomandare un candidato, è una pratica normalmente utilizzata a livello internazionale, ed è possibile che una parte dei concorsi apparentemente “viziati” in realtà rappresenti questa forma di cooptazione “virtuosa” che comunque è inevitabilmente fonte di sospetti. In ogni ateneo o centro di ricerca del mondo si possono registrano malumori, pettegolezzi e, occasionalmente, scandali legati assunzioni e promozioni di persone ritenute, a torto o a ragione, meno qualificati di altri concorrenti.

D’altra parte l’estensione del fenomeno in Italia appare superiore a quella in altri paesi, e si sono troppi casi eclatanti per sostenere che non vi sia un abuso della cooptazione ben al di là del livello fisiologico. Ma anche in questo caso non credo si possa imputare al sistema universitario italiano di avere il primato del malaffare. Sia l’osservazione personale che i dati oggettivi dei risultati prodotti indicano che la violazione delle regole, pur grave e di ampie dimensioni negli atenei italiani, è una malattia con estensione inferiore a quello che si osserva in qualsiasi altra istituzione nazionale. C’è seriamente qualcuno che ritiene più ampia la diffusione di comportamenti contrari all’etica negli atenei rispetto alla politica nazionale o locale, alle professioni, al mondo dello spettacolo e dell’informazione, nelle aziende pubbliche o private, per non parlare dei doveri fiscali? In sostanza, il sistema universitario nazionale, a mio avviso, soffre di un male nazionale con gravità decisamente inferiore rispetto a molte altre realtà del nostro paese.

La chiamata di correo ovviamente non assolve l’università dai propri peccati, che devono essere riconosciuti e contrastati con fermezza, ma è necessaria a mettere in prospettiva le dimensioni e la natura del fenomeno al fine di valutare correttamente l’efficacia delle misure di contrasto. L’analisi del contesto è particolarmente rilevante perché negli ultimi anni la politica è intervenuta ripetutamente sull’università sia riguardo alla sua forma strutturale, ad es. riforma “Gelmini”, che rispetto al suo funzionamento corrente. E’ da considerare in particolare del ruolo dell’ANVUR, diretto da docenti universitari nominati con un processo controllato, nella sostanza, da gruppi di pressione e soggetti esclusivamente alla politica (tramite il relativo Ministero) senza dover in alcun modo rispondere del proprio operato alla comunità scientifica.

Date queste premesse, vediamo nella pratica in cosa si è sostanziata la condivisibile richiesta di far valere il merito rispetto a interessi impropri. Nella pratica sono stati usate tre leve: 1) competitività per le risorse; 2) gerarchizzazione decisionale; 3) quantificazione della valutazione. A mio avviso nessuno di questi strumenti è in grado di contrastare il diffondersi di comportamenti opportunistici che, al contrario, sono incentivati dalle misure adottate.

In generale è lecito aspettarsi che la competizione sia utile al funzionamento di un sistema quando permette al migliore di emergere senza sprecare risorse investendo su elementi con minori potenzialità. Se pur giustificato a prima vista, l’efficacia della competizione nel migliorare la performance di un sistema dipende crucialmente dall’uso di criteri valutativi corretti, e nel campo scientifico questi non possono mai essere definibili con precisione. Nel caso si tenti di definire dei criteri questi saranno necessariamente scelti in base alle conoscenze attuali e da parte di personalità che occupano posizioni di rilievo. La particolarità della ricerca scientifica è che non è affatto assicurato che criteri di valutazioni decisi nel presente possano essere validi anche nel futuro. Da sempre la conoscenza scientifica avanza mediante la critica ai paradigmi esistenti e la costruzione di nuovi mediante tentativi ed errori. La storia del pensiero scientifico è ricchissima di esempi di successi scientifici che, al momento della loro ideazione iniziale, sono stati sottovalutati, se non perseguitati, dalle generazioni precedenti che hanno fatto carriera sulla base della visione scientifica dominante. Quindi, l’efficacia della competizione per individuare il modo migliore di allocare risorse è necessariamente compromessa se i suoi criteri sono forniti da personalità che, per quanto autorevoli, sono a rischio di esprimere posizioni scientificamente obsolete o distorte. In sostanza, è lecito aspettarsi che determinare la selezione delle nuove leve mediante una rigida competizione porterà inevitabilmente alla replicazione dell’esistente, risultato in ovvio contrasto con qualsiasi obiettivo di avanzamento scientifico.

In aggiunta a quanto sopra è anche da notare che l’incentivo alla competitività tra ricercatori ha costi altissimi in termini di qualità della ricerca. L’indagine scientifica necessita di collaborazione e confronto tra individui ed istituzioni, attività che la concorrenza necessariamente tende ad eliminare. Per quale motivo un ricercatore dovrebbe condividere i suoi risultati tra i colleghi o un dipartimento collaborare con un altro se il successo dell’uno implica la sconfitta dell’altro? Da sempre i ricercatori competono, anche brutalmente, sul piano delle idee, ma tradurre la competizione intellettuale in competizione per risorse riduce sensibilmente la possibilità di confronto onesto ed incentiva necessariamente il ricorso a qualsiasi mezzo necessario per la sopravvivenza.

Contrariamente al primo il secondo punto, che potremmo sintetizzare come “fiducia nell’uomo solo al comando”, non ha neanche il supporto di una apparente coerenza logica come strumento nella lotta contro pratiche opportunistiche. La logica suggerisce che una gestione organizzativa fortemente verticistica genera più facilmente la possibilità di influenze illecite al confronto con forme organizzative più allargate, dove le responsabilità e le informazioni sono diffuse. Eppure le diverse riforme che si sono succedute negli ultimi anni hanno gradualmente eroso la secolare tradizione accademica delle decisioni collegiali a favore di strutture gerarchiche simil-aziendali dove il “capo” decide ed i “sottoposti” eseguono. Ad esempio, la figura di direttore di dipartimento è passata da essere un primus inter pares, con compiti essenzialmente di coordinamento, a responsabile diretto nonché unico interlocutore con gli altri organi di ateneo. Il Senato accademico, luogo tradizionalmente deputato al confronto democratico, ha perso gran parte dei suoi poteri, e la sua composizione elettiva è stata diluita con numerose posizioni di diritto o di nomina. Il Consiglio di Amministrazione ed il Rettore (il primo fortemente influenzato dal secondo) hanno assunto il ruolo di massimo potere su qualsiasi aspetto della vita dell’ateneo.

A prescindere da altri aspetti, per quanto concerne la lotta alla corruzione la centralizzazione decisionale in una organizzazione potrebbe essere giustificata solo nel caso in cui i vertici abbiano le competenze necessarie per valutare i comportamenti delle persone e gli incentivi adatti a comportarsi nell’interesse dell’istituzione. Queste condizioni sono però da escludere nel caso di atenei universitari, almeno nelle condizioni attuali. Data la altissima specializzazione delle diverse funzioni di una università il rettore non può avere competenze universali, quindi deve esercitare il suo potere in base ai consigli riportati da persone di sua fiducia, le quali non saranno però formalmente responsabili delle decisioni assunte dal vertice. In generale, l’interesse dei diversi organi (dipartimenti, senato, articolazioni amministrative varie) saranno orientati a compiacere il vertice da cui dipendono gerarchicamente, sia che questo sia nell’interesse generale che nel caso opposto. Infine, l’incentivo del rettore, da cui sostanzialmente dipendono tutte le decisioni, è allineato molto debolmente a quello dell’ateneo che dirige in quanto la carica, molto lunga, non è rinnovabile e quindi facilmente utilizzata come trampolino per ruoli successivi per i quali può indifferentemente valere il prestigio dei risultati dell’ateneo oppure inconfessabili favori elargiti durante il periodo di “reggenza”. In conclusione, la verticizzazione degli atenei non può che essere considerata un sostegno al potere baronale, non certo un contrasto. Vale la pena notare che la distrazione del legislatore riguardo alla possibilità del vertice di adottare comportamenti illegittimi è dimostrata dall’aver demandato alla figura del rettore anche le decisioni riguardo procedimenti disciplinari, escludendo ex lege la possibilità che il Rettore stesso possa compiere atti meritevoli di sanzioni.

L’ultimo punto è forse il più ampiamente discusso. Le norme di legge concedono un enorme potere all’Anvur, agenzia di valutazione formalmente costituita come organo ministeriale, la quale interpreta la sua missione come l’imposizione di meccanismi automatici per la valutazione della ricerca mediante l’uso di algoritmi quantitativi. Questo obiettivo è da molti considerato come semplicemente irraggiungibile a causa della sostanziale impossibilità di sostituire il giudizio di esperti con dati numerici, apparentemente oggettivi ma in realtà necessariamente basati su scelte soggettive (ad es. classificazione di riviste scientifiche) e generalizzazioni ingiustificate. Ad esempio, anche se è generalmente osservato che un ricercatore con un numero di pubblicazioni maggiore di un altro mediamente ha migliori qualità, lo stesso dato può facilmente essere inquinato mediante strategie appositamente studiate che, seppure lecite, gonfiano il valore degli indicatori senza riflettere un reale contenuto scientifico di pari livello. Il risultato finale è di spingere i ricercatori a massimizzare gli indicatori piuttosto che lavorare per l’avanzamento della propria disciplina producendo un decadimento sostanziale della qualità della ricerca prodotta ed un aumento di potere degli ambienti che sono in grado di influenzare la scelta degli indicatori.

Riassumendo, se è vero che le università italiano soffrono di un serio problema di comportamenti personali contrari all’etica, è anche vero che gli strumenti adottati per per combattere questo problema non si sono dimostrati in grado di contrastarlo ed, anzi, possono essere sospettati di averlo promosso. Di conseguenza, pur lamentando come molti l’esistenza di un abusi, sono convinto che quanto fatto finora in nome di un indefinito “merito” sia inutile ed addirittura dannoso. Per sconfiggere, o almeno alleviare, il problema è necessario prendere altre strade. Di seguito suggerisco alcuni punti che, a mio avviso, potrebbero alleviare sensibilmente il problema senza richiedere grandi interventi legislativi o istituzionali che renderebbero incerta e lontana nel tempo la loro adozione.

La proposta che segue è basata sul principio di ridurre del numero di volte in cui è necessario esercitare (e quindi potenzialmente abusare) il potere accademico. In altri termini, la mia proposta consiste nel ridurre allo stretto necessario il numero di concorsi competitivi cui in ricercatore è sottoposto durante la sua carriera senza però eliminare il controllo sulla qualità del suo operato.

Nelle norme attuali vi sono tre forme di reclutamento per docenti universitari a tempo indeterminato: concorsi per RTDb, concorsi per reclutamento di docenti di I° e II° fascia, concorsi “interni” per scorrimento da un ruolo inferiore (RTI e II°) a quello superiore. Iniziamo con il considerare i concorsi interni  (art.24 c.6 l. 240/2010).

Questi concorsi non hanno alcuna ragione di esistere. I docenti universitari, che siano RTDb, associati o ordinari, hanno tutti gli stessi compiti e gli stessi doveri[1] e l’unica differenza è costituita dalla diversa remunerazione che, si suppone, si vorrebbe legata alla diversa esperienza e capacità. Quindi il passaggio di ruolo dovrebbe dipendere esclusivamente dalle attività svolta dal soggetto e non, come accade ora, dalla disponibilità dell’ateneo di concedere la promozione come premio personale, che costituisce una ovvia opportunità di ricattato più o meno esplicita. Fermo restando la struttura generale del sistema si potrebbe estendere a tutte le posizioni la stessa procedura oggi prevista per il passaggio da RTDb ad associato: una volta ottenuta l’abilitazione e definiti dei criteri generali (ad esempio riguardo la didattica, attività amministrative, partecipazioni ai consigli, ecc.) il soggetto acquisisce il diritto a chiedere l’ingresso in ruolo al proprio dipartimento, che la può negare solo in presenza di validi motivi. Per quanto riguarda la lotta agli abusi la differenza cruciale tra la proposta ed il sistema attuale è che un concorso dipende dalla disponibilità dell’istituzione a concedere un avanzamento di carriera, mentre nel caso progressione “automatica” la promozione avverrebbe esclusivamente in base a caratteristiche individuali. Nel caso di concorso chi detiene il potere accademico ha facile gioco nel concedere ruoli in base a preferenze personali, mentre con l’avanzamento regolato solo da norme individuali si avrebbe uno spazio molto ridotto per abusi e preferenze personali. Notare che la eliminazione del concorso non implica la mancanza di valutazione, che anzi risulterà rafforzata dal fatto che non ci si sottoporrebbe a verifica una sola volta in occasione di un passaggio di ruolo, ma periodicamente secondo le procedure previste per la progressione degli scatti stipendiali.

Un secondo canale di incentivazione agli abusi sono i concorsi apparentemente aperti agli esterni, secondo l’art.18 della 240/2010. Questi concorsi dovrebbero promuovere l’ingresso di nuovi docenti “esperti” (tipicamente precari con lunga anzianità) ed il trasferimento dei docenti  di ruolo tra diversi atenei, ma nella stragrande maggioranza dei casi il vincitore di questi concorsi è un docente interno all’ateneo. Solo il 3,44% nel 2014 ed il 5,69% nel 2015 dei nuovi acquisti non erano precedentemente nei ruoli degli atenei che li hanno scelti secondo quanto riportato dal Sole24Ore.[2] Il motivo è facile da intuire: nel caso di vittoria di un interno l’ateneo deve solo corrispondere la differenza di stipendio tra la fascia precedente occupata e quella bandita, mentre i costi per l’ateneo di una vittoria esterna consistono nell’intera remunerazione del nuovo docente. Non deve quindi sorprendere che le commissioni facciano i salti mortali per minimizzare le risorse spese dall’ateneo che le ha nominate. Per risolvere questa fonte di abusi sarebbe sufficiente rendere obbligatorio la norma, attualmente facoltativa (e raramente usata) che vincola la partecipazione a questo tipo di concorsi ai soli candidati esterni. Questo semplice accorgimento, invocato anche dal CUN, eliminerebbe la possibilità delle più flagranti violazioni etiche osservate nei concorsi in quanto tutti i candidati costituirebbero l’identico costo per l’ateneo in caso di vittoria e renderebbe più equa la possibilità per giovani ricercatori di fare il loro ingresso in ruolo.

Quanto suggerito sopra non sarebbe sufficiente di per se a garantire l’eliminazione di tutti gli abusi registrati in occasione di concorsi, e comunque non riguarderebbe altri aspetti problematici come, ad esempio, il problema delle abilitazioni. Chi scrive è convinto che le norme ed i regolamenti non possono da soli essere sufficienti a colmare un deficit etico che può essere ottenuto solo con un cambiamento culturale da sostenere con la denuncia e la trasparenza. Le proposte avanzate costituirebbero comunque un significativo passo in avanti nel prosciugare la palude nella quale nascono e prosperano gli interessi particolari a danno di chi non si piega a logiche di servilismo rimuovendo almeno alcuni degli incentivi ai comportamenti opportunistici che infestano gli atenei italiani.

[1] I RTI vanno separati e, per motivo di spazio, non me ne occupo anche se la sostanza di quanto sostenuto può facilmente essere applicata anche a loro.

[2] http://www.scuola24.ilsole24ore.com/art/universita-e-ricerca/2017-11-23/atenei-ancora-troppo-chiusi-204308.php?uuid=AEfOsJHD&cmpid=nlqs

Send to Kindle

34 Commenti

  1. Sono delle proposte interessanti ma se il problema della cooptazione potrebbe ridursi per le progressioni resterebbe all’ingresso.

    La corruzione all’interno dell’università è anche il risultato della mancanza di investimenti che da decenni hanno ridotto nuovi incardinamenti e progressioni di carriera. Quelle poche risorse disponibili hanno creato un clima predatorio senza precedenti. Sono convinto che all’estero (come segnalato anche dall’articolo) che esistano simili meccanismi ma i maggiori investimenti nell’università e nella ricerca garantiscono molte altre possibilità a chi è stato escluso ingiustamente.

    • Condivido pienamente. Sino a poco tempo fa era possibile anche per chi non faceva parte di alcuni gruppi e non riusciva ad entrarvi per merito avere riconosciuti i propri meriti. Tutto è cambiato: la qualità della vita si è ulteriormente deteriorata.

  2. Condivido l’analisi, non del tutto la medicina. Vorrei far notare che restringere a soli candidati esterni alcuni concorsi apre la possibilità ad una ‘colonizzazione’ di alcune università, da sempre oggetto di contrattazione di posti, a sentire testimonianze di molti, per ‘protetti’ di chi ha agevolato la carriera di qualche locale.
    In questa situazione penso che si dovrebbero limitare al massimo le regole e valutare sulla base della produzione scientifica e del percorso di lavoro: solo così chi non fa parte di cordate di potere, vecchie o appena costituitesi, potrà avere riconosciuta la propria figura di studioso. Le disposizioni attuali hanno favorito figure di persone che erano in grado di costituire alleanze, anche usando calunnie, e non peritandosi di farle circolare persino fra gli studenti, con danno personale enorme delle vittime, e, non ultima, della stessa istituzione.

  3. Sarò un barone non più giovanissimo, ma a me non sembra che nell’università la corruzione sia un problema in misura maggiore che in altre organizzazioni umane, pubbliche o private. Non credo che nessuna riforma possa eliminare la corruzione. Ciò detto, preferivo l’università in cui i professori erano solo gli ordinari e non facevamo tutti le stesse cose, con scadimento inevitabile della qualità della didattica, affidata a soggetti non ancora maturi scientificamente. Sulla base di una premessa vera, ma deprecabile (tanto facciamo tutti le stesse cose, siamo tutti uguali”), si promuove un livellamento verso il basso, con eliminazione dei concorsi. Quelli veri: nazionali e con cattede in palio. E con inevitabili episodi di malcostume o corruzione, senz’altro da reprimere. No, sono decisamente contrario a questa proposta

  4. Non si poteva dire meglio e con più equilibrio. Vivissimi complimenti per la diagnosi o l’analisi della situazione, mentre sui rimedi… ma sì, sono in fondo condivisibili in larghissima misura (in un paese, come si diceva una volta, in cui ci sono 56 milioni di CT della nazionale ovvero in cui il ‘particulare’ è eletto a norma, non si può certo pretendere che ci si accordi al 90% con una proposta formulata da qualcun altro diverso da noi stessi) 😉

  5. Sono d’accordo per quanto riguarda le progressioni di carriera (abilitazione + automatismo dopo un tot anni, ma servono risorse), tranne per il fatto che individuerei anche efficaci meccanismi tesi a favorire (io la renderei obbligatoria) la mobilità tra atenei: sono convintissimo che l’80% almeno degli aspetti negativi del sistema universitario sia legato all’estremo localismo (è eccessiva la percentuale di docenti che sono nati, si sono laureati, hanno fatto il dottorato e sono entrati in ruolo nello stesso posto).
    Per quanto riguarda i nuovi accessi (ossia riercatori, assolutamente da riportare a tempo indeterminato), un concorso nazionale a cadenza almeno triennale e con impegno adeguato di risorse mi convincerebbe di più, come soluzione.

    • Senza soldi non si canta messa!
      Conosco gente che ha “rischiato” di andare in altre sedi, dove qualcuno lo voleva, ma altri non erano disposti a spendere così tanto per un esterno. Allora questi sono stati “costretti” a fare carriera a rilento nella stessa sede d’origine …

  6. Condivido in pieno le osservazioni di Mariam. Un modo (oltretutto legale) di guarire l’ammalato Università è non ostacolare l’iniezione massiccia di esterni in grado di depotenziare e contrastare le cordate esistenti,che siano in grado di far saltare gli attuali equilibri di potere raggruppati in feudi lobbistici. Non si può combattere la corruzione e il nepotismo solo con gli strumenti repressivi (arresti, interdizione). E’ necessaria una visione su come estirpare le cattive pratiche e migliorare la qualità della ricerca. Oramai anche le riviste di classe A sono sempre più selezionate in modo bizzarro da comitati eterogenei e scelti a caso o assaltate da potentati accademici.

    • Io sarei veramente contraria a concorsi aperti solo ad esterni. Le grandi università impongono i propri… non credo sia sconosciuto ai più che quelli che un tempo si chiamavano baroni negoziano posti sulla base di uno scambio, spesso la ‘sistemazione’ dei propri.
      Veramente è un problema etico e senza un cambiamento culturale effettivo non v’è regola che tenga, solo la speranza che un meccanismo meno ‘arrabbiato’ permetta di distribuire anche a chi non gode di forti appoggi la sua migliore collocazione.
      Rispetto a ciò che dice revizor, bisogna vedere in quale situazione vive: purtroppo, non ho visto sempre accedere all’ordinariato i più maturi scientificamente e didatticamente.
      Sono invece d’accordo con Fausto proietti che i ricercatori vadano selezionati con concorso e siano a tempo indeterminato. le terribili condizioni create hanno fatto sì che sia diventato problema di molti dip. sistemare i r a tempo det., lasciando in secondo piano le situazioni di ricercatori a tempo ind., associati, ecc.

    • Quando dicevo esterni mi riferivo in linea di massima agli esterni non strutturati. Gli esterni strutturati servono comunque a smuovere i vecchi equilibri, se non sono frutto di scambi di favore incrociati. Per evitare gli scambi di favori bisognerebbe introdurre il sorteggio puro dei commissari, in modo tale che la possibile “cortesia” non sia certo poi venga restituita. E’ quello che è accaduto in alcuni casi negli ultimi concorsi RTI dopo l’introduzione della Gelmini, in effetti gli scambi diventarono meno praticabili in quei casi in cui il sorteggio esprimeva 3 commissari con opinioni e sedi diverse.

  7. Credo che sarebbe necessario garantire un “reclutamento accademico” duro quanto si vuole ma che abbia tempi certi; se una persona ha investito almeno 8 anni di studio, dalla laurea al dottorato, e nei successivi (altrettanti) anni si e’ fatto i suoi bravi postdoc e tenure track (rtd), con merito e riscuotendo successi, con che faccia gli possiamo venire a dire: passa domani, che adesso e’ chiuso?

    E poi guardo con simpatia alle proposte per smontare i localismi, ritengo che vadano rimesse al centro le persone e penso che andrebbe diminuito il divario tra le retribuzioni dei giovani e dei senior (considerato che i primi sono quelli che possono innovare di piu’).

    Invece, non sono del tutto d’accordo con la premessa che “il sistema sembra funzionare in modo egregio”, e per una discussione, rimando gli interessati a
    https://www.linkedin.com/pulse/i-premi-nobel-e-leccellenza-italiana-francesco-vissani/?published=t

    • Per spiegarsi tante cose sui premi Nobel che non arrivano in Italia basta partire da questo grafico:


    • Giuseppe De Nicolao ha la fissa della mancanza di risorse. Forse dovremmo innovare e guardare all’IQ. Non è che oltre a spiegare le differenze di reddito, istruzione, mortalità infantile, il più basso quoziente di intelligenza di alcune regioni italiane potrebbe spiegare anche la mancanza di premi Nobel a livello di sistema paese. http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0160289609000956

      [PS. Il commento è scritto in modalità sarcasmo on. Sempre meglio precisare]

    • Sto leggendo ’80 L’inizio della barbarie di Paolo Morando. Il primo capitolo inizia con le scritte “Forza Etna” apparse nel 1983 sui cavalcavia del Veneto. Ma parla anche di una lettera al Gazzettino in cui si metteva in guardia dalle donazioni di sangue dei terroni, fatte “per contaminare la purezza della nostra razza veneta (razza Piave) per mezzo delle trasfusioni di sangue provenienti da individui di razze inferiori e degenerate”. Morando propende per la tesi che fosse una lettera apocrifa, scritta o commissionata dal direttore del quotidiano, Gustavo Selva, con lo scopo di far rifluire sulla Democrazia Cristiana i voti in uscita libera verso la Lega. Ma se c’è di mezzo il QI, allora è vera scienza, più o meno come l’ISPD dell’ANVUR.

    • E quindi, dall’alto dei miei 178 centimetri di statura, sono intelligente o tonto?

    • Ciao Giuseppe grazie anche per le segnalazioni dei libri li leggero’ con piacere.

      Sono convinto che sia essenziale un finanziamento maggiore ma credo anche (lasciamelo dire per chiarezza) che 1) tutto quello che possiamo fare per migliorare il sistema dall’interno va fatto; 2) se si possono attirare risorse tanto meglio. In questo ordine di priorita’.

      Sono poi convinto che, alla fine degli anni 70, ci sia stato un “intervento al cervello” della nostra nazione per asportare quanto restava di quella mentalita’ di poveri dignitosi e attenti agli altri, che ci teneva in piedi, e per trapiantarla in modo quasi definitivo con quella di falsi ricchi attenti solo a noi stessi. Il mio riferimento, a proposito, e’ il film Ginger e Fred di Fellini.

      Pero’ credo anche che parecchi danni risalgano ad anni precedenti, dall’inizio del dopoguerra in poi (per es., sostanziale mantenimento del sistema amministrativo fascista; occupazione degli spazi pubblici da parte dei partiti di massa, a danno di partiti come Giustizia e Liberta’; marginalizzazione di soggetti politici straordinari come Salvemini o Lussu; eliminazione di forze vive come quelle rappresentate da Mattei o Ippolito; creazione di relazioni clientelari con la politica; il fallimento della Montecatini; l’estreneita’ al sistema di Adriano Olivetti; ecc).

      Un tratto comune di questi comportamenti lo trovo, magari mi sbaglio, ma e’ questo: vantaggi alle consorterie (e ai loro capibanda) a danno degli individui pensanti. Questo non mi sembra tanto diverso dalle cose che sottolinei poco sopra, quando ricordi gli anni dell’edonismo reaganiano (peraltro, gli anni in cui siamo cresciuti). Con la sola differenza, forse, che c’e’ chi vede cose del genere come un sintomo (chiamiamolo “l’individualismo”) mentre io le vedo come una malattia (chiamiamola, “mancanza di rispetto per l’individuo”), su cui bisogna intervenire in tutti i modi in cui possiamo farlo, quando possiamo.

  8. Esiste un rimedio semplicissimo, già in parte testato nelle ultime tornate di concorsi per ricercatori a tempo ind.: estrazione a sorte dei commissari di concorso fra tutti i PO di un ssd, togliendo anche il membro interno. Poi partecipi pure chi vuole.
    Ciò sposterebbe il reclutamento su altri fronti, non più locali: cordate nazionali; buona dose di kiulo; negoziazioni; scambi; ma i concorsi sarebbero sicuramente meno statici. In molti ssd scarsamente governabili da cordate o società scientifiche (e ce ne sono) sarebbe far west.

    • Più o meno (anzi, meglio) di quello che raccomanda ora l’ANAC nel suo documento anticorruzione. Ma deve essere aggiunta anche una maggiore dose di oggettività nella valutazione, quello che oggi manca. Oggi, specie nel magico universo parallelo dei settori non-bibliometrici, un commissario può valutare soggettivamente titoli e pubblicazioni esprimendo punteggi personali, non basati su nessun metro di misurazione. stardardizzato.

    • Vorrei vedere come si fa a giudicare L’Autunno del Medioevo (immaginando sia un’opera appena pubblicata) con un metro di misurazione stardardizzato. Una volta mi sembrava impossibile che ai tempi del positivismo ci fosse chi riponeva fede nella craniometria lombrosiana e pensavo che fosse una aberrazione destinata all’oblio. Ma non avevo ancora conosciuto la valutazione anvuriana.

    • Mah… sempre meglio del caos cosmico Pregelminiano, in cui ognuno decideva come gli giravano… L’universo parallelo anvuriano dei non-bibliometrici è l’ultimo fortino di chi vuol lasciare campo aperto ai capricci e alle azioni strumentali di ogni genere, ai comportamenti opportunistici di cui sinceramente ormai molti ne hanno piene le tasche.

    • @De Nicolao
      Nulla di nuovo sotto il sole: sembra che la craniometria lombrosiana e la stadiometria lynneiana siano parto della stessa mente, ancorchè temporalmente distanti oltre un secolo, e abbiano trovato la sintesi nella valutazione anvuriana.

  9. Questo articolo è condivisibile. Ringrazio l’autore del contributo. In mia opinione solleva un punto critico: la scarsezza di risorse non ha portato a una competizione virtuosa all’interno degli atenei. Tutt’altro. Ha favorito invece la proliferazione di comportamenti di tipo opportunistico nei quali chi aveva una rete di conoscenze la ha sfruttata per accaparrarsi il poco disponibile con qualsiasi mezzo. A partire da manipolazioni più o meno profonde sugli indicatori biliometrici, i quali hanno smesso di essere delle misure ancorché imperfette di una “produttività scientifica” e sono invece diventati degli obiettivi da raggiungere a qualsiasi costo, sacrificando rigore, etica scientifica e altro. Questo è stata l’eredità “più peggiore” lasciataci in eredità dalla cosiddetta “riforma Gelmini” in poi. L’illusione che la “legge della giungla” avrebbe migliorato gli atenei ha causato danni incredibili ai singoli e al paese. E i meccanismi per cui si è giunti a tutto questo sono analoghi a quelli con cui individui che pensano esclusivamente al loro tornaconto personale diffondono falsità su chissà cosa ci sarebbe nei vaccini o sulla negazione del fenomeno del riscaldamento globale.

  10. Non ho mai creduto che i problemi etici magistralmente evidenziati in questo articolo e il “disagio dell’intelligenza” (S. Weil) che si prova vedendo quotidianamente calpestati cultura e merito possano essere risolti grazie ad un miracoloso rinsavimento spontaneo dell’Università. Almeno non con gli attuali organici. Per questo esulto quando leggo che tra le soluzioni proposte vi è la limitazione delle occasioni nelle quali si esercita il potere accademico, attraverso automatiche progressioni di carriera degli abilitati. L’idea di fatto riconosce appieno l’ormai conclamata incapacità delle istituzioni accademiche di osservare, valutare e decidere secondo proprie strategie di sviluppo culturale piuttosto che secondo convenienze momentanee di singoli o gruppi. Ritengo però che, a meno di un’improbabile moltiplicazione dei fondi disponibili per il personale, il meccanismo richieda una drastica riduzione del numero degli abilitati, cioè criteri assai più stringenti.

  11. Il ragionamento di cornia mi sembra contraddittorio. Se davvero è conclamata l’incapacità dell’accademia di valutare, il meccanismo suggerito è deleterio: una sola valutazione iniziale sarà, per premessa, sbagliata e spalanchera’ la strada a una inarrestabile ascesa ope legis. A me sembra sbagliata la premessa. Pessima la soluzione suggerita. Si può essere idonei a svolgere le mansioni di ricercatore, ma non per questo si acquisisce il diritto di diventare professore, senza passare per un altro concorso. Nulla è peggio dell’ope legis. Non siamo tutti uguali, anche se facciamo cose simili!

    • Non capisco il riferimento a ope legis e ascese inarrestabili, Sebond. L’autore dell’articolo sottolinea più volte che la mancanza di un concorso non implicherebbe la mancanza di una valutazione a livello nazionale. Solo gli abilitati potrebbero accedere di diritto alle progressioni di carriera. Contradditorio il fatto che gli RTD siano ancora reclutati dai localismi? Perfetto, si tratta di individuare un meccanismo che impedisca anche in questa occasione l’esercizio del potere accademico locale.

  12. Aggiungo che la soluzione proposta esaspera il localismo e la soggezione del singolo all’istituzione di appartenenza. Il concorso dovrebbe essere il momento in cui lo studioso si sottopone al giudizio della comunità scientifica nazionale, per entrare a farne parte, senza che rilevi l’istituzione nella quale occasionalmente è inquadrato . Il modello della progressione di carriera dell’abilitato è il trionfo della burocrazia e la negazione dell’università. Tutti in fila col proprio numeretto, magari contestando il numeretto assegnato al collega che è davanti, sulla base du criteri pseudo oggettivi

  13. Ma i concorsi sono delle farse irresistibili. proprio perchè è già scritto tutto mediante la composizione premeditata delle commissioni iper locali. Anche chi, come il Polimi, vuole far vedere che si internazionalizza (inserendo nelle commissioni anche fino a due commissari di atenei europei)non fa che raddoppiare la farsa (ho visto verbali con 5 commissari in cui 2 stranieri che guarda caso facevano vincere sempre i candidato locale).
    Ma se si inserisse il metodo del sorteggio e la maggioranza di candidati esterni all’ateneo (fra cui stranieri) tutto cambierebbe in meglio.

  14. Sì, ovviamente, non mi riferivo alle farse locali post Gelmini, bensì ai concorsi veri, quelli nazionali, per intendersi, ovvero anche locali, purché con commissione non designata localmente, ma a livello nazionale, e con posti veri in palio. Lasciamo perdere gli stranieri, la cui presenza, oltre a essere retaggio dell’italico provincialismo, non è seriamente proponibile, per i SSD delle scienze umane e sociali, come testimonia l’esperienza dell’ASN 2012, con commissari fantoccio, incapaci di leggere e comprendere un testo in italiano e di scrivere due parole senza commettere tre errori.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.