La morte di Jason Arday, trovato senza vita nella propria abitazione londinese il 14 agosto 2026, pochi giorni dopo essersi dimesso dalla cattedra di Sociology of Education dell’Università di Cambridge, rischia di essere rapidamente assorbita nella successione sempre più veloce delle controversie mediatiche. Sarebbe un errore. Il caso Arday merita di essere discusso ancora, e soprattutto di essere sottratto alle letture più semplicistiche che si sono immediatamente contrapposte.
Non si tratta, infatti, soltanto di stabilire se Arday abbia commesso plagio, quanto fossero gravi le irregolarità contestategli o quanto fossero attendibili alcuni elementi della narrazione pubblica costruita intorno alla sua straordinaria ascesa accademica. Si tratta anche di interrogarsi sul funzionamento dell’università contemporanea: sui suoi criteri di reclutamento, sulla costruzione delle carriere e delle reputazioni, sulle politiche di inclusione, sulla salute mentale di chi vi lavora e, non ultimo, sulla capacità di una campagna mediatica e social di trasformare una legittima verifica critica in una forma di esposizione pubblica potenzialmente devastante.

Il caso Arday: ciò che sappiamo e ciò che non sappiamo

Conviene anzitutto distinguere i fatti dalle interpretazioni.
Le accuse rivolte ad Arday erano serie. Riguardavano parti della sua produzione scientifica, compresa la tesi di dottorato, nonché alcune affermazioni relative alla propria biografia e carriera. Arday respinse l’accusa di plagio, pur riconoscendo errori. L’Università di Cambridge annunciò quindi ulteriori verifiche; il 5 agosto Arday si dimise, dichiarando che la successione incessante di accuse, speculazioni e commenti pubblici aveva avuto un impatto profondo su di lui e sui suoi familiari.
Il 14 agosto fu trovato morto nella propria abitazione. Al momento in cui scriviamo, la polizia londinese considera la morte inattesa ma non sospetta e il caso è destinato all’esame del coroner. Non è dunque corretto presentare come accertato il suicidio, né tantomeno stabilire un rapporto causale fra la controversia e la morte.
Questa prudenza, tuttavia, non impedisce di osservare una sequenza temporale impressionante: contestazioni pubbliche, crescente esposizione mediatica, apertura di nuove verifiche, dimissioni il 5 agosto, morte il 14 agosto.
E soprattutto non impedisce di porre una domanda più generale: che cosa accade quando i normali strumenti di verifica della comunità scientifica vengono sostituiti, o quantomeno affiancati, da un processo pubblico permanente celebrato sui giornali e sui social network?

Né assoluzione né gogna

Proprio la tragicità dell’esito impone di non rovesciare semplicemente il giudizio.
La morte di Arday non rende irrilevanti le contestazioni sulla sua produzione scientifica. Se parti di un lavoro accademico sono state indebitamente riprese da altri autori, devono essere verificate; se una biografia accademica contiene informazioni false o fortemente inesatte, devono essere chiarite. Le politiche di inclusione non possono significare l’abbassamento degli standard scientifici e qualsiasi sistema universitario perde credibilità quando criteri diversi dalla qualità della ricerca finiscono per prevalere nella valutazione.
Ma vale anche il principio inverso: l’esistenza di irregolarità non autorizza qualsiasi forma di trattamento pubblico della persona che le ha commesse.
È precisamente qui che il caso Arday diventa interessante. Arday non era soltanto un professore accusato di scorrettezze scientifiche. Era diventato un simbolo: prima un simbolo positivo delle politiche di inclusione dell’università britannica, poi, per alcuni dei suoi critici, la dimostrazione vivente del loro fallimento.
Quando una persona diventa un simbolo, smette facilmente di essere giudicata soltanto per ciò che ha fatto.

Il problema Cofnas

È impossibile ignorare, in questo quadro, il ruolo svolto da Nathan Cofnas, uno dei principali protagonisti della campagna contro Arday. Le sue contestazioni meritavano e meritano di essere verificate nel merito indipendentemente dalle sue posizioni politiche. Ma è altrettanto difficile separare completamente quella campagna dalle idee che Cofnas aveva pubblicamente espresso in precedenza sulla razza, sull’intelligenza, sulla meritocrazia e sulla presenza delle persone nere nelle posizioni sociali di prestigio.
La vicenda ha conosciuto, dopo la morte di Arday, un ulteriore sviluppo: il 20 agosto l’Università di Gand ha sospeso cautelarmente Cofnas nell’ambito di una verifica disciplinare riguardante possibili comportamenti discriminatori. La sospensione non costituisce naturalmente, a sua volta, una condanna. Ma rende ancora più evidente quanto sia riduttivo raccontare l’intera vicenda come il semplice trionfo della verifica scientifica su un’impostura accademica.
Cambridge stessa, il 21 agosto, ha denunciato pubblicamente i messaggi razzisti e d’odio che, dopo la vicenda, hanno continuato a colpire studenti e personale nero dell’università.
Due cose possono dunque essere vere contemporaneamente: le contestazioni scientifiche contro Arday possono essere fondate e la campagna sviluppatasi intorno a quelle contestazioni può avere assunto anche caratteri discriminatori, ideologici e persecutori.
Riconoscere la seconda circostanza non significa negare la prima.

Un vecchio testo di Xavier Dunezat

È qui che torna alla mente una testimonianza apparentemente lontanissima.
Nel 2007 il sociologo francese Xavier Dunezat pubblicò sulla rivista Mouvements un testo dal titolo eloquente: Pourquoi démissionner de l’université?.
Dunezat aveva ottenuto nel 2006 un posto di maître de conférences in sociologia all’Università di Lille 1. Un anno dopo decise di lasciarlo e tornare a insegnare scienze economiche e sociali nella scuola secondaria.
Il suo lungo testo resta, a quasi vent’anni di distanza, una lettura sorprendentemente attuale.
Dunezat descriveva innanzitutto i meccanismi informali del reclutamento universitario, arrivando a riconoscere di avere egli stesso beneficiato di quello che definiva un coup de pouce. La selezione apparentemente meritocratica gli appariva attraversata da reti di conoscenza, cooptazione, appartenenze locali e rapporti di potere.
Ma il punto forse più interessante del testo non era la denuncia del “piston”. Era la descrizione dell’università come ambiente capace di produrre isolamento, frustrazione e sofferenza lavorativa.
Dunezat parlava di un désert relationnel: un ambiente nel quale la retorica dell’autonomia individuale poteva accompagnarsi alla rarefazione delle relazioni umane, alla competizione permanente e all’incapacità di affrontare collettivamente i conflitti.
E insisteva su un aspetto particolarmente importante: evitare di trasformare problemi strutturali in conflitti esclusivamente personali. Dietro le individualità, sosteneva, agivano rapporti di potere legati a sesso, classe, razza ed età.
È difficile non pensare, rileggendo oggi quelle pagine, al caso Arday.

L’università come macchina delle reputazioni

Naturalmente Cambridge nel 2026 non è Lille nel 2007. E Arday non è Dunezat.
Ma il filo che unisce le due vicende riguarda la distanza tra l’università immaginata e l’università realmente vissuta.
L’accademia ama rappresentarsi come un sistema nel quale il riconoscimento deriva dalla qualità della ricerca e nel quale una comunità di pari seleziona razionalmente i migliori. Chiunque abbia una conoscenza non superficiale dell’ambiente universitario sa che questa descrizione è, nella migliore delle ipotesi, incompleta.
Le carriere dipendono dalla qualità scientifica, certamente, ma anche da reti, scuole, appartenenze, capacità relazionali, opportunità, finanziamenti, equilibri istituzionali, visibilità pubblica. E negli ultimi decenni si è aggiunto un ulteriore elemento: la costruzione narrativa dell’accademico.
Non basta più, in molti contesti, avere scritto buoni libri o buoni articoli. Occorre possedere una storia, incarnare un messaggio, diventare riconoscibili.
La parabola di Arday mostra il pericolo estremo di questo processo. Cambridge non aveva assunto soltanto uno studioso: aveva contribuito inevitabilmente a costruire un simbolo pubblico. Il più giovane professore nero nella storia dell’università, l’uomo che aveva superato enormi difficoltà personali, l’esempio della possibilità di abbattere le barriere sociali ed etniche dell’accademia britannica.
Quando alcuni elementi di quella narrazione sono stati contestati, la caduta non poteva più essere soltanto professionale. Quanto più alta è la costruzione simbolica di una carriera, tanto più distruttiva può diventare la sua demolizione pubblica.

Léo Thiers-Vidal: un’altra storia, un’altra morte

Il 2007 nel quale Dunezat lasciava volontariamente l’università fu anche l’anno di un’altra vicenda tragica.
Il sociologo Léo Thiers-Vidal, nato nel 1970, aveva dedicato la propria attività allo studio delle mascolinità, dei rapporti sociali di sesso e della posizione degli uomini rispetto alla dominazione maschile. Il 26 ottobre 2007 sostenne la propria tesi di sociologia, dedicata alla posizione vissuta, alla soggettività e alla coscienza maschile della dominazione. Poco più di due settimane dopo, nella notte del 12 novembre, si tolse la vita.
Il parallelo deve essere utilizzato con estrema cautela. Non vi è alcuna ragione per costruire artificialmente una genealogia causale che colleghi la morte di Thiers-Vidal all’università, così come non possiamo, allo stato attuale, attribuire una causa precisa alla morte di Arday.
Ma accostare queste storie serve a porre una questione diversa.
Quanto sappiamo realmente della sofferenza psichica nel mondo accademico?
L’immagine pubblica del professore universitario rimane quella di un lavoratore privilegiato: autonomia, prestigio, relativa libertà nell’organizzazione del proprio tempo, possibilità di dedicarsi agli argomenti che ama. Tutto questo esiste.
Esiste però anche un’altra università: competizione perenne, precarietà protratta per anni, valutazione continua, narcisismo istituzionale, conflitti personali difficilmente componibili, dipendenza dalle reti accademiche, isolamento, identificazione quasi totale fra valore professionale e valore personale.
E soprattutto esiste una professione nella quale il fallimento pubblico può essere vissuto come fallimento dell’intera identità individuale.

Il privilegio non esclude la sofferenza

Qui occorre evitare un’altra semplificazione. Parlare di sofferenza accademica non significa sostenere che professori e ricercatori costituiscano una categoria socialmente oppressa.
Dunezat era particolarmente lucido su questo punto: nel raccontare il proprio disagio sottolineava contemporaneamente la posizione privilegiata che occupava come uomo bianco, eterosessuale, insegnante e proveniente da una famiglia relativamente favorita.
È precisamente questa capacità di tenere insieme privilegio e sofferenza che oggi sarebbe utile recuperare.
L’università può offrire enormi privilegi e contemporaneamente produrre ambienti lavorativi disfunzionali. Può promuovere politiche di inclusione necessarie e contemporaneamente applicarle male. Può proclamare la meritocrazia e contemporaneamente funzionare attraverso cooptazioni e reti informali. Può difendere formalmente la salute mentale e contemporaneamente premiare comportamenti professionali fondati sull’ipercompetizione, sull’ossessione produttiva e sulla continua ricerca di riconoscimento.

Il vero fallimento delle politiche di inclusione?

Da questo punto di vista, definire il caso Arday semplicemente come la prova del fallimento della “diversity” sarebbe troppo facile.
Il possibile fallimento è più complesso.
Una politica di inclusione fallisce se sostituisce criteri identitari ai criteri scientifici. Ma fallisce anche quando trasforma le persone appartenenti a gruppi sottorappresentati in simboli istituzionali, caricandole di aspettative enormi e rendendo inevitabilmente ogni loro errore una questione politica.
Se Arday è stato valutato con insufficiente rigore al momento del reclutamento, occorre chiedere conto anzitutto all’istituzione che lo ha reclutato. Non è sufficiente trasformare retrospettivamente il candidato nell’unico responsabile di un sistema di selezione che altri hanno amministrato.
Cambridge ha infatti annunciato di voler riesaminare le circostanze della sua nomina e più in generale ciò che è avvenuto negli anni successivi, riconoscendo la necessità di capire che cosa non abbia funzionato.
Questa è probabilmente una delle domande più importanti lasciate dal caso.

Dalle colpe individuali alle disfunzioni strutturali

Dunezat scriveva nel 2007 che occorreva depersonalizzare i conflitti.
Forse è precisamente ciò che dovremmo fare anche oggi.
Non trasformare Arday in un martire innocente. Non trasformare Cofnas nel male assoluto. Non trasformare Cambridge nell’unica responsabile. Ma neppure raccontare tutto come la semplice scoperta di un professore che non avrebbe meritato il posto che occupava.
Il problema interessante comincia proprio quando si abbandona questa rappresentazione.
Perché un’università prestigiosissima può eventualmente non accorgersi, durante un reclutamento, di problemi che successivamente diventano oggetto di una gigantesca controversia pubblica?
Perché la reputazione accademica viene costruita così rapidamente e poi distrutta con altrettanta rapidità?
Perché persone che studiano professionalmente società, conflitti, discriminazioni e rapporti di potere sembrano talvolta incapaci di riconoscere gli stessi meccanismi negli ambienti nei quali lavorano?
E perché il mondo universitario parla così poco della propria sofferenza, salvo quando accade qualcosa di irreparabile?
La testimonianza di Xavier Dunezat ha quasi vent’anni. Riletta oggi, conserva una forza notevole proprio perché non proponeva la storia consolatoria di un individuo virtuoso contro colleghi malvagi. Descriveva piuttosto un sistema capace di modificare i comportamenti delle persone che vi entravano, inducendole ad adattarsi a pratiche che magari, prima di entrarvi, avrebbero criticato.
Arday, Dunezat e Thiers-Vidal sono tre storie profondamente diverse e non devono essere artificialmente sovrapposte. Una morte ancora da chiarire, una dimissione volontaria e raccontata pubblicamente, un suicidio avvenuto poco dopo la conclusione di un percorso di dottorato.
Eppure, messe l’una accanto all’altra, invitano a formulare una domanda che l’università tende troppo spesso a evitare: quanto del disagio che attribuiamo alle fragilità, agli errori o alle personalità dei singoli è invece prodotto, amplificato o reso ingestibile dalle strutture e dal contesto nelle quali quei singoli lavorano?
È una domanda scomoda.
Proprio per questo vale la pena continuare a porsela.