La valutazione della ricerca, che per la scienza moderna doveva essere parte del suo proprio dibattito, contro le ingerenze di autorità esterne, è in Italia amministrativa, di stato e centralizzata, in mano a un’agenzia, l’Anvur, dipendente ab origine dal potere esecutivo. Un’agenzia centralizzata ha bisogno di armi di valutazione di massa come vicarie di prestigio scientifico, quali il pubblica-o-muori o la computazione bibliometrica delle citazioni. E ricercatori valutati non più scientificamente ma amministrativamente dovranno assumere l’adeguazione a questi parametri come obiettivo primario, se non unico. La ricerca diventa così – perfino agli occhi di un economista aziendale come Mats Alvesson – una gara a somma zero e senza senso: “mai prima d’ora così tanti hanno scritto così tanto, pur avendo così poco da dire a così pochi”.
Della compatibilità di una scienza aperta – o libera – con valutazioni e infrastrutture centralizzate discuterà il prossimo l’IX convegno annuale dell’AISA (Pisa, 12-13 novembre 2026). Questo articolo, rielaborazione di due interventi alla conferenza La Scienza Aperta nel prisma dell’ERA Act. Il lavoro ancora da fare (Roma, 10 giugno 2026), viene diffuso prima della pubblicazione degli atti, con il consenso delle curatrici, come spunto di discussione per i lavori del convegno dell’AISA.
1. Giochi di prestigio
Il Research Assessment Exercise (oggi REF) fu varato quarant’anni fa, in epoca thatcheriana, con la pretesa – molto più politico-economica che scientifica – di sottoporre il sistema di ricerca britannico a una rigida austerità e però aumentarne la produttività.
Il REF è fra le fonti d’ispirazione della valutazione della qualità della ricerca italiana (VQR), la quale ha reso amministrativa1 e anzi statale un’attività che per la scienza moderna doveva appartenere al suo proprio dibattito, contro le pretese di autorità esterne.2 Questa operazione, anche se c’è chi l’intende, in conflitto di interessi, come “un esercizio di esplicitazione, formalizzazione e aggregazione di giudizi già presenti nelle comunità dei competenti.”3 non è innocente né politicamente né scientificamente, soprattutto in paesi, come l’Italia, la cui costituzione offre una tutela speciale alla ricerca e alla didattica.
In primo luogo, la valutazione amministrativa, anche qualora condotta da professori in veste di funzionari pro tempore, minaccia, consegnando la sua spada alluno e negandola all’altro, la libertà dell’uso pubblico della ragione, per la quale gli studiosi si giudicano in pubblico e da sè4 e l’avanzamento del sapere è un processo collettivo e non una gara a somma zero.5
In secondo luogo, una valutazione amministrativa centralizzata, invece che distribuita, deve come tale ricorrere a indicatori di massa – quali, per esempio, il requisito procedurale della revisione paritaria in singolo o doppio cieco, oppure la computazione statistica delle citazioni – in funzione di vicari ( proxy) di validità scientifica. Il carattere riflessivo dell’azione sociale trasforma però questi sostituti nello scopo principale della ricerca:6 se so, per esempio, che verrò giudicato col pubblica-o-muori, moltiplicherò i miei scritti anche se non ho nulla da dire o avrei bisogno di tempo per pensare. E quando una misura diventa un obiettivo non solo smette di essere un buon indicatore,7 ma inquina 8 persistentemente la letteratura scientifica con triti testi volti prevalentemente o esclusivamente a carriera o sopravvivenza accademica,9 ora anche con l’aiuto – per nulla rivoluzionario – di estrusori di stringhe statisticamente probabili o Large Language Model.10
Due parole chiave rendono il senso della trasformazione vissuta dall’università nell’epoca della valutazione amministrativa della ricerca. La prima parola è “incentivo”. Si tratta di una tecnologia di governo con cui il potere politico gestisce e controlla l’istituzione deputata a produrre sapere. Nel Medioevo incentivus era il nome dello strumento a fiato che serviva a dare il “la” per accordare gli strumenti e dirigere i musicisti durante un’esecuzione collettiva. È uno strumento di governo delle condotte di tipo soft, proprio della governance neoliberale. Ma non è soft perché comandi di meno, bensì perché dà l’impressione di essere una specie di pilota automatico, come se discendesse direttamente da un calcolo “oggettivo” e non dall’imposizione di chi pretende, senza essere a sua volta musicista, di dirigere l’orchestra – così da far interiorizzare il comando da parte dei dominati stessi. Margaret Thatcher lo rivelò con franchezza quando ebbe a dichiarare: “l’economia è solo il metodo, l’obiettivo è cambiare il cuore e l’anima”.11
La seconda parola che racconta l’università di oggi è “prestigio”. Se l’impiego dell’incentivo riguarda il potere sugli universitari, la competizione per il prestigio è invece il terreno di coltura della loro soggettivazione, la cifra peculiare del loro ethos, che il sistema di valutazione premiale esaspera fino a livelli patologici. Anche qui l’etimologia è rivelatrice. In latino praestigium indicava l’illusione e il trucco dell’illusionista. Il termine deriva da prae-stringere: letteralmente “stringere davanti”, nel senso di maneggiare qualcosa davanti agli occhi di un pubblico per abbagliarne la vista e ingannarlo. Nella sua origine, dunque, il prestigio non rimanda alla sostanza delle cose, ma all’illusione che esse producono estrinsecamente sugli osservatori. Se l’incentivo disciplina i comportamenti degli accademici, il prestigio ne orienta i desideri e ne solletica le vanità. È attraverso la ricerca incessante di riconoscimento, citazioni, ranking e capitale reputazionale che oggi gli accademici hanno imparato a comprendere sé stessi e il proprio lavoro di ricerca.
Il combinato disposto di incentivazione premiale e ossessione del prestigio ci ha precipitato in una condizione che lo studioso di management svedese Mats Alvesson (in un libro significativamente intitolato Return to Meaning) ha descritto in questi termini: “mai prima d’ora così tanti hanno scritto così tanto, pur avendo così poco da dire a così pochi”.12 Il che indica, però, che come ricercatori, o, meglio, come ex-ricercatori divenuti impiegati, non siamo più in grado di stabilire il senso scientifico, e anche personale e sociale, di quanto facciamo,13 forse perché, essendoci attribuito un valore computato amministrativamente, siamo esonerati, e anzi scoraggiati, dal chiedercelo.14
2. Conati di riforma
Nel 2017 Alvesson suggeriva che per recuperare il senso del lavoro di ricerca15 e ricostruire un’università meno illiberale,16 si sarebbero dovute cambiare, dal basso, le pratiche professionali e, dall’alto, le modalità e i criteri della valutazione amministrativa.17 Nel 2022, in uno spirito simile, 18 l’Unione Europea ha patrocinato COARA, una coalizione promiscua di università, enti di ricerca, agenzie di valutazione e associazioni scientifiche che si sono impegnate a attuare una riforma19 per la quale:
- nella valutazione va riconosciuta la pluralità e varietà dei contributi e delle attività di ricerca, oltre le forche caudine del pubblica-o-muori;
- la valutazione deve essere in primo luogo qualitativa e basata sulla revisione fra pari, ma “sostenuta da un uso responsabile degli indicatori quantitativi”;
- l’uso improprio, cioè esclusivo, di indicatori basati su pubblicazioni e riviste, quali il Journal Impact Factor e l’H index, va abbandonato;
- bisogna evitare di usare classifiche (ranking) di università e simili istituzioni nella valutazione della ricerca stessa.
In Italia la riforma europea pare, per il momento, fallita. Il CNR, che aveva modificato il suo regolamento concorsuale, l’ha visto, alla sua prima prova, ampiamente disapplicato da parte delle commissioni.20. L’ANVUR, dal canto suo,21 non ha saputo onorare i pur laschi impegni che aveva sottoscritto: le soglie bibliometriche fissate amministrativamente sono rimaste un requisito esclusivo, e non solo complementare,22 per l’ammissione come candidati e come commissari all’Abilitazione scientifica nazionale, recentemente defunta.23
Forse l’Anvur, fin dall’inizio, non aveva titolo a imbarcarsi in COARA: è, infatti, dalla nascita, dipendente dal governo, come ricordato da Roberto Caso e precocemente riconosciuto dalla stessa Fiorella Kostoris, membro del consiglio direttivo dell’agenzia fra il 2011 e il 2015: 24
l’indipendenza dell’ANVUR è minata dalla mancanza di terzietà rispetto all’Esecutivo e dagli eccessi di controlli da parte dei vari stakeholders: tutti i 7 membri del suo Consiglio Direttivo sono, infatti, scelti direttamente o indirettamente dal Titolare del MUR e a lui o al suo Dicastero riportano, segnalano, propongono.
Quest’anno l’ANVUR è divenuta, per via regolamentare, ancor meno costituzionale25 e più governativa26: il ministro dell’Università e della Ricerca ora nomina sia il presidente del suo consiglio direttivo sia i suoi quattro membri, selezionandoli entro terne predisposte da comitati di selezione la cui maggioranza è a sua volta di designazione ministeriale. A fortiori, possiamo continuare a chiederci perché l’Anvur abbia partecipato, sedendo addirittura nel suo consiglio direttivo, e continui a far parte di una coalizione di cui non può rispettare integralmente gli impegni.
Si può chiedere, in mancanza di meglio, a questa agenzia dipendente di svolgere un ruolo di impulso e presidio della scienza aperta. Ma dobbiamo riconoscere – almeno con il senno di poi – che proprio le disposizioni valutative di Anvur sono state il più efficace vettore istituzionale della nostra attuale dipendenza da infrastrutture proprietarie, infrastrutture che sono l’esatta negazione della scienza aperta. Con quale credibilità Anvur dovrebbe ora promuoverla dopo che per anni ha contribuito a costruire incentivi che favoriscono l’uso e il valore strategico di dispositivi come la classificazione delle riviste e gli indicatori bibliometrici estratti dai database commerciali di Elsevier (Scopus) e Web of Science (Clarivate Analytics)?
L’ipotesi che Anvur si faccia seriamente – e non per maquillage istituzionale – promotrice della scienza aperta presenta un enorme problema di credibilità e richiederebbe quanto meno una seria e profonda riflessione autocritica sul passato. Per esempio, l’uso regolativo di Scopus ha trasformato il database di Elsevier (peraltro in evidente conflitto di interesse nella sua duplice veste di editore e data broker)27 in un’infrastruttura obbligatoria per l’accesso alle carriere accademiche, facendo sì che lo stato esternalizzasse a un privato con finalità di lucro una funzione pubblica strategica. Ma non è stata delegata solo la valutazione: di fatto, lo stato ha appaltato ai privati la definizione stessa della visibilità scientifica, e anzi della scientificità stessa. Come possiamo pretendere che i cittadini si fidino della scienza, quando noi stessi abbiamo accettato di subordinare la nostra autorevolezza a un’agenzia dipendente dal potere esecutivo e agli algoritmi opachi di oligopolisti commerciali? Verosimilmente, la società guarda professori e ricercatori con sospetto e diffidenza perché la scienza non è più un bene pubblico aperto, bensì, appunto, soltanto un gioco di prestigio.
3. “Lasciateci fare”
Un ministro francese convocò alcuni dei commercianti più stimati, per chiedere loro suggerimenti sul modo in cui poter sollevare le sorti del commercio, come se intendesse scegliere l’avviso migliore. Dopo che uno ebbe suggerito questo e l’altro quel rimedio, un vecchio commerciante, che fino ad allora era rimasto in silenzio, prese a dire: costruite buone strade, battete buona moneta, accordate un diritto puntuale in materia di cambio e così via; quanto al resto, ‘lasciateci fare!’ Questa sarebbe la risposta che dovrebbe dare la facoltà di filosofia, se il governo le chiedesse quali dottrine deve imporre agli studiosi: solo di non impedire il progresso delle idee e delle scienze.28
Questa nota al Conflitto delle facoltà, ultima opera pubblicata di Kant, invita il governo a non interferire nella ricerca di base, professata, nell’università dell’epoca, dalla facoltà – inferiore e propedeutica – di filosofia.29 Alvesson, la cui critica alla ricerca senza senso pare radicale, non apprezzerebbe, da economista aziendale,30 la provocazione liberale31 di Kant: per lui il laissez fare delle e nelle istituzioni di ricerca equivale ad arbitrio, lassismo e nepotismo;32 il governo, organizzando valutazioni amministrative, deve controllare che le risorse pubbliche siano spese con efficienza.33 È relativamente facile criticare, anche duramente, il modo in cui si valuta, ma assai meno mettere in discussione la legittimazione di chi valuta.
Perché esaltare la libertà nel mercato e temerla, invece, nella ricerca?
Eristicamente, potremmo osservare che, quando si tratta di salvare dal fallimento persone giuridiche a responsabilità limitata che hanno per fine non la conoscenza comune, ma il profitto privato, viene messo in sordina lo scrupolo per il denaro pubblico del quale il potere esecutivo, in teoria, sarebbe affidabile custode. E mentre sembra normale indurre il contribuente a giocare e perdere in borsa a sua insaputa,34 è invece divenuta intollerabile la scommessa, assai meno onerosa e rischiosa, di lasciare agli studiosi il tempo libero per fare ricerche fuori dalla media. 35
Kant, però, non era un economista aziendale preoccupato della produttività degli addetti alla ricerca, bensì uno studioso che aveva personalmente assaggiato quanto poco la libertà dell’uso pubblico della ragione fosse conciliabile con l’università cameralistica prussiana – un’università organizzata burocraticamente36 al servizio di una monarchia assoluta la quale non si peritava di licenziare37 o censurare38 direttamente i professori.
Al regime prussiano, che valutava la ricerca con strumenti forse un po’ più rozzi della VQR, Kant rispondeva non eristicamente, bensì dialetticamente: la scienza può avere (anche) un uso ministeriale solo se, istituzionalmente, non è affatto al servizio dei ministeri. Se il governo desiderasse davvero legittimarsi tramite la scienza, avrebbe interesse a riconoscerne e garantirne l’indipendenza. Infatti, chi può fidarsi di professori ridotti ad azzeccagarbugli e fattucchieri al servizio di poteri statali o privati?39 E un potere – statale o no – che impone con la forza dottrine finalizzate solo al proprio utile perché dovrebbe incutere rispetto? 40 Di conseguenza, il dovere di uno studioso indipendente non è fare il consigliere o il fattucchiere del principe, del censore e del padrone, suggerendo il modo più appropriato di controllare e sfruttare la ricerca, bensì ricordargli che l’unico compito del governo è predisporre l’infrastruttura legale e materiale per la libertà dell’uso pubblico della ragione, fuori e dentro le istituzioni di ricerca.
La valutazione amministrativa italiana ha applicato Kant a rovescio: il potere esecutivo ha commissariato la ricerca, intromettendosi nella sua valutazione, e ha trascurato l’infrastruttura comunicativa, abbandonandola a oligopoli il cui fine è, se non il profitto, la rendita.41 Né il potere esecutivo, né quello aziendale sono in posizione di avere un interesse genuino per la scienza, perché entrambi orientati alla dipendenza degli studiosi-impiegati e alla loro sorveglianza tramite armi di valutazione di massa. L’ultima riforma dell’Anvur, rendendone più palese la natura amministrativa ed esecutiva, è solo un’epifania: in Italia la ricerca non è libera, né tanto meno lo sono i ricercatori.
Scienza aperta o ricerca di stato?
Possiamo aspettarci dal potere esecutivo, di cui Anvur è emanazione, una riforma che dia alla ricerca un senso men che impiegatizio e la apra alluso pubblico della ragione?
Certo, cambiamenti in direzione del buon senso sarebbero praticabili, se ad Anvur venissero ordinati. Ma servirebbe un ripensamento strutturale del suo mandato, e non un suo ulteriore rafforzamento e assoggettamento al governo, come stabilito dal DPR del 7 gennaio 2026 – e, soprattutto, occorrerebbe un’elaborazione critica del nesso fra i sistemi di valutazione amministrativi e il consolidamento di un’infrastruttura proprietaria della comunicazione scientifica.
Che la scienza aperta di stato possa essere al massimo una funzione legittimante per conservare l’esistenza dell’agenzia, e non un modo per cambiare davvero le pratiche della ricerca non è solo un rischio: è già una realtà, che ha indotto Richard Poynder – giornalista che lo ha seguito per decenni – a sostenere che il movimento istituzionale per l’accesso aperto è, nella sostanza, fallito: nato come volontario e dal basso si è trasformato in un’oppressiva burocrazia di comando e controllo dall’alto 42 Del resto, una scienza aperta imposta attraverso meccanismi di valutazione obbligatori rischia di ridursi e di essere percepita come un ulteriore dispositivo di controllo governativo.43 Così non si passa dalla costrizione alla libertà, ma solo da una forma di governo della scienza a un’altra, laddove invece la ricerca del sapere avrebbe bisogno del più elevato grado possibile di autonomia rispetto ai meccanismi amministrativi che pretendono, distruttivamente, di orientarla.
Un’autentica scienza aperta richiederebbe una discussione autonoma e plurale. Una scienza aperta amministrata dall’autorità valutativa, invece, rischia di assomigliare a una libertà concessa e regolata (o octroyée, come certe costituzioni ottocentesche), a scopi meramente strumentali.44
Se vogliamo davvero una scienza aperta non possiamo riferirci solo all’accessibilità, comunque ottenuta, di pubblicazioni e dati, ma dobbiamo avere in mente innanzitutto il fine di preservare l’autonomia delle comunità scientifiche rispetto ai centri che ne governano incentivi e criteri di prestigio.
La scienza aperta può certo essere promossa dalle istituzioni: ma l’apertura della scienza cessa di essere tale quando viene definita e governata esclusivamente dall’autorità che pretende di garantirla. Se manca il coraggio morale e intellettuale di riconoscere i guasti provocati dalla valutazione di stato,45 è impossibile pensare di ricostruire un ambiente della ricerca libero da condizionamenti impropri e incentivi distorsivi.
Il punto, dunque, non è adottare incentivi diversi, né sostituire un modo di valutazione con un altro che magari premi le pubblicazioni in accesso aperto, anche a qualsiasi costo.46 Il punto è uscire dalla logica che affida il governo della ricerca alla combinazione di incentivo e prestigio. La questione è radicale e interroga tutti: vogliamo istituzioni che orientino i comportamenti degli studiosi, oppure istituzioni che mettano a disposizione di tutti beni pubblici e infrastrutture comuni?
Se il problema è la dipendenza da infrastrutture proprietarie, la soluzione non può consistere nel moltiplicare snervanti adempimenti valutativi, ma nel costruire, potenziare e diffondere beni pubblici a lungo termine nel campo della ricerca e della conoscenza scientifica. Per realizzare la cosiddetta “quinta libertà” prevista dall’Unione Europea (quella della conoscenza e della ricerca, dopo persone, merci, servizi e capitali) abbiamo bisogno soprattutto di promuovere archivi, piattaforme editoriali, strumenti didattici e infrastrutture digitali di governo e comunicazione che sottraggano la comunicazione scientifica alla rendita monopolistica.
Come suggeriva anche Kant, non tutti gli interventi dello stato producono eterodirezione della ricerca. Vi è però una differenza decisiva tra istituzioni che commissariano le pratiche scientifiche somministrando incentivi premiali e rilasciando patenti di prestigio, come ha fatto finora Anvur, e istituzioni che forniscono infrastrutture comuni, lasciando alle comunità scientifiche la libertà di utilizzarle. Per una ricerca che sia scientifica e non impiegatizia non abbiamo bisogno di istituzioni che disciplinino: abbiamo bisogno di istituzioni che abilitino. “Lasciateci fare!”
Non si tratta, infine, di scegliere tra una scienza aperta governata da ANVUR e una scienza aperta governata da Elsevier – anche perché la bibliometria di stato e quella editoriale hanno finora operato di concerto. L’alternativa è, invece, tra una conoscenza organizzata come bene per tutti, e una conoscenza organizzata, al servizio di pochi, come risorsa da controllare o da valorizzare economicamente. Se la quinta libertà europea non è solo una finzione propagandistica, il compito del governo non dovrebbe essere dirigere la scienza per interposta agenzia valutativa bensì garantire le risorse materiali e le condizioni infrastrutturali che consentano alle comunità scientifiche di esercitare la loro piena e costituzionale libertà di ricerca – così da rendere di nuovo facile qualcosa che è divenuto difficile, vale a dire riconoscere sia l’autorevolezza della scienza, sia l’autorità della repubblica.
- Sulla valutazione amministrativa si veda (Alberto Baccini, “COARA Will Not Save Science from the Tyranny of Administrative Evaluation” (arXiv, 2024), https://doi.org/10.48550/arXiv.2408.05587)↩︎
- Paolo Rossi, La nascita della scienza moderna in Europa (Roma-Bari: Laterza, 2015).↩︎
- Maria Chiara Pievatolo, “La bilancia e la spada: scienza di stato e valutazione della ricerca,” Bollettino telematico di filosofia politica, 2017, secs. 2 n10, https://commentbfp.sp.unipi.it/maria-chiara-pievatolo-la-bilancia-e-la-spada-scienza-di-stato-e-valutazione-della-ricerca/.↩︎
- “Le penne si limitano reciprocamente da sé, così da non perdere la loro libertà” (I. Kant, Sul detto comune: «questo può essere giusto in teoria, ma non vale per la pratica», 1793 AK VIII, 304)↩︎
- Francesco Scotognella, “L’affermazione di una teoria nella comunità scientifica: Lo scienziato-parresiasta, il collettivo di pensiero e il mutuo appoggio,” Bollettino telematico di filosofia politica, 2021, https://commentbfp.sp.unipi.it/francesco-scotognella-laffermazione-di-una-teoria-nella-comunita-scientifica-lo-scienziato-parresiasta-il-collettivo-di-pensiero-e-il-mutuo-appoggio/.↩︎
- Mario Biagioli, “Fraud by Numbers: Metrics and the New Academic Misconduct,” Los Angeles Review of Books, September 2020, https://lareviewofbooks.org/article/fraud-by-numbers-metrics-and-the-new-academic-misconduct: quanto scrivo in un testo conta ancora, ma non perché occorra leggerlo, bensì perché vettore di computazioni a uso valutativo.↩︎
- Fenomeno, questo, noto come legge di Goodhart ((Michael Fire and Carlos Guestrin, “Over-Optimization of Academic Publishing Metrics: Observing Goodhart’s Law in Action,” GigaScience 8, no. 6 (2019), https://doi.org/10.1093/gigascience/giz053) e non difficile da prevedere ((Alessandro Figà-Talamanca, “L’Impact Factor nella valutazione della ricerca e nello sviluppo dell’editoria scientifica,” in SINM 2000 : un modello di sistema informativo nazionale per aree disciplinari, 2000, https://www.roars.it/online/limpact-factor-nella-valutazione-della-ricerca-e-nello-sviluppo-delleditoria-scientifica/).↩︎
- Adam Marcus and Ivan Oransky, “The Scientific Literature Can’t Save You Now,” The Atlantic, 2025, https://www.theatlantic.com/science/archive/2025/02/rfk-kennedy-vaccines-scientific-literature/681681.↩︎
- Phie Jacobs, “One-Fifth of Computer Science Papers May Include AI Content,” Science, 2025, https://www.science.org/content/article/one-fifth-computer-science-papers-may-include-ai-content.; (John Drake, “AI Slop Is Flooding Academic Journals. A Top Journal Measured It,” Forbes, 2026, https://www.forbes.com/sites/johndrake/2026/04/30/ai-slop-is-flooding-academic-journals-a-top-journal-measured-it/); (H. Holden Thorp, “AI in scientific publishing: Slower, worse, and more expensive,” Science 393, no. 6808 (2026): 225, https://doi.org/10.1126/science.aek5570).↩︎
- “’Intelligenza artificiale’ è un’espressione di marketing” (Daniela Tafani, Dieci miti sull’intelligenza artificiale. Un progetto reazionario e le sue storie, 2026, 7, https://doi.org/10.5281/zenodo.21891513).↩︎
- Margaret Thatcher, “Interview for Sunday Times,” 1981, https://www.margaretthatcher.org/document/104475. (Adam Mastroianni, “Incentives Are for Losers,” Experimental History, 2026, https://www.experimental-history.com/p/incentives-are-for-losers) spiega perché, e in chi, è così facile cambiarli.↩︎
- Mats Alvesson, Yiannis Gabriel, and Roland Paulsen, Return to Meaning. A Social Science with Something to Say (Oxford: Oxford University Press, 2017), 18.↩︎
- Alvesson, Gabriel, and Paulsen, 9.↩︎
- Perfino dalla prospettiva di (Alvesson, Gabriel, and Paulsen, 33), che è quella dell’economia aziendale, il gioco della pubblicazione a punteggio bibliometrico pare costoso per la società e penoso per le persone: una gara poco olimpica che non appassiona il pubblico, non diverte i partecipanti e ai perdenti dà meno di nulla.↩︎
- Kathleen Lynch, “Control by Numbers: New Managerialism and Ranking in Higher Education,” Critical Studies in Education, 2014, http://dx.doi.org/10.1080/17508487.2014.949811: chi gioca la partita del pubblica-o-muori non ha tempo di fare l’intellettuale pubblico↩︎
- Maria Chiara Pievatolo, “Se l’università può essere liberale,” Bollettino telematico di filosofia politica, 2021, https://btfp.sp.unipi.it/it/2020/06/universita_liberale.↩︎
- Alvesson, Gabriel, and Paulsen, Return to Meaning. A Social Science with Something to Say, capitoli VI, VII e VIII.↩︎
- Francesca Di Donato, “Una questione di qualità o una formalità? L’Agreement on Reforming Research Assessment e il processo di riforma della valutazione della ricerca in Europa,” Bollettino Telematico Di Filosofia Politica, 2022, https://commentbfp.sp.unipi.it/francesca-di-donato-una-questione-di-qualita-o-una-formalita-lagreement-on-reforming-research-assessment-e-il-processo-di-riforma-della-valutazione-della-ricerca-in-europa.↩︎
- La traduzione italiana dell’accordo di riforma si trova in F.Mura, C. Cicatiello, L. Gavioli, E. Roma, C. Sganga, Accordo sulla riforma della valutazione della ricerca, https://doi.org/10.5281/zenodo.13629063, 2024. Gli impegni citati di seguito si trovano alle pagine 11-15.↩︎
- F. Di Donato et al., “Mind the Gap: From Policy to Practice at CNR an Analysis of Career Advancement Criteria in Light of the Agreement on Reforming Research Assessment [Version 2; Peer Review: 3 Approved],” Open Research Europe 6, no. 127 (2026), https://doi.org/10.12688/openreseurope.23373.2.↩︎
- Forse anche perché la sua azione è centralizzata e dunque bisognosa di armi di valutazione di massa ((AISA, “Di statistica e virtù: i criteri della VQR 2020-2024 e la riforma europea della valutazione della ricerca,” 2024, https://aisa.sp.unipi.it/di-statistica-e-virtu-i-criteri-della-vqr-2020-2024-e-la-riforma-europea-della-valutazione-della-ricerca).↩︎
- Maria Chiara Pievatolo, “Avanti piano, quasi indietro: la riforma europea della valutazione della ricerca in Italia: riassunto operativo dei lavori della conferenza: “Avanti piano, quasi indietro: la riforma europea della valutazione della ricerca in Italia”, Bologna 2024,” 2024, https://doi.org/10.5281/zenodo.11390127.; citation” data-cites=”aisacoanvur2024″>(AISA, “Di statistica e virtù”).↩︎
- AISA, “Anvur, reclutamento, università: l’Epifania della valutazione di stato,” 2026, https://aisa.sp.unipi.it/anvur-reclutamento-universita-lepifania-della-valutazione-di-stato.↩︎
- Caso. Roberto, “Il mio nome è ANVUR: agente (dipendente) con licenza di valutare (numericamente),” 2026, https://www.robertocaso.it/2024/01/21/il-mio-nome-e-anvur-agente-dipendente-con-licenza-di-valutare-numericamente., (Fiorella Kostoris, “L’esperienza del CIVR e le prospettive dell’ANVUR nella valutazione della ricerca in Italia,” Statistica e Società, 2008, https://www.sis-statistica.it/old\_upload/contenuti/files/pdf/2011/statistica\__societ\_2008\_speciale\_valutazione\_delle\_ricerca\_in\_statistica.pdf).↩︎
- Alessandra Algostino, “L’università inquieta della Costituzione e l’università neoliberale,” Il Ponte, no. 1 (26 AD): 86–89.↩︎
- AISA, “L’ANVUR, agenzia dipendente per la valutazione di stato, diventa ancora più governativa,” 2026, https://aisa.sp.unipi.it/lanvur-agenzia-dipendente-per-la-valutazione-di-stato-diventa-ancor-piu-governativa.↩︎
- Molti editori commerciali preferiscono presentarsi come fornitori di servizi di analisi dei dati ((Dfg-Committee on Scientific Library Services and Information Systems, “Data tracking in research: aggregation and use or sale of usage data by academic publishers. A briefing paper of the Committee on Scientific Library Services and Information Systems of the Deutsche Forschungsgemeinschaft (DFG, German Research Foundation),” Zenodo, 2021, 3, https://doi.org/10.5281/zenodo.5937995)): pubblicazione e scienza – per le quali tali oligopolisti sono, se non anche dannosi, superflui – rimangono ormai solo come pretesto.↩︎
- Immanuel Kant, Il conflitto delle facoltà, trans. Domenico Venturelli (Morcelliana, 1994)., con qualche modifica alla traduzione (AK VII, 19-20 n2).↩︎
- Francesca Di Donato, “Università, scienza e politica nel ’Conflitto Delle Facoltà’,” Bollettino telematico di filosofia politica, 2006, http://btfp.sp.unipi.it/dida/streit/.↩︎
- Elisabeth Anderson, Private Government: How Employers Rule Our Lives (and Why We Don’t Talk about It (Princeton: Princeton University Press, 2017).: il mercato libero presuppone lavoratori autonomi, padroni di se stessi: ma a partire dalla rivoluzioni industriale i lavorato de iure o de facto dipendenti sono governati dai loro padroni. Le aziende sono, per lo più, sistemi autoritari.↩︎
- Kant fu – a suo modo – un lettore precoce di Adam Smith ((Samuel Fleischacker, “Values Behind the Market: Kant’s Response to the “Wealth of Nations,” History of Political Thought 17, no. 3 (1996): 379–407)), in un ambiente culturale ancora dominato dalla cameralistica↩︎
- Alvesson, Gabriel, and Paulsen, Return to Meaning. A Social Science with Something to Say, 40. non critica radicalmente neppure i cosiddetti ranking perché danno pressione esterna a una vita accademica altrimenti rilassata; secondo (Alvesson, Gabriel, and Paulsen, 43) la competizione fra università può scuotere la “laissez-faire culture” che determina endogamia e favoritismo.↩︎
- Alvesson, Gabriel, and Paulsen, 121–22.↩︎
- “Tra tutte le caratteristiche della società d’affari moderna, tre – tutte impossibili da ottenere solo in via contrattuale – hanno contribuito più delle altre al suo successo: lo scudo societario (entity shielding), lo spostamento delle perdite e il prospetto dell’immortalità. Lo scudo societario crea diritti di proprietà su determinati insiemi di cespiti, ognuno con i suoi creditori distinti che si possono limitare a monitorare un solo insieme, ma che non hanno accesso alla torta più ampia. Lo spostamento delle perdite consente ai proprietari di limitare il loro passivo trasferendo ad altri il rischio di fare affari: ai creditori extracontrattuali o contrattuali dell’azienda, o all’intera collettività richiedendo l’intervento del governo quando il fallimento costituirebbe una minaccia per l’intera economia. Questa opzione put è tipica delle società finanziarie, ma non è insolita anche per le società non finanziarie, come dimostra il salvataggio di molte grandi case automobilistiche durante la crisi del 2008 negli Stati Uniti. Infine, l’immortalità aumenta la vita delle entità poste in forma d persona giuridica estendendone pertanto la durata. Le persone giuridiche, come le altre aziende, non sono immuni al fallimento, ma devono essere condannate a morte dai loro creditori con un procedimento di bancarotta, o dagli azionisti tramite lo scioglimento volontario” ((Katharina Pistor, The Code of Capital. How the Law Creates Wealth and Inequality (Princeton – Oxford: Princeton University Press, 2019), 55) trad.it Il codice del capitale, Luiss U.P., 2021, p .83 – con qualche modifica). L’opzione put è una scommessa finanziaria che comporta un impegno ad acquistare un titolo a un certo prezzo: nel caso di salvataggio di un’azienda tramite denaro pubblico l’acquirente obbligato – e scommettitore involontario – è il contribuente.↩︎
- Colleen Flaherty, “The Costs of Publish or Perish,” Inside Higher Education, 2015, https://www.insidehighered.com/news/2015/10/12/study-suggests-pressure-publish-impedes-innovation.↩︎
- William Clark, Academic Charisma and the Origins of the Research University (Chicago: The University of Chicago Press, 2006), 12 ss.↩︎
- Come capitò nel 1723 a Christian Wolff, licenziato dall’università di Halle anche in virtù di un suo discorso rettorale che elogiava la cultura cinese come illuminata: (Clark, 93–95)↩︎
- Come capitò a Kant stesso, che ricevette un rescritto personale di censura da parte di Federico Guglielmo II Hohenzollern, documentato nella prefazione del Conflitto delle facoltà.↩︎
- Algostino, “L’università Inquieta della Costituzione e l’università neoliberale” osserva che l’università italiana ed europea di oggi è indirizzata dagli stati sia al servizi delle aziende, cioè di interessi privati, sia per la propaganda e gli usi bellici.↩︎
- Maria Chiara Pievatolo, “Conflitto nelle università: studenti, professori e guerre,” Centro Per La Riforma Dello Stato, 2024, https://doi.org/10.5281/zenodo.11111484.↩︎
- Questo vale non solo per l’editoria e la bibliometria, ma a fortiori per l’infrastruttura di rete: come scrive (Massimo Carboni, “Dal primo pacchetto IP al GARR: la rete come scelta politica,” Agenda Digitale, 2026, https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/dal-primo-pacchetto-ip-al-garr-la-rete-come-scelta-politica/), “il 98% dei dati mondiali viaggia attraverso cavi sottomarini, infrastrutture fisiche che attraversano oceani, controllate da soggetti sempre più privati, al centro di campagne geopolitiche che nulla hanno a che fare con i valori fondativi della rete aperta. Chi conosce le mappe dei cavi telegrafici dell’impero britannico riconosce la geometria del potere: controllare le infrastrutture significa controllare la comunicazione, e quindi la libertà.”↩︎
- Rick Anderson, “Where Did the Open Access Movement Go Wrong?: An Interview with Richard Poynder,” The Scholarly Kitchen, 2023, https://scholarlykitchen.sspnet.org/2023/12/07/where-did-the-open-access-movement-go-wrong-an-interview-with-richard-poynder/.: Poynder, però, come osservato da J.-C. Guédon nei commenti, trascura il ruolo dell’editoria scientifica commerciale e degli indicatori su di essa e da essa costruiti nella valutazione amministrativa della ricerca.↩︎
- Paola Galimberti, “Open Science: cambiamento culturale cercasi” (Zenodo, 2020), https://doi.org/10.5281/zenodo.4014989. su cui (Maria Chiara Pievatolo, “Scienza aperta: solo una questione di adempimenti?” Bollettino telematico di filosofia politica, 2020, https://btfp.sp.unipi.it/it/2020/09/scienza-aperta-solo-una-questione-di-adempimenti).↩︎
- Michael Hagner, “Open Access, Data Capitalism and Academic Publishing,” Swiss Medical Weekly 148, no. 14600 (2018), https://doi.org/10.4414/smw.2018.14600. Per non parlare del paradossale doppio legame che si verrebbe a creare: la prescrizione “fai scienza aperta” diventerebbe la grottesca versione anvuriana del classico paradosso psicologico “sii spontaneo”.↩︎
- Paola Borgna et al., eds., Perché la valutazione ha fallito, 2023, https://morlacchilibri.com/universitypress/index.php?content=scheda&id=1209.↩︎
- Laura Rothfritz, W. Benedikt Schmal, and Ulrich Herb, “Trapped in Transformative Agreements? A Multifaceted Analysis of >1,000 Contracts,” 2024, https://doi.org/10.48550/arXiv.2409.20224.; (Jon Tennant,“‘Transformative’ Open Access Publishing Deals Are Only Entrenching Commercial Power”, Times Higher Education (THE), 2019); (Elena Simukovic, “Transformative Agreements Are a Blind Alley,” Katina Magazine, 2024, https://doi.org/10.1146/katina-20241008-1).↩︎

