Due parole chiave rendono bene il senso della trasformazione vissuta dall’università nell’epoca della valutazione amministrativa della ricerca. Ricordo incidentalmente che quest’anno ricorrono i 40 anni dal Research Assessment Exercise (oggi REF), il modello britannico a cui si è ispirata la VQR, varato in piena epoca thatcheriana, quando l’imperativo era economico e non scientifico: ed era essenzialmente quello di produrre di più con meno.

La prima parola è “incentivo”. Si tratta di una tecnologia di governo con cui il potere politico gestisce e controlla l’istituzione deputata a produrre sapere. Nel Medioevo incentivus era il nome dello strumento a fiato che serviva a dare il “la” per accordare gli strumenti e dirigere i musicisti durante un’esecuzione collettiva. È uno strumento di governo delle condotte di tipo soft, proprio della governance neoliberale. Ma attenzione: è soft non perché comandi di meno. Lo è perché dà l’impressione di essere una specie di pilota automatico, come se discendesse direttamente dal calcolo oggettivo delle cose. L’incentivo premiale solo apparentemente è una forma di comando debole, in realtà è un modo di dominare più profondamente fino al punto di produrre l’interiorizzazione del comando da parte dei dominati stessi. Margaret Thatcher lo rivelò senza ipocrisie quando ebbe a dichiarare: “l’economia è solo il metodo, l’obiettivo è cambiare il cuore e l’anima”.

La seconda parola che racconta efficacemente l’università di oggi è “prestigio”. Se l’impiego dell’incentivo riguarda il potere sugli universitari, la competizione per il prestigio è invece il terreno di coltura della loro soggettivazione, la cifra peculiare del loro éthos, che il sistema di valutazione premiale esaspera fino a livelli patologici. Anche qui l’etimologia è rivelatrice. In latino praestigium indicava l’illusione e il trucco dell’illusionista. Il termine deriva da prae-stringere: letteralmente “stringere davanti”, nel senso di maneggiare qualcosa davanti agli occhi di un pubblico per abbagliarne la vista e ingannarlo. Nella sua origine, dunque, il prestigio non rimanda alla sostanza delle cose, ma all’effetto estrinseco e illusorio che esse producono sugli osservatori. Se l’incentivo disciplina i comportamenti degli accademici, il prestigio ne orienta i desideri e ne solletica le vanità narcisistiche. È attraverso la ricerca incessante di riconoscimento, citazioni, ranking e capitale reputazionale che oggi gli accademici hanno imparato ad autocomprendere sé stessi e il proprio lavoro di ricerca.

Il combinato disposto di incentivazione premiale e ossessione del prestigio ci ha precipitato in una condizione che lo studioso di management svedese Mats Alvesson (in un libro significativamente intitolato Ritorno al senso) ha descritto in questi termini: “mai prima d’ora così tanti hanno scritto così tanto, pur avendo così poco da dire a così pochi”.

Oggi si chiede all’agenzia di valutazione di svolgere un ruolo di impulso e presidio della scienza aperta. Ma dobbiamo tutti riconoscere – almeno con il senno di poi – che le policies di Anvur sono state proprio loro il più efficace vettore istituzionale della nostra attuale dipendenza da infrastrutture proprietarie, infrastrutture che sono l’esatta negazione dell’open science. Con quale credibilità Anvur dovrebbe ora promuovere la scienza aperta dopo che per anni ha contribuito a costruire incentivi che favoriscono l’uso e il valore strategico di dispositivi come la classificazione delle riviste e gli indicatori bibliometrici dipendenti da database commerciali? L’ipotesi che Anvur si faccia promotore della scienza aperta presenta un enorme problema di credibilità e richiede quanto meno una seria e profonda riflessione autocritica sul passato, altrimenti sembra solo maquillage istituzionale. Ad esempio, l’uso regolativo di Scopus ha trasformato il database di Elsevier (peraltro un soggetto in evidente conflitto di interesse nella sua duplice veste di editore e data broker) in un’infrastruttura obbligatoria per l’accesso alle carriere accademiche, facendo sì che lo Stato esternalizzasse a un soggetto con finalità di lucro una funzione pubblica strategica. E si badi: non è stata delegata solo la valutazione. Di fatto, lo Stato ha appaltato a un privato la definizione stessa di visibilità scientifica, nonché la definizione di che cosa debba considerarsi scienza. Ed è qui che affonda le radici il problema di credibilità pubblica che oggi investe università e ricerca scientifica. Come possiamo pretendere che i cittadini si fidino della scienza, quando noi stessi abbiamo accettato di subordinare la nostra autorevolezza agli algoritmi opachi di un monopolista privato? Verosimilmente la nostra crisi di credibilità nasce anche dal fatto che la scienza si è lasciata burocratizzare e privatizzare, smarrendo la sua natura di bene pubblico aperto. Poi, non meravigliamoci se la società ci guarda con sospetto e diffidenza!

Certo, i cambiamenti in direzione del buon senso sono sempre possibili, perfino per una tecnostruttura come Anvur. Ma servirebbe un ripensamento strutturale del suo mandato, e non un suo ulteriore rafforzamento e assoggettamento all’esecutivo (come previsto dal recente DPR del 7 gennaio 2026). Ma soprattutto servirebbe una convinta e convincente elaborazione critica della responsabilità che i sistemi di valutazione hanno avuto nel consolidare ecosistemi proprietari della comunicazione scientifica.

Il rischio è che si cerchi, gattopardescamente, una nuova funzione legittimante per conservare l’esistenza dell’agenzia, e non un modo percambiare davvero le pratiche della ricerca. Del resto, una scienza aperta imposta attraverso meccanismi di valutazione obbligatori rischia di diventare nient’altro che un nuovo dispositivo di governo delle condotte scientifiche. Così non si passa dalla costrizione alla libertà, ma solo da una forma di governo della scienza a un’altra, laddove invece la produzione della conoscenza richiederebbe il più elevato grado possibile di autonomia rispetto ai meccanismi amministrativi che pretendono di orientarla.

Un’autentica scienza aperta implica la possibilità di pratiche plurali e autodirette. Al contrario, una scienza aperta amministrata dall’autorità valutativa rischia di assomigliare a una libertà concessa e regolata (potremmo dire octroyée, come certe costituzioni ottocentesche), e non a una libertà realmente esercitata. Per non parlare poi del paradossale doppio legame che si verrebbe a creare: la prescrizione “fai scienza aperta” diventerebbe la grottesca versione anvuriana del classico paradosso psicologico “sii spontaneo”.

Bisogna intendersi su un punto preliminare: quando si parla di scienza aperta non dobbiamo riferirci semplicemente al compito di rendere accessibili pubblicazioni e dati, ma dobbiamo avere in mente innanzitutto il fine di preservare l’autonomia delle comunità scientifiche rispetto ai centri che ne governano incentivi e criteri di prestigio.

Non intendo sostenere che la scienza aperta non possa essere promossa dalle istituzioni, tutt’altro. Sto dicendo invece che l’apertura della scienza cessa di essere tale quando viene definita e governata esclusivamente dall’autorità che pretende di garantirla. Insomma, se non abbiamo il coraggio morale e intellettuale di fare ammenda dei guasti provocati dalla valutazione di stato, sarà impossibile pensare di ricostruire un ambiente della ricerca sano e libero da condizionamenti impropri e incentivi distorsivi.

Il problema, dunque, non è adottare incentivi diversi, né sostituire una valutazione con un’altra che magari premi di più le pubblicazioni in accesso aperto. Il problema è semmai uscire una volta per tutte dalla logica che affida il governo della ricerca alla combinazione di incentivo e prestigio. La questione da porre è radicale e ci interroga tutti: vogliamo istituzioni che orientino i comportamenti degli studiosi, oppure istituzioni che mettano a loro disposizione beni pubblici e infrastrutture comuni?

Se il problema è la dipendenza da infrastrutture proprietarie, la soluzione non può consistere nel moltiplicare snervanti adempimenti valutativi, ma nel costruire, potenziare e diffondere beni pubblici a lungo termine nel campo della ricerca e della conoscenza scientifica. Per realizzare la cosiddetta “quinta libertà” prevista dall’Unione Europea (quella della conoscenza e della ricerca, dopo persone, merci, servizi e capitali) abbiamo bisogno soprattutto di promuovere archivi, piattaforme editoriali, strumenti didattici e infrastrutture digitali aperte che sottraggano la comunicazione scientifica alla rendita monopolistica.

La mia non vuole essere ovviamente una critica all’azione pubblica in quanto tale. Non ogni intervento dello Stato, infatti, produce eterodirezione della ricerca. Vi è però una differenza decisiva tra istituzioni che governano le pratiche scientifiche somministrando incentivi premiali e rilasciando patenti di prestigio, da una parte, e istituzioni che forniscono infrastrutture comuni, lasciando alle comunità scientifiche la libertà di utilizzarle, dall’altra. Questo significa che alle istituzioni pubbliche non dobbiamo chiedere di governare la ricerca (come si è fatto finora con Anvur) ma pretendere che forniscano servizi e beni pubblici per la ricerca. In altre parole, per ottenere una ricerca di qualità non abbiamo bisogno di istituzioni che disciplinino, abbiamo bisogno semmai di istituzioni che abilitino.

In definitiva, il tema non è scegliere tra una scienza aperta governata da ANVUR e una scienza aperta governata da Elsevier. L’alternativa è, invece, tra una conoscenza organizzata come bene pubblico e una conoscenza organizzata come risorsa da amministrare o da valorizzare economicamente. Se davvero vogliamo realizzare la quinta libertà europea, il compito delle istituzioni non dovrebbe essere quello di dirigere la scienza per interposta agenzia valutativa ma di garantire le risorse materiali e le condizioni infrastrutturali che consentano alle comunità scientifiche di esercitare finalmente la loro piena e costituzionale libertà di ricerca.

 

Relazione tenuta al convegno “La Scienza Aperta nel prisma dello European Research AREA Act (ERA Act). Il lavoro ancora da fare”, Cnr Roma 10 giugno 2026