Mutazione genetica degli atenei – “For profit”. I patron delle telematiche offrono cospicui finanziamenti alla destra e vengono “ricambiati” con provvedimenti (tasse e & c.) ad hoc: cortocircuito perfetto
La distanza delle ‘università a distanza’ dall’idea stessa di università è sempre più grande. E non solo perché “le università sono fra i pochi luoghi in cui le persone si incontrano ancora faccia a faccia, in cui giovani e studiosi possono capire quanto il progresso del sapere abbia bisogno di identità umane reali, e non virtuali” (Umberto Eco, 2013). Ma anche per la loro drastica mutazione genetica, innescata dal parere del Consiglio di Stato del 14 maggio 2019 che ha aperto le porte alla possibilità che le università possano appartenere a società di capitali. Poche settimane dopo, la telematica Pegaso si trasformava in una srl, e in quello stesso anno il fondo britannico CVC, con sede in Lussemburgo, entrava nella proprietà della società Multiversity di Danilo Iervolino (che possedeva Pegaso e Universitas Mercatorum), prendendone poi il controllo nel 2021, e formando, con l’acquisizione dell’Università telematica San Raffaele di Roma e dell’85% del Sole 24 Ore Formazione, il più grande polo universitario italiano in assoluto, con 140.000 iscritti (trentamila in più della Sapienza di Roma…), oggi presieduto da Luciano Violante. Un’idea dell’influenza di questo colosso for profit in mano a un fondo di investimento estero può essere data da alcuni dei nomi del suo advisory board: Pierluigi Ciocca, già vicedirettore generale di Bankitalia; l’ex capo della Polizia, e già ai vertici dei Servizi, Gianni De Gennaro; Monica Maggioni, già presidente Rai; Alessandro Pajno, presidente emerito del Consiglio di Stato; Giovanni Salvi, già pg della Cassazione. Non è difficile immaginare che anche per questo le università telematiche riescano di fatto a eludere i rigidi controlli che Ministero e Agenzia nazionale per la valutazione della ricerca impongono invece alle università in presenza. Come ha rilevato la FLC CGIL in un puntuale rapporto dell’aprile 2024, le telematiche praticano “soluzioni organizzative e dinamiche di funzionamento che snaturano la stessa funzione di verifica degli apprendimenti delineata dalla normativa italiana per gli esami di profitto… Ad esempio, diversi atenei nel corso del 2023 e anche del 2024 permettono di fare esami di profitto on line, sostenendo la prova da casa, o da altro luogo privato, tramite l’uso del pc o di altre piattaforme… anche se tale possibilità normativa è venuta meno il 31 marzo 2022, con la fine dello stato di emergenza”. E non sono solo gli esami: il rapporto medio studenti-docente negli atenei a distanza è di 384,8 a 1, mentre nelle università ‘vere’ è di 28,5 a 1 (dati 2022); e nella principale telematica l’83,5% dei docenti è a contratto. Che formazione è, questa? Eppure, una laurea su dieci è oggi a distanza: nate come funghi (ben 11, di cui 9 private) tra 2004 e 2006, in seguito a una legge del secondo governo Berlusconi, le telematiche intercettano l’11,5 % degli studenti italiani.
Ma si può davvero parlare di ‘università’? Un ateneo for profit ha una natura diversa: non forma cittadini, ma vende a clienti; non ha come fine ultimo la ricerca e la cultura, ma il profitto dei padroni; deve stabilire una gerarchia tra l’interesse economico e la libertà accademica, e non è difficile capire come si risolva questa gerarchia; vive di un rapporto lobbistico con la politica che inquina alla radice il processo legislativo. La destra italiana ha una particolare simpatia per questa mutazione genetica: e non solo per ragioni, diciamo, di personale politico (per dire, il ministro Francesco Lollobrigida ha preso nel 2014, quarantaduenne, una laurea in giurisprudenza presso Unicusano di Stefano Bandecchi, il quale ora è entrato direttamente nella maggioranza di governo), ma anche per la cospicua entità dei finanziamenti (leciti, e in chiaro) che i patron delle telematiche versano alla destra e ai suoi vari partiti. È un fatto che il ministro della PA Paolo Zangrillo abbia esteso alle telematiche il provvedimento che addossa alle casse pubbliche il 50% delle tasse universitarie per i dipendenti pubblici che intendano laurearsi, per non parlare dello sfacciato vantaggio che è stato accordato alle università virtuali nel campo cruciale della formazione degli insegnanti. E non ci sarà un nesso con l’inerzia dei governi nel promuovere una vera attuazione del diritto allo studio investendo in mense e studentati, visto che uno degli argomenti più ricorrenti nella pubblicità delle telematiche è che “non dovrai pagare affitto, spese da fuori-sede né materiale didattico”? L’immaterialità delle telematiche comporta l’assenza di comunità studentesche capaci di manifestazioni di dissenso, e l’erogazione del ‘pezzo di carta’ (sul quale non è scritto, come invece dovrebbe essere, se lo si è preso in una università reale, o in una virtuale…) diventa di fatto l’unica missione, il profitto l’unico fine: per questo le ‘università’ virtuali sono la perfetta compagnia di un potere che odia il pensiero critico.


Molte delle cose che leggo sono condivisibili. In particolare il passaggio del ruolo delle università da strutture che fomano cittadini, professionisti e classe dirigente a strutture che si rapportano agli studenti come ad un cliente di una azienda che eroga servizi (a pagamento). Dove non concordo è relativo alla possibilità che l’incremento dei servizi (mensi, studentati e altro), pur necessario, possa far diventare competitive le nostre università. Ricordo che a partire dagli anni 90 le sedi univeristari statali si sono triplicate. Per esempio, solo per citare le università meridionali, le Università pubbliche in Campania sono 6, in Calabria 3, in puglia 3, in Molise 1. Se questi dati sono veri certo non è la lontananza dalle sedi univerìsitarie a invogliare gli studenti ad iscriversi alle università telematiche
I dati ISTAT non confermano. Nel 1990/91 i comuni sedi di università erano 49. Nell’anno di massimo picco 1997/98 erano saliti a 64 per poi stabilizzarsi su 58 dal 2007/08.
https://seriestoriche.istat.it/fileadmin/documenti/Tavola_7.7.xls
In realtà i dati ISTAT confermano quello che ho detto: ho detto che a partire dagli anni 90 ad oggi si sono incrementate le sedi universitarie, non i comuni sede di università (esempio il Comune di Napoli oggi ha tre sedi universitarie pubbliche, per non parlare di Roma e Milano), la sua tabella ISTAT, infatti, parla di comuni e non di sedi. Intendevo dire che dagli anni 70/80 le sedi universitarie la offerta si sono incrementate (i dati ISTAT, riportati da lei infatti registrano un raddoppio delle facoltà in 30 anni). Forse non sono stato chiaro, forse dire triplicate è eccessivo, ma il concetto rimane. Quando ero studente (parliamo negli anni 70) in Puglia esisteva una sede universitaria, in Molise nessuna come pure in Calabria e in Lucania. La grandi sedi italiane erano affolate di studenti provenienti da Puglia, Molise, Calabria e Lucania. A quei tempi emigrare per studiare era una necessità, oggi è una scelta e questa scelta personale non deve ricadere, a mio parere, sul bilancio dello Stato e sulla fiscalità generale, comprese le tasse di coloro che non possono far studiare i figli e quelli che non mandano i figli a studiare in sedi lontane). E’ un mio parere, ma, in sintesi, non possiamo negare che da Ruberti (1989) in poi le sede pubbliche e la relativa offerta formativa (leggi Facoltà fin quando sono esistite) si sono incrementate .
C’e’ da dire che il concetto di “pensiero critico” e’ spesso poco sviluppato anche fra le cd. universita’ tradizionali. E, quindi, credo che ci sia un elemento dirimente su cui non ci puo’ non soffermare: la condizione bio-psico-sociale del discente.
In disparte la preclusione alle discipline medico-sanitarie (lil quadro normativo vigente vieta espressamente alle universita’ telematiche di poter attivare corsi di laurea/laurea magistralein tal senso), il modello delle universita’ virtuali funziona meglio per chi gia’ lavora o comunque possiede gia’ un titolo pari o superiore e intende conseguirne un altro (es. seconda o terza laurea). In altri termini, funziona meglio se lo si applica alla formazione degli adulti (over 35). Diversamente, con la platea dei “giovani adulti” (under 35 alla prima laurea), e’ del tutto presumibile che l’aggancio ad un substrato culturale de visu possa offrire maggiori benefici in termine di sviluppo di una intelligenza critica.