Che la comunicazione scientifica in questo momento stia attraversando una fase di seria difficoltà è ormai cosa nota. Non si tratta di difficoltà che sono legate a particolari aree disciplinari, ma di un momento più generale di ripensamento su come dovrebbe funzionare una comunicazione scientifica che sia inclusiva (comprendendo il Nord e il Sud del mondo), multilingue, accessibile a tutti sia dal punto di vista della fruizione che dal punto di vista della produzione, affidabile perché verificabile. Uno dei segnali di questo ripensamento è rappresentato dalle dimissioni di interi editorial board da riviste commerciali, e il loro passaggio a modelli di business cosiddetti diamond open access. Vediamo il perché.
Tradizionalmente la rivista scientifica è sempre stata la sede in cui la attendibilità di una ricerca veniva garantita. Attraverso un serio e scrupoloso processo di revisione i pari certificavano la attendibilità di una ricerca. Sappiamo come oggi questo non sia più vero e come nessuna sede editoriale possa dichiararsi sicura di fronte alle grandi quantità di articoli prodotti dai paper mills, da sistemi di intelligenza artificiale, o irriproducibili, o privi di qualsiasi valore scientifico.
L’open access, che era nato per promuovere una diffusione equa e ampia della scienza, una volta nelle mani dei grandi oligopolisti si è trasformato in un boomerang per i ricercatori, e in uno strumento per aumentare ulteriormente i profitti per gli editori, accentuando da un lato le disuguaglianze e creando dall’altro un terreno fertile per l’inquinamento della ricerca.
Il modello open access gold infatti, che prevede che l’autore o la sua istituzione, una volta che un articolo è stato accettato, paghino una fee perché chiunque possa accedere a quel contenuto, è stato interpretato da molti editori commerciali come ulteriore fonte di guadagno con l’idea che maggiore è il numero di articoli che vengono accettati e maggiori sono le entrate. Ma la qualità dei contenuti può essere mantenuta?
Giova ricordare che nella maggior parte delle riviste gli editors e i reviewers lavorano gratuitamente. Se il brand della rivista è prestigioso, questo prestigio passa anche all’editor e all’editorial board e questa è una informazione importante che i ricercatori possono inserire nei loro CV.
Si crea dunque uno scontro di interessi fra gli editori (publisher) che vogliono aumentare i propri guadagni e gli editorial board che vogliono invece tutelare la qualità della ricerca che viene validata e pubblicata. Uno dei fenomeni più evidenti di questa tensione è quello della dimissione degli editorial board. 35 sono i casi segnalati da Retraction Watch 13 per il 2023, mentre nel 2024 sono già 6. Le motivazioni per queste dimissioni in massa sono varie, ma il più delle volte legate alla richiesta da parte dell’editore all’editorial board di aumentare in maniera considerevole il numero dei lavori accettati e quindi pagati dagli autori, aumentando così le entrate.
Il Guardian del 16 luglio riporta l’esperienza di uno degli editor di Philosophy & Public Affairs (Arash Abizadeh) il cui editorial board si è dimesso di recente
For three decades now, academic journals have suffered from their ownership by for-profit publishers, who have exploited their monopoly position to sharply raise prices, unduly burdening subscribing libraries and shutting out other institutions and individuals from access to research. The recent rise of the author-funded “open access” model has only reinforced academic inequality, since scholars with access to fewer resources are unable to pay the fees that make their work freely accessible; it has also incentivized commercial publishers to try to publish as many articles as possible and so to pressure rigorous journals to weaken or abandon their quality controls. [Dailynous]
Per l’editorial board è stato tuttavia facile trovare una nuova sede: la Open Library of Humanities dove la rivista verrà pubblicata secondo il modello diamond.
Questi passaggi dal modello gold o ibrido al modello diamond sono piuttosto frequenti ormai ed è di qualche giorno fa l’annuncio che l’editorial board del Journal of Economic Surveys, che si era dimesso sempre nel 2024, ha fondato una nuova rivista dal titolo Reviews of Economic Literature che uscirà a partire dal 2025 in modalità diamond presso la Stanford University Press che ha in atto un accordo con Public Knowledge Project.
Che cosa spinge un editorial board a dimettersi in massa? In molti casi è la richiesta del publisher di accettare un numero maggiore di articoli, a discapito naturalmente della qualità. E’ il caso ad esempio di Design Studies (Elsevier) il cui editor viene licenziato per aver rifiutato di aumentare del 600% il numero dei lavori accettati. In conseguenza di ciò l’editorial board si è dimesso . Nel caso di Publications (MDPI) le dimissioni dell’editor in chief e di 25 editors è legato al disaccordo rispetto alle pratiche dell’editore, in particolare al proliferare degli special issues.
Le dimissioni in massa di editorial board rappresentano una reazione alle logiche di mercato quando queste tendono a prevalere rispetto alle pratiche della scienza. Aspetti che in molti casi appaiono inconciliabili e che hanno orientato questi board verso infrastruttura pubbliche gestite dalle comunità disciplinari.

