Opinioni

Università, la battaglia della VQR. I professori divisi sulla valutazione

All’opinione pubblica, ai nostri studenti e alle loro famiglie non chiedo di sapere cosa siano i «metadati bibliografici del prodotto, inclusi gli identificatori ISI WoS e Scopus» o di interessarsi della questione cruciale della «identificazione dell’addetto alla ricerca cui il prodotto è associato tramite il suo identificativo ORCID». Vorrei però chiarire che la protesta contro la VQR che si sta diffondendo nelle università italiane non è l’azione corporativa di professori che rifiutano di essere valutati. C’è una protesta che ha un fine diverso e che riguarda il rapporto fra le modalità con le quali la valutazione è stata introdotta in Italia e la missione dell’università. Perché su tutti e in primo luogo sui nostri giovani ricadranno le conseguenze di queste scelte. Ecco perché la questione è squisitamente politica. Non è il conflitto che dobbiamo temere, ma l’indifferenza, la pigrizia e la rassegnazione.

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L’opinione pubblica non si interessa e non si interesserà dell’esercizio di valutazione della qualità della ricerca 2011-2014, dal quale dipenderà una fetta consistente del finanziamento delle nostre università. È una questione fitta di algoritmi, indecifrabili acronimi e bizantinismi incomprensibili, destinata a rimanere un rito misterico per gran parte degli addetti ai lavori. Chiarissimi saranno però i risultati: classifiche certificate dall’autorità del Direttivo dell’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca, supportato dalla competenza e professionalità dei Gruppi di Esperti della Valutazione all’uopo costituiti. Il fine, in questo caso, sembra davvero giustificare ogni mezzo e ogni tecnicismo: il merito e l’eccellenza verranno finalmente riconosciuti e premiati; l’osceno nepotismo di una casta di privilegiati superpagati abituata a usare il denaro pubblico per i propri interessi sarà rottamato una volta per tutte; i fannulloni incapaci di reagire perfino alle dure penalizzazioni e alla gogna pubblica previste da questa competizione verranno infine messi in condizione di non nuocere. Cosa potremmo chiedere di meglio per avere finalmente anche in Italia una “buona” università? Chi si oppone, di conseguenza, non è semplicemente un gufo o un rosicone. Può essere solo un “barone” o un servo di baroni, che merita di essere trattato, nella migliore delle ipotesi, come gli stolidi oppositori delle riforme, tutti liquidati come zelatori dell’ormai improponibile bicameralismo perfetto. Nel “nuovo” che avanza possono esserci – è vero – limiti, imperfezioni e perfino ingiustizie. Ad essi si potrà sempre porre rimedio. L’importante è aver tracciato la rotta.

All’opinione pubblica, ai nostri studenti e alle loro famiglie non chiedo di sapere cosa siano i «metadati bibliografici del prodotto, inclusi gli identificatori ISI WoS e Scopus» o di interessarsi della questione cruciale della «identificazione dell’addetto alla ricerca cui il prodotto è associato tramite il suo identificativo ORCID» (cito dalla versione definitiva del Bando di partecipazione alla VQR 2011-2014). Vorrei però che si aprisse almeno qualche spazio per chiarire che la protesta contro la VQR che si sta diffondendo nelle università italiane non è l’azione corporativa di professori che rifiutano di essere valutati. Sono i soldi dei cittadini a mantenere la libertà della scienza e del suo insegnamento e i cittadini hanno il diritto di sapere che questi soldi sono spesi bene. Questa protesta è anche responsabile, perché non ha colpito e non colpisce gli studenti. Ciò detto, occorre riconoscere onestamente l’esistenza di due diverse faglie di conflitto, che in parte si sovrappongono e che occorre tuttavia tenere distinte.

La prima corrisponde ad un conflitto dei professori con il governo per una rivendicazione legittima e chiaramente circoscritta. Il blocco degli scatti di anzianità, che costituiscono una parte rilevante del trattamento economico dei docenti universitari, così come degli altri lavoratori del pubblico impiego, è stato applicato in questo settore in modo differenziato e prolungato rispetto a tanti altri e nessuno si è mai preoccupato di spiegare quali fossero le colpe meritevoli di quella che molti percepiscono, oltre che come una punizione incomprensibile, come una lesione alla dignità del proprio impegno e del proprio lavoro. Questo è il vettore della protesta intorno al quale si è raccolto il consenso più ampio: l’astensione dalla VQR, in questa prospettiva, è uno strumento che non contesta, almeno apertamente e in linea di principio, la sua natura, i suoi obiettivi e l’uso che viene fatto dei suoi risultati.

C’è però una protesta che ha un fine diverso e che riguarda il rapporto fra le modalità con le quali la valutazione è stata introdotta in Italia e la missione dell’università. Anche questa è certamente una protesta contro il governo e contro il parlamento. Essa è però al tempo stesso – e bisogna avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome – il risultato di un conflitto fra professori. In gioco, in questo caso, c’è proprio il rifiuto di “queste” modalità di valutazione della loro attività (e non – lo ripeto ancora una volta – di una valutazione trasparente e rigorosa, a partire dal controllo del rispetto da parte dei docenti dei loro doveri nei confronti degli studenti), a causa degli effetti che esse hanno prodotto e che sono stati così riassunti in una petizione (http://firmiamo.org/stopvqr/) che ha già raccolto alcune centinaia di firme: «una politica di progressiva riduzione delle già scarse risorse coperta dalla parole d’ordine del merito; l’erosione del diritto allo studio e l’esasperazione di insostenibili squilibri fra le diverse aree del paese; la ricerca dell’eccellenza contrapposta al dovere dell’equità; la competizione con ogni mezzo contrapposta alla solidarietà e alla collaborazione che dovrebbero caratterizzare la vita dei nostri atenei; la mortificazione dell’impegno nella didattica come pilastro irrinunciabile della “missione” dell’università».

Sono professori i membri del Direttivo dell’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca. Sono quasi tutti professori i componenti dei Gruppi di Esperti della Valutazione. Molti saranno i professori fra coloro che giudicheranno il lavoro dei colleghi attraverso il meccanismo della peer review (sapendo chi stanno giudicando, mentre il giudicato non saprà chi gli ha dato il voto). Se la VQR si farà, di conseguenza, le ragioni di alcuni professori avranno “vinto” su quelle dei loro colleghi. È naturalmente possibile che non esista la relazione di causa ed effetto fra “questa” VQR e i fenomeni che ho ricordato o che sia ragionevole ritenerli, almeno a piccole dosi, il prezzo che è inevitabile pagare per aumentare l’efficienza e la qualità del sistema. Quello che non è possibile è liquidare questi punti come preoccupazioni da addetti ai lavori e rifiutare un confronto aperto e pubblico su di essi. Perché su tutti e in primo luogo sui nostri giovani ricadranno le conseguenze di queste scelte. Ecco perché la questione è squisitamente politica. Non è il conflitto che dobbiamo temere, ma l’indifferenza, la pigrizia e la rassegnazione.

Testo apparso su Il Corriere / Scuola.

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7 Comments

  1. @Stefano Semplici:

    tutti si stanno scaldando su tutto, ma non sulla cosa più importante, vale a dire: “dopo la valutazione, cosa ottengo?”.

    1. Ci sarà un ricambio, dentro i meritevoli, FUORI chi non ha prodotto? NO!

    2. Se nulla cambia, che senso ha la valutazione?

    3. Il problema non è costituito dalle modalità (cervellotiche), ma dal RISULTATO FINALE.
    4. Se un ateneo o una facoltà o un dipartimento non potranno più assumere, ci perde qualcuno che sta già dentro? No, quello rimarrà sempre dentro.
    5. Casomai, ci rimetterà il precario che, nonostante un curriculum molto alto, non potrà essere assunto.

    • Giorgio Pastore says:

      1. Ci sarà un ricambio, dentro i meritevoli, FUORI chi non ha prodotto? NO!
      .
      Equivoco in cui cascano molti: la VQR NON valuta gli individui. Per come e’ organizzata non potrebbe essere altrimenti. Per la valutazione delle persone ci pensera’ il sistema della valutazione triennale ex L.240. Lo scatto stipendiale e quindi la progressione economica non e’ piu’ automatica.
      .
      2. Se nulla cambia, che senso ha la valutazione?
      .
      Nulla cambia ? ma in che mondo vive ? alla VQR sono legati trasferimenti di risorse da un ateneo all’ altro non da poco (alla faccia del concetto di “premialita’”).
      .
      3. Il problema non è costituito dalle modalità (cervellotiche), ma dal RISULTATO FINALE.
      .
      I due aspetti non sono separabili. Il risultato finale dipende, e anche in modo “caotico” come dimostrato su queste pagine e mai smentito dall’ anvur, dalle modalita’.
      .
      4. Se un ateneo o una facoltà o un dipartimento non potranno più assumere, ci perde qualcuno che sta già dentro? No, quello rimarrà sempre dentro.
      .
      Punto di vista molto miope. C’e’ un circolo vizioso infernale: meno risorse -> meno assunzioni -> le forze continuano a diminuire -> scompaiono linee di ricerca e vengono a mancare i requisiti di docenza -> si cominciano a chiudere corsi si studio -> meno iscrizioni -> ancora meno risorse etc.
      Alla fine del tunnel c’e’ il dissesto finanziario dell’ ateneo con conseguente chiusura o accorpamento ad altro ateneo. Ci rimettono un po’ tutti. Nessuno credera’ mai che le risorse per due atenei accorpati aranno la somma delle risorse per i singoli atenei.
      .
      5. Casomai, ci rimetterà il precario che, nonostante un curriculum molto alto, non potrà essere assunto.
      .
      Ci rimettera’ *anche* il precario. Ma non solo. O pensa che i gruppi di ricerca godono a scomparire per mancanza di forze nuove ?
      .
      Ci possono essere molti motivi di divergenza di punti di vista tra diverse tipologie di personale universitario. Ma dovrebbe essere chiaro che senza risorse ci si rimette tutti. Il Paese in primis.

  2. Pingback: I professori e la VQR – Stefano Chimichi

  3. Beniamino Cappelletti Montano says:

    Sono sconcertato per i toni allusivi usati nel “Comunicato” dell’ANVUR sulla VQR uscito oggi:

    http://www.anvur.it/index.php?option=com_content&view=article&id=977:comunicato-vqr-2011-2014-it&catid=78:vqr-2011-2014-it&Itemid=129&lang=it

    Si legge:

    “E’ interesse degli Atenei e degli Enti contare su una valutazione completa e accurata della ricerca in essi prodotta, anche alla luce degli effetti che ciò avrà sul loro finanziamento, in vista del fatto che l’ANVUR non potrà che valutare i soli prodotti presentati in relazione a quelli attesi.”

    C’era davvero bisogno di questo comunicato? quali sono le informazioni utili che vengono fornite ad atenei e docenti?

    • hikikomori says:

      L’informazione (utilissima!) che ci viene fornita è la seguente:

      “Cari colleghi, questo è il modo in cui Noi dell’ANVUR ci poniamo di fronte al mondo dell’università, al suo operato ed alle problematiche connesse. Traetene le dovute conseguenze.”

      La conseguenza che ne traggo io è questa: posso tranquillamente continuare ad ignorare i Loro “proclami”. E, d’ora in poi, senza scrupolo alcuno.

  4. … se non fate i compiti a casa niente ricreazione in giardino.

  5. Pingback: Articoli della settimana 25-1 – 7-2-2016 – Stefano Chimichi

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