Luca Serianni pubblica sul Domenicale del Sole 24 Ore un articolo intitolato: Preservare il latino è ripensarlo,  che riproduce il suo intervento al convegno del mese prima. Durante il quale, da Berlinguer si passava a Bettini e da Bettini a Serianni, le étoiles del giorno 28 insieme all’ingegnere statistico, «l’uomo dei numeri» al di sopra delle parti, neutrale come l’arbitro Dienst nella finale del ’66. Una chicca: abbiamo «chiesto agli istituti – dice lo statistico – se sono d’accordo col governo sull’alternanza scuola-lavoro». La slide mostra che quasi tutti apprezzano il micidiale provvedimento. Possibile? Sembra la scena del Gattopardo in cui don Calogero proclama i risultati del referendum di Donnafugata. L’ingegnere precisa che con «chiedere agli istituti» si intendeva «chiedere ai presidi». Ah, ecco. Secondo Serianni bisogna ridurre al minimo l’apparato teorico, temperare il grammatica­lismo, dice lo studioso di letteratura italiana; in latino ad esempio la quarta e la quinta declinazione «potrebbero essere tralasciate», dato che «hanno un rilievo secondario già nel latino classico» (ma allora perché non cassare anche il trapassato remoto in italiano? O il futuro anteriore?). Ma il fatto che le grammatiche contengano tutto (e ci mancherebbe) non rende né ha mai reso obbligatoria la somministrazione di tutte le regole, non più di quanto il possesso di un elenco telefonico renda obbligatoria l’utilizzazione di tutti i numeri che ci sono dentro. E si torna al punto di prima: questi riformatori, approdati all’università giovanissimi e mai trovatisi nella necessità di correggere un compito, gestire uno scrutinio o colloquiare con un genitore, s’impancano ora, al rintocco dei settant’anni, a grandi esperti di una scuola di cui nulla sanno, e di cui pure vogliono fare un deserto chiamandolo modernità.

 

A distanza di circa un mese dal convegno sul futuro del liceo classico svoltosi al Politecnico di Milano (28-29 aprile 2016), Luca Serianni pubblica sulla terza pagina del Domenicale del Sole 24 Ore (22 maggio, p. 27) un articolo intitolato: Preservare il latino è ripensarlo. È un greve paginone che riproduce parola per parola, sospiro per sospiro, l’intervento al convegno del mese prima.

Secondo un collaudato schema, lo scrivente comincia e finisce con una serie di degnità sui massimi sistemi, informandoci che «accostarsi a una lingua antica è molto diverso rispetto allo studio di una qualsiasi lingua moderna», oppure che è «impensabile prescindere, in termini storici, filosofici, artistici e letterari, dal patrimonio rappresentato dal Cristianesimo». Ma ciò che interessa qui è la parte centrale dell’articolo, quella operativa, pratica, in cui il professore di letteratura italiana Serianni insegna ai professori di lingue antiche a insegnare le lingue antiche. Anche questa parte è uguale sputata a quella da me udita a Milano; udita non in praesentia, ma da una stanza videomunita dalla quale non si potevano né sentire i fischi né vedere le gomitatine e le occhiate attonite che si infittivano a misura che da Berlinguer si passava a Bettini e da Bettini a Serianni, le étoiles del giorno 28 insieme all’ingegnere statistico, «l’uomo dei numeri» al di sopra delle parti, neutrale come l’arbitro Dienst nella finale del ’66.

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Una chicca: abbiamo «chiesto agli istituti – dice lo statistico – se sono d’accordo col governo sull’alternanza scuola-lavoro». La slide mostra che quasi tutti apprezzano il micidiale provvedimento. Possibile? Sembra la scena del Gattopardo in cui don Calogero proclama i risultati del referendum di Donnafugata. L’ingegnere precisa che con «chiedere agli istituti» si intendeva «chiedere ai presidi». Ah, ecco. Mormorio in sala – non captato dai radar: i bollettini hanno parlato sempre e solo di applausi.

Ma torniamo all’insegnamento pratico delle lingue antiche. Intanto, dice Serianni, occorre ridimensionare l’importanza della versione, il cui primo inconveniente è quello di escludere i poeti e gli autori tardi, «anche se culturalmente decisivi». Ora, l’illustre collega dovrebbe sapere che lo studente non si appropria dei tesori dell’antico nel momento del sudore e della polvere, mentre volge in italiano il brano di Cicerone tra fogli volanti, vocabolari, compagni che sbuffano e professori che passano fra i banchi. Se ne approprierà solo in seguito, dopo che tante umili versioncine lo avranno messo in condizione di affrontare in autonomia le lingue in cui quei tesori sono scritti. Serianni non vede o affetta di non vedere una distinzione che è chiarissima da subito anche allo studente meno sveglio: che una cosa sono le «versioni», un’altra gli «autori», e che le prime servono ad arrivare ai secondi. Le versioni sono faticose? Certo. Noiose? Non è detto: la scuola è noiosa solo se è noioso il professore. E comunque se vuoi contemplare il panorama dall’alto della torre devi salire fino in cima. Se salendo riesci anche a contemplare, meglio, ma salire devi salire, perché il panorama intero si vede solo da lassù.

Dice Serianni che con le versioni

si svilisce, in una prospettiva angusta (nam tradotto invariabilmente con ‘infatti’) o francamente errata (l’infinito aoristo tradotto meccanicamente come un infinito composto, quando la differenza sta nell’aspetto dell’azione), un’operazione, quella della traduzione, che potrebbe dare il meglio di sé confrontando traduzioni d’arte di grandi testi della classicità.

Ecco finalmente, al netto delle pantomime e delle prudenze curiali, uno sprazzo di verità: far tradurre i testi antichi agli studenti significa – questo è il senso – mortificare la nobile arte del tradurre. Occorre dunque abolire la traduzione e leggere i testi su traduzioni già fatte, come accade per la letteratura russa o cinese. Del latino e del greco di una volta basta che resti un’infarinatura, una grammatica insegnata selettivamente, senza drammi e con verifiche ‘leggere’, quel tanto che basta a seguire col dito il confronto fra l’Omero del Monti e quello della Calzecchi Onesti. Rimosso l’ostacolo della lingua, i Greci e i Romani verranno insegnati come i Babilonesi e gli Ittiti. Avremo due materie-killer in meno, famiglie più tranquille, un boom di iscrizioni al classico e la possibilità di parlare delle cose che contano davvero: il doppio, il sosia, l’io e l’altro, la donna ad Atene, la casa romana, i riti di iniziazione e la simbologia del pappagallo. Se lo scopo di Serianni (e di Berlinguer, di Bettini, del ministero) è quello di spazzar via le lingue antiche dalle nostre scuole, lo dicano e basta. Non vedo perché girarci attorno (cioè lo vedo benissimo: questo non è il paese della virile ghigliottina, ma del lento veneficio: si toglie l’acqua alla pianta finché non muore e poi la si taglia perché è morta). Semmai non guasterebbe una scelta più accurata degli exempla. Sarei curioso di sapere quanti modi conosce Serianni per tradurre nam, o di sapere da quando in qua gli studenti traducono gli infiniti aoristi come infiniti composti (a me risulta il contrario: gli studenti traducono l’infinito aoristo come infinito semplice anche quando va usato il composto). Dettagli, si dirà, ma dettagli che la dicono lunga sulla conoscenza che questi riformatori hanno sull’oggetto che vorrebbero riformare. Lamentare, come lamenta Serianni, che i Vangeli non sono oggetto di studio nelle ore di latino ma «solo nell’ora di religione» (durante la quale tutto si fa fuorché occuparsi dei Vangeli come testo, o anche non come testo), significa vivere fuori dalla realtà.

Bisogna ridurre al minimo l’apparato teorico, temperare il grammatica­lismo, dice lo studioso di letteratura italiana; in latino ad esempio la quarta e la quinta declinazione «potrebbero essere tralasciate», dato che «hanno un rilievo secondario già nel latino classico» (ma allora perché non cassare anche il trapassato remoto in italiano? O il futuro anteriore?). Detto questo, Serianni si lancia in un «esperimento per il quale basterebbe assicurare agli alunni la conoscenza delle prime tre declinazioni». L’esperimento sarebbe il commento alla prima ecloga di Virgilio. Il docente, incontrando patulus, potrebbe spiegare che ha la stessa radice di patere e che da patere deriva «patente di guida». O che recubare è un composto di cubare e che da cubare derivano «concubino» e «cubicolo». E così via. Temo che l’esperimento non andrebbe avanti più di 14 versi, perché il quindicesimo comincia con spem, quinta declinazione. E poco si progredirebbe anche con la lettura del latino evangelico, visto che Iesus appartiene a una delle due declinazioni proscritte. Quanto all’«esperimento», che Serianni presenta come se fosse l’invenzione della penicillina, non è né più né meno che quello che i professori di liceo fanno da sempre, con la differenza che lo fanno meglio. Le categorie di grammaticalismo e di primato della teoria potranno valere per la scuola della Germania guglielmina, per la scuola del piccolo Hanno Buddenbrook, per la scuola di Amarcord, ma non certo per la nostra, dove è da decenni che i professori tagliano, saltano, semplificano. Il grammaticalismo esiste solo nelle grammatiche. Serianni deve averne presa in mano una ed essersi impressionato per tutto quel ginepraio di schemi, di note, sottonote e corsivi, identici a quando andava a scuola lui. Ma il fatto che le grammatiche contengano tutto (e ci mancherebbe) non rende né ha mai reso obbligatoria la somministrazione di tutte le regole, non più di quanto il possesso di un elenco telefonico renda obbligatoria l’utilizzazione di tutti i numeri che ci sono dentro. E si torna al punto di prima: questi riformatori, approdati all’università giovanissimi e mai trovatisi nella necessità di correggere un compito, gestire uno scrutinio o colloquiare con un genitore, s’impancano ora, al rintocco dei settant’anni, a grandi esperti di una scuola di cui nulla sanno, e di cui pure vogliono fare un deserto chiamandolo modernità.

 

 

 

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29 Commenti

  1. il livello delle reazioni ai miei post, che evidentemente non sono stati letti, è talmente basso da farmi dubitare se valga la pena di rispondere ancora;
    nessuno ha ripreso o contestato nel merito quello che ho detto prima nella replica al sig. E.Mauro poi in quella alla sig.ra Indrani; non mi soffermo sulle inferenze tratte dal sig. StefanoL, tutte sbagliate e frutto della sua fantasia (o coda di paglia?), senza rapporto con quello che ho cercato di esprimere; domando solo se qualcuno degli scriventi ha esperienza di insegnamento nella scuola secondaria di oggi, quella pubblica italiana (affollata di ragazzi e ragazze di diversi paesi perlopiù non neolatini), non in qualche collegio d’élite; perché su quello si basano i miei argomenti e punti di vista;
    parimenti nessuno risponde sulle traduzioni, evidentemente sono io il solo a conoscere solo tre-quattro lingue moderne e altrettante antiche e medievali, mentre gli altri interlocutori, toccati dallo spirito santo, padroneggiano tutte le lingue del mondo e non hanno mai fatto ricorso a una traduzione; infine, quisquilie ma indicative del pressappochismo diffuso: Giovanni Berlinguer??? Sarà Luigi, immagino; last, not least, per favore continuiamo a darci del lei, mi sembra una forma di cortesia e rispetto dovuta fra persone che si incontrano in uno spazio virtuale!

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