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Le ali spezzate della ricerca

Prefazione al saggio di Milena Cuccurullo Le ali spezzate della ricerca L’Italia e il Mezzogiorno nell’Europa della conoscenza

Recentemente l’ex presidente del Consiglio italiano per illustrare le vere motivazioni che hanno giustificato i tagli effettuati dal suo governo a tutta l’istruzione, in particolare all’università e alla ricerca, si è posto una domanda, per così dire, retorica: “Perché dovremmo pagare uno scienziato quando facciamo le migliori scarpe del mondo?”[1] Questa domanda merita attenzione perché svela, nella sua ingenua banalità, un pensiero comune ad una parte consistente non solo della politica ma delle classi dirigenti di questo paese. L’idea sostanziale è che “non possiamo assolutamente più pensare di essere un paese di serie A in tanti settori perché le ricerche sono condotte con mezzi che non possiamo permetterci”[2]. Questa maniera di intendere la ricerca ha una lunga tradizione.  Già negli anni ’60 Giuseppe Saragat aveva espresso lo stesso concetto[3] in una polemica con Felice Ippolito, che all’epoca aveva un ruolo centrale nel piano di costruzioni delle centrali nucleari, settore in cui l’Italia era all’avanguardia. Tra l’altro Saragat scrisse “Perché non aspettare che questa competitività sia realizzata da paesi che hanno quattrini?”. Nel seguito di questa vicenda Ippolito fu anche ingiustamente accusato per irregolarità amministrative ed incarcerato. Quando Ippolito ricevette la grazia pochi anni dopo, nessuno era più interessato alla ricerca nucleare e l’Italia perse il suo vantaggio rispetto agli altri paesi.

Questa visione spiega una voluta disattenzione verso la ricerca fondamentale e la cultura più in generale. Come spiega Milena Cuccurullo nel suo saggio, possiamo, infatti, sostituire la parola “scienziato” con la parola ricercatore, intendendo come ricerca quella che riguarda l’ambito fondamentale sia esso scientifico o umanistico. Non c’è stata, infatti, alcuna differenza su come i tagli e la (contro) riforma hanno riguardato ogni campo del sapere ed ogni disciplina universitaria. Di contro vi è l’espressa e dichiarata volontà di condizionare il tipo di ricerca avanzata svolta e la modalità con cui è perseguita, con il fine di tagliare le ali a tutta quella ricerca che non è considerata avere le potenzialità di dare un ritorno economico a stretto giro. Negli ultimi mesi questo tentativo di condizionamento è perpetrato attraverso l’Agenzia di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca. Questa agenzia, che sta organizzando il più massiccio tentativo di valutazione del sistema universitario e della ricerca mai fatto in questo paese, è stata organizzata in fretta e furia al di là d’ogni standard già sperimentato a livello internazionale[4]. La necessità di una valutazione del sistema universitario è certamente condivisibile, ma la maniera in cui questa sta avvenendo lascia molto perplessi ed allarmati sia per la mancanza di trasparenza nei metodi che di chiarezza negli obiettivi.

L’inesorabile declino della ricerca va di pari passo al declino delle imprese ad alta tecnologia, quelle che nel recente passato hanno più investito in ricerca e sviluppo: oggi molto spesso il presunto investimento in ricerca e sviluppo delle imprese è solo una maniera per avere accesso a dei fondi statali, in pratica una sovvenzione nascosta[5].  Negli anni ‘50 Mario Tchou lavorava all’Olivetti e costruiva, in collaborazione con l’università di Pisa, il primo computer italiano, progetto che avrebbe portato anni dopo a costruire il massimo supercomputer dell’epoca. Queste ricerche hanno consentito, negli anni ottanta, all’Olivetti di costruire i primi personal computer del tutto competitivi con quelli costruiti dal colosso americano IBM.

Ancora negli anni ‘50 Giulio Natta lavorava al politecnico di Milano sulla polimerizzazione, ed alcuni prodotti furono commercializzati dalla Montecatini facendo della chimica uno dei più importanti settori industriali del paese. Oggi con il processo di finanziarizzazione dell’economia[6], assistiamo ad un progressivo smantellamento dell’industria da parte della classe imprenditoriale che cerca scorciatoie all’arricchimento facile, mossa dall’idea che giocare sui mercati finanziari è più remunerativo che investire in ricerca e sviluppo. Se da un lato questo può essere vero nel breve termine, a meno d’improvvise ed impreviste fluttuazioni nei mercati finanziari che pure accadono molto più frequentemente di quanto i presunti esperti riescano a prevedere con i loro inadeguati modelli matematici[7], nel lungo termine l’unico risultato di questa strategia sembra necessariamente essere un impoverimento economico e culturale del paese. Questa differenza dei tempi scala del “ritorno” degli investimenti, quello nel breve e nel lungo periodo, sembra essere un problema presente non solo nella classe imprenditoriale ma anche in quella politica e probabilmente è all’origine della campagna di denigrazione[8] dell’università e della ricerca pubbliche in atto da quasi un decennio[9].

Nella retorica del governo e dei media compiacenti, popolati da editorialisti tanto intrisi d’ideologia  quanto mancanti dei fondamentali della conoscenza del fine della ricerca e di come questa si sviluppa, i docenti universitari sono tutti “baroni” e i ricercatori tutti “fannulloni” che, quando non sono impegnati da intrighi concorsuali per piazzare parenti ed amanti, si occupano d’astrusi e improbabili problemi che al più possono portare a produrre articoli che non valgono la carta su cui sono scritti. Come non ricordare  la scandalosa, ignorante ed oscurantista campagna di stampa contro un progetto di ricerca che si proponeva di studiare l’asino dell’Amiata[10], come se fosse l’esempio più eclatante della maniera in cui il denaro pubblico è sperperato per progetti non solo inutili ma anche ridicoli? In verità, questo progetto, finanziato nell’ambito dei Programmi di ricerca di Rilevante Interesse Nazionale è stato selezionato dopo aver passato una selezione nazionale ed essere stato valutato da esperti del settore. Perché allora finanziare una ricerca del genere? Perché, come spiega il coordinatore del progetto[11], ovviamente uno zoologo, l’asino dell’Amiata è una particolare razza pregiata d’asini, originaria della Toscana, che ha ben precisi caratteri zoologici e tipologici, catalogato nel registro anagrafico delle razze asinine, allevato da ben 20 centri specializzati in Italia: non c’è nessun motivo per ridicolizzare questo tipo di ricerca se non la dichiarata ignoranza e malafede di chi lo ha fatto.

Se ciò può consolare il lettore italiano, ricordiamo che qualche anno fa il leader dei Repubblicani al Congresso americano ha proposto un  esperimento secondo il quale i cittadini dovrebbero decidere come ridurre il finanziamento federale votando su vari programmi, e ha denominato questo esperimento “YouCut”. Ha poi proposto di applicare questo metodo ai progetti scientifici finanziati dalla National Science Foundation (Nsf, che è la principale fonte di finanziamento della ricerca di base negli Stati Uniti) e  incoraggia i cittadini a cercare nella lista della Nsf e segnalare le ricerche “questionabili”. Dalla lista che sarà stilata la Camera voterà su quali finanziamenti sono da revocare Questa incredibile maniera di procedere è del tutto estranea alla normale dinamica della scienza. Le ricerche finanziate dalla Nsf, come quelle assegnate da agenzie di questo genere in tutto il mondo, sono state valutate dai pari, ovvero da altri scienziati che sono gli unici a poter giudicare il merito di un progetto scientifico ed in genere devono passare un rigido processo di selezione per ottenere i finanziamenti. Inoltre, è altresì semplicemente ridicolo che un cittadino qualsiasi possa avere la benché minima idea sulla qualità di un progetto scientifico dalla lettura del suo titolo. Questa operazione demagogica si basa sull’idea che i contribuenti devono sapere come siano spesi i propri soldi[12].

Mentre molte inefficienze del sistema universitario sono certamente presenti, come in ogni ambito della pubblica amministrazione, ed andrebbero identificate e corrette con incentivi premiali piuttosto che intenti punitivi, nella visione caricaturale della realtà propagandata dai maggiori media del nostro paese, il sistema universitario e della ricerca italiano sono diventati costosissimi e specialmente improduttivi quando paragonati ad altri paesi[13]. Insomma se c’è un colpevole da punire,  e dunque da rieducare, nel mancato sviluppo economico di questo paese negli ultimi decenni, il primo indiziato è sicuramente il mondo universitario e della ricerca[14]. In questa situazione i principi primi del senso del finanziamento della ricerca fondamentale da parte dello Stato devono essere ridiscussi in maniera serena ed aperta per convincere l’opinione pubblica che la spesa in ricerca non è un costo ma il migliore investimento possibile per le nuove generazioni.

Il saggio di Milena Cuccurullo si propone di rispondere proprio a questi problemi fondamentali, inquadrando la crisi della ricerca sia in Italia che in Europa nel contesto attuale di una perdurante crisi economica di cui non si comprende bene l’origine ma soprattutto a cui non si sa come porre rimedio. Questa è, infatti, una crisi strutturale del sistema economico che si è sviluppato nell’ultimo quarto di secolo. L’autrice di questo saggio sviluppa dunque un articolato ragionamento sul ruolo centrale della ricerca per il progresso tecnico e culturale, e come strumento indispensabile per trovare una via d’uscita ad una situazione che sembra al momento senza sbocchi possibili. Per questi motivi, il ragionamento sul senso dell’istruzione superiore, della cultura e della funzione della ricerca non solo è attuale ma necessario per capire in quale direzione è opportuno muoversi.

Tra i vari condivisibili argomenti sviluppati nel saggio, vorrei porre l’accento su un aspetto che a mio parere è determinante per inquadrare non solo l’importanza dell’investimento statale nella ricerca ma anche del fatto che questo sia necessario e insostituibile. Uno dei motivi principali per il quale la ricerca di base deve essere finanziata con fondi pubblici, risiede proprio nella scala di tempo per la ricaduta dell’investimento. Nessun privato può permettersi di fare un investimento ad alto rischio che richiede una scala di tempo di ritorno che può essere molto più lunga di qualsiasi intervallo temporale accettabile da un singolo individuo.  A questo proposito riporto una lunga citazione tratta da una prolusione di Sheldon Glashow[15], premio Nobel per la fisica 1979, in cui è spiegato molto chiaramente ed efficacemente il ruolo della ricerca fondamentale.

Molti politici, ma anche molti rappresentanti dell’industria e del mondo accademico, sono convinti che la società dovrebbe investire esclusivamente in ricerche che abbiano buone probabilità di generare benefici diretti e specifici, nella forma di creazione di ricchezza e di miglioramenti della qualità della vita. In particolare essi ritengono che le ricerche nella Fisica delle Alte Energie e dell’Astrofisica siano lussi inutili e dispendiosi, che queste discipline consumino risorse piuttosto che promuovere crescita economica e benessere per l’uomo. Per esempio, fatemi citare una recente lettera all’Economist: ’I fisici che lavorano nella ricerca fondamentale si sentirebbero vessati se dovessero indicare qualcosa d’utile che possa derivare dalle loro elaborazioni teoriche … E’ molto più importante incoraggiare i nostri ‘ migliori cervelli ’ a risolvere problemi reali e lasciare la teologia ai professionisti della religione. Io credo invece che queste persone si sbaglino completamente, e che la politica che essi invocano è molto poco saggia e controproducente. Se Faraday, Roentgen e Hertz si fossero concentrati sui ‘ problemi reali ’ dei loro tempi, non avremmo mai sviluppato i motori elettrici, i raggi X e la radio. E’ vero che i fisici che lavorano nella ricerca fondamentale si occupano di fenomeni ‘esotici’ che non sono in se stessi particolarmente utili. E’ anche vero che questo tipo di ricerca è costoso. Ciò nonostante, io sostengo che il loro lavoro continua ad avere un enorme impatto sulla nostra vita. In verità, la ricerca delle conoscenze fondamentali, guidata dalla curiosità umana, è altrettanto importante che la ricerca di soluzioni a specifici problemi pratici. Dieci esempi dovrebbero essere sufficienti per provare questo punto….

Glashow continua mettendo l’attenzione sul ruolo culturale della ricerca fondamentale:

Ho descritto come le discipline scientifiche fondamentali ed apparentemente inutili hanno contribuito enormemente alla crescita economica ed al benessere dell’uomo. Molto tempo fa ci si mise in guardia che la pressione per ottenere risultati immediati avrebbe distrutto la ricerca pura, a meno di perseguire delle politiche consapevoli per evitare che questo accada. Questo avvertimento è ancora più pertinente al giorno d’oggi. Tuttavia il perseguimento della fisica delle particelle e dell’astrofisica non è motivato dalla loro potenziale importanza economica, non importa quanto grande questa può essere. Noi studiamo queste discipline perché crediamo che sia nostro dovere capire quanto meglio possibile il mondo in cui siamo nati. La Scienza fornisce la possibilità di comprendere razionalmente il nostro ruolo nell’Universo e può rimpiazzare le superstizioni che tante distruzioni hanno prodotto nel passato. In conclusione, dovremmo notare che il grande successo dello spirito d’iniziativa degli scienziati di tutto il mondo dovrebbe servire da modello per una più ampia collaborazione internazionale. Speriamo che la scienza e gli scienziati ci conducano verso un secolo più giusto e meno violento di quello che lo ha preceduto.

A margine di queste considerazioni il prof. Glashow mette in risalto altri due punti importanti:

Ma ci sono molte altre ragioni per le quali i governi dovrebbero continuare a finanziare ricerche apparentemente inutili e non indirizzate a scopi pratici: Qui adatto una considerazione di Sir Chris Llewellyn-Smith, ex-direttore del CERN. Se la ricerca guidata dalla curiosità scientifica è economicamente importante, perché dovrebbe essere finanziata da fondi pubblici piuttosto che privati? La ragione è che ci sono delle scienze che portano benefici di carattere generale, piuttosto che vantaggi specifici a prodotti individuali. L’eventuale ritorno economico di queste ricerche non può essere ascritto ad una singola impresa o imprenditore. Questa è la ragione per la quale la ricerca pura è finanziata dai governi senza tener conto dell’immediato interesse commerciale dei risultati. Il finanziamento governativo della ricerca di base, non indirizzata a finalità immediate, deve continuare se si vogliono ottenere ulteriori progressi. I fisici delle particelle e coloro che si occupano di cosmologia spendono molti anni sviluppando competenze tecniche o metodi per risolvere problemi che possono (e spesso sono) reindirizzati verso scopi più pratici. Molte delle industrie della Silicon Valley e dell’area di Boston sono state create da fisici, informatici e ingegneri degli acceleratori di particelle che devono le loro capacità all’esperienza conseguita nei laboratori di fisica delle alte energie.”

Ho riportato questa lunga citazione di un fisico perché mi sembra speculare e complementare a quanto  scrive  Milena Cuccurullo nel suo saggio. L’autrice cerca, infatti, di chiarire il nesso tra il ruolo della ricerca fondamentale e la crisi economica che ha travolto l’economia mondiale in genere e, con particolare violenza, la fragile e destrutturata economia italiana. La soluzione dell’attuale crisi economica, che è nata come crisi finanziaria ma che si è presto trasformata in una crisi strutturale del modello di sviluppo occidentale come si è costituito ed evoluto nell’ultimo quarto di secolo, deve passare per la ricostruzione di  “una comunità scientifica europea”, a cui “spetterà il compito di pretendere che i bilanci degli Stati, risorse preziose dei cittadini, non siano sperperati per progetti di ricerca in cui la tecnologia è posta al servizio dell’interesse commerciale di pochi gruppi… Soltanto quando la “scienza delle macchine” potrà nuovamente essere orientata al progresso civile si potrà dire che in Europa è nata una “scienza nuova”.

Dunque il messaggio contenuto in questo saggio è anche un appello ad una riscossa culturale:  “Ma esistono, oggi, nella classe politica, nella classe imprenditoriale, negli ambienti della cultura e della scienza, uomini disposti a sostenere e a portare avanti con tutte le proprie forze questa idea d’Europa, o dovremo rassegnarci ad un’Europa unita dai parametri finanziari e da quei gruppi di potere che si sono sempre opposti alla promozione della cultura, della storia e della scienza, preoccupandosi solo di conquistare spazi di mercato e commesse di Stato per far salire le loro quotazioni in borsa?” Il filosofo napoletano del Settecento, Giambattista Vico, sosteneva che una Repubblica priva di un “ordine di sapienti” è destinata a rovinare e a uscire fuori dalla storia; allo stesso modo potremmo dire oggi che uno Stato privo di una comunità di cultura e di ricerca pura è destinato a perdere sovranità e prestigio e a diventare periferia del mondo, da dove gli sarà sempre più difficile esercitare una funzione etica universale.“Attenta Europa!”, ribadiamo con Thomas Mann, questo destino potrebbe toccare proprio a te.”

Alla luce di quanto affermato sopra circa la progressiva de-industrializzazione dei paesi occidentali, qual è il nesso tra ricerca e sviluppo economico? Quale può essere il valore aggiunto della ricerca fondamentale per un paese come l’Italia, in cui le piccole, medie e recentemente anche grandi imprese ad alto tasso tecnologico stanno scomparendo? Bisogna ribaltare la domanda iniziale e chiederci se è possibile che un paese come l’Italia possa produrre solo “scarpe”, nel senso di prodotti di bassa intensità tecnologica o puntare sul terziario ed il turismo lasciando da parte ogni altra velleità. Sorge un dubbio: come si può “competere” con paesi in cui la mano d’opera costa meno di un decimo della nostra, ed in cui i diritti dei lavoratori non sono tutelati in nessuna maniera?  Una delle maniere adottate è proprio quella di dislocare la produzione nei paesi del terzo mondo, avendo il vantaggio di avere a che fare non solo con una manodopera a basso costo ma con una rete di tutela dei lavoratori (sindacati, leggi, ecc.) quasi insistente. Come dice una nota pubblicità “ti piace vincere facile”, ma purtroppo la vittoria facile è una vittoria effimera, o almeno che non va a vantaggio del paese.

Per questo motivo è necessario riconsiderare il ruolo dell’istruzione avanzata e della ricerca in una società post-industriale. Per prima cosa bisogna considerare, com’è spiegato in dettaglio nel saggio della Cuccurullo, che lo sviluppo economico se non è accompagnato da uno sviluppo civile porta ad un imbarbarimento del paese e dunque il primo e fondamentale scopo della ricerca e dell’istruzione è elevare la cultura in generale: per citare Derek Bokse pensi che l’istruzione sia costosa, prova l’ignoranza”. Tuttavia, è anche necessario considerare un altro aspetto fondamentale dell’avere una rete di ricerca e ricercatori di qualità, che è complementare a quello culturale messo in luce dal saggio della Cuccurullo.

In genere si ritiene che quando le persone e le industrie si specializzano in differenti attività, l’efficienza economica aumenta. Ogni paese, specializzandosi in un certo settore produttivo aumenta il suo vantaggio nella competizione globale occupando dunque una nicchia produttiva e sostenendo lo sviluppo delle capacità particolari e possibilmente uniche in quel settore specifico. Tuttavia studiando la quantità e la qualità dei prodotti d’ogni paese nella rete economica globale, si osserva qualcosa che non sembra semplicemente riconducibile a questa visione. In particolare, si nota che i paesi che producono i prodotti tecnologicamente più avanzati, sono anche quei paesi che producono più prodotti in genere, ovvero che hanno una maggiore diversificazione sul mercato. I paesi che producono pochi prodotti, in genere producono beni prodotti anche da tanti altri paesi[16].

Questa prospettiva suggerisce che lo sviluppo d’imprese nella competizione globale cresca con l’aumento del numero di capacità e con la complessità che emerge dall’interazione tra di loro. Per questo motivo una risorsa fondamentale d’ogni paese è determinata dalla complessità della sua struttura produttiva e lo sforzo per lo sviluppo dovrebbe essere indirizzato a generare le condizioni che permettono l’emergenza della complessità per generare la crescita e la prosperità. In altre parole, si suppone che la “validità” di un paese nella competizione globale sia legata al suo sviluppo infrastrutturale, ovvero al numero di capabilities (capacità) di cui questo paese è dotato. Per capabilities s’intende l’insieme delle capacità produttive, delle materie prime, del livello di istruzione medio, della qualità dell’istruzione avanzata e del sistema di ricerca, delle politiche del lavoro, della capacità di trasferimento tecnologico dall’accademia al sistema produttivo, del livello di welfare sociale, di una burocrazia efficiente e di tutto ciò che concorre a creare un ambiente adatto allo sviluppo economico. I beni si possono importare o esportare, mentre queste “capacità” sono intrinseche ad ogni paese.

Un paese che ha più capabilities ha anche più potenzialità di produrre prodotti nuovi e competitivi sul mercato per un semplice motivo combinatorio: la produzione di un nuovo prodotto avviene dalla composizione d’alcune capabilities. Più numerose sono queste e più sono le combinazioni potenziali e dunque i nuovi possibili prodotti. Inoltre quante più capabilities un paese ha già a disposizione, tanto più l’aggiunta di una nuova capability, per esempio proveniente da una scoperta in ricerca fondamentale, può dar lungo, per lo stesso argomento combinatorio, allo sviluppo di nuovi prodotti validi sul mercato. Per questo motivo, un paese povero che ha a disposizione poche capabilities si trova non solo nella drammatica situazione di produrre pochi prodotti di basso valore, ma di non poter aumentare significativamente le proprie potenzialità produttive aggiungendo una nuova capability.

Dunque, un paese per essere competitivo deve accumulare un gran numero di capabilities in modo tale da permettere, attraverso l’assemblaggio di queste, la produzione di tanti prodotti diversi, di cui alcuni molto innovativi e competitivi. La ricerca, applicata e di base, accende dunque delle capacità potenziali, che possono diventare effettivamente utili e sfruttabili da un punto di vista economico quando avviene lo sviluppo d’innovazioni. Possiamo immaginare ogni capacità potenziale come una parola e la capacità effettiva di generare innovazione quando una particolare serie di parole è messa insieme per formare frasi complesse (prodotti innovativi). Se alcune parole sono già presenti, il paese ha una certa flessibilità e facilità a comprendere, adeguarsi e sfruttare un’innovazione. Invece, se troppe poche parole sono presenti, il paese rimane escluso dallo sviluppo.

L’informazione più interessante da questo tipo d’analisi è che più parole sono state scoperte e sono presenti e più aumentano le potenzialità per fare, o quantomeno per seguire, le innovazioni tecnologiche. Dunque in questa prospettiva, la ricerca rappresenta un’infrastruttura fondamentale del paese, un po’ come un moderno sistema di trasporti: è importante avere una rete di trasporto efficiente, al di là di quello che oggi o domani pensiamo di fare trasportando persone o merci su e giù per il Paese.

Lo studio quantitativo della rete economica globale mostra dunque che aveva ragione Bacone quando scrisse che “lo scopo della scienza è di dare opere e di costruire la parte attiva del sapere, ma occorre aspettare il tempo delle messe, per non mieter il muschio e la biada ancora in erba”, e che sia invece miope supporre, come spesso succede, che il miglior modo di raggiungere l’obiettivo della crescita sia quello di finanziare solo quei progetti in grado di portare ad applicazioni pratiche nel giro di due o tre anni, il che, alla fin fine, significa solo riempirsi la bocca con parole altisonanti ma che in pratica rimangono piuttosto vuote. La ricerca dell’arricchimento facile non porta da nessuna parte: la crisi economica, di questi tempi lo rammenta tutti i giorni. Il finanziamento della ricerca fondamentale non dunque è un lusso superfluo di cui si può fare a meno nel momento di crisi ma probabilmente l’unica via d’uscita dal tunnel della drammatica crisi economica, politica ed anche civile in cui ci troviamo oggi.


[3] Lucio Russo e Emanuela Santoni, Ingegni minuti. Una storia della scienza in Italia, Milano, Feltrinelli 2010

[4] Si veda la guida agli articoli apparsi sul sito Roars.it Frequently asked questions sulla valutazione della qualità della ricerca

[6]   Luciano Gallino “La lotta di classe dopo la lotta di classe. Intervista a cura di Paola Borgna”, Laterza, Roma-Bari, 2012.

[8]  Marino Regini. “Malata e denigrata. L’Università italiana a confronto con l’Europa”. 2009; Giuseppe de Nicolao “Non possiamo più essere un paesi di seria A

[13] Vedi la rubrica “La bufala del giorno” sul sito Roars  in cui è raccolto un ampio campionario di articoli su quotidiani che hanno riportato notizie false o con una prospettiva artatamente deformata.

[15]   Si veda questo sito 

[16] César A. Hidalgo and Ricardo Hausmann The building blocks of economic complexity  PNAS 2009 106 (26) 1057010575;

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4 Comments

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  3. rosario nicoletti says:

    Complimenti all’autore per il bellissimo articolo. La frase: “com’è spiegato in dettaglio nel saggio della Cuccurullo, che lo sviluppo economico se non è accompagnato da uno sviluppo civile porta ad un imbarbarimento del paese e dunque il primo e fondamentale scopo della ricerca e dell’istruzione è elevare la cultura in generale” ci suggerisce anche le cause remote del declino dell’Italia. Un declino che nasce dalla crisi della scuola, e dal dilagare dell’ignoranza.

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