università private

Laurearsi in una università privata avvantaggia nel mercato del lavoro?

Il sistema di istruzione superiore italiano è prevalentemente pubblico, ma nell’ultimo decennio si è verificata una crescita dell’istruzione privata. Nell’anno 2002-03 vi erano 16 università private (a fronte di 59 statali), mentre nel 2009-10 sono diventate 28 (contro 61 statali), per un totale di 127 mila studenti. Ad eccezione delle neonate “università telematiche”, nell’opinione pubblica pare essersi diffusa la credenza che le alte rette richieste dalle università private siano compensate in seguito da cospicui vantaggi nel mercato del lavoro. Le tasse universitarie negli atenei privati sono sensibilmente più alte rispetto a quelle degli atenei pubblici: gli ultimi dati Ocse disponibili indicano che le prime sono oltre tre volte e mezza le seconde, uno dei rapporti più alti in Europa1.

In un articolo recentemente pubblicato sulla rivista internazionale European Journal of Education2, abbiamo affrontato la questione dei ritorni occupazionali dei laureati provenienti dagli atenei privati rispetto a quelli delle università pubbliche, per capire se ed in quale misura i primi – a fronte di un maggiore contribuzione durante gli studi – sono avvantaggiati nella transizione al mercato del lavoro rispetto ai secondi.

Riprendendo le opinioni emerse nel dibattito pubblico italiano, teorie economiche e sociologiche sul mercato del lavoro e i risultati di ricerca su altri paesi, è possibile prospettare tre scenari molto differenti. Nel primo scenario i laureati delle università pubbliche e private hanno esiti occupazionali simili. Questa somiglianza deriverebbe da varie caratteristiche dell’offerta formativa e del mercato del lavoro italiano, tra cui la modesta differenziazione istituzionale nel sistema universitario, il valore legale attribuito alla laurea, la ridotta variabilità nelle retribuzioni dei giovani in ingresso nel mercato del lavoro. Il secondo scenario – quello che abbiamo chiamato degli “effetti di composizione” – invece ipotizza che i laureati delle università private abbiano maggiori probabilità di essere occupati e ottengano stipendi in media più alti rispetto ai laureati delle statali, tuttavia questa differenza non è dovuta squisitamente al fatto che abbiano frequentato questo tipo di atenei, bensì al fatto che essi di solito provengono da famiglie con un background socio-economico più elevato e dai licei, abbiano risultati scolastici migliori e maggiori ambizioni. La differenza con i laureati delle università statali sarebbe quindi esclusivamente dovuta a caratteristiche individuali pre-esistenti all’iscrizione all’università e non sarebbe pertanto imputabile ad un vantaggio trasmesso dagli atenei privati. Infine, il terzo scenario si aspetta esiti occupazionali superiori per i laureati delle università private rispetto alle statali, per vari motivi: 1) una formazione di più alta qualità, internazionalizzata, tarata sulle esigenze degli studenti e più attenta alle richieste dei datori di lavoro ; 2) il maggior prestigio di cui godono le università private presso gli imprenditori in alcuni segmenti del mercato del lavoro; 3) la presenza di uffici di placement efficaci ed una rete consolidata di rapporti con il mondo produttivo.

Al fine di verificare se ed in quale misura i laureati provenienti dalle università private siano avvantaggiati nella transizione al mercato del lavoro abbiamo utilizzato l’indagine Istat 2007 sugli esiti professionali dei laureati italiani del 2004, che ha raccolto informazioni su un campione rappresentativo di oltre 45 mila laureati di vecchio e nuovo ordinamento. Abbiamo utilizzato quattro indicatori per misurare gli esiti occupazionali: la probabilità di essere occupati a un anno e a tre anni dalla laurea, la retribuzione oraria e il livello dell’occupazione svolta a tre anni dalla laurea. La variabile indipendente consiste nell’essersi laureato in uno dei sette atenei privati inclusi nel campione Istat (in cui non sono incluse le cosidette “università telematiche”) oppure essersi laureato in una delle 59 università statali.

Per rispondere al nostro interrogativo potremmo semplicemente confrontare i rendimenti occupazionali medi dei due gruppi di laureati. Tuttavia, questo semplice confronto pone almeno due problemi. Il primo riguarda l’offerta formativa: le università private non attivano tutti i tipi di corso di laurea presenti nelle università pubbliche e, inoltre, esse non sono distribuite in modo comparabile sul territorio. Più precisamente, l’offerta formativa privata è più spostata su materie economico-sociali piuttosto che medico-scientifiche e sono del tutto assenti corsi di natura tecnica in architettura e ingegneria. Inoltre, gli atenei privati sono collocati esclusivamente in tre grandi regioni: Lombardia, Lazio e Campania.

Il secondo problema nel confrontare laureati degli atenei privati e statali è che le due sottopopolazioni non sono omogenee nelle loro caratteristiche socio-demografiche e nella loro carriera scolastica. I laureati delle università private sono in media più giovani, provengono più spesso dalla borghesia e meno di frequente dagli indirizzi tecnico-professionali, e hanno ottenuto in media voti di maturità più alti. All’università sono stati meno di frequente lavoratori studenti e hanno avuto più spesso esperienze di mobilità internazionale. È verosimile che alcune di queste caratteristiche abbiano un effetto indipendente sulle chance occupazionali, che nulla hanno a che fare con il tipo di ateneo frequentato.

Viste queste differenze, è necessario confrontare i rendimenti occupazionali dei laureati degli atenei privati con un gruppo comparabile di laureati degli atenei statali. Per fare ciò abbiamo innanzitutto eliminato dalle analisi i laureati di ingegneria e architettura delle università statali, poiché non hanno omologhi nelle università private. Per lo stesso motivo, abbiamo ristretto l’analisi ai laureati delle tre grandi regioni dove sono presenti sia atenei privati che statali. In secondo luogo, abbiamo applicato una procedura statistica nota con il termine di propensity score matching, in modo da individuare per ciascun laureato delle università private uno o più laureati degli atenei pubblici che possedessero caratteristiche socio-demografiche e una carriera scolastica simile. I risultati ottenuti con questa procedura tentano di rispondere a questa domanda di ordine controfattuale: quali esiti occupazionali avrebbero ottenuto in media i laureati delle università private se avessero frequentato una università pubblica?3 Il confronto con gli esiti effettivamente ottenuti ci fornisce una misura dell’effetto di aver frequentato un ateneo privato sugli esiti occupazionali.

Tabella 1 – Propensity score matching analysis: esiti occupazionali dei laureati delle università private e statali.

Outcome Private Statali Differenza(ATT) S.E. t-stat N. private N. statali
Probabilità di essere occupato un anno dopo la laurea 0.590 0.623 -0.033 0.014 -2.31 2,282 8,808
Probabilità di essere occupato tre anni dopo la laurea 0.826 0.802 0.024 0.012 2.03 2,282 8,808
Logaritmo retribuzione oraria tre anni dopo la laurea 2.126 2.107 0.019 0.013 1.39 1,504 4,688
Probabilità di avere una occupazione di medio-alto livello tre anni dopo la laurea 0.301 0.313 -0.012 0.018 -0.69 1,504 4,688

I risultati riportati sono piuttosto chiari: su tutti e quattro gli indicatori le differenze sono minime. Più in dettaglio, la probabilità di essere occupati ad un anno dalla laurea è in media del 59% per i laureati degli atenei privati, mentre salirebbe al 62% se questi si fossero laureati in un ateneo statale. Al contrario, la loro probabilità di essere occupati a tre anni dalla laurea si attesta sull’83%, mentre sarebbe dell’80% nel caso di laurea in ateneo statale. Sebbene entrambi i confronti siano statisticamente significativi al 95%, le differenze sono sostanzialmente trascurabili; inoltre, il primo avvantaggia gli atenei statali, mentre il secondo gli atenei privati. Sugli altri due confronti, la retribuzione oraria e la probabilità di essere impiegato in una occupazione di medio-alto livello, invece, l’effetto di essersi laureati in un ateneo privato è nullo, sia dal punto di vista sostantivo che statistico.

In conclusione, i dati non sostengono la diffusa percezione di un vantaggio cospicuo dei laureati delle università private nella transizione al mercato del lavoro. Rimane da capire se eventuali differenze emergano successivamente nelle traiettorie di carriera oppure siano confinate ad alcuni ambiti disciplinari/settoriali o atenei specifici. Ad ogni modo possiamo affermare che, in media e nel breve periodo, laurearsi in un ateneo privato non sembra fare la differenza nel mercato del lavoro.

1 OECD (2012). Education at a glance. Parigi: OECD.

2 Si veda: Triventi M. & Trivellato P. (2012). Does Graduating from a Private University make a difference? Evidence from Italy. European Journal of Education, 47, 2, pp. 263-279 (http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/j.1465-3435.2012.01522.x/full).

3 Tecnicamente, il parametro stimato è noto con il nome di ATT (Average Treatment on the Treated).

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2 Comments

  1. e allora il titolo è sbagliato: dovete togliere il punto interrogativo e aggiungere una negazione…

  2. Pingback: Sulle spalle dei piccoli: l’editoria che tira a campare | Tropico del Libro

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