Opinioni

Il dogma dell’eccellenza

La torta dei finanziamenti alla ricerca, in Italia sempre più piccola, deve arrivare ai migliori dice il dogma. E allora i ricercatori, che pure sono impiegati statali, sono messi in competizione tra di loro per l’attribuzione delle risorse e solo una piccola frazione, tra il 5% e il 20% a seconda dei casi, riesce ad ottenere i fondi di ricerca necessari per sviluppare i propri progetti scientifici. Si sente tanto parlare di “aziendalizzazione” della ricerca, unico toccasana contro il “parassitismo” del pubblico impiego. Ma quale manager adotterebbe un sistema di produzione così incredibile? C’è un errore fondamentale in questa dinamica ed è un errore ideologico: se un po’ di competizione fa bene alla ricerca pubblica è evidente che esiste una soglia oltre la quale la competizione crea più effetti nefasti che effetti positivi per il fatto che una eccessiva competizione stimola comportamenti scorretti e condiziona in maniera sempre più invasiva le scelte dei singoli in materia di argomenti di ricerca.

In generale possiamo identificare tre strategie possibili per la ripartizione della torta dei finanziamenti: finanziare il top 10% dei ricercatori (o dei progetti), finanziare a pioggia (il 100%) o finanziare una frazione consistente (dell’ordine del 50%). La domanda riguarda dunque quale sia la strategia migliore. Mentre si può ragionevolmente concludere che il finanziamento a pioggia non sia la scelta ottimale, dato che c’è in ogni sistema una parte che funziona male o non funziona proprio, la questione è se la scelta  di finanziare pochi ricercatori ritenuti eccellenti abbia realmente senso e se invece non convenga adottare una strategia che divida la torta dei finanziamenti su un numero consistente di ricercatori.

Il problema non è infatti solo quello di finanziare le eccellenze già note di oggi, ma soprattutto di dare una possibilità perché si sviluppino quelle eccellenze di domani che oggi sono “solo” ricercatori di buona qualità. Se fosse possibile avere la sfera di cristallo e sapere prima di finanziarle quali sono le ricerche che condurranno a scoperte importanti, e dunque all’eccellenza, la questione sarebbe semplice da gestire. Sfortunatamente non è questo il caso, e dunque piuttosto che ipotizzare quello che potrebbe avvenire nel futuro conviene prima di tutto capire quello che è successo nel passato. Qualsiasi strategia adottata, dovrebbe passare un test ideale: se si fosse adottata quella strategia nella selezione di un progetto qualche anno fa, si sarebbe fatta la scelta giusta? Considerando un intervallo di tempo sufficientemente lungo, diciamo una ventina d’anni,  ed uno studio sistematico di quali progetti o ricercatori sono stati finanziati, dovrebbe essere possibile farsi un’idea abbastanza chiara su quale sia la risposta a questa domanda.

Questo studio dovrebbe essere fatto da ogni istituzione che ha a cuore il problema di come ripartire i fondi in maniera ottimale; per fare un esempio recente, consideriamo i ricercatori che hanno ottenuto il premio Nobel per la fisica nel 2010, Andrei Geim e Konstantin Novoselov. Il lavoro per il quale hanno avuto un rapidissimo e grandissimo successo è stato pubblicato nel 2004 quando entrambi avevano dei “numeri” non certo fuori dal comune: qualche decina di pubblicazioni e un migliaio di citazioni. Mentre il numero di pubblicazioni dal 2004 a oggi è cresciuto solo un fattore due più della loro serie storica fino al 2004, il numero di citazioni è esploso ed oggi si aggira intorno a qualche decina di migliaia, che è chiaramente un numero considerevole per un fisico.  Dunque, oggi qualsiasi commissione riconoscerebbe la loro eccellenza. Il problema più sottile e importante riguarda la domanda: se un’ipotetica commissione avesse dovuto scegliere il loro progetto nel 2004, quando erano dei “normali” bravi fisici, li avrebbe messi nel top 10%?

 

 

 Numero di articoli e di citazioni negli anni di A Geim e K Novoselv vincitori del premio Nobel per la fisica nel 2010. Si noti la crescita esponenziale dal 2004 del numero di citazioni [cliccare sull’immagine per vedere un ingrandimento]

 

 

 

 

Premiare le eccellenze d’oggi è banale, il vero problema è capire chi oggi, nel grande magma dei ricercatori di buona qualità, diventerà l’eccellenza di domani. Questo è il problema di fondo della valutazione e finanziare solo un piccolo numero di progetti non è la strategia più efficace da attuare ma questo però è quello che succede sia livello europeo che a livello nazionale. La scienza è un processo sociale e per questo è necessario dare spazio a varie gradazioni di qualità: la rincorsa dell’eccellenza è solo un miraggio riflesso di un dogma ideologico e irrealistico.

(Pubblicato su Left 9 febbraio 2012)

 

 

 

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21 Comments

  1. Da noi scrivi “eccellenza” e leggi “massicci tagli ai finanziamenti fatti in qualche modo”. “Eccellenza” è solo un nome artificioso e fittizio, scelto in modo strategico dal punto di vista retorico. Per non farci ingannare dai mistificatori, forse sarebbe opportuno uscire dal livello linguistico e comunciare a ragionare sulla sostanza delle cose: anche per evitare che i tagli siano tali da impedire il funzionamento, a livello minimo (altro che eccellenza!) della maggior parte delle strutture universitarie e scientifiche. Le parole sono importanti e pericolose, soprattutto quando sono usate a livello politico per illudere le masse.

    • Eccellenza e merito.

    • Giusto, eccellenza e merito. Evidentemente “merito” aveva esaurito il suo potere mistificario e non bastava più. Con “eccellenza” si è preferito ricorrere alla capacità illusoria della figura retorica dell’iperbole.

    • Da noi scrivi “eccellenza” e leggi “massicci tagli ai finanziamenti fatti in qualche modo”.
      Magari fosse solo questo.
      Purtroppo, da noi scrivi “eccellenza” e leggi “lobby e cordate mafiose”.
      Non so chi l’ha detto, ma la ricerca dell’eccellenza, a discapito del resto, equivale ad avere una società simil-americana, qualche Lewis e tanti obesi più o meno mostruosi.

  2. Non sono completamente d’accordo.
    Dovrebbero esistere forme differenziate di finanziamento:
    1. un finanziamento a pioggia è necessario per garantire che TUTTI i ricercatori possano seguire le proprie idee, per quanto in modo limitato;
    2. un finanziamento con i criteri che Francesco propone, serve per permettere a chi ha qualche buona idea di realizzarla;
    3. un finanziamento di eccellenza, che permetta a chi ha già avuto una buona idea e l’abbia realizzata, di portarla avanti espandendola, applicandola, diffondendola, ecc.

    Oggi, la linea 3 esiste e funziona (almeno a livello europeo). La linea 2 è completamente assente, e la linea 1 è finanziata in modo ridicolo lasciando i ricercatori, specie quelli nella fase iniziale della carriera, senza gli strumenti minimi per poter far emergere le loro potenzialità.

  3. luca seravalli says:

    l’articolo solleva un punto interessante, ma mi pare che la questione non sia solo italiana…. I tanto esaltati FET Flagship della Unione Europea vanno in una direzione opposta: 1 Miliardo di Euro per un mega-progetto su una sola tematica (proprio il Grafene che ha dato il premio Nobel a Geim e Novoselov) sperando che questo nuovo materiale mantenga le proprie promesse applicative…..

    a un corso intitolato “Business & Science” che ho frequentato come obbligatorio per ottenere un Master in Science (in Fisica, non in Economia) in una università nord-europea mi è stato detto che l’investimento in ricerca è per definizione “ad alto rischio e ad alto rendimento” – quindi, le percentuali di effettivo successo (commerciale ed industriale, non solamente scientifico) sono molto basse, però quando si ha successo il ritorno dell’investimento è altissimo….

    da totale ignorante di teorie economiche, mi sentirei di dire che per tali investimenti, puntare tutte le risorse su un solo progetto massimizza il rischio: mentre avrebbe più senso puntare su un numero più alto di progetti per alzare la probabilità di “beccare” quello giusto….
    se ipotizziamo un probabilità dell’ 1% di un ritorno di 100 volte il nostro investimento, mi sembra abbia più senso finanziare 100 progetti con 1/100 del capitale che dare tutto il capitale ad un solo progetto…

    la politica odierna mi sembra invece molto di più una strategia da giocatore di poker amatoriale che va “all-in” anche con una percentuale di successo molto bassa….
    e se il Grafene si rivelasse inadatto a qualunque reale applicazione pratica e restasse un materiale scientificamente interessantissimo, ma dal limitato impatto tecnologico?

    • Giuseppe De Nicolao says:

      Il commento solleva una questione importante. Nel mondo della scienza sembra si sia affermata una visione secondo la quale conviene concentrare tutte le risorse su soggetti o progetti “vincenti” (la retorica dell’eccellenza). Una specie di darwinismo che dovrebbe portare al miglioramento della specie. Tuttavia, individuare con certezza quale ricercatore o quale linea di ricerca siano “vincenti” non è per nulla banale. La metafora del giocatore di poker amatoriale sembra particolarmente appropriata. Lo sviluppo del pensiero scientifico e delle scoperte tecnologiche è più complesso di quanto possa entrare nella mente dei burocrati che non vanno molto oltre la metafora della gara sportiva che individua il super-atleta.

    • luca seravalli says:

      mi ricordo sempre questa citazione di David Mermin:
      “I am awaiting the day when people remember the fact that discovery does not work by deciding what you want and then discovering it.”

  4. A me sembra che attualmente venga finanziato veramente di tutto, anche l’altamente improbabile. E, soprattutto in ambito internazionale, ti spingono a spararla grossa, anzi grossissima. Giusto per fare un esempio (americano):
    http://www.washington.edu/news/2012/12/10/do-we-live-in-a-computer-simulation-uw-researchers-say-idea-can-be-tested/

  5. Certo è che siamo più o meno tutti d’accordo sulla necessità del merito piuttosto che dell’eccelenza. Il problema ovvio è che appena cerchi di definirne criteri e parametri affoghi nel pantano. Una soluzione:selezione negativa (minimalità di requisiti) e poi sorteggio. Più quota piccola di ripescaggio anche tra coloro che sono stati selezionati. Se ne vedrebbero delle belle.

  6. Paolo Gibilisco says:

    A supporto delle argomentazioni di Sylos-Labini si può ricordare che Geim vinse l’IG Nobel Prize nel 2000 per la levitazione di una rana in un campo magnetico.

    E tanti saluti alla retorica dell’eccellenza e del merito!

    http://en.wikipedia.org/wiki/Ig_Nobel_Prize

  7. Giancarlo Poiana says:

    La mia “soluzione ideale” sarebbe quella per cui in partenza tutti dovrebbero poter accedere ai finanziamenti per la ricerca, senza pre-selezioni sulla base di Impact Factor, h-index e numerologie varie: la selezione va fatta sulla base della validità dei progetti e la loro fattibilità, e solo successivamente possono/devono entrare in gioco altri elementi di valutazione.
    In particolare in campo scientifico (sono un biologo universitario) ritengo però anche che una base di finanziamento “a pioggia” potrebbe essere giustificata, e provo a spiegare il perché, anche se ormai nella “vulgata” sull’Università il finanziamento a pioggia è visto come il diavolo in chiesa.
    Premetto che comunque ci dovrebbe essere una soglia minima di qualità/validità del proponente.
    Giustifico il finanziamento a pioggia (con la premessa di cui sopra) con l’argomento che, da docente di biologia, io debbo preparare uno studente di laurea specialistica/magistrale a fare una tesi sperimentale; per fargli fare una tesi sperimentale ho bisogno di un minimo di fondi necessari e sufficienti per consentirgli di fare esperimenti con un minimo di senso logico e con dei contenuti sufficientemente avanzati perché la sua tesi sperimentale abbia un valore una volta fuori dal laboratorio, per “vendersi” meglio nel mondo della ricerca (poveri ragazzi….).
    Dato che non è fisicamente né materialmente possibile che tutti gli studenti di biologia vadano a fare la tesi nei laboratori eccellenti a cui sono sempre più riservati i pochi fondi disponibili, ecco che si rende necessario dare a chi fa ricerca un minimo di fondi.
    Aggiungo che da ricercatore universitario lo Stato mi paga primariamente per “fare ricerca”, ma se non mi dà i fondi per farla di fatto mi paga uno stipendio per non far nulla.
    Ripeto e sottolineo, per non essere frainteso, che il finanziamento deve essere giustificato da un minimo di attività scientifica e no che deve essere dato a tutti indistintamente.

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