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Human Technopole: un progetto improvvisato da ripensare. Gli interventi di Elena Cattaneo e Giorgio Napolitano

napcatLa Senatrice a vita Cattaneo ha presentato oggi un ordine del giorno al Senato sul progetto Human Technopole che ha definito  “un progetto nato in modo improvvisato come non avviene in nessun Paese, che l’Esecutivo ha affidato a un ente, l’Istituto italiano di tecnologia, scelto arbitrariamente come perno dell’operazione senza competizione pubblica” e ha chiamato il  governo chiarire le procedure e la opacità dell’operazione e dell’Istituto Italiano di Tecnologia cui “senza alcun bando pubblico, sono già stati destinati per legge 80 milioni di euro senza controllo e senza un fine chiaro”. L’ex Presidente Giorgio Napolitano ha anche criticato il progetto dicendo che “dal governo decisioni discutibili. Non posso immaginare che non ci sia disponibilità a ripensarle” invitando il governo a “ripensare a decisioni frettolose che sono largamente discutibili sul piano del metodo e su quello degli interessi generali della ricerca scientifica e dunque del futuro del nostro Paese”. Di seguito il resoconto stenografico della seduta della mattina dell 11 maggio 2016 con anche l’intervento di Walter Tocci (PD), Blundo (M5S), Centinaio (Lega Nord) e Bocchino (Misto)   

SENATO DELLA REPUBBLICA

Dal resoconto stenografico della seduta di mercoledì 11 maggio 2016

Discussione del disegno di legge (2299)

Conversione in legge del decreto-legge 29 marzo 2016, n. 42, recante disposizioni urgenti in materia di funzionalità del sistema scolastico e della ricerca

Intervento Sen.ce Elena Cattaneo

Signor Presidente, gentile rappresentante del Governo, onorevoli colleghi, intervengo sul disegno di legge n. 2299, inteso a migliorare la funzionalità del sistema scolastico e della ricerca, che con l’articolo 2 stabilizza e riconosce la Scuola sperimentale di dottorato internazionale Gran Sasso Science Institute.

Soprattutto questo disegno di legge tratta della programmazione e della funzionalità della ricerca e in questa discussione generale vorrei perciò soffermarmi sull’improvvisazione della vicenda dello Human Tecnopole, su cui ho presentato un apposito ordine del giorno (il G2.1), vicenda che è stata oggetto anche delle riflessioni di alcuni senatori, in 7a Commissione e anche in Aula stamattina, e tra loro voglio ricordare i senatori Tocci e Bocchino. Tale vicenda è esemplare delle criticità delle procedure che governano la ricerca in Italia e della possibilità – se lo volessimo e ci impegnassimo a farlo – di muovere passi da gigante proprio per migliorare la funzionalità del delicato ecosistema della ricerca pubblica di cui si parla nel disegno di legge.

Per parlare del Tecnopolo, vorrei prima partire dal vincolo etico che lega ogni studioso di ogni disciplina ai cittadini che con le loro tasse sostengono quegli studi, vincolo che implica per lo studioso l’impegno a essere onesto, cioè a riportare e rispettare le prove, ad essere trasparente e a mettere in atto ogni comportamento affinché ogni idea razionale possa essere liberamente messa a confronto con ogni altra, nel pieno diritto ad essere valutata. È attraverso questo meccanismo, che implica libertà e uguaglianza delle idee per l’accesso alle risorse pubbliche su base competitiva, che si restituirà al cittadino la miglior proposta sostenibile con i fondi pubblici. Di scorciatoie non ne esistono. È un metodo questo che nulla ha a che fare con le necessità e con le contingenze o convenienze politiche, ma che orienta ogni decisione e valutazione sulla selezione delle idee migliori e sul controllo dei fatti. Adottare queste regole significa rispettare la struttura etica della scienza e rispettare l’impegno verso i cittadini. Questo è quel che si chiede alle comunità scientifiche nei Paesi liberi, democratici ed economicamente avanzati.

La stessa richiesta rivolgo a noi, come decisori politici, e al Governo. La mia richiesta è che si tuteli lo spazio di libertà delle idee di tutti, dei giovani e dei meno giovani, piccole o grandi che siano, messe in competizione tra loro, perché le idee più belle possano tradursi in un miglior futuro per tutti.

Nel nostro Paese abbiamo molti problemi irrisolti sul fronte ricerca. Il finanziamento pubblico alla ricerca e ancora di più alla ricerca di base che studia in piena dignità per capire e consegnare conoscenza a tutti noi, è irrisorio, discontinuo, frammentato, spesso inaffidabile. Succede anche che gli stessi obiettivi di ricerca siano distribuiti su più erogatori pubblici.

Succede che ai bandi Prin del MIUR non possono accedere direttamente gli studiosi del CNR, ai bandi del Ministero della salute non possono applicare gli studiosi universitari (i bandi del CNR sono per il solo CNR e così via), e succede che spesso gli obiettivi siano gli stessi. Dovremmo rimuovere questa frammentazione, unificare gli obiettivi e avere, al contempo, una garanzia di valutazione di ciò che viene finanziato con soldi pubblici.

Ammetto che non riesco più ad ascoltare giovani e meno giovani dirmi che se non si è parte del potentato amicale giusto – intendo di scienziati e studiosi – non si avrà il finanziamento pubblico; che se si denunciano le anomalie si verrà esclusi per gli anni a venire; che se si tace, si avrà una piccola parte, garantendola più cospicua ad altri. È anche da queste modalità corruttive del metodo della scienza, oltre che dell’etica pubblica, che gli studiosi scappano. C’è un modo per superare queste distorsioni. Basterebbe guardare ai Paesi che ci stanno accanto in Europa e dar vita a un’Agenzia nazionale per la ricerca, mutuando i modelli già esistenti in Spagna, Francia, e magari, con sistemi più complessi ed efficaci, in Germania e Gran Bretagna, adattandoli alle peculiarità dell’Italia.

Gentili colleghi, la ricerca pubblica in tutte le discipline del sapere ha bisogno di cinque componenti: di continuità dei bandi presso i quali competere, perché un’idea che cresce non funziona ad intermittenza; di procedure affidabili e granitiche, unificate nel metodo e diversificate in funzione degli obiettivi; di valutazioni terze, indipendenti, competenti; di controlli ferrei ad ogni passaggio; di rendiconti certi e verificabili su cosa viene finanziato e su cosa si è generato. L’Agenzia nazionale per la ricerca deve essere questo.

Progettare un simile ente potrebbe non comportare grosse spese per lo Stato. Si potrebbe pensare a reindirizzare finanze e risorse umane frammentate tra i vari enti governativi, per concentrare in un’unica struttura funzioni duplicate in diversi uffici. Inoltre, si potrebbero ridurre o sospendere per qualche anno i flussi dei finanziamenti pubblici a enti poco efficienti oppure a quelli che hanno già accumulato un tesoretto di denaro pubblico, ora accantonato.

L’Agenzia nazionale per la ricerca nascerebbe come distinta dalla politica, cui spetta la decisione degli obiettivi da perseguire e delle risorse da assegnare ma che non può scegliere discrezionalmente chi finanziare. Necessariamente l’Agenzia per la ricerca deve essere ben distinta dalla comunità degli studiosi, che poi eseguiranno le ricerche.

Penso all’Agenzia come ad una casa di cristallo e come ad un passo in avanti per vederci ancora più chiaro circa le norme sulla gestione dei fondi pubblici in Italia in un settore dove i risultati sono ben monitorabili. Le sue funzioni devono includere l’allestimento di ogni sensibile procedura per garantire al cittadino che i suoi soldi siano ben spesi, ripristinando fiducia nelle istituzioni.

La costruzione di una simile agenzia nel nostro Paese si rende anche più urgente oggi, in vista della realizzazione del progetto Human Technopole, il polo tecnologico dedicato alle scienze della vita e alla nutrizione che il Governo ha annunciato di voler creare nell’area dell’Expo, impegnandosi a garantire 1,5 miliardi di euro in dieci anni. Un progetto nato in modo improvvisato come non avviene in nessun Paese, che l’Esecutivo ha affidato a un ente, l’Istituto italiano di tecnologia, scelto arbitrariamente come perno dell’operazione senza competizione pubblica, quindi operando scelte discrezionali contro ogni logica di massimizzazione dell’investimento pubblico e contro il metodo della scienza. Si tratta di un ente al quale, senza alcun bando pubblico, sono già stati destinati per legge 80 milioni di euro senza controllo e senza un fine chiaro.

Ecco che, nel tentativo di dare risposte agli interrogativi emersi dopo l’annuncio del Governo, ho condotto un’analisi basandomi su dati pubblici e i cui primi risultati sono stati raccolti in un documento di studio di circa 50 pagine per il Parlamento e i cittadini che la scorsa settimana ho depositato qui in Aula, anche in vista dei prossimi passaggi parlamentari.

Lascio a voi l’eventuale approfondimento di quel documento, ma vorrei qui riassumere quattro conclusioni a cui sono giunta e che dimostrano come la dinamica della vicenda Human Technopole sia paradigmatica di come la ricerca pubblica non debba essere promossa.

La prima conclusione si basa sulle esperienze storiche e sulle analisi politico-economiche, che dimostrano che è un errore stabilire per legge quale idea e progetto scientifico sostenere. Sul Tecnopolo milanese sono sbagliate le premesse, perché nella scienza, come nel settore degli appalti pubblici, ogni assegnazione di fondi pubblici non può prescindere da una competizione per sostenere le migliori proposte ed enti proponenti.

Come seconda conclusione, nel documento si evidenzia come le stesse esperienze e analisi dimostrano che la concentrazione continuativa e non competitiva di denaro pubblico per la ricerca in poche mani è inefficace.

In terzo luogo, chi riceve denaro pubblico deve rendicontare pubblicamente. L’assegnazione continuativa di ingenti somme di denaro pubblico a modelli organizzativi di centri di ricerca come l’Istituto Italiano di Tecnologia (fondazione di diritto privato largamente finanziata con fondi statali), che si sottraggono alle rendicontazioni pubbliche e all’amministrazione trasparente, non rispetta l’obbligo etico di fornire prove adeguate della ricaduta dell’investimento e, a mio avviso, non è il modello di governance da implementare nel Tecnopolo milanese.

Infine, l’ente beneficiario scelto come coordinatore del Tecnopolo non ha le competenze specifiche negli ambiti indicati dal Governo come contenuti per il centro di ricerca, scienze della vita e nutrizione. Ciò ha portato l’ente a reclutare altrettanto arbitrariamente, quindi in modo discriminatorio, tematiche, enti e studiosi.

È su queste basi che ho presentato l’ordine del giorno che – mi rendo conto – in caso di apposizione della fiducia non potrà essere discusso, ma sul quale auspico comunque che il Governo voglia esprimersi. Vorrei invitare l’Esecutivo a ripensare le strategie per la realizzazione del progetto Human Technopole e, soprattutto, ad adottare ogni atto necessario e opportuno per realizzare un percorso trasparente e scientificamente e culturalmente partecipato e competitivo sull’esempio di esperienze all’estero, valide e di successo. Esistono esempi, su cui mi soffermo nel documento consegnato.

Credo che ripensare la strategia su Human Technopole e farlo a valle della realizzazione di un’agenzia nazionale per la ricerca sarebbe davvero un cambio di passo e un segno dell’impegno del Governo a voler lavorare nell’ottica di una più completa e funzionale riforma del sistema di finanziamento della ricerca in Italia. (Applausi dai Gruppi Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE, PD e Misto).

Intervento Sen. Giorgio Napolitano

NAPOLITANO (Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE). Signor Presidente, in alcuni degli interventi che mi hanno preceduto – in modo particolare, nell’intervento di particolare impegno e autorevolezza della senatrice Cattaneo – stato sollevate questioni di grande importanza relative alla politica della ricerca scientifica.

Si tratta di questioni di interesse vitale per il mondo stesso della ricerca, degli scienziati e dei ricercatori: un mondo in larga parte giovane e chiamato a svolgere un ruolo rilevantissimo per il futuro del nostro Paese, oltre che, in generale, per il futuro della scienza.

Naturalmente mi rendo ben conto che il provvedimento di cui stiamo discutendo tocca solo tangenzialmente questa materia, attraverso l’articolo citato anche dalla senatrice Cattaneo, su cui si è soffermato il senatore Tocci, relativo alla stabilizzazione della Scuola di dottorato internazionale Gran Sasso Science Institute. Tuttavia, non è su ciò che desidero soffermarmi.

Capisco che, per le questioni specifiche e generali sollevate, ad esempio, dalla senatrice Cattaneo nel suo ordine del giorno, si possa dire che non è questa la sede più idonea. Ma la verità, signor Presidente e signor rappresentante del Governo, è che non ci sono state altre sedi per informazioni e chiarimenti che avrebbero dovuto essere offerti al Parlamento.

Qui, in modo particolare, si tocca il problema del progetto Human Technopole, destinato a realizzarsi nell’area ex Expo. Si tratta di un progetto cui bisogna guardare positivamente sapendo che può rappresentare qualcosa di serio e significativo per lo sviluppo ulteriore della ricerca, in modo particolare in quei campi che sono stati designati quasi come tema dell’esposizione universale realizzatasi a Milano. Noi abbiamo avuto una decisione di Governo e un annuncio nello scorso novembre attraverso la presentazione di un decreto-legge, poi convertito in legge dietro votazione della questione di fiducia in Parlamento o, almeno, al Senato, con cui sono stati stanziati 80 milioni per la presentazione di un progetto per la struttura Human Technopole da realizzare in quella area da parte dell’Istituto italiano di tecnologia, sentite le tre università milanesi. Questo, dunque, è avvenuto lo scorso novembre. Poi è accaduto che, aprendosi la discussione fuori dal Parlamento – in Parlamento non se né mai potuto discutere -, sono stati fatti molti rilievi polemici, cui ha risposto lo stesso Istituto italiano di tecnologia con un suo comunicato ufficiale il 27 marzo scorso. In quel comunicato si dava notizia di aver già presentato ai Ministri competenti la proposta di progetto in data 25 febbraio. Oggi siamo a metà maggio o quasi e i seguiti di quella decisione e annuncio non sono mai stati chiariti. Non c’è stata alcuna informazione. In quello stesso comunicato che ho appena citato si dice che sarà consultato o che è in via di consultazione o, addirittura, che una consultazione c’è già stata ed è terminata – ma non se ne sa nulla – con un panel internazionale, la cui composizione non è non mai stata resa nota, né tanto meno è stato reso noto se già sono state prodotte le osservazioni di questo panel internazionale. Poi, in quel comunicato, si dice tranquillamente che spetterà al Governo decidere con il Parlamento innanzitutto se finanziare questo progetto. L’annuncio, quindi, fatto non solo per l’immediata erogazione di 80 milioni – si tratta di un progetto piuttosto caro – ma anche per l’attribuzione di nientemeno che 1,5 miliardi nel corso di dieci anni evidentemente è fragile se l’Istituto italiano di tecnologia, protagonista di questa vicenda, dice che spetterà al Governo decidere se finanziare questo progetto, quanto finanziare e, infine, in che modo gestirlo.

Non ho bisogno di sottolineare come siano indispensabili e urgenti ormai delle risposte. Non ne vorremmo dopo che si siano realizzati altri fatti compiuti. Servono risposte tempestive su tutti questi anelli mancanti della vicenda e tenendo conto delle questioni più generali, al di là di queste relativamente specifiche. Badate che il progetto è di per sé rilevante. Comunque, le questioni generali poste dalla senatrice Cattaneo e da altri colleghi riguardano la strutturazione, l’articolazione e la gestione della politica della ricerca scientifica, che sono inerenti il metodo e la competenza e la trasparenza e la moralità. Per moralità si intende, oltre che principi etici a cui ispirarsi in questo e in ogni altro campo augurabilmente, garanzia dell’uso corretto e produttivo – naturalmente verificabile – delle risorse pubbliche che vengono destinate alla ricerca scientifica, seguendo procedure che non sono da inventare, ma da mutuare largamente da esperienze internazionali note a quanto si occupano dei problemi della ricerca scientifica.

Io credo che bisogna dare soddisfazione ai problemi posti dalla senatrice Cattaneo nel suo ordine del giorno, nonostante la posizione della questione di fiducia sulla conversione di questo decreto.

Non è oramai un segreto, ma qualcosa di già noto a tutti, che sta per essere posta la fiducia.

L’ordine del giorno non sarà quindi votato, ma io mi aspetto, onorevole rappresentante del Governo, che nella sua replica si dicano cose precise, si prendano degli impegni chiari, sia a fornire tutte le informazioni che sono mancate, sia a mostrare una disponibilità, che io non posso immaginare non vi sia da parte del Governo, a ripensare a decisioni frettolose che sono largamente discutibili sul piano del metodo e su quello degli interessi generali della ricerca scientifica e dunque del futuro del nostro Paese. (Applausi dal Gruppo PD. Commenti del senatore Airola).

Intervento Sen. Walter TOCCI

TOCCI (PD). Signor Presidente, prendo la parola per esprimere tutto il mio apprezzamento per l’istituzione della scuola di dottorato Gran Sasso Science Institute.

Di questi tempi è una buona notizia la istituzione di una nuova università in Italia, sia pure nella forma di scuole speciali come la Scuola internazionale superiore di studi avanzati (SISSA) di Trieste o la Scuola superiore Sant’Anna di Pisa. Sarà certamente una istituzione meritevole, a promuoverla sono i bravissimi scienziati dell’Istituto nazionale di fisica nucleare, uno dei più prestigiosi tra gli enti di ricerca italiani. L’iniziativa si insedia nella generosa terra d’Abruzzo, vicino alla bella città di L’Aquila, contribuendo alla sua rinascita mediante la leva più efficace, che è l’investimento in conoscenza.

Non posso però tacere le anomalie di metodo del provvedimento in esame. È curiosa l’istituzione per decreto-legge di una nuova università: è un’urgenza che deriva da una inadempienza ministeriale. Al Ministero sapevano bene che stavano per scadere i finanziamenti della sperimentazione; c’erano gli strumenti di programmazione adatti per prendere questa decisione per tempo con procedure ordinarie. In secondo luogo si finanzia una nuova università togliendo i soldi alle altre università e agli enti di ricerca: un altro taglio, oggi piccolo, ma che domani potrebbe crescere. È incredibile che la Commissione bilancio e il Ministero non abbiano fatto proiezioni nel tempo, prevedendo gli oneri di finanza pubblica del provvedimento in esame. Per evitare l’ennesimo taglio ho presentato l’emendamento 3.4 che finanzia la nuova università aquilana prendendo i soldi dal fondo dell’Istituto italiano di tecnologia (IIT), che abbonda di risorse fino al punto che non riesce a spendere i finanziamenti che riceve e tiene in banca circa 400 milioni di euro, come ha ammesso il direttore Cingolani e come ha dimostrato il dossier della senatrice Elena Cattaneo, allegato agli atti di questa seduta. Eppure il Ministero dell’economia ha espresso parere contrario sul mio emendamento, un parere sconcertante: ex articolo 81 della Costituzione, il Ministero dell’economia e delle finanze dovrebbe attenersi solo a considerazioni sulla capienza dei capitoli, senza entrare nel merito delle politiche o – peggio ancora – privilegiare le sue preferenze o le sue amicizie. L’IIT, infatti, è notoriamente il cocco di casa a via 20 settembre: per tanti anni il direttore del Ministero è stato anche Presidente dell’istituto, in pieno conflitto di interessi. La stessa discrezionalità ha portato all’affidamento del progetto Human Technopole, finanziato con 80 milioni iniziali, ma si prevede di arrivare a 1,5 miliardi; viene giustificato come una decisione top-down, ma non c’è alcuna ragione scientifica per non sottoporla a un confronto trasparente secondo le migliori esperienze internazionali. Ho sottoscritto l’ordine del giorno G2.1 della senatrice Cattaneo che spiega come fare, lascio a lei l’onore di illustrarlo.

Non c’è quindi nessuna giustificazione nell’assegnazione in esclusiva per legge a un solo soggetto del finanziamento, tanto meno nel caso dell’IIT che, svolgendo insieme attività di ricerca in proprio, non ha l’indipendenza necessaria per erogare finanziamenti ad altri: non può essere contemporaneamente un laboratorio e un’agenzia; non può essere giocatore e arbitro. Proprio con questo argomento alla fine degli anni Novanta si tolse al Consiglio nazionale delle ricerche (CNR) il potere di assegnare finanziamenti ad altri soggetti perché già faceva ricerca nei suoi istituti. Allora si riteneva sbagliata la commistione di ruoli che oggi invece si ripropone in un soggetto privato che viene delegato completamente al salotto della finanza.

Fu Tremonti a cancellare lo stanziamento per i fondi dei progetti di ricerca e a potenziare l’IIT. Aggiunse anche una regalia economica e simbolica di ciò che resta del patrimonio IRI dopo le privatizzazioni. Viene spontaneo un confronto fra le due fasi storiche: l’IIT ha preso dell’IRI tutti i vizi e nessuna virtù, ha rilanciato i vecchi vizi dei boiardi di Stato, che si dichiaravano soggetti pubblici quando ricevevano commesse senza gare, ma si comportavano da privati quando erogavano finanziamenti in cambio del consenso.

Non ha rinnovato però la virtù che fu dell’IRI nella promozione dell’impresa di alta tecnologia, nonostante proprio questo fosse l’obiettivo definito nella legge istitutiva n. 326 del 2003. Si è già speso oltre un miliardo di euro per la ricerca nella robotica umanoide, ma non è nata alcuna filiera produttiva capace di utilizzare quei risultati scientifici. Eppure, come dicevo, la gestione della Fondazione è stata delegata a esponenti del salotto della finanza e dell’impresa, che evidentemente si pavoneggiano con i soldi pubblici senza rischiare in proprio.

Dopo un lungo ciclo siamo, quindi, tornati al punto di partenza, ma con minore libertà per la scienza. Come si è detto, la sovrapposizione dei ruoli tra Agenzia e laboratorio fu eliminata in un ente pubblico come il CNR e oggi viene, però, ricostituita in una Fondazione gestita dal salotto finanziario, senza trasparenza nelle procedure di assegnazione e senza garanzie per la comunità scientifica. È paradossale che, nelle sue prime dichiarazioni, il neo Presidente del CNR accetti questo sistema e si limiti a chiedere la sua parte: «ci sarà una cabina di regia e noi parteciperemo», dichiara al «Corriere della Sera» l’8 marzo 2016, con una sudditanza che non sarebbe neppure immaginabile nel Max Planck tedesco o nel CNRS francese. C’è da augurarsi che il CNR ritrovi in futuro l’orgoglio della principale istituzione della ricerca italiana.

La ricerca libera, quindi, è molto indebolita nel nostro Paese. Le risorse sono assegnate dal principe ai conti e ai vassalli, che le distribuiscono ai sudditi. È quasi scomparso il fondo FIRB, che finanziava negli enti i progetti dei ricercatori. Per ottenere risorse essi devono sperare solo nelle trattative tra i presidenti degli enti e i funzionari ministeriali, che gestiscono le procedure di finanziamento chiamate ipocritamente «premiali», ma di fatto discrezionali. Le decisioni si spostano dai laboratori ai palazzi.

Le cifre parlano chiaro. Il finanziamento in corso dei bandi di ricerca per tutti gli atenei e per l’insieme delle discipline accademiche è ridotto a 30 milioni di euro l’anno. Ma non si dica più che il debito non consente di fare meglio, perché i soldi ci sono quando si tratta di evitare i bandi: sei volte tanto (oltre 180 milioni di euro) sono assegnati a un solo ente, appunto la Fondazione IIT, che poi distribuisce finanziamenti agli atenei e ottiene, in cambio, la firma delle pubblicazioni scientifiche, migliorando immeritatamente il suo ranking.

Per consolidare questo sistema i governi hanno sempre impedito, negli ultimi anni, la costituzione di una moderna Agenzia della ricerca, nonostante le proposte venute dalla comunità scientifica e gli indirizzi approvati dal Parlamento. Ricordo, a tale proposito, la risoluzione della Commissione 7a. L’Agenzia consentirebbe un libero confronto di idee e di progetti, entro una ben definita politica nazionale ed europea; avrebbe il compito di diffondere i bandi per i progetti, di eliminare i conflitti di interesse e di coinvolgere le migliori risorse nell’attuazione degli obiettivi strategici.

La libertà della ricerca non è un ostacolo, anzi è l’unica via per realizzare grandi imprese scientifiche e tecnologiche. Che cosa impedisce, allora, l’istituzione dell’Agenzia della ricerca? È sotto gli occhi di tutti che l’ostacolo è la resistenza del Ministero competente, che non accetta una riduzione dei suoi poteri. Poteri che, però, esercita molto male, come dimostra proprio questo decreto-legge. È sotto gli occhi di tutti: problemi come la manutenzione delle scuole, che dovrebbero essere risolti in via ordinaria, con la buona amministrazione, vengono portati in Parlamento per ottenere il sigillo della legge a provvedimenti emergenziali; oppure la correzione della legge n. 107 che solo un anno fa fu approvata in questa sede, evidentemente con una certa disattenzione, se oggi bisogna tornare a correggerla; oppure, come dicevo prima, l’istituzione, addirittura per decreto, di una nuova università, senza ricorrere a provvedimenti ordinari e di programmazione.

È necessaria – come dimostra anche questo decreto – una profonda riorganizzazione del Ministero, affinché la struttura si concentri sulla politica dell’istruzione e rinunci alle competenze nella politica della ricerca, che invece possono essere utilmente affidate ad una moderna Agenzia, guidata da prestigiosi scienziati, scegliendo il modello delle migliori esperienze internazionali. (Applausi dal Gruppo PD e dei senatori Bocchino e Buemi).

 

BLUNDO (M5S)

Premesso che non c’è chiarezza sull’utilizzo di questi fondi, non si può non fare una riflessione più ampia sulla condizione in cui versa la ricerca scientifica nel nostro Paese, dove alla dispersione, inaffidabilità, intermittenza e scarsa trasparenza con le quali vengono assegnate le risorse, alla quasi totale assenza di verifiche in itinere o ex post dei risultati raggiunti, alle sistematiche sforbiciate ai fondi destinati alla ricerca fanno inspiegabilmente da contraltare progetti ambiziosi e dispendiosi, come appunto il Gran Sasso Science Institute o il “petaloso” Human Technopole, che dovrebbe sorgere addirittura nell’ex area dell’Expo – dovremmo prima capire i fallimenti che ci sono stati in quell’area (Applausi dal Gruppo M5S) – sui quali si decide di convogliare un quantitativo di risorse che, se da un lato sembrerebbe giustificato dagli obiettivi che si intenderebbero raggiungere, dall’altro ci svela l’inverosimile facilità, rapidità e costanza con la quale vengono invece stanziate tali risorse, alla luce dei tagli registrati nel comparto della ricerca universitaria negli ultimi anni. Questo ancora non ci è dato di capire.

CENTINAIO (LN-Aut).

Non parlo di Human Technopole, Presidente, perché hanno parlato persone molto più competenti di me che hanno detto chiaramente, o almeno hanno fatto capire chiaramente, che si tratta dell’ennesima bufala, l’ennesima fregnaccia che viene raccontata agli italiani. Quando agli italiani si raccontano determinate cose, quando si dice che si faranno determinate cose, che si hanno dei progetti e si vuole fare qualcosa, si agisca ma in modo competente e dopo avere ascoltato persone competenti. Il problema, però, è che è più facile ascoltare il presidente Renzi che non sa neanche di cosa sta parlando piuttosto che la senatrice Cattaneo che forse, se interpellata, avrebbe potuto spiegare qualcosa prima al Presidente del Consiglio in modo da non fargli fare l’ennesima figuraccia a livello internazionale.

BOCCHINO (Misto-SI-SEL). Signor Presidente, intervengo anche io su questo disegno di legge che, già dal titolo, reca disposizioni urgenti in materia di funzionalità del sistema scolastico e della ricerca. Io vorrei intervenire su ciò che c’è in questo decreto-legge, ma anche su ciò che non c’è, signor Presidente.

Vorrei farlo anche alla luce dell’apposizione della fiducia sul maxiemendamento interamente sostitutivo, proprio perché alcune questioni, che io ritengo fondamentali specialmente nel campo della ricerca, proprio a causa della questione di fiducia sono state soppresse. Erano presenti, ad esempio, degli emendamenti che affrontavano alcune questioni specifiche, su cui tornerò a breve. Proprio la questione di fiducia impedisce che si svolga un dibattito in Aula relativamente a tali questioni.

Quindi, parlerò di quello che c’è ma anche di quello che non c’è. Partirò da quello che c’è, più specificatamente dall’ex articolo 2 di questo decreto-legge, relativamente alla vicenda della scuola Gran Sasso Science Institute. Sebbene tutti conosciamo la qualità scientifica dell’istituto, questa vicenda già reca in nuce la grande problematica sollevata nel corso del dibattito di questa mattina. Si crea, cioè, una nuova università per decreto-legge, invece di avviare grandi dibattiti e grandi discussioni su cosa sia meglio fare e sia meglio creare.

Inoltre, come è stato già sottolineato, il finanziamento stesso di questa nuova università, esaminando la copertura stabilita dal Governo, incide sul finanziamento ordinario degli enti di ricerca. Sostanzialmente la torta è sempre la stessa e si fanno delle fettine sempre più piccole, erodendo il monte complessivo dei finanziamenti al settore della ricerca. Quindi, già intravediamo pertanto alcune problematiche significative rispetto a questo modus operandi.

Tali problematiche sono notevolmente accentuate dal fatto che vi erano degli emendamenti, in particolare l’emendamento 2.11, a mia prima firma, e l’ordine del giorno presentato dalla senatrice Cattaneo (che questa mattina è stato oggetto di discussione), che sostanzialmente cercavano di correggere questo tipo di problemi e questo modo di procedere verticistico con il quale si interviene nel campo della ricerca.

La questione non è di piccola portata. Questa mattina il presidente Napolitano ha detto che qui si sta parlando di politica della ricerca – ha usato esattamente questa espressione – ed è proprio questa la questione oggi sul tavolo in quest’Aula su cui voglio aprire una riflessione. In questo Paese la politica della ricerca sta subendo una modifica sostanziale, grande, che sta andando, a mio parere, in una direzione che non è quella corretta.

Un tempo, colleghi, le università e gli enti pubblici di ricerca procedevano attraverso dei bandi selettivi, sul cui processo valutativo ci possono anche essere questioni e problemi, ma comunque si trattava di un processo di selezione attraverso bandi che rendeva il merito una caratteristica predominante nell’attribuzione delle risorse. Si è deciso che quel modello non funziona più, perché l’università e gli enti pubblici di ricerca sono dei carrozzini pubblici soggetti a tanti vincoli, che non funzionano e i cui finanziamenti si reputa non siano efficaci.

Sostanzialmente si vuole passare a un nuovo modello di politica della ricerca, che vede entrare in campo dei nuovi soggetti, di natura privata e di diritto privato, perché il privato viene visto come sinonimo di efficienza, quindi un modello aziendalistico anche nella ricerca, che assicura una giusta ripartizione e la velocità della realizzazione dei progetti. Tale modello non è nuovo, perché nasce nei primi anni 2000, e l’Istituto italiano di tecnologia è frutto di questo modello: è una fondazione di diritto privato che sfugge a tutte le regole e a tutti i controlli della pubblica amministrazione, dentro al quale viene immesso tanto denaro pubblico che viene gestito a sua volta da questa fondazione di diritto privato senza rendicontare, e viene poi redistribuito ai soggetti attuatori della ricerca in Italia attraverso convenzioni e quant’altro.

Questo è il modello scelto dall’attuale Governo, che lo ho fatto proprio con la vicenda Human Technopole. Si è voluto quindi istituzionalizzare ancora una volta questo modo di procedere top-down, tra l’altro usando una fondazione che ha già ricevuto tanti finanziamenti con soldi pubblici, e che – ricordo – era nata con l’obiettivo di sganciarsi dai finanziamenti pubblici. Originariamente, infatti, la legge istitutiva prevedeva un finanziamento decennale fino al 2014, che però è stato prorogato. Oggi ci troviamo in una situazione in cui soltanto l’1 per cento del bilancio di quell’ente (bilancio tra l’altro neanche pubblico, quindi per ricavare questi dati sono stati fatti alcuni accertamenti) viene da aziende private; il resto è tutto finanziamento pubblico, che tra l’altro si è accumulato nelle casse dell’Istituto italiano di tecnologia. A fine 2014, come riporta un’inchiesta de «Il Fatto quotidiano» pubblicata il 24 aprile, c’erano 540 milioni di soldi pubblici in conti bancari e investimenti: 415 milioni come disponibilità liquida dell’Istituto in conti infruttiferi verso la Banca d’Italia, 15 milioni in conti del Banco di Desio, 22 milioni in Banca di Sondrio, quasi un milione in Carige, 44.000 euro in Unicredit, e così via.

Signor Presidente, ormai la barzelletta che non ci sono fondi per la ricerca è stata superata da questo Governo, che ha dimostrato che i soldi per la ricerca ci sono. Il problema è dove vanno a finire e come vengono utilizzati.

Nel decreto-legge enti locali troviamo questo finanziamento di 80 milioni di euro che – lo ricordo ai colleghi – è quasi pari a tutto il finanziamento che il Governo ha previsto nella legge di stabilità 2016 per tutte le università e gli enti pubblici di ricerca, con un piano assunzionale altamente insufficiente di 1.000 ricercatori e di 500 “cattedre Natta”, la cui somma ammontava a circa 95 milioni di euro. Ebbene, noi stiamo dando a questa fondazione di diritto privato, che è già piena di soldi, quasi lo stesso ammontare che abbiamo dato a tutte le università e a tutti gli enti pubblici di ricerca. Pertanto, signor Presidente, quando dico che stiamo spostando il fuoco della politica della ricerca in Italia, lo dico con cognizione di causa, perché tante risorse si erogano a favore dell’università e tante se ne danno all’Istituto italiano di tecnologia e un domani, se noi avalliamo questo modus operandi (ed ecco il razionale dietro al mio emendamento), questa percentuale sarà destinata ad aumentare se non fermiamo immediatamente questa deriva, questo modo di fare politica della ricerca in Italia.

Ebbene, a fronte di tali osservazioni, la replica della relatrice Puglisi e del sottosegretario D’Onghia non mi hanno soddisfatto per niente. La relatrice Puglisi, in maniera chiaramente legittima, ha elencato tutte le misure sulla ricerca approvate da questo Governo, ma che sono totalmente insufficienti per riportare i livelli di finanziamento a quelli che c’erano solo fino a sei o sette anni fa.

D’altro canto, anche riguardo alla difesa dell’Istituto italiano di tecnologia, che a parere della relatrice avrebbe soci pubblici, in realtà va detto che il suo consiglio direttivo è composto principalmente da star dell’industria e della finanza, come Vittorio Grilli, ex Ministro dell’economia e delle finanze, ex direttore generale del Tesoro, ex dirigente di Credit Suisse. Tra l’altro, ricordiamo che nel 2008 all’Istituto italiano di tecnologia sono stati dati 139 milioni di euro provenienti dalla Fondazione IRI, quindi Vittorio Grilli a quel tempo era anche in conflitto d’interessi, visto che presiedeva l’Istituto ed era nel consiglio d’amministrazione di tale fondazione. Abbiamo poi Fulvio Conti, ex direttore generale di ENEL che, stando a indiscrezioni giornalistiche, è entrato di recente in Prelios, una società immobiliare controllata da Pirelli, Unicredit e San Paolo. Quindi, sostanzialmente questi soci pubblici non li vedo. Si tratta di un consiglio direttivo formato prevalentemente da soggetti privati, che gestisce dei soldi pubblici in modo totalmente oscuro, non rendicontato, con una giacenza tra l’altro estremamente grande.

Inoltre, la Commissione bilancio – e mi rivolgo anche al presidente Tonini – ha bocciato il mio emendamento 2.10, che avevo presentato per aumentare di 20 milioni la dotazione del Fondo per gli investimenti nella ricerca scientifica e tecnologica (FIRST), prendendoli dal fondo ordinario dell’Istituto italiano di tecnologia, sostenendo che non posso diminuire quel fondo perché metto in dubbio l’operatività di quell’Istituto. Comunichiamo allora alla Commissione bilancio e al presidente Tonini che questo istituto ha nelle proprie casse 540 milioni depositati in un conto infruttifero della Banca d’Italia (e figuriamoci 20 milioni euro in meno cosa potrebbero fare alla sua operatività; sarebbe il caso di togliere ben altro da quel fondo e non 20 milioni).

Il risultato è che si sacrifica la ricerca pubblica e non si vuole toccare quella fondazione per implementare una nuova politica della ricerca in Italia, basata sulla distribuzione di fondi a soggetti privati, la cui eccellenza scientifica è tutta da dimostrare. In questo rimando al documento che la senatrice Cattaneo ha depositato qualche giorno fa, in cui si dimostra che anche sull’eccellenza scientifica ci sono grossi dubbi riguardo a questo Istituto. (Applausi dal Gruppo Misto-SI-SEL).

http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Resaula&leg=17&id=973084

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10 Comments

  1. L’intervento di Tocci mescola un pò troppe cose. Scuola , università , ricerca. Esiste già il Miur. Non è necessario un altro poltronificio. Per quello c’è divani e sofa’.
    Occorre una razionalizzazione e una distribuzione equa della risorse, in modo che tutti possano camminare, ma che chi è capace possa correre (i capaci e i meritevoli-Costituzione).
    E allora l’ITT va posto sotto attento controllo dal Miur. I 400 milioni vanno tolti dal salvataggio banche milanesi, e impiegati dalla ricerca. L’ITT , come il Mit vada sul mercato estero: in Cina c’è bisogno di robotica: si doti di un ramo di trasferimento tecnologico e al limite produttivo. Le aziende non vadano a comprare tecnologia fuori e investano in Italia, commissionando a ITT. Si reinvesta nelle IT e nella chimica . Lo stato continui a finanziare la cultura che non puo mantenersi da sola e quella che può la metta sul mercato estero. Inutile scimmiottare metodi anglosassoni propri di altre culture, e che tendono a rendere egemoni il loro modello scientifico culturale. Siamo in grado come Italiani di valutarci da soli.

  2. Tralasciando Napolitano che fa una cortesia alla Cattaneo, e invoca un ripensamento, la Cattaneo attacca a testa bassa. È credibile se rinuncia fin da ora ad ogni incarico in qualsiasi organismo di controllo o agenzia che dir si voglia. Credo anche la Sen. Cattaneo abbia il mito della competitività, .bisogna avere chiaro di cosa stiamo parlando: lobbying? La competitività di per se non è il male, ma la competitività esasperata porta isolamento, individualismo e in ultima analisi conflitto. Invito a trovare un vero amico a chi vive nell’accademia Usa. Quindi merito si , ma anche cooperazione. Cooperation not competition. La prima economia mondiale ricordo è quella Cinese.

  3. Pingback: Human Technopole: un progetto improvvisato da ripensare. Gli interventi di Elena Cattaneo e Giorgio Napolitano | Milano.zone

  4. ITT è un mezzo per generare posti di lavoro e flussi finanziari. Sull’onda della finscience (finance -driven science). Poco sarà realizzato dei brevetti. Genera invece flussi di denaro. In usa ciò si fa da decenni. L’errore è di continua a confonderla con la scienza.

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