Sono molto grato al collega Enrico Nardelli per la sua replica. Credo però che sia giusto che anche coloro che di professione non sono studiosi di informatica avanzino le loro considerazioni, se non altro perché l’intera questione del «pensiero computazionale» è nata con un carattere palesemente più gnoseologico che informatico. In questo spirito di dialogo, mi permetto di controreplicare e precisare. 1. Il pensiero computazionale come «una possibile svolta epocale»: è esattamente ciò che dice Jeannette Wing: «Ubiquitous computing was yesterday’s dream that became today’s reality; computational thinking is tomorrow’s reality». 2. Chi ha sostenuto che il pensiero computazionale è un’alternativa all’informatica? Certo, il PNSD non lo dice esplicitamente. Però Io, da docente di filosofia, mi insospettirei se in un documento ministeriale sulla filosofia fosse evitata la parola «filosofia» se non per dire che ciò che serve è «ben di più della filosofia». 3. Rimane il problema di un termine che il PNSD non definisce mai. L’unico suo coautore del quale riuscii a trovare uno studio sul pensiero computazionale riconosce che i due report del National Research Council degli Stati Uniti «document a failure: the participants did not reach a consensus on the definition of computational thinking» . 4. L’insegnamento di un linguaggio di programmazione: faccio difficoltà a comprendere bene il senso delle proposte che definiscono il coding in alternativa alla programmazione. Si intende dire che gli studenti italiani sono incapaci di capire se non tramite strumenti che assomiglino a videogiochi?

Sono molto grato al collega Enrico Nardelli per la sua replica. Sono peraltro convinto che, tenendo conto della differenza delle competenze e probabilmente della differenza di linguaggio, sulla maggior parte delle cose siamo d’accordo. Credo però che, pure a rischio (ovviamente) di sbagliare, sia giusto che anche coloro che di professione non sono studiosi di informatica avanzino le loro considerazioni su argomenti che attraversano praticamente per intero i problemi dell’educazione e che sono estremamente delicati proprio perché sono primi passi (parvus error in principio magnus est in fine!). Questa è del resto la stessa cosa che ha riconosciuto Nardelli quando ha citato con approvazione una dichiarazione della collega e allora ministra Stefania Giannini sul fatto che «il pensiero computazionale altro non è che un nuovo linguaggio» (affermazione che mi piacerebbe capire meglio, peraltro): se i glottologi possono dire la loro, forse anche i filosofi possono almeno porre qualche domanda, se non altro perché l’intera questione del «pensiero computazionale» è nata con un carattere palesemente più gnoseologico che informatico. In questo spirito di dialogo, mi permetto di controreplicare e precisare.

  1. Il pensiero computazionale come «una possibile svolta epocale»: è esattamente ciò che dice Jeannette Wing nell’intera seconda pagina del suo celebre articolo. Chiunque può leggerla, mi contento di una citazione: «Ubiquitous computing was yesterday’s dream that became today’s reality; computational thinking is tomorrow’s reality» (p. 34). La conclusione è ancora più lirica al riguardo: «We’ll thus spread the joy, awe, and power of computer science, aiming to make computational thinking commonplace» (p. 35). Un’altra citazione, della stessa autrice: «I envision that computational thinking will be instrumental to new discovery and innovation in all fields of endeavour […] I envision that computational thinking will be an integral part of childhood education» («Computational thinking and thinking about computing», Trans. R. Soc. A 2008, pp. 3720-1). Forse sono stato moderato nel riassumere queste e simili espressioni con «una possibile svolta epocale». D’altro canto non faccio assolutamente fatica a credere che nessuno dei professori italiani di Informatica e Ingegneria informatica abbia mai pensato ciò, ma (chiedo scusa se ho fatto capire il contrario) nel mio piccolo articolo non ho mai attribuito loro un’idea di questo tipo.
  2. Riguardo ai pericoli della sponsorizzazione da parte di multinazionali: credo che il problema in generale esista e innumerevoli esempi lo dimostrano. Nel mio articolo però non intendevo dire questo (non ho dati in proposito), ma solo notare che, malgrado il sostegno della Microsoft (e dunque non certo per difetto di risorse), le attività del citato centro si sono esaurite.
  3. Chi ha sostenuto che il pensiero computazionale è un’alternativa all’informatica? Certo, il PNSD non lo dice esplicitamente. Però a p. 29, nel contesto della definizione delle competenze degli studenti, prima sottolinea che la definizione di tali competenze è «una sfida ben più ampia e strutturata di quella che il sentire comune sintetizza nell’uso critico della Rete, o nell’informatica», poche righe più sotto parla per esemplificare questo «di più» dell’«introduzione al pensiero logico e computazionale e la familiarizzazione con gli aspetti operativi delle tecnologie informatiche». E poi, come ho già scritto, il termine «informatica» sembra accuratamente evitato senza spiegazioni. Io, da docente di filosofia, mi insospettirei se in un documento ministeriale sulla filosofia fosse evitata la parola «filosofia» se non per dire che ciò che serve è «ben di più della filosofia», o per suggerire che la filosofia riguarda solo aspetti operativi, e se tra gli autori non ci fosse neppure un filosofo. In ogni caso vorrei ripetere che l’articolo di Jeannette Wing fa esattamente questo: distingue (fin dalla prima pagina) Computational Thinking da Computer Science e ritiene che il primo possa essere scorporato dalla seconda e insegnato separatamente: il succo della sua proposta è tutto qui. Sono invece felicissimo che Nardelli abbia contribuito all’adozione del termine «pensiero computazionale» con lo scopo completamente diverso di «far capire che si parla di scienza e non di tecnologia né di strumenti»: da ammiratore di Edsger Dijkstra quale sono, può immaginare quanto sia d’accordo con lui. Ma nelle 140 pagine del PNSD ciò non è mai detto chiaramente né tanto meno specificato tramite un sia pure generico accenno ai contenuti: chi ci assicura che si andrà in questa direzione? In ogni caso per me farebbe parte di questo concetto scientifico di pensiero computazionale lo studio e l’uso di un linguaggio di programmazione, visto che dal punto di vista teorico è puramente accidentale che questo sia o no eseguibile da una macchina. O no?
  4. Pochi articoli sul pensiero computazionale: lo ammetto, il mio «pochi» era esagerato, perché pensavo più che altro ai veramente pochi lavori prodotti dal Center for Computational Thinking, quelli in cui ho cercato (invano) una convincente precisazione teorica. In ogni caso rimane quindi il problema di un termine che il PNSD non definisce mai. Anzi: l’unico suo coautore del quale riuscii a trovare uno studio sul pensiero computazionale, la studiosa di tecnologie didattiche Rosa Maria Bottino, dopo aver notato che il computational thinking è la «main keyword which is now broadly considered to underline informatics core skills», riconosce che i due report del National Research Council degli Stati Uniti «document a failure: the participants did not reach a consensus on the definition of computational thinking» (con Augusto Chiocchiarello, «Computational Thinking: videogames, educational robotics, and other powerful ideas to think with», in Torsten Brinda, Nicholas Reynolds, Ralf Romeike, KEYCIT – Key Competencies in Informatics and ICT, University of Potsdam, Potsdam 2014, p. 184). A me pare che qui il problema sia diverso da quello della definizione (puta caso) della letteratura: anche su questa possono esserci opinioni largamente differenti, c’è però un consenso vastissimo sull’estensione del concetto, su che cosa sia letteratura e che cosa no (con al massimo qualche dissenso su Bob Dylan). Ciò mi pare che invece manchi nel caso del computational thinking.
  5. L’insegnamento di un linguaggio di programmazione: non pretendo che Structure and Interpretation of Computer Programs sia usato come libro di testo di scuola primaria. Dall’altra parte mi pare anche che sia giusto cercare e sperimentare qual è il livello più alto possibile che uno scolaro o uno studente possano raggiungere. Bisogna certo tener conto dei limiti imposti dall’equilibrio dei curricula scolastici, ma nel PNSD si preannuncia proprio una loro ridefinizione. È per questo anche che faccio difficoltà a comprendere bene il senso delle proposte (che a scanso di equivoci non sono di Nardelli) che definiscono il coding in alternativa alla programmazione, ritenendo ancora una volta il primo funzionale al «pensiero computazionale» («Coding non è programmazione, ma l’uso didattico di strumenti di programmazione visuale per favorire lo sviluppo del pensiero computazionale. Confondere i due piani provocherebbe danni da una parte e dall’altra», Alessandro Bogliolo, Coding in Your Classroom, Now!, Giunti, 2016, p. 27). Si intende dire che ciò che si può imparare con Scratch non si può imparare con Python o Perl o Haskell o qualsiasi altro linguaggio? o che gli studenti italiani sono incapaci di capire se non tramite strumenti che assomiglino a videogiochi? Chiedo insomma: è forse irrealistico pensare che almeno uno studente di liceo, accanto alle enormi difficoltà del greco o della matematica, possa comprendere anche come funziona puta caso l’algoritmo Quicksort di Hoare? è esagerato pensare che le prime 20 pagine di A Short Introduction to the Art of Programming (EWD316), fatta eccezione forse per le pp. 15-16, siano comprensibili anche per un ragazzo di scuola secondaria inferiore? dopo anni in cui la scuola è stata attraversata dalla rincorsa alla facilitazione (al punto che perfino il compito per eccellenza dell’insegnante viene inteso come quello di un «facilitatore»), perché non dare una mano a far riscoprire la gioia e soddisfazione di fare cose anche un po’ difficili, o difficili, o molto difficili? Non mi interessa polemizzare con il PNSD, ma solo portare avanti un’idea di scuola che non corra il rischio di escogitare oggetti didattici che non corrispondono né con i campi propri della cultura e della scienza, né con ciò che gli studenti incontreranno nella loro vita. Se i miei timori si dimostraranno ingiustificati, sarò il primo a rallegrarmene.
Send to Kindle

15 Commenti

  1. Ringrazio a mia volta Salmeri per il dialogo costruttivo e mi rallegro e concordo che siamo d’accordo su molti aspetti di sostanza. Non è infatti certamente in discussione il diritto di tutti di parlare di questioni fondamentali per il futuro della società.

    Sui punti più specifici illustrati da Salmeri, sono lieto dei chiarimenti che rafforzano la convinzione che, tralasciando i dettagli, su cui si potrebbe discutere a lungo, non ci sono grandi divergenze.

    A proposito di quanto dice la Wing, per fare solo un esempio di dettagli che possono essere più fruttuosamente discussi e risolti in un dialogo di persona, ritengo che le stesse frasi citate da Salmeri non descrivano il pensiero computazionale come una possibile svolta epocale PERCHÉ in sostituzione dell’informatica. Ma come una svolta epocale perché introduce nella formazione di base degli studenti degli strumenti mentali certamente utili per comprendere e descrivere meglio la realtà. Ed ancora, non il pensiero computazionale come scorporato dalla Computer Science ed insegnato separatamente, come fosse cosa divera. Ma il pensiero computazionale come modo di insegnare il distillato, l’essenza della Computer Science a tutti. Come esempio di una discussione scientifica abbastanza argomentata dei vari punti di vista sul pensiero computazionale segnalo “computational thinking: the development definition” di Selby e Woollard (2010), che identifica alcuni aspetti comuni alle tante definizioni.

    Mi preme ancora una volta sottolineare che il processo di elaborazione e scrittura del PNSD non è stato lineare, e spesso bisogna riuscire, se mi è permesso passare ad espressioni più mondane, a “preparare il pranzo con quello che c’è”. Rassicuro tutti che la nostra comunità scientifica è ben attenta alla problematica e cercherà, per quanto avrà spazio, di far sì che si parli correttamente di informatica negli ulteriori sviluppi del PNSD. Sul fatto che nella scuola non dovremmo preoccuparci di rendere tutto troppo facile, sono assolutamente d’accordo, ma ovviamente un bambino di 7 anni è diverso da uno di 12 e da un ragazzo di 17, e gli vanno forniti, per parlare solo di linguaggio di programmazione, gli ambienti “giusti” di programmazione.

    Infine, sono d’accordo anch’io (e ne ho anche parlato con Bogliolo) con il fatto che non abbia senso distinguere “coding” e “programmazione”. Coding è programmazione, e sostenere il contrario rischia di essere fuorviante. In questo caso, la sostanza del discorso è nella trasversalità che offre la programmazione come meccanismo per dare concretezza a qualunque scenario virtuale si voglia immaginare.

    Cito spesso George Forsythe, analista numerico e tra i fondatori del dipartimento di Computer Science di Stanford (uno dei primi a nascere negli USA e nel mondo) e successivamente presidente dell’Association for Computing Machinery (la più antica e nota società scientifica di informatica): «Le acquisizioni più valide nell’educazione scientifica e tecnologica sono quegli strumenti mentali di tipo generale che rimangono utili per tutta la vita. Ritengo che il linguaggio naturale e la matematica siano i due strumenti più importanti in questo senso, e l’informatica sia il terzo».

    Ecco, parlare di “pensiero computazionale” è per me un modo di far sì che l’informatica diventi davvero un terzo strumento di uso generale come il linguaggio naturale e la matematica e sono convinto che il dialogo con i filosofi sia utilissimo a questo scopo.

  2. Io non sono filosofo o informatico, mi inserisco in questa discussione perchè ci sono cosè che non capisco (ovviamente per limiti culturali miei) e quando non capisco il miei circuiti mentali si irritano.
    Tralascio, avendone già scritto, la manipolazione per interessi commerciali gia in atto da parte delle multinazionali dell’ education.
    La prima questione mi pare una definizione accettata da tutti del termine “pensiero computazionale” anche perchè la parola “computazionale” può avere essa stessa definizioni differenti.
    Per quanto io possa capire, l’ambizione sarebbe quella di integrare la struttura logica del ragionamento dello studente con la struttura logica del “coding”. Personalmente ho il limite di avere sempre pensato e credo la citazione di George Forsythe mi rafforzi, che non si può parlare di computational thinking in modo avulso da contesti matematici, ci sono in positivo pezzi di scienza così intrecciati da non essere più in grado di dire se sono matematica o computer science (molta combinatorica, la teoria dei grafi etc…), pensiamo per esempio al contesto dei cyber physical systems, dove intersechiamo modi di pensare che sono provenienti da tante culture scientifiche originariamente separate.
    Personalmente credo che senza pretendere che la scuola faccia miracoli, anche perchè per formare gli insegnanti servono tempo e risorse, si debba prendere alcuni problemi modello e decidere che su quelli insegnamo alcuni principi di base. Mi permetto un esempio: numeri pseudo-casuali, dove andiamo da concetti probabilistico statistici, alla generazione di un algoritmo, etc., qualche elemento di crittografia etc…

  3. Ringrazio per la citazione e per l’interessante dibattito che ho seguito nelle puntate precedenti.

    Leggendo il seguito di quanto estratto dal mio libro spero si capisca il senso della distinzione, evidentemente dialettica e non etimologica, che faccio tra coding e programmazione, che è drasticamente diverso da quanto argomentato nell’articolo.

    Osservando l’uso che nella scuola (e non solo) viene fatto di strumenti di programmazione visuale e attività di coding unplugged, riconosco che hanno un ruolo trasversale e non esclusivamente funzionale all’insegnamento dell’informatica.
    Tutto qui. Credo che sia un fatto, non un’opinione.

    Negare che abbiano questo ruolo ruolo mi sembra impossibile e contrario allo spirito stesso con cui sono stati concepiti. Impedirne l’uso perchè troppo semplici mi sembrerebbe assurdo.

    Del resto, confondere questo ruolo con l’insegnamento dell’informatica e della programmazione mi sembra fuorviante proprio perchè indurrebbe ad una semplificazione alla quale invece l’informatica non si presta. Programmare è bellissimo e molto difficile!

    Detto questo, è evidente che “coding” e “programmazione” possono essere usati come sinonimi e che gli strumenti di programmazione visuale e di coding unplugged potranno trovare ottima collocazione anche ai primi anni di curricoli di informatica, quando questi ci saranno. Ma nel frattempo ritengo sano distinguere i due piani e lavorare su entrambi, ciascuno con le proprie competenze.

    • Poche righe sono certamente insufficienti per discutere argomenti tanto complessi, e mi dispiace se la citazione fuori contesto (come ogni citazione, del resto…) abbia dato un’idea falsata. Dovendo articolare con qualche parola in più la mia perplessità (che è appunto perplessità: non certezza) mi pare che alla fine se non si vuole cadere in conseguenze non volute la suddetta distinzione tra *coding* e programmazione si riduca a quella tra facile e difficile, che non è una distinzione (per dirla come piace a noi filosofi) di essenza. Questo tanto più che le categorie di programmazione visuale e di *coding unplugged* a rigor di termini sono trasversali e piene di sfumature. *A Discipline of Programming* di Dijkstra è da considerare *coding unplugged* o no? (*Si parva licet componere magnis*: quando, come mi capita spesso, scrivo su un foglio di carta un po’ di codice puta caso Perl mentre sono in metropolitana, sto facendo *coding unplugged*?) Se no, perché? Oppure: in Python (o nelle varie norme di stile di tutti i linguaggi di programmazione) non è incorporata una certa parte di visualità (che infatti corrisponde bene a quella dei *diagrammi* Nassi-Shneiderman)? E così via. Ovviamente sono più che d’accordo nel distinguere il facile dal difficile e nel fatto che vada frenato l’equivoco secondo cui la «programmazione è facile», ma mi pare che sia una questione di gradi, esattamente come imparare l’alfabeto non è diventare scrittori, e però in un certo senso si tratta della *stessa cosa* (ed è bene che un bambino lo sappia: è questo che lo può entusiasmare ad apprendere l’alfabeto!).
      Riguardo al ruolo trasversale e a numerose analoghe osservazioni che spesso leggo in questo contesto, credo che vada usata cautela. Certamente esistono numerosi intrecci tra le discipline, a tutti i livelli, certamente esistono osmosi di ogni tipo. Ma per esempio non è affatto ovvio in che misura capacità sviluppate in una materia siano trasportabili in un’altra (o addirittura nella vita quotidiana, per così dire). Questo è al contrario uno dei *problemi* tipici e più difficili della pedagogia. Se non si vuole riprodurre per l’informatica la stessa ingenuità che un tempo (forse ancora oggi) si usava per il latino, che andava studiato «perché insegna a ragionare», tutto va argomentato molto attentamente. È vero che il latino insegna a ragionare, e anche l’informatica, ma quello che è certo è che ogni disciplina ha le *sue* regole, il *suo* rigore, la *sua* bellezza, che vanno mantenuti a tutti i costi, qualunque sia il grado di approfondimento che si possa o voglia raggiungere nell’insegnamento. Questo va detto soprattutto in anni in cui, con il miraggio dell’interdisciplinarità, a volte si vede una vera e propria guerra contro l’autonomia e la specificità delle discipline (anche nei documenti del MIUR, per essere chiari).

  4. Caro Piero, grazie per le tue riflessioni, cui rispondo per quanto di mia competenza.

    Non c’è una definizione largamente condivisa di “pensiero computazionale”. Nel mio precedente commento riporto la citazione di un articolo che ne esamina parecchie ed identifica degli elementi comuni. Sinceramente non penso che l’enfasi della Wing fosse quella di definire un soggetto nuovo o che valga davvero la pena definire esattamente cos’è il “pensiero computazionale”. Sono d’accordo con l’osservazione di Salmeri, che avere in un piano nazionale per la scuola un termine non ben definito non è proprio il massimo. Ma ho spiegato la genesi di questo e sono fiducioso nella possibilità di intervenire nei prossimi passi.

    La mia interpretazione delle intenzioni della Wing è che ella volesse favorire la diffusione di una formazione informatica di base utile per tutti gli studenti e per questo scopo ha ripreso un termine (che aveva introdotto Seymour Papert) per denotare il nucleo culturale di ciò che l’informatica è indipendentemente da qualunque tecnologia ed applicazione.

    In questo senso, il “pensiero computazionale” è quindi il “nucleo dell’informatica” (quindi cade la necessità di definirlo) e il suo auspicio di insegnarlo a tutti va esattamente nella stessa direzione indicata da Forsythe. Su questo dissento in qualche modo dalla tua valutazione (se l’ho capita bene), perché lui parlava proprio dell’informatica come di competenza culturale di base, indipendente da linguaggio e matematica, ed utile per il suo valore generale.

    Ovviamente gli era chiara la relazione enormemente fruttuosa che vi può essere tra matematica e informatica, tant’è che qualche riga dopo aggiunge “The learning of mathematics and computer science together has pedagogical advantages, for the basic concepts of each reinforce the learning of the other“. Ma non intendeva dire, come mi sembra di capire sia la tua posizione, che l’insegnamento di questo nucleo dell’informatica debba necessariamente accadere in un contesto matematico. L’articolo è “What to Do Till the Computer Scientist Comes“, The American Mathematical Monthly, 75(5):454-463, May 1968.

    In un altro articolo espone anche in modo molto chiaro il valore interdisciplinare dell’informatica, identificandone sia i forti legami con l’ingegneria, che con discipline umanistiche quali la filosofia e la psicologia (“A University’s Educational Program in Computer Science“, Communication of the ACM, 10(1)3-11, Jan 1967).

    Cinquant’anni dopo, possiamo dire che ha avuto la vista lunga.

  5. Non c’è stato alcun intervento che abbia identificato un attuale contenuto come eliminabile per far posto al pensiero computazionale.

    Senza confrontare nella mia mente il valore per la vita delle persone di quella esperienza di apprendimento con quella che verrebbero a perdere, come posso dare un’opinione?

    Sto ovviamente escludendo, per rispetto delle vostre capacità intellettuali, che vogliate ottenere il risultato in modo analogo a quanto accaduto con l’inserimento dell’analisi matematica al classico a parità di ore.

    Vi propongo quindi di affrontare l’argomento in modo costruttivo e non solo astratto (stavo per dire astruso…). Quale argomento eliminare per far spazio all’insegnamento del pensiero computazionale? Le tabelline? L’analisi logica? La storia del medioevo?

    Da chi parla di pensiero computazionale vorrei anche sentire argomenti che mi convincano sul piano della validità della formazione che verrà data ai nostri figli, non solo argomenti sulla sua validità assoluta. Perché ad un certo punto, al momento di definire dei programmi ministeriali e/o comunque nel momento in cui ciascun insegnante si troverà in aula con davanti gli alunni, questo problema si porrà. Ineluttabilmente.

    Personalmente, potrei (uso deliberatamente il condizionale) anche pensare che sia più utile esporre tutti gli alunni di ogni ordine e grado ai concetti elementari dell’automatica (sistema, sistema retroazionato, costante di tempo, etc.). Concetti che per di più sono vividamente presenti nella vita quotidiana e quindi presentabili in modo efficace con svariati esempi. Ho fatto deliberatamente l’esempio sull’automatica perché non è il mio settore. E dunque, elementi di automatica o pensiero computazionale?

    Però quando mi chiedo se l’esposizione ad uno di questi due citati nuovi argomenti valga la perdita dell’esposizione all’analisi logica dico di no (nel senso che si potrà esporre quell’argomento più avanti e magari anche solo a qualche studentei). Comparo con le tabelline e dico nuovamente di no, etc. etc.

    Arrivo forse a dire che in questo modo non introdurrò nulla di nuovo? Benissimo! Se ci arrivo non vedo il problema, se invece arrivassi a trovare opportuno un cambio potrò procedere, ma almeno ci avrò pensato. Dato che lo stato attuale è che si è proceduto senza pensare credo che evitare di ripetere questo errore sia senza dubbio l’aspetto più importante.

    In conclusione, cosa togliere per parlare di pensiero computazionale?

    • Gentile Sorrenti

      grazie della segnalazione dell’articolo del Fatto Quotidiano che mi dà l’opportunità di rispondere ad entrambi i suoi commenti, iniziando dall’ultimo.

      Non mi è chiaro dalla pagina web del “Gruppo di Firenze” che ha scritto l’appello (che condivido pienamente) quali siano gli animatori del Gruppo stesso. Però, tra i firmatari dell’appello leggo (dall’articolo linkato) “ Accademici della Crusca, linguisti, perfino rettori, ma anche pedagogisti e storici, filosofi e sociologi, scrittori e matematici, costituzionalisti e storici dell’arte, neuropsichiatri infantili ed economisti“.

      Che gli studenti universitari non sapessero l’italiano io me ne ero accorto 25 anni fa, quando ho iniziato a correggere le mie prime tesi.

      Quindi mi chiedo: gli autorevoli firmatari dell’appello quali partiti hanno votato in tutti questi anni in cui governi di ogni colore, in nome dell’efficienza, avviavano e mantenevano un’azione di “industrializzazione” di uno di quei servizi – la scuola – che dà senso alla parola Stato?

      Sul precedente commento, ritegno che “determinare le materie da insegnare” sia una questione preliminare a quella di “determinare come insegnarle”. La prima è di pianificazione, la seconda è di implementazione. Non abbiamo qui lo spazio per sviluppare proposte operative, né io sono un esperto di come questi aspetti siano organizzati. Mi sembra, però, che nella scuola primaria l’insegnamento dell’informatica sia certamente fattibile per la particolare organizzazione della didattica, che non è vincolata da quadri orari. Nelle medie l’informatica potrebbe trovare un suo spazio all’interno delle ore dedicate alle materie scientifiche e tecnologiche. Nelle superiori mi è chiaro che si tratta di una missione quasi impossibile, però se ci si lavora sopra, niente è davvero impossibile.

      Aggiungo una prima riflessione: la società si evolve e, in una certa limitata misura, anche cosa si insegna dovrebbe evolversi. Non penso sia saggio pensare che la scuola rimanga immutata nel tempo mentre la società cambia.

      Chiudo con una seconda: le moderne tecnologie digitali rendono possibile un insegnamento di tipo “capovolto” in cui lo schema tradizionale “lezione-interrogazione/compiti” viene alterato (penso sia corretto dire “in senso montessoriano”) introducendo fasi di “apprendimento per scoperta” che possono essere condotte dallo studente al di fuori del “tempo classe”. Penso che certamente le materie dell’area scientifico-tecnologica (ma forse non solo loro) potrebbero giovarsi di questo approccio.

  6. Gentile Sorrenti

    vorrei prima di tutto ribadire che la materia che vorremmo fosse insegnata non è il pensiero computazionale ma l’ informatica. Il termine “pensiero computazionale”, ho chiarito penso abbastanza esattamente nei precedenti interventi sopra e nella mia replica a Salmeri, serve ad identificare quella parte di “informatica” (termine estremamente vasto, come accade a molte discipline scientifiche) che vorremmo fosse insegnata nella scuola.

    Certamente gli aspetti pratici di come farlo all’interno dei quadri orari attuali è un problema che va affrontato, ed in modo diverso a seconda degli ordini di scuola, ma ancora non siamo a questo livello di maturazione delle proposte.

    Sulla validità della formazione in informatica per tutti gli studenti, preferisco lasciare la parola a consessi scientifici molto più autorevoli di me, di cui invito a leggere i rapporti. Il primo è della Royal Society (UK): “Shut down or restart? The way forward for computing in UK schools“, di gennaio 2012, mentre il secondo è della Académie des Sciences (Francia): “L’enseignement de l’informatique en France: Il est urgent de ne plus attendre“, di maggio 2013.

    • Salve, vedo purtroppo solo ora… Grazie della risposta. Sono allineato sul problema dei termini “pensiero computazionale” / “informatica”. Sono anche conscio che ci sono tanti rischi (ad esempio ordinari che identificano il pensiero computazionale con il riusire a pensare una soluzione ricorsiva ad un problema) e che quindi sia necessario spendere delle risorse nella definizione di ciò di cui parlare. Mi resta comunque il sospetto – forte – che negli orari delle scuole primarie, medie inferiori e medie superiori non informatiche non ci sia lo spazio per aggiungere proprio niente. Questo non vuol dire che non sia ragionevole discuterne, ma solo che prima si dovrebbe individuare delle proposte di eliminazione, altrimenti questi interventi, le ore spese dai burocrati per la redazione del PNSD, etc. etc. sono tutto uno spreco.

  7. A parte la discussione in essere, ribadisco alcuni fondamentali.

    Chi non ha in libreria il libro che ha in copertina l’immagine associata a questo articolo (e non l’ha interiorizzato) non dovrebbe avere voce in capitolo 🙂 🙂 🙂

    A presto

    Marco Antoniotti

    • In effetti, è Salmeri a chiamare in causa “Structure and Interpretation of Computer Programs” che evidentemente non gli è ignoto:
      “non pretendo che Structure and Interpretation of Computer Programs sia usato come libro di testo di scuola primaria. Dall’altra parte mi pare anche che sia giusto cercare e sperimentare qual è il livello più alto possibile che uno scolaro o uno studente possano raggiungere …”

    • Caro Marco, ti voglio bene, ma alle volte non sono per nulla d’accordo e questa è una di quelle volte.

      Non ho quel libro nella mia libreria, ma come sono lieto di aver potuto votare al referendum sulla riforma costituzionale senza essere un costituzionalista, così sono lieto di aver potuto fare degli interventi in questo dibattito.

      Addirittura tremo al pensiero che i programmi ministeriali li decidano i burocrati e penso che l’argomento richieda un coinvolgimento ben maggiore di una votazione dei nostri rappresentanti in parlamento.

      Tra l’altro “i fatti mi cosano” (cfr. l’analisi matematica al classico a parità di ore).

  8. Gentile Prof. Salmeri, nel suo primo post sul “pensiero computazione” afferma che in letteratura non vi sia “…. nessuna traccia invece di un’autonomia epistemologica del «pensiero computazionale». Con questo intende dire che il così detto “pensiero computazione” non esista in quanto forma specifica di pensiero? Le pare eccessivo affermare che si tratti di mera formulazione linguistica?

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.