E’ uscito da pochi giorni Universitaly. La cultura in scatola di Federico Bertoni (Laterza, collana “Solaris”), un «libro sull’università del XXI secolo, e forse su altre cose del mondo in cui viviamo. È al tempo stesso un racconto, un saggio di critica culturale e un testardo gesto d’amore per il sapere, l’insegnamento e un’istituzione che ha accompagnato il progetto della modernità occidentale». Ne anticipiamo un estratto, dedicato a una delle «parole magiche»: Eccellenza.

Parole magiche: Eccellenza

È più forte di me: ogni volta che sento un ministro, un rettore o un collega che straparla di eccellenza (spesso con il plurale partitivo: «nel nostro dipartimento abbiamo delle eccellenze»), mi viene in mente quella scena del Marchese del grillo in cui Alberto Sordi, dopo una rissa in osteria, sfugge all’arresto in virtù del suo rango e sale in carrozza tra gli ossequi del commissario che lo ha riconosciuto, rivolgendosi così al gruppo dei plebei arrestati: «Mi dispiace. Ma io so’ io, e voi non siete un cazzo»[1].

Forse è un problema mio, ma non riesco proprio a scorporare la parola dalle sue connotazioni sociali e classiste, condensate nel titolo onorifico usato ancora per rivolgersi ai vescovi nella gerarchia ecclesiastica o alle persone di riguardo in alcuni contesti regionali, soprattutto al Meridione, mentre la legge italiana lo ha abolito per le cariche pubbliche nel 1945, dopo la Liberazione. Che sia diventata una parola magica degli attuali sistemi educativi, anzi «il principio unificante dell’università contemporanea»[2], mi sembra del tutto coerente con il quadro complessivo. Forse aveva ragione Gadda: «Le “parole” sono le ancelle di una Circe bagasciona, e tramutano in bestia chi si lascia affascinare dal loro tintinnio»[3].

Del resto l’università è in buona compagnia. Tutt’altro che isolata, ben lungi dal chiudersi nelle sue antiche mura, mutua le stesse strategie di marketing con cui un paese stanco e sfibrato si illude di sfuggire al proprio declino. Studenti, ricercatori, dipartimenti, scuole, cibo, vino, oggetti artigianali, piccole aziende: la trama è la stessa, semplice ed efficace, costruita con una manciata di mattoni narrativi: in complesso le cose vanno male ma noi coltiviamo le eccellenze, non siamo come i cinesi che sono piccoli, si assomigliano tutti, lavorano nei sottoscala e quando muoiono spariscono nel nulla. Noi facciamo le cose con amore. Siamo competitivi sulla qualità. Alziamo i prezzi ma ne vale la pena. Chissà se è vero ma l’importante è cantarcelo, dichiararlo ai giornali, scriverlo nei siti e sulle brochure, inventarsi linee produttive specifiche. Tanto qualcuno ci crederà. C’è un brand del Ministero dell’Istruzione che si chiama Io merito. Valorizzazione delle eccellenze: organizza premi e competizioni di vario tipo in ambito scolastico, con tanto di consacrazione degli studenti vincitori in un «albo delle eccellenze». Perché anche queste in fondo sono «eccellenze italiane»: come gli atleti olimpici, il prosciutto di Parma o la mozzarella di bufala campana.

Il capitolo più lungo e tecnicamente complesso di Madame Bovary è dedicato ai «comizi agricoli», una «insulsa cerimonia rustica» – così la definisce Flaubert in una lettera[4] – durante la quale vengono conferiti premi e onorificenze ai migliori agricoltori di Yonville, il piccolo centro in cui è ambientata gran parte della vicenda. La scena può essere vista come una celebrazione del potere nefasto della parola. Flaubert compie infatti uno straordinario tour de force: dopo una serie di sequenze dinamiche e policentriche, intreccia in parallelo due orizzonti discorsivi apparentemente lontanissimi, ma in realtà avvinti e impastati dal genio linguistico della bêtise: da un lato, al primo piano del municipio, davanti a una finestra che si affaccia sulla piazza, Rodolphe sussurra a un’ammaliata Emma il suo chiacchiericcio infarcito di stereotipi sentimentali e romanticherie d’accatto; dall’altro, le autorità pronunciano i discorsi ufficiali dal palco e saturano l’aria di parole enfatiche e vuote – ossequi al potere, apostrofi alla natura, lodi al merito degli agricoltori e all’eccellenza dei prodotti locali. Il risultato è un impasto grottesco, un formidabile caos verbale che ha la compattezza del luogo comune e l’accento più disarmante della verità. Non a caso, mentre sta scrivendo l’episodio, Flaubert incappa in un articolo di giornale con cui la cronaca del mondo reale gli conferma la deprimente veridicità del suo progetto letterario: «stamattina ho trovato nel “Journal de Rouen” una frase nel discorso del sindaco che il giorno prima avevo scritto testualmente nella Bovary (nel discorso di un prefetto, durante dei Comizi agricoli). Non soltanto era la stessa idea, le stesse parole, ma le stesse assonanze di stile»[5].

Poco fa mi stava capitando una cosa simile, anche se in formato infinitamente ridotto. Stavo confezionando una sorta di pastiche a beneficio dell’argomentazione, un gioco verbale satirico ma verosimile: la frase di un ipotetico rettore dei nostri giorni che si trovasse a promuovere il suo ateneo davanti alla stampa, in un discorso ufficiale o durante l’inaugurazione dell’anno accademico. Poi ho fatto un rapido giro in rete e ho visto che non serviva inventare, perché la realtà coincideva esattamente con la sua parodia. «Acceleriamo, qui ci serve l’eccellenza». «Questo Campus rappresenta un’eccellenza nella didattica e nella ricerca in questo ambito, e si giova di ricercatori giovani e dinamici». «Il sistema Trieste della ricerca e della scienza è un esempio di eccellenza assoluta, che l’Iran prende a esempio». «Facciamo progetti di eccellenza per il territorio». «È per questa ragione che a costo di risultare un po’ ruvido, riassumo il nostro lavoro in due parole: sacrificio ed eccellenza». «Il Master rappresenta un polo di eccellenza consolidato». «Data la formazione ricevuta, i nostri laureati sono in grado di valorizzare i prodotti dell’eccellenza gastronomica, di farli emergere dall’attuale scenario di omologazione di prodotti e sono consapevoli che il consumatore contemporaneo è più informato ed opera le sue scelte ricercando l’eccellenza». «Cerchiamo le eccellenze scientifiche, i migliori in tutto il mondo, i più qualificati, mi piace definirli l’alta velocità del merito e dell’eccellenza». Non cito fonti e contesti perché le frasi, in fondo, sono tutte intercambiabili. L’oggetto di cui si parla conta ben poco. Che si tratti di tecnologia aerospaziale, rapporti internazionali, cervelli in fuga, educazione fisica o produzione dell’olio d’oliva, quel che importa è la retorica, il gioco del significante, le assonanze di stile e soprattutto il ruolo strategico della parola magica, il sesamo che apre tutte le porte: eccellenza.

È una conferma perfetta e inquietante, applicata al contesto nostrano, di quanto scriveva Bill Readings più di vent’anni fa[6]. Le «rovine» tra cui si aggirava erano quelle della tradizionale università di matrice idealistica e humboldtiana fondata sul binomio didattica-ricerca, in cui le varie articolazioni del sapere (umanistica, scientifica, tecnica) collaboravano alla produzione di conoscenza per la collettività, «un bene, il sapere, considerato superiore a qualsiasi costo necessario per produrlo»[7]. Contenuto specifico di questa attività era la Cultura; suo imperativo ideologico il progresso dello spirito in un contesto storico particolare, cioè la nascita e lo sviluppo dei moderni Stati-Nazione; suo fine pedagogico non tanto la trasmissione di nozioni quanto la costruzione del carattere, non la formazione di specialisti per le professioni ma l’educazione di donne e uomini colti, con una mentalità aperta e cosmopolita. Ma quando l’Università della Cultura si sgretola, peraltro con un certo ritardo rispetto all’esaurimento della sua funzione storica, subentra un’Università dell’Eccellenza concepita come grande corporation burocratica che deve conformarsi solo ai suoi meccanismi di autoregolazione interna. In questo senso, sottolinea Readings, l’eccellenza è un efficientissimo principio di integrazione perché «ha il singolare vantaggio di essere totalmente privo di significato o, per essere più precisi, non referenziale». Eccellenza è cioè un significante che mina alla radice la referenza linguistica, e che proprio su questo fonda la sua efficacia retorica: termine intercambiabile, calamita del consenso, funziona perfettamente proprio perché non ha contenuto interno o referente esterno: «l’applicabilità generale della nozione è direttamente proporzionale alla sua vacuità»[8]. Readings cita l’esempio dei «Parking Services» della Cornell University, insigniti di un premio per l’«eccellenza nel parcheggio» il cui criterio di qualità ed efficienza è la restrizione dell’accesso ai veicoli a motore. Ma se i servizi avessero invece deciso di ampliare gli spazi destinati al parcheggio, avrebbero ricevuto ugualmente un certificato di eccellenza perché l’operazione avrebbe facilitato la vita ai dipendenti, a riprova del fatto che il termine non ha contenuto specifico e che può essere utilizzato indifferentemente, con la stessa efficacia retorica, a seconda dei valori e degli interessi in gioco (da un lato la tutela dell’ambiente, dall’altro l’efficienza dei dipendenti – meno tempo sprecato a camminare dal parcheggio all’ufficio). La vaghezza referenziale fa quindi dell’eccellenza una moneta infinitamente convertibile e intercambiabile, un principio di traducibilità universale tra lingue radicalmente diverse, dal bilancio d’ateneo alle borse di studio, dai servizi economali alla valutazione della ricerca scientifica. Funziona come unità monetaria comune in un sistema chiuso, in un mercato interno governato da determinati portatori di interessi e rivolto a studenti concepiti come consumatori di beni e servizi, simili ai clienti che scelgono i prodotti di qualità sugli scaffali di Eataly. In sostanza, l’appello all’eccellenza sottolinea il fatto che non esiste più alcuna idea di Università, o piuttosto che l’idea ha perso qualunque contenuto. Come unità di misura non referenziale e interna al sistema, l’eccellenza non sottolinea altro che il momento dell’autoriflessione tecnologica. Il sistema richiede solo che l’attività abbia luogo, e la nozione vuota di eccellenza non si riferisce ad altro che a un’ottimale regolazione input/output in termini di informazione[9].

Una delle tesi che ho inseguito in questo libro, costantemente suffragata dalla mia vita quotidiana, è che le tecnologie di governo dell’università e l’ordine del discorso che le controlla abbiano provocato un completo scollamento tra le parole e le cose, tanto che chi lavora qui dentro stenta a riconoscersi in un sistema di segni linguistici e parametri formalizzati che hanno espropriato l’esperienza vissuta. Mi rendo conto ora che si tratta di una visione semplificata, perché il processo è più sottile e insidioso, l’astuzia dell’apparato infinitamente maggiore. Più che al divorzio tra segni e referenti, sembra rimandare alla logica del simulacro descritta dai filosofi del postmoderno, primo fra tutti Jean Baudrillard. Il simulacro è una rappresentazione che non rappresenta nulla, che non rimanda a un oggetto nel mondo, che sostituisce la realtà con una simulazione del reale. Il suo prototipo mitico è la statua scolpita da Pigmalione, idolo erotico animato da Afrodite, oggetto al tempo stesso d’avorio e di carne, donna viva e tuttavia fantasma. Baudrillard chiama «precessione dei simulacri» quel fenomeno tipico della cultura postmoderna per cui l’immagine precede un referente che non esiste, che non ha alcuna presenza empirica nel mondo ma che viene simulato e surrogato dalla rappresentazione stessa[10].

All’inizio di Rumore bianco di Don DeLillo, due personaggi del libro vanno a visitare «la stalla più fotografata d’America», un’attrazione turistica del New England pubblicizzata su cartoline, brochure e riviste patinate. La strada è costellata di cartelli stradali – «la stalla più fotografata d’america» – che scandiscono l’avvicinamento. Si lascia l’auto in un parcheggio e si procede a piedi fino «a un lieve sopralzo isolato, creato apposta per guardare e fotografare. Tutti erano muniti di macchina fotografica, alcuni persino di treppiede, teleobiettivi, filtri. Un uomo in un’edicola vendeva cartoline e diapositive, fotografie della stalla prese da quello stesso sopralzo». È come se le immagini ripetute, sovrapposte e moltiplicate all’infinito riempissero talmente la memoria e la percezione da surrogare completamente l’oggetto reale. E infatti, come nota il filosofo postmoderno Murray Jay Siskind, gran sacerdote della società dei consumi e dei mezzi di comunicazione di massa, la stalla non la vede nessuno […] Una volta visti i cartelli stradali, diventa impossibile vedere la stalla in sé […] Fotografano il fotografare […] Come sarà stata questa stalla prima di venire fotografata? Che aspetto avrà avuto, in che cosa sarà differita dalle altre e in cosa sarà stata simile? Domande a cui non sappiamo rispondere perché abbiamo letto i cartelli stradali, visto la gente che faceva le sue istantanee[11].

Ecco, la nostra eccellenza è un po’ come la stalla di DeLillo: un’immagine moltiplicata, un segno vuoto che non rappresenta nulla, che anzi scherma completamente l’oggetto (gli oggetti intercambiabili) a cui pretende di riferirsi – efficienza dei servizi, pareggio di bilancio, qualità della ricerca, spendibilità delle conoscenze nel mondo del lavoro. Un’entità riconducibile a quella sfera d’esistenza che Baudrillard ha chiamato «iperreale», cioè «un reale senza origine né realtà» generato artificialmente attraverso dei modelli[12]. Un simulacro che assume consistenza ontologica nel gioco linguistico del management economico e nel sistema autoreferenziale della tecno-burocrazia accademica. «Costruzione artificiale mancante di un modello originario, il simulacro si dà come esistente di per sé. Non copia necessariamente un oggetto del mondo, ma vi si proietta. Esiste»[13]. È quel fenomeno stupefacente, davvero ai limiti della mitologia pagana, che osservo ogni giorno intorno a me, quando vedo che le etichette più vuote e astratte – «prodotti eccellenti», «riviste di classe A», «corso di laurea internazionale» – diventano la cosa stessa, espropriano il contenuto che dovrebbero veicolare e si accampano nella loro assoluta potenza di simulacri, apparentemente vivi e reali, a condizionare i destini degli individui e di intere strutture.

Il paradosso è infatti lo stesso della statua d’avorio che vive, parla, respira e fa l’amore con Pigmalione. L’eccellenza è un fantasma semiotico, un oggetto iperreale che però determina effetti tangibili nel mondo empirico. Traduce in atti concreti un progetto reazionario e classista: «Mi dispiace. Ma io so’ io, e voi non siete un cazzo». Condiziona investimenti, ridistribuisce fondi, taglia borse di studio, chiude corsi di laurea, crea una gerarchia tra livelli di istruzione, educa l’università ai valori del mercato capitalista – profitto, concorrenza, efficienza, accumulazione. Rende infine politicamente minoritarie, bollandole come nostalgie utopiche e disfattiste, le posizioni di gente come me, che riconosce i mille difetti dell’università di massa ma che crede ancora nel progetto di allargare i confini della conoscenza, di promuovere una buona qualità media dell’istruzione collettiva, di fondare il progresso del Paese nell’estensione dei diritti e delle opportunità sociali.

Quando i miei primi due figli erano piccoli, vidi con loro un film di animazione che apprezzai molto, Galline in fuga, ambientato in un allevamento descritto come un campo di sterminio. Tra tutte le galline che lo popolano, alcune sono particolarmente intelligenti, capaci, inventive, tanto da progettare e mettere in pratica una rocambolesca fuga dal campo e dagli allevatori-aguzzini. Per loro sarebbe molto più semplice e sicuro fuggire in un piccolo gruppo, senza trascinarsi dietro la massa delle altre galline più pigre, conformiste, inefficienti, disorganizzate, a volte francamente sciocche e irritanti. Ma la gallina protagonista, nonché leader della rivolta, non transige: rifiuta qualunque piano di fuga differenziato: o ci si salva tutti insieme o non ne vale la pena. Alla fine la spunta lei, anche contro il gallo individualista di cui si innamora che vorrebbe convincerla a fuggire da soli. E quando tutto andrà bene, quando lo sgangherato aereo approntato per la fuga riuscirà a superare la recinzione del campo, anche le altre galline saranno diventate migliori, molto meno sciocche e conformiste, capaci di immaginare e di pretendere un orizzonte diverso per le loro vite. Insomma un bel film: pura utopia. Me ne immagino un remake parodico ai giorni nostri: piani di fuga costretti a fare i conti con la crisi, perché il mercato nero non è più quello di una volta; obiettivi ridimensionati in funzione di parametri di efficienza, perché solo una percentuale definita di individui potrà fuggire; galline sottoposte a complesse valutazioni che ne misurano l’attitudine alla fuga e la traducono in numeri, percentuali, algoritmi. Solo chi supera la mediana di volo radente, normalizzata con il coefficiente di attrito del piumaggio, parametrata al fattore di impatto contro la recinzione, ha diritto di fuggire. Tutte le altre a fare uova in batteria, e poi carne da macello, ovviamente da confezionare con il marchio d’eccellenza.

[1] La battuta è tratta da un sonetto di Belli, Li soprani der monno vecchio: « C’era una volta un Re cche ddar palazzo / mannò ffora a li popoli st’editto: / – Io so’ io, e vvoi nun zete un cazzo, / sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto. […] Co st’editto annò er boja pe ccuriero, / interroganno tutti in zur tenore; / e arisposero tutti: È vvero, è vvero».

[2] B. Readings, The University in Ruins, Harvard University Press, Cambridge (Ma.)-London 1996, p. 22.

[3] C.E. Gadda, Meditazione milanese (1974), in Scritti vari e postumi, a cura di A. Silvestri, C. Vela, D. Isella, P. Italia, G. Pinotti, Garzanti, Milano 1993, p. 747.

[4] G. Flaubert, Lettera a L. Colet del 18 luglio 1852, in Extraits de la Correspondance ou Préface à la vie d’écrivain, a cura di G. Bollème, Seuil, Paris 1963, p. 82.

[5] G. Flaubert, Lettera a L. Colet del 22 luglio 1853, ivi, p. 140.

[6] Si veda in particolare il capitolo intitolato The Idea of Excellence, in B. Readings, The University in Ruins, cit., p. 21ss.

[7] A. Dal Lago, Premessa. La (s)valutazione della ricerca, in Id. (a cura di), All’indice. Critica della cultura della valutazione, «aut aut», 2013, n. 360, p. 8.

[8] B. Readings, The University in Ruins, cit., pp. 22 e 23.

[9] Ivi, p. 39.

[10] Cfr. J. Baudrillard, Simulacres et simulations, Editions Galilée, Paris 1981.

[11] D. DeLillo, Rumore bianco (1985), Einaudi, Torino 1999, pp. 16-17.

[12] J. Baudrillard, Simulacres et simulations, cit., p. 10.

[13] Victor Stoichita, L’effetto Pigmalione. Breve storia dei simulacri da Ovidio a Hitchcock , Il Saggiatore, Milano 2006, p. 10.

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3 Commenti

  1. Tra i lettori di questo libro si potrebbero cercare [mi chiedo] volontari, disponibili a costituire un “gruppo di lavoro”, che si occupi di abbozzare e fare evolvere un documento “anti eccellenza” o “contro cultura in scatola”?

    Un titolo provvisorio per una prima bozza lo avevo immaginato come intervento su un blog che, nel 2008, commentava un libro intitolato Google ci rende stupidi?.

    Quel titolo mi è tornato in mente nel 2014, dopo l’annuncio di un libro intitolato La rete padrona …. ma solo per vederlo ritornare, inevitabilmente, nella discarica del web [e della nostra memoria].

    Il testo del documento [se l’idea fosse riesumabile, con una procedura di recupero errore di tipo informatico] dovrebbe avviare [come un “bootstrap” informatico] un processo in grado di mettere in relazione tra loro, condividendoli, sprazzi di conoscenza erogati, come mangime per polli, da una Tecnologia Alleva Galline [TAG].

    In processo di quel tipo, purtroppo, in rete “non gira” [altro concetto informatico], perché siamo stati fatti crescere come Orfani di Sistema [OS], dove OS, in inglese, sta per Operating System.

    [da continuare, non so ancora come, con riferimento all’appena trovato Cominciò tutto così: il 3+2, per suggerire che la cultura in scatola, oltre a essere conseguenza di un errore teorico e di un errore psicologico, si sia evoluta a partire da un errore “pratico”, anzi “operativo”, a partire dagli anni Settanta].

    #dialogo_operativo #operating_dialogue
    #RitrovamentiDiFuturo #FutureDigs

    Clicco “Submit” con qualche apprensione …. :((

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