Ozio latino òtium che sta per àutium da àv-eo ‘sto bene’ (v. Ave) per i latini era il tempo sottratto al negòtium (nec-òtium: occupazione, travaglio), ai negòtia della vita politica e degli affari da poter dedicare alle ‘cose proprie’, le cure della casa, il podere, qualcosa che si fa per sé, per il proprio benessere; nelle classi colte, che avevano gli schiavi per le incombenze della domus, elettivamente per gli studi e il dialogo sui massimi sistemi diremmo oggi noi celiando con gli amici negli studia humanitatis, che poi era la σχολή dei greci.

Studi che poi potranno anche diventare, quando saranno la sola ragione di vita nell’asfissia padronale di un borgo, “matti e disperatissimi”, ma che avevano qualcosa del divertissement intellettuale dalla noia e dagli affanni quotidiani, che ancora conservano anche quando nella divisione sociale del lavoro diventeranno lavoro intellettuale come ‘professione’, ‘vocazione’.

Si chieda il lettore quanto di tutto questo, sia la ‘leggerezza’ degli antichi, che la più grave ‘missione dei dotti’ dei moderni, sia possibile incontrare oggi nel reclusorio che di quella ‘leggerezza’ pensosa e di quella ‘gravità’ vocazionale (che pure hanno fondato scienza e filosofia, oggi slittate – quando non semplicemente deragliate ­– sui binari sempre più conformistici, di ‘scienze umanistiche’ e STEM) è sempre più diventata la vita accademica.

Volgarmente nei nostri ‘dipartimenti’, stressati da una valutazione in tempo reale (ex ante, in itinere, ex post) come controllo (sorvegliato e punito) di ‘processo’ e di ‘prodotto’ aggiogato agli interessi degli stakesholder sociali ed economici. Dove rischiamo di diventare asini in mezzo ai suoi che producono asini.

È il tema utilissimo, e persino sovversivo, di questo libro curato da Davide Borrelli, Domenico Napolitano, Luigi Maria Sicca, ancorché essi lo presentino come un esempio di contributo di ricerca “inutile”, quanto meno alle logiche imperanti della ricerca (in Italia) sotto Anvur; tardiva importazione di processi per altro altrove già sperimentati e in casi significativi in retromarcia.

Scorse le pagine libere e libertine del libro, il lettore rischia di farsi persuaso con il lessico di Montalbano che l’acronimo Anvur, Agenzia Nazionale Valutazione Università Ricerca, rischia di doversi rileggere come Agenzia Nazionale Valutazione Urgenza Ricoveri degli addetti a università e ricerca.

Detta così, sembrerebbe che gli autori si muovano sulla lunghezza d’onda del fortunato libretto di Nuccio Ordine, L’utilità dell’inutile. Che è certamente vero. Ma la questione è più sottile, perché chi leggerà questo libro troverà una domanda di ricerca utile proprio nel senso del mainstream dominante: che ne è di una azienda, si chiami pure Università&Ricerca, in pieno collasso motivazionale dei suoi addetti?

Una domanda-sospetto che anche il successo clamoroso del volumetto di Ordine avrebbe dovuto far sorgere negli stakesholder del sapere ‘utile’. Ma qui il sospetto è prova documentale ‘ricercata’. Insomma, il management di questo ambaradam il problema se lo dovrebbe porre prima di dover portare i libri in tribunale per fallimento della mission aziendale.

Di recente, un gruppo di docenti di diverse aree scientifiche dell’Università di Padova, a valle di un percorso di discussione tra loro in questi mesi di lockdown, ha pubblicato un Manifesto (“Università del futuro, università libera”: https://www.universitadelfuturo.it) che vale la pena leggere, perché è solo l’ultimo degli inascoltati allarmi da cui nasce l’ethos intellettuale, la militanza, di questo libro.

Un documento che è un’efficace sintesi del disagio intellettuale di molta università e ricerca italiane per un dibattito pubblico spesso viziato che coinvolge il loro lavoro, e soprattutto per le policies che da anni ne discendono in modo acritico.

È un manifesto per un’università che non si rassegni a diventare un hub che raccoglie e distribuisce pacchetti di conoscenze, strategie di problem solving e didattica per competenze. Per un’università che sia un pluriverso di saperi liberamente orientato, che assolva al vero paradigma dell’avanzamento delle conoscenze.

Che non si riduce alla loro applicabilità per committenza ma è sempre stato generato dalla loro “criticità”, che, pur nell’essenziale risposta alla domanda sociale di saperi esperti, è ancor più essenziale salvaguardia della loro capacità di «creare uno scarto temporale rispetto alle urgenze del contingente in grado di immaginare, pensare, prefigurare, anticipare gli scenari futuri».

Per farla semplice, l’università del futuro non può ridursi – che è poi il tema di questo libro – ad azienda sotto forma di “agenzia” da cui «acquistare prestazioni e contenuti, regolata e definita dalle esigenze del mercato globale della conoscenza più che da quelle formative, culturali e scientifiche».

Di qui la necessità di una sua struttura di finanziamento “liberale”, non immediatamente profittevole, per promuovere la libertà e il pluralismo della ricerca. E l’ancor più necessaria, di questi tempi, consapevolezza che sono le tecnologie a doversi porre a servizio della didattica e non viceversa, perché «l’insegnamento non può e non deve essere mera trasmissione di un sapere riproducibile come un bene di mercato e tracciabile come un prodotto economico “lungo la filiera della conoscenza”, replicabile all’infinito, sempre più standardizzato».

Idee semplici, ma fondamentali, che richiamano la nostra attenzione sulla vera criticità “ecologica” della ricerca e della trasmissione del sapere oggi: un ambiente sempre più soffocato e intossicato dal principio “aziendale” (limitativo anche per la generatività della stessa impresa sociale dell’homo oeconomicus, come ben sa la migliore economia) della “prestazione”, a danno del principio di “formazione” – quella che una volta si sarebbe detta la Bildung.

Che certamente nata come fatto di èlite, storicamente, per vari rivoli, ha fecondato e fornito un’ideale anche alla scolarizzazione e alla formazione di massa, come sa chi ha letto almeno il libro Cuore di quel socialista di De Amicis. Un’idea di formazione che è l’anima che non rende esercizio meccanico le pur necessarie competenze da acquisire nei processi di apprendimento.

La dico pianamente: noi dobbiamo insegnare ai nostri ragazzi, anche ai livelli più avanzati della formazione e della ricerca, certamente “qualcosa”, che sia utile a loro e agli altri, ma dobbiamo insegnar loro ad essere ancor più “qualcuno”, persona non ridotta a quel che sa fare, ma attenta a quel che è e che deve essere.

Il sapere – l’aura di sacerdozio con cui nasce – è sempre stato trasmissione, custodia, ampliamento del depositum humanitatis in cui siamo radicati. Togliere al sapere questa funzione, ridurlo a trasmissione di competenze che può svolgere (e già lo fa) una macchina ben impostata, ridurre l’intelligenza alla robotica della prestazione o alle prestazioni della robotica, è un rischio esiziale. Anche di una transizione ecologica che si riduca alla gestione del rischio ambientale del nostro agire.

La transizione ecologica di cui abbiamo bisogno è ben più integrale: portare nel futuro il Noi ambientato che siamo. E il nostro ambiente è natura “e” storia, un chiasmo sempre più a rischio, che tuttavia dobbiamo continuare a saper intrecciare, in quella che preti e filosofi (anziani) provano a pensare da tempo come un’ecologia dello spirito.

Se abbiamo bisogno di questo, abbiamo bisogno di un’università che non sia un’università di prestazione, solo al servizio del presente, tradotto in volgare: al servizio del modello socioeconomico dato, che ha solo bisogno di competenze finalizzate alla sua autoriproduzione. Ma che, come università di formazione, sappia liberamente coltivare, immaginare il futuro, che non è semplicemente un “brevetto”.

Perché senza utopia, senza la capacità di immaginare i luoghi che ancora non ci sono, non sapremo più vedere le distoglie immanenti al presente, che è appunto quello che i gestori del presente non vogliono che si sappia. La metto sul provocatorio: l’università non può avere stakeholder. Sarebbe piacevole parlarne, presentando questo libro nei suoi saloni, in Confindustria, saltando i luoghi dei ‘servi sciocchi’, tra cui ci sono non pochi prestatori d’opera intellettuale.

Così magari ci si comincia a capire.

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