Seconda Parte: segue da qui.

 

1. Non è vero, ma ci credo

Uno degli argomenti più utilizzati dai sostenitori nostrani della riduzione del percorso scolastico è quello in base al quale in Europa una minor durata degli studi secondari determinerebbe ovunque (i più prudenti: quasi ovunque) l’ottenimento del diploma a 18 annidi età (ex plurimis: [Bi] [Ti]; in [Ug] l’entusiasmo per la rivoluzione ordinamentale gioca brutti scherzi: nella spiritosa narrazione dell’ex sottosegretario all’Istruzione dell’esecutivo Monti, infatti,è addirittura il “resto del mondo” a diplomarsi a 18 anni…).

In linea con tale filone di pensiero (si fa per dire), l’iniziale stesura dell’art. 1 c. 2 recitava infatti: “il piano intende verificare la fattibilità della riduzione di un anno dei percorsi di istruzione di secondo grado quinquennali per adeguarli a standard internazionali”. Il riferimento finale, che con tutta evidenza non temeva imbarazzo o vergogna, a imprecisati (e invero imprecisabili) “standard internazionali” è poi stato prudentemente eliminato su segnalazione del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione (2017): questo ha fatto presente agli esperti ministeriali (ce n’era evidentemente bisogno!) l’inesistenza di tali “standard”.

L’argomentazione del “così fan tutte” di mozartiana memoria (complementare al sempreverde “ce lo chiede l’Europa”: anche se a onor del vero questa volta sembra che l’Europa, per fortuna, non abbia chiesto nulla) si fonda, naturalmente, su due sottointesi indimostrati e, dunque, assunti dogmaticamente:

 

  1. se lo fanno altrove, e specialmente se lo fanno i nostri partner europei, allora è sicuramente buono e va imitato (attenzione: il personale scolastico non si faccia illusioni, tale punto è inapplicabile alle retribuzioni, che alla regola fanno rigorosa eccezione );
  2. l’uscita dalla secondaria a 19 anni determina, in sé e per sé, uno svantaggio rispetto a chi termina gli studi a 18 anni (in che cosa consista esattamente tale assiomatico svantaggio, riferito a dato puramente anagrafico e del tutto scorrelato al grado di preparazione fornito dal percorso scolastico, viene sempre tenuto accuratamente celato. Un vero peccato, perché la curiosità di sapere sarebbe molta).

Si tratta di un amabile refrain, di un abusato luogo comune, di un inossidabile cliché, ripetuto spesso con tono conclusivo, che non ammette repliche, come per cosa ovvia, pacifica, indiscutibile: assunto fatto spesso proprio anche da parte di chi, di scuola, dovrebbe intendersene.

Il dubbioso, lo scettico, chi ancora crede nella distinzione tra fatti e opinioni e nel dovere di controllo oggettivo delle affermazioni (persona noiosa, sicuramente, e priva di fantasia), senza troppa fatica ha la possibilità di verificare la tesi consultando una recente lavoro ufficiale a cura della Commissione europea (il volume – si apprende con sentimento in certa misura consolatorio – è “pubblicato con il finanziamento del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca”)in cui si confrontano sinteticamente le strutture dei vari sistemi di istruzione europei.

Considerando l’età di uscita degli studenti dal percorso generale di istruzione secondario di II grado,si fa così una scoperta interessante, magari anche capace di sorprendere qualche “esperto”:

  • termine a 18 anni: Austria (l’obbligo inizia a 5 anni di età), Belgio tedesco, Francia, Malta, Paesi Bassi (l’obbligo inizia a 5 anni di età), Portogallo, UK (l’obbligo inizia a 5 anni di età tranne che in Irlanda del Nord, dove inizia addirittura a 4 anni), Spagna;
  • termine a 18-19 anni: Albania, Belgio fiammingo e francese, Cipro, Grecia, Liechtenstein, Serbia;
  • termine a 19 anni: Bosnia Erzegovina, Bulgaria, Croazia, Danimarca, Estonia, ex Repubblica jugoslava di Macedonia, Finlandia, Germania (Gymnasiale Oberstufe), Irlanda, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Montenegro, Norvegia, Polonia, Repubblica ceca, Romania, Slovacchia, Svezia, Svizzera, Ungheria;
  • termine a 19-20: Slovenia;
  • termine a 20 anni: Islanda.

Ebbene: i Paesi in cui il termine degli studi secondari è posto a 18 anni di età sono 7, cui si aggiunge il Belgio tedesco (in Austria, Paesi Bassi e UK l’istruzione obbligatoria comincia però a 5 anni, sì che per il raggiungimento del diploma sono comunque necessari 13 anni di studi); i Paesi in cui si termina a 18-19 anni sono 5, cui si aggiungono il Belgio fiammingo e quello francofono; i Paesi in cui il termine è previsto a 19 (e più) anni sono ben 23.

Anche limitandosi ai 26 Paesi dell’UE (si escluda il Belgio, che presenta una situazione ibrida), solo in 6 Paesi il percorso scolastico secondario termina a 18 anni; in 2 di questi l’obbligo comincia però a 5 anni di età.

Ma come? Dove va a finire il “così fan tutte”? E in che senso sarebbero svantaggiati i giovani tedeschi, norvegesi, svedesi, svizzeri, danesi, finlandesi ecc. a terminare gli studi secondari a 19 anni di età anziché a 18? Come è possibile che, nonostante la teoria dello svantaggio, in Germania, Norvegia, Svezia, Svizzera, Danimarca, Finlandia ecc. i tassi di disoccupazione giovanile siano una frazione del drammatico, vergognoso e inaccettabile tasso italiano? Anche al più sprovveduto potrebbe seriamente venire il sospetto che l’età alla quale si termina la scuola secondaria non c’entri proprio per nulla né con la qualità della vita né con le possibilità occupazionali di giovani e meno giovani.

E allora, dati alla mano: non sarebbe il momento di smetterla una buona volta con affermazioni campate per aria e sostanzialmente menzognere? Soprattutto se si tratta di affermazioni tanto facilmente confutabili, da far nascere il sospetto che si tratti di strumentalizzazioni pretestuose.

 

2. Alla ricerca della pedagogia perduta

Da parecchio tempo ormai la voce della pedagogia, a scuola, non si ode più. La scuola italiana deve indubbiamente molto alla ricerca pedagogica e didattica che alcuni decenni fa dette il via ad una lunga stagione di innovazione degli ordinamenti i cui risultati sono tuttora alla base dei principali successi della nostra scuola: così, di nuovo, il Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione (2017) (D’altronde, il parere del Consiglio non è vincolante).

Nonostante il riconoscimento di tale debito, le ultime riforme, i recenti riordini, le ardite innovazioni nel campo dell’istruzione (e non solo) appaiono piuttosto dettati da altre voci, la più influente delle quali sembra essere quella dell’istanza efficientista, della tecnocrazia delle “competenze”, della competizione, della competitività. Riforme scritte, diciamo, dalla famosa “mano invisibile” che tutto aggiusterebbe: quanto funzionali – quelle riforme – alla reale crescita, allo sviluppo globale del giovane essere umano in tutte le sue plurime dimensioni (affettiva, cognitiva, psicologica, relazionale, ecc.), non è possibile discutere in questa sede.

Il recente provvedimento di sperimentazione appare allora in linea con lo Zeitgeist, che ormai ha tacitato (definitivamente?) la ricerca pedagogica: per decreto diventa così possibile postulare, in tutta serietà (pare), che il curricolo pensato per un quinquennio, e dalla cosiddetta “Buona scuola” (L. 107/15) appesantito da ulteriori, ideologici ed abnormi impegni di cosiddetta “alternanza scuola-lavoro”, possa essere trasfuso, con formidabile alchimia nella quale nulla va perso, in un percorso quadriennale.

Scrive il solito Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione (2017): se la sperimentazione si fondasse su un curricolo tradizionale ma svolto in forma compressa sarebbe una deriva capace di rendere insignificante l’intero processo. Sarebbe semplicistico ridurre il tutto al raggiungimento di competenze e non stimare invece quanto le stesse siano collegate alla maturazione individuale dello studente.

L’attuale percorso di studi tecnico-liceale, incluso il momento finale dell’esame di Stato conclusivo, risulta, per docente e studente che lo affrontino (entrambi!) con serietà, alquanto impegnativo: un percorso, per numero di materie di studio e per profondità delle trattazioni disciplinari, poco confrontabile (s’intende, con le dovute eccezioni) con quello, ad esempio, delle high schools di quel mondo anglosassone cui guarda, ammiccante, un recente, miserrimo, culturalmente inesistente eppur telegenico modernismo di plastica.

A fronte di una riduzione tanto sostanziosa del tempo scuola, si possono così ipotizzare due scenari: nel primo, quello del curricolo tradizionale svolto in forma compressa o modello dell’oca all’ingrasso, la quantità sarà conservata ma lo sviluppo dei contenuti quinquennali avverrà a tappe forzate, a scapito del loro livello di approfondimento, dunque in una forma sempre più superficiale e sempre più impotente a sviluppare senso critico, capacità riflessive, autoriflessive, metacognitive. Molto difficile, peraltro, pensare che tale modello risulti compatibile con le esigenze della scuola inclusiva, quella che non deve “lasciare indietro” nessuno e alla quale si chiede, a ragione, di ridurre i drammatici tassi di dispersione scolastica, particolarmente elevati proprio nei primi due anni di scuola secondaria (come di sicuro ben noto agli esperti ministeriali).

 

Qualunque educatore degno di questo nome sa bene che l’apprendimento vero, ossia quello capace di trasformare in parte di sé l’oggetto dei propri studi, ha come ineludibile condizione proprio la disponibilità di quella risorsa tanto preziosa che è il tempo: tempo per misurare la difficoltà, per riflettere sulla soluzione, per scandagliare un manuale, per svolgere un esercizio, per elaborare ipotesi, per formulare domande, per esprimere dubbi. Vale a dire: per confrontarsi, in prima persona e per davvero, con la scalata della montagna, lungo un impervio sentiero dove il maestro, il professore tiene il posto di guida fidata. E, a chi giunga al termine dell’alta via, sarà premio la vertiginosa folgorazione finale: il riconoscimento che io sono la montagna e che la scalata non parla mai di altro ma parla – e ha sempre parlato – solo di me. Quale conquista, allora! Quale straordinaria crescita umana ed intellettuale! (Questa, a ben vedere, l’unica possibile buona scuola, antipodica a quella “scuola dei progetti” dimentica di ogni “progetto di scuola”. In questa scuola non ha cittadinanza il vuoto di senso drammaticamente in agguato in aule scolastiche, sale docenti e presidenze. Gas venefico capace di saturare ogni dimensione: relazionale, psicologica ed esistenziale).

Al contrario, in questo scenario la “scuola del quadriennio” si prospetta come il luogo dei tempi inevitabilmente ridotti, compressi e frenetici, che renderanno assai difficile guardare al discente come ad essere umano in formazione, con la sua formidabile e incomprimibile necessità anche di tempi personali di vita, che sono poi i tempi necessari dello svago, della relazione, dell’attività sportiva, anche – perché no? – del semplice riposo ozioso: insomma, i tempi della crescita.

No: quel discente sarà solo vaso da riempire, in fretta e con oggetti impoveriti di senso, valore e significato. E la fiaccola da accendere? Perduta per sempre, ce la si dimentichi alla svelta, la si butti quanto prima, già che ci siamo assieme ad un Plutarco scandalosamente disfunzionale ad ogni esigenza produttiva.

Chi frequenta realmente la scuola, e non ne ha una conoscenza di seconda o terza mano acquisita in un qualche ufficio amministrativo, sa bene che ogni discussione sul cosa, a prescindere dal come, è puro ed assoluto nonsenso. Sa bene quanto sia difficile, già oggi, svolgere per davvero il mestiere di mediatore tra saperi disciplinari e giovani abitatori del nostro tempo:non solo e non tanto perché questi ultimi si trovano esposti a molteplici fattori di distrazione (sarebbe osservazione banale), quanto piuttosto perché esposti dalla nascita alla voce nichilistica, sempre più accreditata come inconfutabile, che sancisce con l’inesorabilità di Ananke il tramonto della concezione plurimillenaria di un Sapere inteso come Valore eterno, dunque da perseguire in sé e per sé, anzitutto come strumento di libertà(e secondariamente, certo, anche come mezzo per conseguire un’autonomia economica).

Ma se a quella voce hanno finito per capitolare persino i palazzi ministeriali (un tempo abitati da intellettuali della statura di un De Sanctis, di un Croce, di un Gentile!), il cui mandato istituzionale dovrebbe essere la strenua difesa del Sapere, allora davvero quattro anni o cinque non farà differenza alcuna! Anzi, a ben vedere, nella prospettiva di un sapere che è riconosciuto come nulla, quella voce con piena ragione potrà proclamare: decisamente meglio quattro! Modernità ed estrema coerenza del recente riformismo nazionale.

La generale inapplicabilità all’adolescente medio del modello dell’oca all’ingrasso, in cui l’istruzione (pur depauperata) è impartita “a tappe forzate”, rende il secondo scenario assai più probabile. Qui infatti le cose sono decisamente più facili: nella scuola quadriennale si finirà, semplicemente, per eliminare molto alla svelta ogni contenuto, specie nei primi tre anni, che non risulti strettamente funzionale all’angusta ottica della preparazione al conclusivo esame di Stato. Insomma: perché la zattera non affondi, a mare ogni zavorra!

Si può fare? Certamente: basta però che non ci si nasconda dietro narrazioni fantastiche, basta che con onestà intellettuale si riconosca come irragionevole ed irrealistica la pretesa di “assicurare agli studenti il raggiungimento degli obiettivi specifici di apprendimento e delle competenze previsti per il quinto anno di corso, entro il termine del quarto anno”.Si sottopongano, invece, le Indicazioni Nazionali a un robusto sfrondamento e con coerenza si adatti al percorso amputato anche l’esame di Stato finale. Insomma, si dica, con onesta semplicità, che si sta progettando una scuola più povera: di tempo, di contenuti, di possibilità di crescita, di occasioni di apprendimento. E questo anche e soprattutto per il mutamento (questo sì epocale!) dello sfondo strategico: alla scuola non si assegna più l’obiettivo (ideale certo, ma pur sempre elemento regolatore dell’azione didattica) di formare persone e cittadini rispettosi dei valori costituzionali, quanto piuttosto di rendere disponibile utile forza-lavoro, e neppure particolarmente qualificata (che poi il lavoro in Italia si trovi davvero, è altra questione).E chissà che l’operazione non consenta allo Stato anche di risparmiare qualcosa…

Le presenti criticità, a quanto pare, sembrano essere sfuggite ai “funzionari dell’amministrazione esperti per i diversi percorsi di istruzione secondaria di II grado”. Per coglierle, agli studenti sembra invece sia bastata una frazione di secondo: si legge infatti in un comunicato della Rete degli Studenti dell’ 11 agosto 2017 :

In ultimo è necessario che, affinché la situazione non degeneri ulteriormente per gli studenti dei “licei brevi”, vengano posti dei limiti chiari alla possibilità di svolgere l’alternanza durante i vari periodi di vacanza e che vengano fornite in merito dettagli chiari sulla rimodulazione delle indicazioni didattiche nazionali, al fine di garantire quell’equilibrio di studio-vita personale-alternanza che fin dall’inizio è il grande assente della Legge 107. Infatti non verrà intaccata la mole delle indicazioni didattiche o il numero di ore di Alternanza Scuola Lavoro, mettendo a rischio l’organicità, la completezza e la serenità di quei percorsi scolastici: gli studenti saranno costretti, al fine di adempiere l’obbligo, a svolgere le attività di alternanza solo d’estate, durante il periodo di vacanza in cui le scuole sono chiuse, e i rischi di incorrere in percorsi poco formativi aumenta insieme all’incapacità reale di armonizzare i percorsi di alternanza nella didattica quotidiana, facendo guadagnare agli studenti solamente eccessivo stress e privandoli di un meritato periodo di riposo; i programmi verranno probabilmente tagliati e affrontati con ansia e frenesia, sacrificando tutta quella dimensione di didattica alternativa e insegnamento vicino allo studente che solo un modello di istruzione ben organizzato può permettere di iniziare a concepire.

Parole semplici, ma chiare ed acute, di chi, in fondo, è primo e ultimo destinatario di ogni sperimentazione immaginabile, ma la cui voce assai di rado è presa in considerazione dai “decisori”. E, come spesso accade, a dire che il re è nudo sono coloro che, privi di ogni potere, non sono però ancora abbastanza cresciuti per giocare a nascondino con le idee e con la verità. In questo caso, il nascondino è gioco da adulti.

 


[Bi] “La vera questione che sta dietro la sperimentazione quadriennale è il bisogno di uniformarsi all’Europa dove il diploma richiede nella maggior parte dei casi 4 anni.”

(S. Bianchini, Diploma in 4 anni, la rivoluzione necessaria (ma l’Italia non è all’altezza), Ilsussidiario.net, 13 agosto 2017)

http://www.ilsussidiario.net/News/Educazione/2017/8/13/SCUOLA-Diploma-in-4-anni-la-rivoluzione-necessaria-ma-l-Italia-non-e-all-altezza-/777950/

[Ti] “La sperimentazione di un quadriennio secondario è indubbiamente una iniziativa coraggiosa e necessaria, anche perché in quasi tutti i Paesi dell’UE l’istruzione secondaria si conclude ai 18 anni di età”

(M. Tiriticco, Les jeux sont faits, Educazione e scuola, 12 agosto 2017,

http://www.edscuola.eu/wordpress/?p=94039)

[Ug] “È la prima volta che in Italia si ha il coraggio di avviare un progetto organico [sic] su di un tema molto scottante, soprattutto (ma non solo) per i sindacati, dopo vent’anni di discussione sull’opportunità che anche gli studenti italiani finiscano le superiori a 18 anni, come avviene nel resto del mondo, anziché a 19 come avviene ora.” (E. Ugolini, Studi superiori di 4 anni: esperimento necessario, Avvenire.it, 8 agosto 2017)

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/studi-superiori-di-4-anni-esperimento-necessario

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