Tra le 6 riforme dell’istruzione promesse dal governo Draghi nel programma “FUTURA: la scuola per l’Italia di domani” spicca quella dell’orientamento. A breve distanza dalle manifestazioni studentesche e dai tragici eventi che hanno riguardato l’alternanza scuola lavoro, al ministero procedono a testa bassa,  rimescolando semplicemente le carte. Annunciano cambiamenti che dovranno interessare gli studenti fin dalla scuola primaria: nuove Linee Guida, un “nuovo orientamento”, una nuova “Alternanza Formativa per l’orientamento”, nuovi acronimi (AFO?). Lo scopo, tuttavia, è sempre lo stesso: “mettere in sinergia il sistema di istruzione, quello universitario e il mondo del lavoro” e “favorire una scelta consapevole”. A fare da sfondo, un documento programmatico della Conferenza delle Regioni consegnato al Ministro Bianchi qualche mese fa: la “Carta di Genova: la scuola delle Regioni”. Il titolo stabilisce già ruoli e controllo. Le Regioni metteranno a disposizione del territorio “analisi predittive” sui “fabbisogni delle imprese” per “orientare i giovani alla scelta del percorso formativo più idoneo”. La scuola dovrà imparare ad “orientare” bene gli studenti:  insegnare come “riconoscere le proprie aspirazioni e saper definire un percorso di istruzione, formazione o lavorativo” fin da bambini, acquisendo “familiarità con il mondo del lavoro, conoscendone i settori produttivi, le figure professionali e le dinamiche”. In altre parole: indirizzare e controllare le aspirazioni degli studenti allo scopo di renderle conformi alle necessità dei sistemi di mercato territoriali. Si tratta di un passo avanti di notevole spregiudicatezza: siamo al superamento del paradigma della meritocrazia e del talento, che in qualche modo lasciavano all’attore razionale un margine di scelta, almeno sul piano immaginativo, tipico dell’infanzia e adolescenza. Nell’era del PNRR, sognare di fare l’astronauta o l’archeologa diventeranno fantasie da stroncare sul nascere. I giovani, fin da bambini, dovranno interiorizzare la sola finalità legittima dell’andare a scuola: trovare rapidamente spazio nel mercato del lavoro così com’è. O selezionare il percorso universitario che più efficacemente consentirà in futuro di farlo.


 

Sulla pagina web del sito del governo “FUTURA: la scuola per l’Italia di domani”, creato per promuovere le linee di investimento del PNRR nel campo dell’ istruzione,  il Ministero presenta un nuovo programma di riforme e azioni “attivate grazie alle risorse nazionali ed europee per una scuola innovativa, sostenibile, sicura e inclusiva”.

L’obiettivo del programma FUTURA è realizzare “un nuovo sistema educativo”, che svolga finalmente il “ruolo strategico per la crescita del Paese” e “formi cittadine e cittadini consapevoli”.

Ci siamo già soffermati su cosa intendano il governo Draghi e il suo Ministro dell’Istruzione per “nuovo sistema educativo” (vedi qui o qui).

Interroghiamoci invece adesso su cosa significhi “formare cittadini consapevoli”.

Consapevoli di cosa?

Tra le 6 riforme attese, troviamo “la riforma dell’orientamento”, con “timing previsto” 2022, che:

“introdurrà moduli di orientamento nelle scuole secondarie di I e II grado (non meno di 30 ore per le studentesse e gli studenti del IV e V anno) (..perchè..)

 Mettere in sinergia il sistema di istruzione, quello universitario e il mondo del lavoro favorisce una scelta consapevole di prosecuzione del percorso di studi o di ulteriore formazione professionalizzante e contrasta dispersione scolastica e crescita dei neet. Nella riforma è previsto anche l’ampliamento della sperimentazione dei licei e tecnici quadriennali.”

Del nuovo orientamento il ministro Bianchi ha parlato in diverse occasioni mostrando grande soddisfazione. Anche la sottosegretaria Floridia, M5S, è recentemente intervenuta dichiarando che bisognerà fare orientamento fin dalle elementari.

Il sole 24 ore ci informa che sono in arrivo delle nuove Linee guida ministeriali dettagliate che prevedranno azioni organiche:

30 ore da dedicare all’orientamento dalla prima media in su. Una prima fetta delle 30 ore sarà dedicata alla “didattica orientante [1], una seconda sarà contenuta nei percorsi PCTO previsti all’ultimo triennio delle superiori e una terza fetta si legherà ai 50 mila corsi che le università dovranno predisporre.”

Alle linee guida seguiranno i bandi, spiega Floridia, ai quali, nella logica del PNRR, è subordinata l’assegnazione delle risorse.

1. Un nuovo sfondo: la carta di Genova

Per provare a comprendere meglio in cosa consisterà il nuovo” orientamento” nell’era del PNRR, vale la pena leggere un documento cui l’informazione generalista ha dedicato poca o nessuna attenzione.

Parliamo della Carta di Genova sull’orientamento: un documento programmatico del novembre scorso, ” approvata dalle commissioni della Conferenza delle Regioni e delle province autonome Istruzione, Università e Ricerca (X commissione) e Formazione e Lavoro (XI commissione) riunite in sede congiunta al salone Orientamenti di Genova”, di cui troviamo copia qui.

La Carta è stata consegnata ufficialmente al Ministro dell’Istruzione, che ha assicurato di “armonizzare la proposta delle regioni con le riforme in discussione”.

Dal titolo: “Carta di Genova – La Scuola delle Regioni” si chiariscono immediatamente i ruoli e la logica. Il soggetto portante, colui che detta le regole, è costituito dalle Regioni, che definiscono le azioni di “programmazione e attuazione” dell’orientamento “nei confronti di percorsi di istruzione e formazione e al lavoro”. Destinataria è l’intera forza-lavoro territoriale disponibile: dalle scuole primarie in su: gli studenti, fino ai lavoratori “occupati, disoccupati o a rischio espulsione dal mercato del lavoro”.

Infatti, leggiamo che:

Le Regioni ritengono essenziale strutturare un sistema efficace di orientamento alla scelta del percorso formativo nei confronti dei giovani in uscita dal primo ciclo e frequentanti le ultime annualità dei percorsi di secondo ciclo. [..]

 Per i lavoratori, siano essi occupati, disoccupati, o a rischio di espulsione dal mercato del lavoro, si prevedono attività di orientamento al fine di indirizzarli al percorso formativo più adatto, secondo le diverse esigenze di aggiornamento o riconversione professionale”

Orientare, significa, secondo la Carta:

riconoscere le proprie aspirazioni e saper definire un percorso di istruzione, formazione o lavorativo”.

Capacità, queste, dichiarate

imprescindibili da affiancare all’ordinaria attività didattica”.

Detto altrimenti, l’orientamento scolastico è da intendersi come selezione e controllo, fin dall’infanzia, delle spinte aspirazionali degli studentiallo scopo di renderle conformi alle necessità dei sistemi di mercato territoriali.

Le motivazioni di ordine pseudo-pedagogico sono frettolosamente accennate, oltre che anch’esse ben note a chi conosce la letteratura ministeriale, specie quella ancor più schietta prodotta dagli uffici territoriali regionali (USR). La “consapevolezza del proprio percorso” permetterebbe – come sempre si suole affermare – di “limitare abbandoni precoci”, favorire “il successo formativo” e “contrastare il fenomeno dei NEET”.

Ma di quale percorso, gli studenti fin da bambini devono diventare consapevoli?

La consapevolezza di cui il documento parla, evidentemente, è la consapevolezza precoce dell’adattamento di se stessi allo stato presente delle cose. Concretamente, allo stato del mercato del lavoro locale. Acquisire “consapevolezza del proprio percorso” significa imparare fin da piccoli a costruire la propria immaginazione e sostenere la propria motivazione affinché rispondano a quanto il territorio ha da offrire.

Se non orientati, o addirittura mal orientati, da una scuola che fa il suo mestiere – ossia schiudere prospettive di vita e incidere sui destini di ognuno -i giovani potrebbero dirigersi verso branche del mercato ormai sature o poco funzionali alle scelte di politica locale.

Si tratta qui di un passo avanti di notevole spregiudicatezza simbolica: siamo al superamento del paradigma della meritocrazia e del talento, che in qualche modo lasciavano all’attore razionale un qualche margine di scelta, almeno sul piano immaginativo, tipico dell’infanzia e adolescenza.

Sognare di fare l’astronauta, il ballerino, il biologo nel Mar delle Antille,  lo scopritore di tesori fossili sono fantasie “a tempo” , che gli studenti non si possono più permettere, dopo la scuola dell’infanzia.

Il nuovo orientamento partirà fin dalla scuola primaria. Bisognerà che fin da piccoli i bambini imparino a concepire se stessi come una risorsa umana, interiorizzando la sola finalità legittima dell’andare a scuola: trovare rapidamente spazio nel mercato del lavoro, o selezionare il percorso universitario che più efficacemente consentirà in futuro di farlo.

Cambiano di conseguenza i ruoli dell’insegnante e dello studente, e la loro reciproca relazione, che non sarà più impostata come un rapporto libero, fondato su un implicito patto di natura  culturale e formativa.

Se l’orizzonte dello studente non è più un orizzonte aperto su un campo di possibilità future, la formazione non è più scoperta di sé e del proprio rapporto con gli altri e con il mondo, ma diventa riconoscimento precoce e piazzamento efficace di sé e delle proprie competenze in un contesto la cui ricchezza di opportunità dipenderà in maniera preponderante con dal capitale sociale ed economico in possesso dello studente.

Leggiamo che:

è importante che i giovani acquisiscano familiarità con il mondo del lavoro, conoscendone i settori produttivi, le figure professionali e le dinamiche in relazione ai trend e le evoluzioni dei mercati del lavoro territoriali”.

Per questo:

Le Regioni metteranno a disposizione della collettività e dei principali stakeholder studi e analisi, anche in chiave predittiva, sui fabbisogni professionali delle imprese per orientare i giovani alla scelta del percorso formativo più idoneo, tenendo conto delle aspirazioni e degli interessi di ognuno nonché sul rapporto costi/benefici e misurazione degli effetti. Le Regioni utilizzeranno il proprio patrimonio informativo

Il nuovo orientamento, ovvero il compito di formare soggettività calcolanti in termini di costi – benefici, capaci di riconfigurare le proprie aspirazioni e i propri interessi in funzione dei “fabbisogni” reali:

“deve essere considerato come parte integrante della formazione dei giovani, per questo sarà necessario superare la rigidità del quadro orario nel rapporto scuola-lavoro individuando spazi innovativi e flessibilità dell’approccio”.

L’approccio metodologico, ovvero le “attività formative” proposte in chiave orientativa sono in realtà sempre le stesse, ovvero i capisaldi della retorica riformista: percorsi modulari, individualizzati – che superino l’unitarietà del gruppo classe, come il Ministro Bianchi ha in più occasioni auspicato – attività multidisciplinari, laboratoriali, connesse anche al nuovo sistema di Fondazioni ITS e all’offerta terziaria degli Atenei.

Ci sarà (ancora!) una nuova Alternanza formativa per l’orientamento.

L’ennesima ridenominazione del medesimo concetto: da alternanza scuola-lavoro (ASL) a percorsi per le competenze trasversali e orientamento (PCTO) a questa nuova parola-ombrello, di cui non osiamo immaginare l’acronimo (AFO?).

 

 


L’immagine di copertina è tratta da qui.

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