Il Piano Scuola per l’estate del Ministro Bianchi rischia di essere un fallimento annunciato. Dei 510 milioni previsti, la fetta più grossa, 320 milioni, dipende dalla partecipazione delle scuole ai bandi europei PON, i quali non sono certo una novità, trattandosi di risorse stanziate per il periodo 2014-2020.  Ai progetti che verranno approvati dovranno corrispondere precisi moduli classe, che coinvolgeranno dai 9 ai 20  alunni . Ogni scuola avrà in media diritto al massimo a tre moduli, ciascuno per complessive trenta ore. Quindi: per un istituto comprensivo di 1200 alunni gli studenti coinvolti potranno essere non più di 60-70 alunni. Forse le scuole secondarie di secondo grado avrebbero preferito dirottare questi soldi al rinforzo degli edifici scolastici, o all’acquisto di tecnologie adeguate per la ripresa dell’anno scolastico a settembre in sicurezza.  Dove invece l’adesione potrebbe essere alta, nel primo ciclo, ci sarà l’oggettiva impossibilità di offrire risposte generalizzate, visto che i progetti potranno essere rivolti ad una platea limitatissima. 

“Vengono da me genitori per sapere quando inizieranno i corsi di luglio e agosto. Pensano che la nostra scuola sia destinata a trasformarsi in un enorme campo estivo, ma non sarà così e forse il ministro dovrebbe chiarire. Più tardi lo fa e peggio è”. L’angoscia, dopo un anno da tetragoni per tenere in piedi una rispettabile idea di scuola, di una preside su al Nord, ideale rappresentante della preoccupazione di molti altri dirigenti scolastici davanti alla fanfara di governo sul “Piano scuola estate 2021″, 510 milioni di euro.

In teoria, tanti soldi, conditi da obiettivi magniloquenti, “la restituzione agli studenti di quello che più è mancato in questo periodo”, recuperare “lo scarto tra ciò che poteva essere e ciò che è stato”, in considerazione del fatto che “questo è un tempo non facile per gli essere umani e la socialità”.

I soldi sono così ripartiti: 150 milioni dal decreto Sostegni, 320 milioni dai fondi Pon, 40 milioni ex legge 440/1997 recepita dal dm 2 marzo 2021.

Allora, andiamo per ordine: i 150 milioni sono distribuiti a pioggia, ad ogni scuola; i 320 milioni, la vera torta del piano, potranno essere ottenuti dalle scuole, privilegiando quelle delle regioni “in ritardo di sviluppo” (Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia), a cui andrà il 70% del totale (il 10% a quelle “in transizione”: Abruzzo, Molise e Sardegna e il rimanente 20% a tutte le altre, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Toscana, Marche, Piemonte, Umbria e Veneto), previa presentazione di progetti entro il 21 maggio. Infine, ci sono 40 milioni, anche questi a pioggia, per iniziative progettuali volte a “prevenire la dispersione scolastica e a ridurre la frattura fra le zone più avanzate del Paese e le zone più fragili, le periferie, le aree montane”. Si fa anche riferimento alla possibilità di utilizzare i 10 milioni stanziati lo scorso anno per i patti di comunità, accordi tra gli enti locali, le istituzioni pubbliche e private variamente operanti sul territorio, le realtà del terzo settore e le scuole.

I 150 milioni vanno a tutte le scuole statali, quasi 41mila, e serviranno per potenziare “l’offerta formativa extracurricolare, il miglioramento delle competenze di base, il consolidamento delle discipline, la promozione di attività per il recupero della socialità, delle proattività, della vita di gruppo degli studenti…”. Insomma, tanti giri di parole per corsi di recupero più o meno simili a quelli sempre visti, da tenere in giugno (e a settembre) e che dovranno tenere conto anche degli esami di primo ciclo e di quelli di maturità per verificare la disponibilità dei professori, tenuto conto che tutte le attività previste dal piano per l’estate sono su base volontaria, di prof, ma anche delle famiglie. E, naturalmente, sarà assolutamente impossibile coinvolgere troppi studenti.

L’abbaglio principale sta nei 320 milioni di fondi Pon, soldi europei. Si tratta di risorse già stanziate in un piano settennale partito nel 2014. In questa distribuzione rientrano anche le scuole paritarie, oltre 12.500 istituti (che si sommano alle circa 41mila scuole pubbliche). Poniamo che tutti presentino progetti entro il 21 maggio. Dovrà essere vagliata la fattibilità dal ministero e dall’Indire. Poniamo che il placet arrivi entro una settimana. Successivamente le scuole dovranno fare bandi interni per verificare la disponibilità di docenti e personale Ata. Se non dovessero reperirle internamente devono fare un altro bando per reperirle esternamente. Si badi bene che anche queste risorse “sono finalizzate a promuovere il potenziamento delle competenze, comprese quelle digitali, nonché la socializzazione e lo stare insieme” e sarà prestata particolare attenzione “ai progetti di inclusione per studenti con fragilità”.

Ai progetti dovranno corrispondere moduli classe, intorno ai venti alunni per progetto. Ogni scuola ha in media diritto a tre moduli, ciascuno per complessive trenta ore. Quindi: per un istituto comprensivo di 1200 alunni i coinvolti potranno essere non più di 60-70 alunni.

Quando il ministero dell’Istruzione nella circolare dice che “i mesi di giugno e settembre, in particolare, potranno consentire di consolidare in modo compensativo apprendimenti formali”,  e che “questo suggerisce, in un tempo permeato di emozioni e sentimenti contrastanti, di favorire ancor più la comprensione della connessione fra l’oggetto dello studio e la realtà” (nemmeno Benedetto Vertecchi e Tullio De Mauro si sarebbero spinti a tanto), a chi si riferisce?

Il ministero immagina tre fasi. La prima per il rinforzo e il potenziamento delle competenze disciplinari e relazionali, da tenersi in giugno; la seconda, per il rinforzo e potenziamento delle competenze disciplinari e della socialità, periodo luglio-agosto, in cui si chiamano in causa gli esigui 10 milioni dei “Patti educativi di comunità”; la terza fase, detta di rinforzo e potenziamento delle competenze disciplinari e relazionali con intro al nuovo anno scolastico, immaginata per settembre.

Al di là delle difficoltà, in alcuni casi di elaborare i progetti per i fondi Pon, facilmente superabili, soprattutto le scuole superiori avrebbero preferito dirottare questi soldi a rinforzare gli edifici scolastici, dotandoli di tecnologie adeguate a fronteggiare la ripresa dell’anno scolastico a settembre in sicurezza. Considerata la volontarietà dell’adesione i presidi prevedono una scarsa risposta, soprattutto alle superiori, di ragazzi e genitori. Dove, invece, l’adesione potrebbe essere alta, elementari e medie, ci sarà l’oggettiva impossibilità di dare risposte ulteriori, visto che i progetti con fondi Pon potranno essere rivolti ad una platea limitatissima. Tra l’altro, la procedura legata ai fondi europei prevede verifiche e rendicontazioni al millimetro, lavoro quasi tutto sulle spalle dell’ufficio del dsga. Infine, prima che i soldi arrivino davvero, le scuole dovranno fare loro delle anticipazioni prendendo fondi dal bilancio, sia per i Pon sia per i soldi del decreto Sostegni.

Insomma, invece di scomodare John Lennon nella circolare, “la vita è ciò che ci accade mentre facciamo altro”, il ministero avrebbe potuto meglio spiegare e mirare su quel che dovrebbe accadere davvero mentre facciamo quel che ci prefiggiamo di fare.

L’articolo è ripreso dall’Huffington Post.

Qui il link del manuale operativo pubblicato dal MIUR il 29 aprile, con cui le scuole potranno accedere ai fondi europei.

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