Da quando viviamo in emergenza sanitaria, non è passato giorno senza che qualche dotto, con contorno di politici di varia estrazione, non abbia concluso il proprio consulto con l’invito a cogliere le opportunità dietro l’angolo della pandemia. La grande opportunità si chiama digitalizzazione. Una rapida modernizzazione del modo in cui operiamo attraverso una formidabile espansione dell’ e-commerce, dell’ e-payment, dell’e-governance e dell’ e-earning. La narrazione intorno alle nuove possibilità aperte dall’e-learning si focalizza essenzialmente su tre punti: è un apprendimento più efficace, perché interattivo, rapido ed attrattivo; è inclusivo, raggiunge e coinvolge tutti, ponendo le condizioni per il successo formativo di ciascuno; è più adatto a formare a quelle skills trasversali che permetteranno alle nuove generazioni di affrontare le sfide del XXI secolo. Indubbiamente, il digitale esce come grande vincitore, per dirla con la direttrice del FMI, dalla pandemia da Covid 19, mentre il mondo della scuola fatica a trovare una risposta autonoma che attinga alle risorse culturali e pedagogiche che gli sono proprie. Grandi vincitori implicano grandi perdenti: il modello trasmissivo-rielaborativo basato sulla conoscenza di uno stratificato patrimonio culturale, già messo duramente alla prova nel corso degli ultimi decenni sotto l’azione combinata di fattori diversi tutti convergenti a subordinare l’istruzione alle esigenze del mercato, è sicuramente il candidato ideale a questo sgradito ruolo.

Che le crisi racchiudano in sé delle inedite opportunità ed aprano, per chi non soccombe allo smarrimento e alla paura, nuove prospettive è ormai  un topos così consolidato da essere accettato come verità indiscutibile, senza che ci si dia la pena di vedere quali sono le decantate opportunità e prospettive. Anche perché, a furia di essere masticato e rimasticato, il motivo ha finito per trasformarsi in mero artificio retorico, buono ad edulcorare con una spruzzata di ottimistica saggezza il boccone amaro da fare ingerire alle vittime della suddetta crisi.

Da quando viviamo in emergenza sanitaria, non è passato giorno senza che qualche dotto, medico e sapiente,[1] con contorno di politici di varia estrazione, accorso al capezzale di una società malata (anche prima del Covid e non di solo Covid) non abbia concluso il proprio consulto con l’invito a cogliere le opportunità dietro l’angolo della pandemia.

Il punto è che questa volta, al netto del protagonismo e del narcisismo dei messaggeri della buona novella, svolazzanti da uno schermo televisivo ad un social, da una pagina di giornale ad un convegno (naturalmente da remoto) l’ opportunità c’ è davvero, e straordinaria: sembra che si siano create le condizioni per la quarta Rivoluzione industriale che assicurerà benessere a tutti e rispetterà persino la natura, tanto negletta, quando non offesa, dalle precedenti .

La grande opportunità chiamata a trasformare stili di di vita, organizzazione del lavoro, modalità di studiare, di produrre e di consumare si chiama digitalizzazione.

Già esuberante prima del Covid, l’universo digitale si è smisuratamente irrobustito in questi ultimi tempi e sembra avere un appetito inesauribile . D’altronde, ha illustri padrini e madrine che ne divulgano le virtù di fronte a consessi non meno illustri.

E’ il caso, per citare un esempio fra i tanti, di Kristalina Georgieva, direttrice operativa  del Fondo Monetario internazionale (dopo essere stata Commissario europeo e vicepresidente della Commissione europea), la quale nel giugno di quest’anno,  in una prolusione davanti alla Camera di commercio degli Usa,  dopo avere constatato la gravità della crisi innescata dal Great lockdown,  addita un percorso di ripresa focalizzato su una grande trasformazione che renderà molto difficile il ritorno ai passati modi di lavorare, dopo avere sperimentato la possibilità di passare alla rete. Ai rischi che le società stanno vivendo (aumento del debito interno, della disoccupazione e della povertà), si affianca, infatti, l’opportunità della trasformazione digitale, a big winner from the crisis. Assisteremo ad una rapida modernizzazione del modo in cui operiamo attraverso una formidabile espansione  dell’ e-commerce, dell’ e-payment, dell’e-governance e dell’ e-earning.[2]

Da provinciali quali siamo, continuavamo a misurarci con le 3 I della ministra Moratti, nonché a deprecare i guasti da esse causate nell’alfabeto complessivo della scuola e non c’eravamo accorti che all’orizzonte svettavano ormai le quattro E!

E’ fonte di magra consolazione vantare la nostra primogenitura e in tempi non sospetti, quando il lockdown era patrimonio lessicale dei soli insegnanti di inglese. La consonanza dovrebbe, una volta per tutte, stroncare il piagnisteo di quanti continuano a lamentare che l’istruzione sia la Cenerentola dell’agenda politica, o a biasimare la mancanza di una visione coerente in materia di educazione.

Questa visione c’è , è ampiamente condivisa a livello globale da parte di influentissimi organismi nazionali ed internazionali e, grazie alla situazione creatasi in seguito alla pandemia, sta diventando operativa su scala planetaria.

In  Europa è stata preparata già sul finire del secolo scorso dal Libro bianco della Commissione europea[3] che solleva l’attenzione su due fattori trascurati nell’istruzione e nella formazione: il rapporto scuola- impresa e i nuovi orizzonti aperti dalla società dell’informazione, sottolineando la troppo lenta penetrazione del settore multimediale in ambito scolastico.

Ancora più esplicito il Consiglio europeo di Lisbona del 2000, con l’invito rivolto ai sistemi europei di istruzione e formazione ad adeguarsi «alle esigenze della società dei saperi e alla necessità di migliorare il livello e la qualità dell’occupazione», in vista di affrontare con successo la «svolta epocale risultante dalla globalizzazione e dalle sfide presentate dalla nuova economia basata sulla conoscenza».[4]

Ai governi nazionali il compito di rendere operative, con opportune riforme, tali linee- guida: ed ecco  i ministri di turno, al netto dell’orientamento politico, sfornare le 3 I, il Piano nazionale della Scuola digitale, gli animatori digitali e raccomandare l’educazione al pensiero computazionale.

Validamente supportati, naturalmente, dai soliti think tanks che hanno fatto  dell’education la loro mission, dal noto Treelle, di  matrice bancario-confindustriale, alla Fondazione Agnelli: Centri Studi che orientano il dibattito pubblico in materia scolastica e che si rivolgono direttamente ad un parterre scelto di attori economici (che spesso sono anche i finanziatori) e decisori politici per i quali confezionano ricette in campo formativo.

L’ultimo lavoro pubblicato da Treeelle (2019)  individua nelle tecnologie multimediali e digitali “nuove straordinarie possibilità di interessare e coinvolgere gli studenti che sono anche più facilitati ad apprendere” e, a supporto teorico di una nuova didattica su di esse imperniata, cita sia Roberto Maragliano – già segnalatosi per la sua promozione dei videogiochi a grande rivoluzione epistemologica del Novecento- per il quale l’uomo è un soggetto multimediale, sia l’ex ministro Francesco Profumo che vede nella tecnologia non un’aggiunta al sistema esistente, ma una vera evoluzione dello stesso, di carattere culturale, piuttosto che strumentale, tale da imporre un cambiamento delle strategie didattiche, delle attività e degli spazi.[5]

Gli fa eco lo chief Strategy di Cariplo Factory che saluta nella crisi “l’occasione perché un momento drammatico diventi un volano per la trasformazione”, nell’ambito della quale la scuola è chiamata a divenire “una vera e propria fucina di innovazione”, mettendo al centro, anche quando saremo ritornati alla normalità, le tecnologie digitali. Priorità che richiede la promozione di una cultura adeguata volta  a ridurre il digital divide, tanto più che la scuola digitale non può essere vista come “una semplice combinazione di hardware e software, ma ha un perimetro più ampio che include cultura, conoscenze ed esperienze.[6]

Il direttore della Fondazione Agnelli denuncia che la perdita degli apprendimenti (e dei redditi futuri delle giovani generazioni) durante il lockdown nasce da mancanze passate, di cui la più ovvia è l’inesperienza dei docenti italiani a fare lezioni in rete. Individua diverse modalità efficaci di didattica online (flipped classroom, gamification, lavoro di gruppo) capaci di mantenere alta l’attenzione dello studente (diversamente dalla lezione frontale) ed esorta ad una campagna di formazione obbligatoria ed accelerata dei docenti sulla Didattica a Distanza. La didattica on line, complementare e non sostitutiva di quella in presenza, permetterà di attivare percorsi di apprendimento individualizzati e di affrontare in modo diverso le discipline. L’intelligenza artificiale fornirà un valido aiuto agli insegnanti per cambiare radicalmente il loro modo di operare, passando da un modello troppo trasmissivo ed astratto ad uno più sperimentale. Andrea Gavosto insiste, poi, sull’urgenza della  trasformazione da affrontare e sulla necessità di partire dalle Elementari, alla luce di tutti  ritardi in questa direzione accumulati dalla scuola italiana, il cui prezzo  stanno già pagando, e continueranno a pagare caro in futuro, i nostri studenti.[7]

Se passiamo ad associazioni internazionali e a Fondazioni attive nel campo dell’ education all’estero, il quadro sostanzialmente non cambia: individuazione della didattica on line come straordinaria opportunità di innovazione della scuola messa in luce dal lockdown e conseguente preoccupazione per il divario digitale che rischia di escludere da tale opportunità tanti, troppi studenti.

Sul sito dell’ World Economic Forum, meglio noto come Forum di Davos, la consapevolezza che la pandemia da Covid 19 rappresenta un punto di non ritorno per i sistemi scolastici del mondo intero, confrontati alla questione della sicurezza sanitaria, viene affidata ad un temine che sta sempre più imponendosi per definire gli scenari generali del post-pandemia: reset.  Secondo un copione ormai consolidato, la crisi che ha messo in ginocchio un sistema educativo già molto vicino al collasso ha anche portato con sé una volontà di cambiamento suscettibile di materializzarsi in riforme educative, a condizione  che venga colta ogni opportunità di imparare dalla pandemia.[8] Tali riforme ruotano naturalmente intorno all’insegnamento/apprendimento digitale, capace di proporre agli studenti programmi innovativi più creativi e di sviluppare quelle skills di cui le nuove generazioni necessitano per affrontare con successo il loro futuro. Facendo riferimento a non meglio documentate ricerche, si avanza l’ipotesi che l’insegnamento on line possa addirittura essere più efficace di quello in presenza, in termini di memorizzazione e di maggiore velocità di apprendimento, a condizione naturalmente di disporre della tecnologia adeguata.

I dati  che dovrebbero certificare la maggiore efficacia dell’e learning rispetto alle modalità tradizionali, esibiti come evidenza scientifica, rinviano, tuttavia, ad un blog legato alle maggiori imprese del settore ….[9]

Né vale a dissipare dubbi e perplessità apprendere che i neo filantropi Priscilla Chan e  il consorte Mark Zuckerberg, attraverso la loro Fondazione, la Chan Zuckerberg Initiative – che si autodefinisce un nuovo genere di filantropia che fa leva sulla tecnologia per aiutare a risolvere alcune delle sfide più ardue del mondo, fra cui il miglioramento dell’istruzione – si  occupano attivamente di educazione, al punto da avere destinato negli ultimi mesi cospicui fondi per sostenere programmi di insegnamento da remoto accessibili, inclusivi  e finalizzati al benessere di studenti e docenti.[10]

Al netto di qualche sfumatura, la narrazione intorno alle nuove possibilità aperte dall’e e-learning si focalizza essenzialmente su tre punti, d’altronde legati: è un apprendimento più efficace, perché interattivo, rapido ed attrattivo; è inclusivo, raggiunge e coinvolge tutti, ponendo le condizioni per il successo formativo di ciascuno;  è più adatto a formare a quelle skills trasversali che permetteranno alle nuove generazioni di affrontare le sfide del XXI secolo.

Colpisce il contrasto fra le entusiastiche considerazioni e le rosee prospettive espresse dai centri di ricerca di svariate Fondazioni, generalmente legate al mondo imprenditoriale, ma con molte sponde anche  in ambito politico, mediatico ed accademico e la generale insofferenza, quando non discredito, manifestata da docenti, genitori e studenti nei confronti della didattica da remoto, o digitale integrata, alla quale va riconosciuto il merito di avere fatto emergere, per una sorta di contrappasso, il valore insostituibile della presenza e della relazione diretta docente-discente in un contesto generale ormai fortemente marcato dalla dimensione virtuale.

I più accorti sostenitori della didattica su piattaforme rovesciano però il giudizio negativo, addossando l’indiscutibile fallimento della didattica digitale così come la stiamo sperimentando da marzo ad oggi ad un suo travisamento da parte dei docenti, i quali tendono a trasferire semplicemente in rete le loro solite modalità di fare lezione. Infatti, come sottolineano anche le note ministeriali, la didattica digitale richiede, per esprimere al meglio le sue potenzialità, l’abbandono della lezione frontale e l’adozione di metodologie date per innovative, quali il debate, la didattica breve, la flipped class room, l’apprendimento cooperativo.[11]

Ora, il punto è che l’obiezione è indiscutibilmente fondata: una lezione frontale dialogata è difficilmente proponibile in rete dove tempi d’attenzione, ritmi e implicazione relazionale sono decisamente diversi. La didattica digitale è effettivamente il cavallo di Troia per procedere a quella trasformazione della scuola che, all’insegna della mitologia dell’innovazione e della modernizzazione declinate secondo il paradigma dell’adattamento alle esigenze dell’economia, mira ad un radicale ridimensionamento nei percorsi formativi della dimensione culturale a favore dell’ acquisizione di abilità e competenze di tipo tecnologico.

Questi mesi di lezione on line rappresentano una straordinaria opportunità per i colossi della rete, non solo in termini di aumentati profitti, ma per le nuove abitudini cognitive e la nuova configurazione mentale che esse contribuiscono a sviluppare e che presumibilmente avranno la meglio sulle riserve e le resistenze di docenti, studenti e genitori in caso si continui a sospendere le lezioni in presenza.

Indubbiamente, il digitale esce come grande vincitore, per dirla con la direttrice del FMI, dalla pandemia da Covid 19, mentre il mondo della scuola fatica a trovare una risposta autonoma che attinga alle risorse culturali e pedagogiche che gli sono proprie, ritagliandosi modalità d’intervento a distanza che non passino necessariamente attraverso la rete.

Non solo: ha perso l’opportunità di rimettere in discussione  meccanismi di valutazione sempre più ossessivi e quantitativi, la misurazione di apprendimenti attraverso interrogazioni e verifiche svolte in condizioni surreali e discutibili, invece di privilegiare un approccio disinteressato allo studio, un percorso dialogico a partire da un contenuto disciplinare al fine di mantenere una qualche continuità pedagogica in un momento di eccezionalità che rischia di confinare i ragazzi in una solitudine e in uno smarrimento devastanti.

Grandi vincitori implicano grandi perdenti: il modello trasmissivo-rielaborativo basato sulla conoscenza di uno stratificato patrimonio culturale, già messo duramente alla prova nel corso degli ultimi decenni sotto l’azione combinata di fattori diversi tutti convergenti a subordinare l’istruzione alle esigenze del mercato, è sicuramente il candidato ideale a questo sgradito ruolo.

L’immagine di copertina è tratta da qui.

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[1] Cfr. la nota canzone di Edoardo Bennato, Dotti, medici e sapienti

[2] https://www.imf.org/en/News/Articles/2020/06/09/sp060920-from-great-lockdown-to-great-transformation

[3] http://www.edscuola.it/archivio/norme/varie/librobianco.html

[4] www.europarl.europa.eu/summits/lis1_it.htm

[5] Sintesi analitica del quaderno 15  ( aprile 2019) Il coraggio di ripensare la scuola http://www.google.com/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=&cad=rja&uact=8&ved=2ahUKEwjb2fC9spbtAhVuDmMBHfOWA88QFjAAegQIAhAC&url=http%3A%2F%2Fwww.treellle.org%2Ffiles%2Flll%2Fsintesi15.pdf&usg=AOvVaw1zqM7r-RDN3_ASr2wXbtPc

[6] http://www.vita.it/it/article/2020/05/22/la-scuola-digitale-non-e-quella-che-abbiamo-visto-finora/155587/. Cariplo Factory è una società Benefit, patrocinata dalla Fondazione Cariplo, attiva in diversi percorsi di formazione esperienziale, accomapgnamento imprenditoriale, supporto all’internazionalizzazione e a progetti di open innovation.

[7] http://www.neosmagazine.it/new/2020/09/gavosto-intervista/http://www.neosmagazine.it/new/2020/09/gavosto-intervista/

[8] https://www.weforum.org/agenda/2020/10/covid-19-education-reset/ e https://www.weforum.org/agenda/2020/04/coronavirus-education-global-covid19-online-digital-learning

https://www.weforum.org/agenda/2020/09/future-of-education-system-covid-19

[9] https://www.shiftelearning.com/blog/bid/301248/15-facts-and-stats-that-reveal-the-power-of-elearning    ?

[10] https://chanzuckerberg.com/newsroom/commitment-educators-and-families-during-the-covid-19-pandemic/

[11] Cfr. il D.M. 89 del 07/08/2020.

 

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3 Commenti

  1. Due commenti:
    1) La rivoluzione sul modo di lavorare e studiare, che riduce grandemente le necessita’ di spostamento fisico delle persone, sta avendo ed avra’ grandi ricadute sulla mobilita’, sui trasporti pubblici e privati, sui relativi consumi energetici e sull’inquinamento chimico ed acustico prodotto.
    Tutti questi effetti sono benefici per l’ambiente e riducono i costi sul bilancio famigliare. Non servira’ piu’ avere due automobili per famiglia, ne’ spendere migliaia di euro ogni anno in carburante. In una valutazione complessiva dei benefici e dei danni del cambiamento epocale che stiamo vivendo bisogna mettere in conto anche i notevoli vantaggi ambientali ed economici derivanti dalla drastica riduzione delle esigenze di mobilita’.
    2) Purtroppo anche in questo articolo si da’ per scontato che all’utilizzo di tecnologie di E-learning debba necessariamente essere associata l’adozione di modalita’ e finalita’ didattiche deteriori, quelle che io chiamo “video-pillole”: un “sapere” o un “saper fare” semplificato e modulare, tanti mattoncini Lego di varie forme e colori da assemblare, senza piu’ alcun pensiero critico o la capacita’ di uscire da questi “pacchetti di sapere” preconfezionati.
    E’ assolutamente giusto combattere questa impostazione, che ci viene presentata da tempo come moderna e vantaggiosa, ma che nega in realta’ le radici profonde del nostro sistema di valori e di trasmissione del sapere.
    Sappiamo bene da dove venga questa spinta a smantellare il tradizionale modello formativo italiano, e sostituirlo con questo deteriore modello di origine anglosassone. E l’occasione e’ ghiotta per queste forze: sono riuscite a far passare il messaggio che la teledidattica puo’ essere efficace SOLO adottando questo approccio delle video-pillole.
    E vedo che questo dualismo e’ purtroppo stato accettato anche da parte di coloro che, come me, contrastano questi metodi e rivendicano la superiorita’ dell’approccio culturale col quale fui istruito da giovane.
    Dobbiamo spezzare questo dualismo.
    Si puo’ benissimo fare uso delle moderne tecnologie senza adottare il metodo delle videopillole.
    Diro’ di piu’: secondo me le moderne tecnologie informatiche e teledidattiche, se usate appropriatamente, consentono di esaltare e favorire un modello formativo basato su un accrescimento culturale completo e multidisciplinare, l’esatto contrario di quanto ci stanno propinando come inevitabile ed inseparabile dall’uso di strumenti informatici.
    Certo loro sono in vantaggio. Da anni hanno adottato il metodo delle videopillole agli strumenti informatici, han gia’ tutto pronto: videocorsi, software, sistemi di valutazione automatizzati, addirittura sistemi di “proctoring” per evitare che gli studenti “imbroglino” durante le verifiche. E’ tutto li’ pronto…
    Facile cadere nella trappola di pensare che quella sia l’unica possibilta’.
    L’alternativa invece c’e’, ma richiede uno sforzo da parte del corpo docente, degli sviluppatori di software e dei gestori dei sistemi informatici delle nostre istituzioni.
    Dobbiamo rifiutare di adottare le soluzioni preconfezionate che ci vengono proposte, e sviluppare le nostre soluzioni alternative, che preservino i metodi ed i valori del nostro sistema formativo.

    • Concordo in generale con A. Farina sul fatto che ci siano anche degli aspetti positivi. Non mi è chiaro invece il concetto di “didattica basata su video-pillole”; cosa si intende precisamente?

      Io erogo da alcuni anni uno dei miei insegnamenti in elearning. Il materiale didattico di questo insegnamento, oltre a libri, rapporti tecnici, etc. è costituito da spezzoni video. Questi spezzoni video, a mia opinione, sono davvero di basso livello (sono video spezzoni di lezioni, erogate scrivendo su tablet invece che su lavagna, senza alcuna ripulitura; ci sono anche i colpi di tosse degli studenti di quell’anno). Credo che si tratti quindi di video – pillole, per di più “brutte”. Trovo didatticamente indispensabile, a prescindere dalla qualità delle video-pillole, svolgere incontri interattivi di domande e risposte con gli studenti, anche su problemi lasciati loro da risolvere, per mettere alla prova (mi illudo? criticamente) le conoscenze che loro hanno guadagnato con video-pillole e libri. Infine, trovo utile che il materiale sia di basso livello, che gli studenti debbano un po’ conquistarsi le conoscenze. Tutto questo, secondo me, porta ad una efficacia didattica comparabile con quella tradizionale. A posteriori di anni non sono quindi un fan della didattica elearning, ma nemmeno ho trovato che sia un disastro. L’importante è che gli studenti non ne escano “de-cerebrati”, e questo non mi sembra dipendere da elearning piuttosto che presenza.

      La mia domanda, per capire se sono d’accordo o in disaccordo con A. Farina (con cui mi sono trovato d’accordo in diverse altre occasioni) è quindi: cosa si intende con “didattica basata su video-pillole”? Questo passaggio dell’intervento?
      >un “sapere” o un “saper fare” semplificato e modulare,
      >tanti mattoncini Lego di varie forme e colori da assemblare,
      >senza piu’ alcun pensiero critico o la capacita’ di uscire da
      >questi “pacchetti di sapere” preconfezionati

      Perché se questo è quanto si intende con “video-pillole” allora non sono d’accordo con A. Farina: questo lo si può tranquillamente fare (ovvero viene già tranquillamente fatto) anche in presenza. Penso, ad esempio, al distribuire i lucidi, un invito a cadere nel baratro didattico dello “studio sui lucidi”: una orrenda spinta alla semplificazione, al limitarsi al materiale presentato sui lucidi, a studenti che chiedono esercizi d’esame “solo come quelli dei lucidi”, insomma: un tentativo di omicidio del pensiero critico.

  2. Si’, la didattica a piccoli bocconi facili e “pre masticati” non e’ esclusiva dell e-learning, e viene usata da decenni in tutti gli ambiti, inclusa la didattica “tutta in presenza”.
    E’ un approccio molto pragmatico sviluppato primariamente negli USA, ed in due settori assai lontani dal mondo accademico: da un lato la formazione del personale in aziende che praticavano la vendita porta a porta (aspirapolveri, detergenti per la casa, profumi).
    Dall’altro la didattica nei corsi per subacquei, sviluppata in particolare dalla agenzia PADI, la prima dichiaratamente finalizzata al profitto.
    Questo metodo si e’ via via evoluto, ne sono stati studiati e perfezionati gli aspetti psicopedagogici e comportamentali, e ne e’ stata dimostrata l’efficacia nel “plasmare” gli allievi secondo un ben preciso profilo: di fatto, anziche’ renderli davvero competenti della materia, essi vengono addestrati a comportamenti standardizzati e corretti, che fanno si’ che sappiano agire nel modo pre-programmato di fronte ad una serie di situazioni standard.
    Al di fuori di tale addestramento, l’allievo e’ totalmente impreparato, ma e’ anche conscio di cio’. E pertanto tornera’ dalla agenzia didattica di cui sopra, che cosi’ gli vendera’ a caro prezzo un ulteriore corso fatto di pillole di sapere (o saper fare, spesso senza nemmeno spiegare il perche’).
    Questo modello formativo ha sostenitori e detrattori: io sono fra questi ultimi, in quanto cerco invece di preparare i miei allievi (sia all’Universita’, sia soprattutto ai corsi da sub, dove rischiano la pelle) in modo completo, cosicche’ comprendano i legami causa-effetto ed il perche’ di certe scelte.
    Tuttavia negli anni ho imparato a rispettare chi non la pensa come me. Non tutti gli allievi vogliono capire tutto e diventare autonomi. Molti son ben felici delle pillole di sapere, prese a piccole dosi. E non han problemi a fare un corso dietro l’altro, spendendoci un sacco di soldi e facendo cosi’ la fortuna dei loro docenti.
    Questi due mondi si confrontano da decenni (i metodi USA sbarcarono in Italia verso il 1980). Quel che mi da’ fastidio e’ la mancanza di tale confronto quando si passa alla teledidattica. Ora sembra che con essa si possa solo usare la didattica in stile USA con le pillole…
    E’ questo il punto, secondo me. Cosi’ come in presenza, anche nella didattica a distanza il docente dovrebbe essere libero di impostare il suo corso in accordo alla propria linea e metodologia.
    Invece nei corsi “obbligatori” che il ns. ateneo (UniPR) ha realizzato e ci ha propinato la scorsa estate non veniva presentata alcuna alternativa possibile, ci hanno in sostanza “insegnato ad insegnare” con un unico metodo rigidamente codificato nella classica impostazione “made in USA” sopra descritta.

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