Caro Francesco, il tuo articolo sul declino tecnologico europeo si chiude con l’invito a interrogarsi sulle scelte politiche, sugli assetti istituzionali e sulla visione economica che hanno guidato l’Europa negli ultimi quarant’anni. È un invito da raccogliere. Ma vorrei farlo mettendo in guardia da una tentazione: quella di dare per scontato che esista una strada verso la leadership tecnologica che sia anche indolore. Se ci domandiamo sul serio qual è la strada giusta, alcune risposte potrebbero essere spiacevoli, o comunque rimetterci in difficoltà.

Guardiamo alle due potenze che si contendono il primato. Gli Stati Uniti hanno lasciato crescere i loro campioni digitali in un quadro di liberismo pressoché totale: le piattaforme hanno costruito i loro imperi monetizzando i dati personali degli utenti senza vincoli significativi, con un antitrust che ha scelto di non vedere finché i giochi non erano fatti. La Cina ha costruito la sua ascesa con il dirigismo di Stato, condizioni di lavoro che non accetteremmo mai, una concezione della proprietà intellettuale lontanissima dalla nostra e una sorveglianza di massa che è essa stessa carburante per l’intelligenza artificiale. Non sono dettagli: sono parte integrante dei due modelli vincenti.

Posso portare una testimonianza diretta, da docente di Ingegneria di Internet. Internet non è figlia del libero mercato: è figlia della spesa militare e federale americana. ARPANET nasce da un’agenzia del Pentagono, e lo stesso vale per il GPS e per buona parte della microelettronica che ha fatto nascere la Silicon Valley. La vittoria americana su Internet e sul Cloud è stata la combinazione di due ingredienti: lo Stato che investe massicciamente nella creazione della tecnologia, e il liberismo che consente poi ai campioni digitali di trasformarla in modelli di business planetari. L’Europa ha fatto l’esatto contrario in entrambe le fasi: ricerca frammentata e sottofinanziata a monte, regolazione sempre più sofisticata a valle. Abbiamo combinato le metà sbagliate dei due modelli.

Un secondo esempio viene dal mio settore, le telecomunicazioni, e qui l’Europa ci ha messo del suo e continua a mettercelo. Trent’anni di regolazione guidata dal mantra della libera concorrenza e del risparmio per il consumatore — aste dello spettro che hanno drenato capitali, decine di gruppi in concorrenza su margini nulli dove Stati Uniti e Cina ne hanno tre o quattro — hanno distrutto il potere commerciale degli operatori di telecomunicazione Europei e la loro capacità di investire. Il risultato è un ruolo ormai subalterno rispetto agli “hyperscaler” (Google, Amazon, Microsoft, Apple…), che sopra le reti altrui hanno costruito le proprie infrastrutture: Content Delivery Network, cavi sottomarini, cloud. Il paradosso è perfetto: il consumatore europeo ha le bollette più basse dell’Occidente ed è il cittadino del continente tecnologicamente più dipendente.

Certo, esistono eccezioni europee, come il quasi monopolio mondiale di ASML (olandese) nelle macchine litografiche per la produzione dei chip. Ma sono nicchie industriali ereditate da traiettorie precedenti, non piattaforme che organizzano l’economia: è lì, dove il modello di business si costruisce sulle persone e sui loro dati, che i nostri principi diventano un costo competitivo diretto.

La domanda vera, allora, non è soltanto “perché l’Europa ha perso”, ma “l’Europa è disposta a vincere a quel prezzo?”. Se la risposta è no, ed è una risposta legittima e persino nobile, bisogna dirlo onestamente, e dire con altrettanta onestà cosa comporta una “terza via”. Avremmo bisogno di una spesa pubblica per la tecnologia su scala oggi impensabile, di tolleranza verso campioni industriali di dimensione continentale, di rivedere la regolazione che ha sistematicamente sacrificato la sovranità tecnologica di domani sul prezzo al consumo di oggi. Altrimenti continueremo a produrre documenti strategici mentre altri producono le tecnologie. Continuare a domandarsi qual è la strada giusta è necessario; accettare che le risposte possano metterci in difficoltà è il primo passo per trovarla.

Stefano Salsano — Professore ordinario di Telecomunicazioni, Università di Roma Tor Vergata / CNIT (scrittura assistita da AI)

1 commento

  1. Caro Stefano, grazie per l’interesse e per la tua risposta. Sono d’accordo che l’Europa debba invertire la rotta cosa che non sarà facile perché deve abbandonare l’ideologia stessa su cui è fondata: cioè in breve che il mercato troverà la soluzione. In altri termini l’Europa come l’Italia devono rimettere al centro la politica industriale. Come tra l’altro fanno sia gli Stati Uniti che la Cina. Il liberismo totale degli USA è un mito hollywodiano. Come noti anche tu e come spiega ad esempio Mariana Mazzucato nel suo bel libro “Lo Stato Imprenditore” (Laterza) tutti i componenti dell’iphone provengono da commesse delle agenzie della difesa: il complesso militare industriale è la mano visibile dello stato in economia. Se con “libero mercato” si intende un regime di concorrenza perfetta senza barriere all’ingresso, questo non esiste per l’alta tecnologia. Ci sono degli oligopoli che si sono formati grazie ai finanziamenti statali e che ormai hanno costruito barriere quasi insormontabili che impediscono l’accesso ad eventuali concorrenti. Le condizioni di lavoro in Cina erano certamente difficili negli anni Novanta ma non oggi. Timothy Donald Cook, amministratore delegato di Apple, in una intervista al magazine Fortune del 2017 ha così riassunto la situazione:

    “[…] c’è molta confusione sulla Cina. L’idea comune è che le aziende si trasferiscano in Cina per il basso costo del lavoro. Non so in quale parte della Cina pensano che questo sia ancora vero, ma la realtà è che la Cina ha smesso di essere un paese a basso costo del lavoro molti anni fa. Il vero motivo è la competenza: la quantità di competenze concentrate in un solo luogo e il tipo di competenze disponibili. I prodotti che realizziamo richiedono strumenti molto avanzati, e la precisione necessaria nel lavorare con i materiali che utilizziamo è all’avanguardia. Le competenze legate agli strumenti qui sono estremamente sviluppate. Negli Stati Uniti, potresti organizzare un incontro di ingegneri specializzati negli strumenti e non sono sicuro che riusciremmo a riempire una stanza. In Cina potresti riempire più campi da calcio. Questo tipo di competenza tecnica locale è davvero molto, molto sviluppata qui […]”

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