Dal 24 giugno è approdato in Senato, dopo il via libera della Camera, il DDL “Merito nella PA”. Il Ministro Paolo Zangrillo ha definito il provvedimento come una “svolta culturale” perché finalmente i dipendenti verrebbero trattati come persone e non come numeri. Gli si garantiranno forse stipendi al livello dell’Europa? Si rafforzeranno le misure di welfare a loro beneficio? Si investiranno maggiori risorse per fornirgli più strumenti e spazi per lavorare nelle migliori condizioni possibili? No. Il modo con cui, per Zangrillo, i dipendenti saranno valorizzati come persone è quello di metterli l’uno contro l’altro per ottenere una premialità che andrà soltanto ai cosiddetti “migliori” o “eccellenze”, fino a un trenta per cento del personale. L’idea è infatti che la valutazione del “merito” sia un modo per riconoscere la differenza fra le persone e la loro sfera di realizzazione individuale, quando invece esso allude sempre a misure decise autoritariamente, a cui i soggetti devono adattare le loro condotte e quindi omologarsi, come aveva già capito Michael Young in L’avvento della meritocrazia (1958). Non si tratta, nel caso di Zangrillo, di promuovere la differenza come irripetibile individualità, bensì come diseguale posizionamento in una gerarchia. Questo è, infatti, il correlato di senso ad ogni pretesa di eccellenza. Lo aveva ribadito anche Bruno Trentin in un celebre articolo sull’ “Unità” del 2006, in cui sosteneva che la possibilità di premiare il merito in fabbrica da parte dei padroni era un modo per aggirare il merito intrinseco alla qualificazione e alle competenze del lavoratore e attribuirgli arbitrariamente una posizione diversa da quella degli altri, inducendo così alla subalternità e sostituendo l’individualizzazione dei rapporti di lavoro al conflitto e alla contrattazione collettiva.
Ecco perché non solo gli studenti nelle scuole e nelle università, ma anche gli operai, nel ’68, protestavano contro la “meritocrazia”. Il DDL in questione consente anche al dirigente di indicare i dipendenti a suo avviso meritevoli di sostenere lo squid game della prova per l’eccellenza, sulla base degli obiettivi raggiunti, delle soft skills e del “lavoro di squadra”. E’ chiaro quindi che siamo in pieno new public management: l’ente pubblico assimilato all’azienda privata. Non vale più quanto il lavoratore risponda alla legge e alle esigenze di servizio rispetto ai bisogni dei cittadini, ma quanto riesce ad adattarsi agli altri non cooperativisticamente ma aziendalisticamente, producendo risultati quantitativamente misurabili e abilità relazionali e psicologiche che esulano dai titoli conseguiti e rimandano a esigenze di docilità ed efficienza. Non è un caso neppure che Zangrillo equipari la sfera della realizzazione della personalità a quella del “capitale umano”: un concetto cardine del neoliberalismo. Secondo questa teoria, che ha avuto in Gary Baker il principale corifeo, ogni persona è depositaria di un capitale misurabile, da potenziare – per lui – a beneficio di tutti: lo sfondo è una società che, a differenza di quella liberale classica, pone il mercato al centro di tutte le sfere della vita, facendone anzi la principale fonte produttiva delle soggettività. In tal modo il lavoratore non viene maggiormente valorizzato come persona, come vorrebbe Zangrillo, bensì, esattamente al contrario, verrebbe ancor più deprivato della sua autonomia.
Thomas Piketty ha sottolineato come l’ideologia del “merito” sia intrinseca al ciclo neo-proprietarista degli ultimi decenni, che in regimi formalmente democratici, deve trovare legittimazione alla diseguaglianza crescente. In questo senso va spiegato anche il nome dell’attuale Ministero dell’istruzione: la scuola come classificazione sociale e non come organo costituzionale volto a fornire gli strumenti a tutti i soggetti per realizzare la propria personalità e sviluppare la cittadinanza. Il “capolavoro” e il curriculum dello studente portato agli esami di maturità, hanno il senso di educare a essere migliori degli altri e ad avere successo nella vita. Senza guardare alle pari opportunità di partenza e senza guardare a ciò che va oltre le stesse: la cooperazione e la cura (non la gara).

