Dagli anni Ottanta in poi alle università occidentali è stato attribuito un ruolo sempre più economico e imprenditoriale, tra brevetti, start-up e competizione permanente. Ma mentre l’università veniva spinta verso il mercato, l’Occidente perdeva capacità produttiva, aumentavano le disuguaglianze e si indebolivano ricerca industriale e welfare. In Europa, e soprattutto in Italia, la retorica dell’eccellenza ha spesso sostituito gli investimenti strutturali. Per invertire il declino serve un cambio di paradigma: un’università libera dalle pressioni economiche e politiche, dedicata prima di tutto alla produzione di pensiero nuovo e conoscenza critica.
C’è chi dice che il punto di svolta fu nel 1980, quando il Presidente Carter firmò il Bayh-Dole Act, la legge che autorizzò le università USA a commercializzare la conoscenza prodotta con fondi pubblici. Altri si concentrano sul trattato di Maastricht, che nel 1992 incastonò la competizione nelle fondamenta, anche culturali e quasi antropologiche, della nascente Unione Europea.
In ogni caso sono ormai decenni che alle Università viene attribuito un ruolo economico di primaria importanza: non più solo formatrici di lavoratori altamente qualificati e non più solo elaboratrici di nuova conoscenza, ma anche agenti economici a tutto tondo, che fanno brevetti, gestiscono incubatori di imprese, svolgono ricerche industriali su commissione, generano “start-up” e “spin-off” e in generale si occupano sempre di più dei passaggi che separano la conoscenza dal mercato.
Il bilancio di questa trasformazione delle priorità e della natura stessa dell’Università mi sembra fortemente negativo.
Per capirlo prendiamo in considerazione – semplificando, ma in direzione della verità – il quadro complessivo: proprio a partire dal 1980 l’Europa e gli USA passano progressivamente dall’industria alla finanza. Le fabbriche vengono spesso delocalizzate, i centri di ricerca e sviluppo industriali vengono prima ridimensionati e poi chiusi, gli investimenti, sia pubblici sia privati, crollano. E’ una trasformazione che beneficia determinati interessi, ma aumenta le diseguaglianze, degrada il Welfare State e indebolisce di molto le capacità produttive dell’Occidente.
È in questo specifico contesto storico che alle Università vengono attribuiti ruoli fino a quel momento in larga parte svolti dal privato: invece di stipendiare ricercatori industriali in grado di comprendere la letteratura scientifica e tradurla in innovazione e prodotti, infatti, si trova molto più conveniente far fare quel lavoro direttamente agli universitari. Invece di rischiare capitali in iniziative proprie, si giudica più funzionale indurre i giovani a diventare imprenditori alla ricerca di capitali altrui. E, relativamente all’Italia, invece di investire in università e ricerca almeno secondo la media OCSE, si congegnano sempre nuove riforme, sempre nuove norme, sempre nuove modalità organizzative e di valutazione, rinviando l’erogazione di un finanziamento adeguato a una fase due che, ormai l’abbiamo capito, programmaticamente non arriverà mai.
Non mi sembra che si possa sostenere che complessivamente questo approccio abbia funzionato. Dopo decenni passati a parlare di “eccellenza”, di “competizione” e di “innovazione”, infatti, l’Europa ha perso posizioni non solo nei confronti degli USA (basti pensare al divario, in costante crescita, del prodotto interno lordo pro capite, o alla sudditanza europea in ambito digitale), ma anche e soprattutto rispetto alla Cina, che pure partiva da livelli molto più bassi dei nostri.
Per interrompere questo scivolamento verso la marginalità dell’intera Europa occorre un radicale cambio di paradigma, che per quello che riguarda l’Università a mio avviso consiste nel creare le condizioni affinché l’Università torni a essere istituzione al servizio solo della conoscenza, luogo del pensiero non condizionato e non condizionabile, creatrice di un pensiero che deve ancora nascere. Un’università che torni a mettere al centro il suo ethos storico, fondato sull’amore per lo studio, sul libero confronto, sull’esplorazione anche audace di idee e prospettive davvero nuove. Istituzione certamente in dialogo col mondo esterno, ma libera dalle pressioni e dai condizionamenti dell’economia e della politica.
Dopo quarant’anni complessivamente deludenti è questo il tipo di Università di cui abbiamo oggi disperatamente bisogno; solo a partire da un pensiero veramente nuovo, infatti, l’Italia e l’Europa potranno trovare la via per un futuro prospero e in armonia col resto dell’umanità e con la natura. E i pensieri veramente nuovi nascono soprattutto all’Università, se solo le si permette di essere davvero sé stessa.
Articolo pubblicato su La Stampa del 2 maggio 2026

