Ne Il tassinaro, Alberto Sordi fa la parte di un tassista che porta in giro diversi personaggi per le strade della Capitale. Ad un certo punto, sale in macchina Giulio Andreotti, che interpreta se stesso. Una volta imbarcato il pluripresidente del consiglio, i due rompono il ghiaccio chiacchierando di gioie e dolori dell´essere romanisti. Dopo i preamboli, però, vanno rapidamente al sodo. Il buon Sordi, scoraggiato del fatto che il figlio laureando in ingegneria non abbia fiducia verso il futuro, chiede senza peli sulla lingua al politico: “Onorevole, quando sti giovani escono dall´università, lo Stato ci pensa a loro?”  Andreotti, col tipico stile cinico e sornione, svia la domanda e risponde proponendo una soluzione: “Bisogna inserire i numeri chiusi nell´università, cosi i giovani vengono selezionati per la qualità e hanno più possibilità di trovare lavoro, qui o altrove”. L´Albertone nazionale, non convinto della risposta di “Belzebù”, propone la sue idea: “Lo Stato dovrebbe finanziare i giovani che si specializzano, così questi poi ricompensano lo Stato stesso e non hanno bisogno de dá ´na botta in testa a na´vecchia pe´ruba´ centomila lire”. Della serie, non arriviamo “a mali estremi, estremi rimedi”.

Negli ultimi decenni è successo in buona parte quello che Andreotti si auspicava ne Il Tassinaro. Peccato però che non era la soluzione giusta. Oggi i giovani sono ancora più inquieti, precari e insicuri rispetto al loro futuro. E l´università italiana non si è pienamente trasformata nel volano di una crescita economica, culturale e tecnologica che molti si auguravano. Soprattutto, lo Stato italiano non ha visto nell´università uno dei perni dello sviluppo del Belpaese, e quindi l´ha percepita come inefficiente, sotto finanziandola e di fatto rendendola sempre meno centrale nello sviluppo italiano. La ricerca è stata spesso vista solo come una parola alla moda dal tono internazionale da usare nelle occasioni importanti. Nella sostanza, la ricerca accademica è stata spesso trattata come una spesa inutile che appesantisce il già sgangherato bilancio nazionale. Il risultato? tantissimi giovani accademici se ne sono andati altrove, appunto come suggeriva il “Divo”.

 

Andreotti infatti pronuncia la parola magica: altrove. Ci stiamo abituando al fatto che il nostro sistema accademico cronicamente espelle migliaia di persone, formate nelle nostre universitá, verso l´estero con un biglietto di sola andata. E soprattutto, ne attrae pochissime da fuori. Questo succede perché gli altri Paesi Europei dove vanno i nostri giovani hanno migliori possibilità lavorative, più servizi e assistenza sociale, retribuzioni dignitose, sistemi di selezione e avanzamento di carriera generalmente più meritocratici. Non è poco. Dalla Germania, Paese dove vivo da oltre un decennio, tra il 1996 e il 2011 sono emigrati più di 23000 scienziati tedeschi attivi, mentre circa 19500 sono arrivati dall’estero. Di fronte a questi numeri lievemente negativi, seppur irrisori rispetto a quelli italiani, un gruppo di scienziati tedeschi ha pubblicamente scritto ad Angela Merkel: «La Germania sta perdendo molti dei migliori scienziati a causa dell’emigrazione…In particolare per i migliori, il sistema di ricerca tedesco non sembra essere abbastanza attraente al momento». Dopo queste affermazioni il Governo tedesco ha aumentato l’investimento pubblico dal 2,73% al 3,17% del PIL, investendo circa 80 miliardi di euro in più all’anno in ricerca. Da quelle dichiarazioni a oggi, il numero dei ricercatori in Germania è aumentato del 15%. In Italia invece, di fronte a una situazione decisamente più grave, i ricercatori italiani protestarono contro il governo e Silvio Berlusconi, presidente del consiglio in quel periodo, rispose: “Perché dobbiamo pagare uno scienziato quando facciamo le scarpe migliori del mondo?”.  Non credo ci sia molto da aggiungere. Fior di economisti furono sulla stessa scia, ad esempio Luigi Zingales che 2012 disse “L’Italia non ha un futuro nelle biotecnologie perché purtroppo le nostre università non sono al livello, però ha un futuro nel turismo” (rimando ad un articolo di Marialuisa Stazio che tratta il tema su ROARS nel 2013).

 

Anche grazie allo stanziamento di tante risorse, il sistema accademico tedesco è diventato sempre più attrattivo per gli studenti stranieri. Nel 2010 si contavano 3976 studenti italiani e nel 2017 sono saliti a 8550. Nel 2018, gli studenti italiani in Germania erano circa 9000, per cui l’Italia era al sesto posto come comunità̀ straniera nel sistema universitario tedesco (dati dell’Ambasciata italiana a Berlino del 2022). È interessante notare che l’Italia è il primo Paese di origine del personale scientifico internazionale presente nelle università tedesche, con circa 3800 persone, di cui circa 300 professori universitari. L’Italia è anche il primo Paese di origine dei lavoratori scientifici nei quattro più grandi istituti di ricerca tedeschi, Max Planck, Helmholtz, Fraunhofer e Leibnitz, con più di 1100 ricercatori, il 9% del totale degli stranieri (dati dell’Ambasciata italiana di Berlino). E questo non succede solo in Germania, ad esempio gli italiani sono il gruppo di stranieri maggiormente rappresentati al CNRS, il principale istituto di ricerca francese (Allievi, 2020).

 

Un evidente segnale di questo lampante fenomeno sono i risultati dei finanziamenti ERC. Nonostante i limiti di questo sistema di finanziamento, l’ERC è indicativo dello stato di salute del mondo accademico nei vari Paesi europei. Guardiamo ai dati del 2023, dove l’Italia ha dimostrato ancora una volta la sua tendenza all’autolesionismo cronico: circa due terzi dei tanti ricercatori italiani che hanno vinto gli ambiti ERC consolidator grants lavora in istituzioni straniere, e porta questi soldi nei già ricchi istituti esteri. Quindi, 36 italiani vincono gli ERC, ma solo 12 grants arrivano a istituzioni italiane. Invece, ad esempio, 20 francesi vincono gli ERC, ma le istituzioni francesi ne ricevono 22; gli spagnoli ne vincono 22 e le istituzioni spagnole ne ricevono 18. E ciò succede ormai da tanti anni.

 

Tutti questi numeri indicati finora sono sberle. Di dritto e manrovescio. Questi dati infatti ci danno impietosamente la cifra e la gravità dell’“emorragia” scientifica italiana. Nonostante ciò, li si ignora e si continua con la retorica ormai stantia del “i nostri ricercatori sono i migliori” o “la grande creatività italiana” e banalità del genere. Non è così, le ricercatrici e i ricercatori italiani non sono né intrinsecamente speciali né sono stati illuminati dal sistema formativo migliore del globo terraqueo. Di sicuro sono molto motivati e sanno quello che fanno, non è poco. Della cattiva interpretazione di questo fenomeno ne diede esempio la ex ministra dell´Universitá Stefania Giannini, che esultando sui tanti ERC vinti dagli italiani disse: “Colpisce positivamente il dato del numero di ERC totali ottenuti dai nostri ricercatori, che ci posiziona al terzo posto insieme alla Francia. Ma, soprattutto, colpisce il fatto che siamo primi per numero di ricercatrici che hanno ottenuto un riconoscimento. Complimenti ai nostri ricercatori e alle nostre ricercatrici!”. La ministra, però, non si accorse che in realtà quei prestigiosi finanziamenti sono il risultato del lavoro di ricercatori italiani scartati dal sistema accademico italiano. Infatti, poco dopo arrivò la risposta di una ricercatrice italiana, Roberta D’Alessandro, vincitrice dell’ERC grant e di base in Olanda, che non accetta i trionfalismi della ministra: “Ministra, la prego di non vantarsi dei miei risultati. La mia ERC e quella del collega Francesco Berto sono olandesi, non italiane. L’Italia non ci ha voluto, preferendoci, nei vari concorsi, persone che nella lista degli assegnatari dei fondi ERC non compaiono, né compariranno mai… Abbia almeno il garbo di non unire, al danno, la beffa, e di non appropriarsi di risultati che italiani non sono. Proprio come noi.”

Una risposta esemplare che evidenzia come i decisori politici non sembrano pienamente consapevoli dei meccanismi che regolano la ricerca internazionale, e come esista un gran numero di ricercatori che ha il dente avvelenato con il sistema politico-accademico italiano che, orbo di visioni strategiche di lungo periodo, è incapace di riconoscere i loro risultati. Allo stesso tempo, e per le stesse ragioni, è fondamentale ringraziare i lavoratori accademici che ogni giorno portano avanti il sistema universitario e di ricerca italiano, fatto di tante luci ed ombre, e al quale dedicano sforzi e passione.

Infine, va notato che il silenzio di parte del mondo accademico verso le attuali politiche (o mancanza di politiche) su università e ricerca sta diventando assordante: alziamo la voce su questi temi.

 

Nota della redazione: su questo argomento l’autore ha scritto recentemente il  saggio, uscito da poco nelle librerie italiane, dal titolo “Stai fuori!”.