Introduzione

I meno giovani tra di noi avranno certamente riconosciuto il titolo della canzone simbolo dei Led Zeppelin, inclusa nell’album Led Zeppelin IV. La scala per il cielo è un simbolo potente, che richiama direttamente alla scala del sogno di Giacobbe di cui parla l’Antico Testamento. E’ illusorio tuttavia, come dice il testo della canzone, sperare di raggiungere il cielo, specialmente quando si scambia l’ottone per oro, ovvero si giudica la qualità di un lavoro scientifico dal “rango” della rivista su cui è pubblicato:

There was a lady that thought/that all that glitters was gold/and she bought a stairway to heaven

La scala per il cielo di cui parlano i Led Zeppelin (a differenza di quella di Giacobbe) è costruita sull’errore. Ed anche gli esercizi di valutazione della ricerca eseguiti dall’ANVUR sono un tentativo di costruire una scala per il cielo (ovvero di migliorare in modo sostanziale il sistema universitario italiano premiando i Dipartimenti “migliori”, ovvero, nel linguaggio dell’Agenzia, i Dipartimenti di “eccellenza”) afflitto da così tanti problemi di ordine politico-filosofico e tecnico-statistico che la loro validità e credibilità ne risulta compromessa in modo sostanziale. Cerchiamo di giustificare queste affermazioni. Prima, per i non addetti ai lavori, alcune note che dovrebbero precisare i contorni della questione che stiamo trattando.

Il sistema di valutazione dell’università e della ricerca (che si sostanzia nell’Agenzia Nazionale di Valutazione dell’Università e della Ricerca, ANVUR) fu istituito dal secondo governo Prodi, ministro dell’Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica Fabio Mussi. Questa decisione era da inscrivere, secondo Mussi, nell’ambito di una politica progressista:

L’Università di qualità che premia il merito facilita il processo di equità sociale: il merito non è il privilegio dei ricchi ma la carta che hanno i poveri per riscattarsi[1].

Il successivo governo Berlusconi quater (ministro Maria Stella Gelmini) prende quindi il controllo della neonata Agenzia, ma in sostanziale continuità con l’impostazione mussiana. Non deve stupire che il sistema di valutazione dell’università sia stato istituito dalla sinistra. Dopo la “violenza del mercato” dei governi di destra (per tutti la coppia Thatcher-Reagan) in ambito anglosassone furono proprio i governi di centro-sinistra di Blair e di Clinton ad implementare i dispositivi valutativi-meritocratici, con l’obiettivo di temperare gli esiti della competizione e di costruire un sistema ispirato ad una vaga idea di giustizia (il merito individuale come fonte del successo)[2].

Venendo alla situazione italiana, i poteri dell’ANVUR (di nomina completamente governativa) sono amplissimi. In primo luogo abbiamo la classificazione delle sedi di pubblicazione delle ricerche, distinguendo tra le sedi “scientifiche” e quelle “non scientifiche”. All’interno delle prime si distingue ulteriormente tra quelle di “eccellenza” e quelle “normali”, con conseguenze dirette sulle carriere dei ricercatori/professori e sulla distribuzione dei finanziamenti statali alle singole università (la cosiddetta quota premiale del Fondo di Finanziamento Ordinario).

Successivamente, il governo Renzi creò nel i cosiddetti “dipartimenti di eccellenza”. Si tratta di dipartimenti universitari che nell’esercizio di Valutazione della Qualità della Ricerca (VQR), effettuato ogni cinque anni, conseguono le posizioni migliori (120 dipartimenti in tutta Italia). Ognuno di questi riceve una dotazione intorno al milione di euro l’anno per cinque anni. Vi sono state due tornate di VQR dall’istituzione dell’ANVUR: la prima per il periodo 2010-2014 e la seconda per il periodo 2014-2019, i cui risultati sono stati resi noti nella tarda primavera del 2022. Le contraddizioni e le aporie di questo esercizio di valutazione, e delle sue conseguenze meritocratiche, sono a nostro giudizio assai profonde. Le critiche al sistema ANVUR possono essere classificate in due rami: le critiche esterne, ovvero quelle ai fondamenti politico-filosofici della valutazione, e quelle interne, ovvero quelle che attengono alle procedure statistiche utilizzate dall’Agenzia. Prima però cerchiamo di capire, in breve, le ragioni del “successo” della prassi della valutazione.

 

Perché la valutazione

Rimane comunque da spiegare “perché” il tema della valutazione del sistema universitario (ed anche del sistema scolastico), in una data fase storica (in Italia tra il 1995 e il 2010), “decolli” e si affermi.

Le spiegazioni possono essere molte. Vediamone alcune. La prima, che potremmo considerare iscritta nella French school, vede l’affermarsi dei sistemi di valutazione come una delle molteplici manifestazioni del cambiamento delle forme del  potere nelle società occidentali. Cosi Supiot (2015, pag. 408):

L’ideale di un potere impersonale ha preso un nuovo abbrivio dopo la seconda guerra mondiale, il numero rimpiazzando progressivamente la legge come fondamento delle obbligazioni tra gli uomin[3]i.

Supiot successivamente mette in corrispondenza questo immaginario cibernetico con il passaggio dal liberalismo economico – che poneva il calcolo economico sotto l’egida della legge- all’ultraliberalismo, che a sua volta pone la legge sotto l’egida del calcolo economico.

Una seconda spiegazione, correlata alla precedente ma distinta, pone invece l’accento sull’instaurarsi di forme di quasi-mercato, che utilizzano i risultati della valutazione come “prezzi artificiali” per definire i rapporti di valore In questo modo anche le sfere non market della società risultano “incorporate” in un meccanismo concorrenziale[4] .Il punto di forza di questa posizione è nel cercare/trovare una spiegazione di tipo economico-sociologico al cambiamento delle amministrazioni pubbliche in senso privatistico, che viene attuato in nome di una maggior efficienza/efficacia dei meccanismi di tipo concorrenziale. Tuttavia, la razionalità di questo discorso è più apparente che reale, e si basa su un fondamento di tipo mitico che ne inficia la validità “in radice”. Infatti la base della razionalità della concorrenza e del mercato sta nel comportamento degli attori economici che “massimizzano” la propria utilità. Attraverso questo razionalità strumentale viene a realizzarsi la massimizzazione dell’utilità sociale, e quindi si ottiene il bene comune di cui già parla Tommaso D’Aquino[5]. Nel pensiero degli utilitaristi la libertà economica ed i mercati concorrenziali permettono di massimizzare l’utilità individuale e quindi di ottenere, per aggregazione, il massimo di utilità sociale. Le aporie della teoria della razionalità strumentale sono ben note[6], e si estendono anche alla sua figlia primogenita, la teoria dei giochi (ovvero il tentativo più completo ed ambizioso di costruire una teoria del comportamento umano basata sulla razionalità strumentale e sulla massimizzazione dell’utilità). Dobbiamo infatti ammettere che l’utilità individuale sia cardinale per procedere alla sua aggregazione, e che sia possibile giungere ad un’aggregazione perfetta. Ma ciò non ci garantisce, alla fine, che non si arrivi ad avere equilibri multipli o addirittura che non vi sia alcun equilibrio. E’ evidente che la mancanza di un equilibrio rappresenta un terremoto per la teoria della ragione strumentale e della massimizzazione della utilità, perché allora, come il Padre sugli spalti di Elsinore, si palesa il fantasma del conflitto.

Per questi motivi la teoria del “quasi mercato” (ovvero per il tentativo di estendere il mercato dove il mercato non c’è) è assai debole, perché assolutizza il postulato della ragione strumentale. La teoria della ragione strumentale è, a nostro parere, un oggetto prettamente ideologico, con la parola ideologia intesa sia nel senso di Marx ed Engels nell’Ideologia tedesca, che in quello di Althusser, ovvero è simultaneamente falsa coscienza che atmosfera sociale che circonda e condiziona gli attori del sistema.

Vi è infine un terzo motivo, che potremmo dire di ispirazione gramsciana. Nella società contemporanea il livello di istruzione dei cittadini è una variabile chiave. Il sistema di istruzione in senso lato (scuola più università) rappresenta (anche se non sembra a prima vista) il pilastro su cui si fondano sia la società attuale che quella futura, perché da esso dipende la capacità di innovazione e di funzionamento del sistema economico e del sistema sociale n senso lato. Va da sé, allora, che un apparato così importante non può essere lasciato all’autogoverno degli insegnanti e dei professori universitari, come pure vorrebbe la legge. Il sistema di valutazione fu quindi istituito per controllare il processo di accumulazione del capitale umano. Con le parole di Bourdieu, il sistema di istruzione allargato passò dalla mano sinistra alla mano destra dello Stato.

Va da sé che tutte queste motivazioni possono coesistere tra loro ed operare simultaneamente.

 

Critiche esterne

Ogni sistema “serio”, come si dice in gergo accademico, dovrebbe avere dietro una teoria, almeno a maglie larghe. Nel nostro caso, trattandosi di “valutazione”, sembrerebbe necessario aver costruito dapprima una forma, anche debole, di teoria dei valori (si badi che questa non serve all’economia capitalistica di mercato, perché il rapporto tra i prezzi di due merci esprime, da sé, il rapporto tra i rispettivi valori). Ma se il mercato non c’è, in effetti, e noi invece vorremmo indurlo, più o meno artificiosamente, attraverso un complesso combinato disposto di leggi, decreti legge, piani programmatici, proposte, circolari, regolamenti, pareri del Consiglio di Stato, leggi delega e via cantando d’amor la vecchia canzone? Sembra proprio che qui una teoria dei valori sia necessaria. A noi rimane il dubbio che una tecnica di valutazione sganciata da una definizione “politica” dei valori da misurare sia, in fondo, una mistificazione, perché decontestualizza le procedure e crea l’illusione che il processo di valutazione sia “naturale”.

L’illusione di naturalità del processo di valutazione rivela un problema di ordine piu’ fondamentale rispetto all’essenza stessa del processo di valutazione Ciò che ci pare particolarmente importante, a ben pensare, non è il processo di identificazione/costruzione dei valori, quanto il processo del loro porsi, ovvero il modo in cui si affermano e diventano “egemoni”. Questione che fu magistralmente trattata da Nietzsche nella Volontà di potenza [7] e successivamente ripresa  da Heidegger nel Nichilismo europeo: ”

Con ciò é detto che l’essenza dei valori ha il suo fondamento in forme di dominio. I valori sono riferiti per essenza al dominio “(corsivo dell’Autore)[8](pag.100).

Se siamo d’accordo con Nietzsche ed Heidegger, ne segue, per così dire geometricamente, che istituire un sistema di valutazione significa, in ultimo, istituire un sistema di dominio. Anche un  autore di ispirazione assai diversa come Antonio Gramsci a sua volta, in breve, definisce l’egemonia come “dominio unito a consenso da parte dei dominati”. Sotto il profilo dell’analisi gramsciana non ci pare vi siano dubbi sul fatto che il sistema ANVUR sia diventato un sistema egemone nell’ambito dell’università e della  ricerca.

Non è il caso, ovviamente, di addentrarsi ulteriormente oltre in problemi di filosofia politica. Ci basta aver segnalato che istituire un sistema di valutazione è un problema politico che presuppone la discussione aperta dei suoi fondamenti, per giungere, se ci riusciamo, attraverso meccanismi di democrazia procedurale, alla condivisione di un alto sottoinsieme da parte del più ampio numero cittadini. Gli indicatori utilizzati dall’ANVUR sono assai numerosi. Non pare che si sia sviluppata una discussione “aperta” sulla loro costruzione e sul loro significato. In sintesi non è stato usato il principio di giustificazione. Una rottura pericolosa della tradizione giuridica occidentale che data almeno dal Seicento.

Ma c’è di più. La valutazione dei sistemi universitari si inscrive nella più generale tendenze delle società occidentali ad adottare un pensiero ed una prassi neo-liberale, che venne inaugurata dalla Thatcher con  la riforma del sistema sanitario britannico. Ciò che contraddistingue in particolare la vicenda italiana è l’acribia paranoico-fascista della sua applicazione. Potremmo dire che l’ANVUR (e con lei la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane,CRUI) ha realizzato un sistema di potere assolutamente tirannico. Alla libertà di ricerca e di insegnamento che la Costituzione repubblicana assicura, si è sostituito un sistema di controllo che rende le prime poco più che formali. E’ quella che Supiot chiama la Governance par les nombres[9].  In effetti tutta la vicenda dell’ANVUR si sviluppa sotto il segno della “gouvernamentalitè”. Citiamo su questo punto il saggio magistrale di Valeria Pinto  Valutare e punire[10] (pag. 51):

Ma la valutazione si può leggere anche …come uno snodo della metamorfosi del potere in “potere governamentale”, dove la direzione degli individui avviene non tanto attraverso una diretta limitazione delle libertà, ma più efficacemente attraverso una indiretta conduzione delle condotte.

E in effetti, a nostro parere, lo sviluppo dei sistemi di valutazione (anche l’INVALSI appartiene allo stesso filone), rappresenta una delle più peculiari manifestazioni di quello che Dardot e Laval chiamano La nuova ragione del mondo[11].

Uno degli aspetti più rilevanti del processo di valutazione, e della forma di dominio che instaura, è quello del senso di colpa che fa sorgere nei  soggetti che risultano “mancanti”: mancanti rispetto alle soglie per poter concorrere all’Abilitazione Scientifica Nazionale, oppure con un basso punteggio nella Valutazione della Qualità della Ricerca. Se aderiamo al punto di vista di Deleuze e Guattari esposto nell’AntiEdipo[12], questo meccanismo non è altro che una delle molteplici forme che prende il processo di castrazione, inteso appunto come produzione di una “mancanza” in senso lato. E va tenuto presente che dei tre discorsi di cui trattano Deleuze  e Guattari (discorso del potere, discorso della libertà e discorso del desiderio) il tema della valutazione è completamente inscritto nei primi due.

Anche nell’ambito di una tradizione culturale assai diversa da quella di Deleuze e Guattari  anche Sandal[13] mette in evidenza come la “fede meritocratica” dia luogo ad una vera e propria “politica dell’umiliazione” (pag. 32):

La politica dell’umiliazione si differenzia dalla politica dell’ingiustizia in questo aspetto. La protesta contro l’ingiustizia è rivolta verso l’esterno: accusa il sistema di essere truccato e i vincenti di aver raggiunto i vertici con inganni o manipolazioni. La protesta contro l’umiliazione è più articolata dal punto di vista psicologico. Combina il risentimento nei confronti dei vincenti con un assillante dubbio nei confronti di se stessi: forse i ricchi sono ricchi perché più meritevoli dei poveri e forse, alla fin fine, i perdenti sono complici delle proprie sfortune.

 

Critiche interne

Con questo termine intendiamo le critiche alle prassi/procedure messe in campo da ANVUR che non mettono in discussione i presupposti politico-filosofici del sistema della valutazione e dell’ordine meritocratico che ne consegue, ma si concentrano sulle contraddizioni e sulle aporie delle procedure stesse.
In Italia le critiche all’operato dell’ANVUR di natura tecnico-statistica sono state pubblicate soprattutto sul sito ROARS (www.roars.it) e sui siti web delle organizzazioni sindacali e  delle associazioni dei professori universitari.

  • L’azione dell’ANVUR è a larghissimo spettro e investe tutti gli aspetti della vita universitaria (didattica, ricerca e terza missione) Ci focalizzeremo su due aspetti:
  • la selezione delle sedi editoriali e l’Abilitazione Scientifica Nazionale;
  • la Valutazione della Qualità della Ricerca (VQR) e la selezione dei dipartimenti di eccellenza.

 

Per quanto riguarda il primo punto, l’ANVUR produce elenchi delle sedi editoriali classificate come scientifiche, distinte per i diversi settori disciplinari. All’interno di questo primo insieme piuttosto ampio, ANVUR individua successivamente le riviste scientifiche di particolare “pregio”, le riviste di fascia A. Una prima osservazione riguarda i criteri per stabilire la “scientificità” o meno di una rivista; in ultimo tutta l’operazione riposa sull’autorevolezza dei classificatori e/o sull’acquiescenza dei classificati. Corre l’obbligo di segnalare che, in ragione del settore scientifico, la composizione dell’elenco di riviste è assai eterogenea per quanto riguarda la tipologia delle riviste. Tutta l’operazione è assai importante, perché è a partire da queste classificazioni che vengono definite le “soglie” che devono essere raggiunte per poter partecipare all’ASN e per potersi candidare come commissari nelle procedure di concorso. Va osservato che tali soglie corrispondono alle mediane del numero dei lavori scientifici della categoria di riferimento (ad esempio le soglie per partecipare alle procedure ASN per professore associato corrispondono alle mediane calcolate sulla platea di tutti i professori associati del settore disciplinare). L’operazione di classificazione è cruciale, ed è quella che condiziona il futuro delle istituzione universitarie e di ricerca in modo permanente. In breve chi controlla la procedura di classificazione controlla il futuro. L’aspetto singolare è che tutto questo avviene senza contraddittorio, senza controdeduzioni. L’unico modo per opporsi agli esiti dell’ASN è il ricorso alla giustizia amministrativa.

  • Veniamo alla VQR  e alla selezione dei dipartimenti di eccellenza. Ogni cinque anni ANVUR procede alla VQR, e sulla base dei suoi risultati procede infine alla selezione dei dipartimenti di eccellenza. La procedura della VQR può essere così descritta: ogni dipartimento selezione una collezione di lavori che vengono sottoposti all’ANVUR per la valutazione. Per ogni settore disciplinare ANVUR costituisce un gruppo di esperti  per la valutazione (GEV) che procede appunto alla valutazione della “qualità” dei lavori sottoposti. Questa valutazione viene effettuata facendo ricorso a referee ed a indicatori bibliometrici. Poi, per aggregazione perfetta, si giunge alla valutazione complessiva del dipartimento e infine dell’Ateneo. Il “voto” nella VQR è importante sia a livello di Ateneo, perché contribuisce alla determinazione della quota di FFO, sia a livello di Dipartimento, in quanto il punteggio VQR contribuisce alla determinazione delle risorse assegnate a ciascun  A nostro parere il punteggio VQR è l’analogo del prezzo di mercato: è cardinale, consente di determinare non solo graduatorie ma anche i rapporti di valore (e quindi di forza politica). Sull’impianto della VQR si innesta la vicenda dei dipartimenti di eccellenza. Va osservato a questo riguardo che questo azione è estranea al progetto originario dell’ANVUR, e fu introdotta dal governo Renzi. Prima di esaminare gli aspetti tecnici due note a margine. L’istituzione dei dipartimenti di eccellenza va inquadrata nell’azione complessiva del governo Renzi, che dedicò grande attenzione ed energia agli interventi su sistema scolastico ed universitario (basti ricordare la vicenda della legge 107 sulla scuola). Un aspetto comune a tutti gli interventi fu quello dimettere l’accento sula gerarchizzazione del personale e delle istituzioni, al fine di innescare meccanismi competitivi (il quasi-mercato di cui si è detto in precedenza). Inoltre, il termine “eccellenza” scelto dal governo Renzi rivela a ben vedere la natura fascista dell’operazione (la parola eccellenza era usata comunemente per designare i gerarchi del regime), a cui si combina un richiamo nostalgico all’Italia giolittiana (il “Ballo Excelsior”, appunto). Sulla base dei punteggi VQR si arriva poi alla selezione dei dipartimenti di “eccellenza”. La partita ha una valenza economica assai grande. Il finanziamento ai dipartimenti di eccellenza, nei cinque anni, vale 1,3 miliardi di euro. Questa graduatoria viene costruita utilizzando l’indicatore detto ISPD. Le aporie di questo indicatore sono ben note e non ci soffermiamo su questo aspetto[14]. Sottolineiamo invece i risultati della tornata 2014-2019, l’ultima. Secondo le stime di Roars (la graduatoria completa non è stata pubblicata dal Ministero, arcana imperii?) ben 180 dipartimenti su un totale di 820 hanno riportato un punteggio pari a zero[15], mentre nell’elenco dei dipartimenti potenzialmente di eccellenza ne sono compresi 350, con punteggi che vanno da 100 a 74. Casualmente, la maggior parte dei dipartimenti con punteggi bassi fanno parte di università del sud[16]. La meritocrazia porta quindi ad una accentuazione degli squilibri territoriali e degli squilibri in generale. Da questo punto di vista, il mandato meritocratico dell’ANVUR è stato pienamente raggiunto, poiché l’azione dell’Agenzia produce disuguaglianze che si annidano sotto il candido velo velo merito.

 

Un accenno di conclusioni

Ovviamente la rilevanza economica della valutazione delle università pubbliche e degli enti di ricerca è assai ingente, come è ben noto (ed anche il costo del sistema ANVUR è assai importante). In questo quadro si inserisce appunto la vicenda dei Dipartimenti di eccellenza (tossico retaggio del priapismo politico renziano). Se compariamo i dipartimenti “eccellenti” di questa tornata con i risultati della tornata precedente, la percentuale di permanenza dal primo al secondo esercizio è solo   del 40%. Pertanto, possiamo dire che per il 60% dei Dipartimenti premiati nella prima tornata non vi è stato un  consolidamento delle posizioni, almeno all’interno delle metriche ANVUR. Al di là del problema politico che deriva dalla scelta di rafforzare i Dipartimenti già forti e di esasperare gli squilibri, è proprio l’efficacia dell’incentivo che risulta debole, mancante. Nel più benevolo dei casi quella dei Dipartimenti di eccellenza è un’operazione inutile (helicopter money alla Friedman), nel peggiore un’operazione che produce squilibri cumulativi nel senso di Myrdal.

In conclusione, ci pare che occorra aver sempre ben presente l’insegnamento di Antonio Gramsci: la critica migliore dell’ideologia si fa osservandone i risultati. E questi non sono confortanti, per nulla. Il sistema ANVUR comincia a funzionare dal 2012. In questi dieci anni l’Italia ha perso posizioni su posizioni nella graduatoria europea della percentuale di laureati rispetto alla popolazione 25-35 anni (ora siamo penultimi davanti alla Romania). Il numero di immatricolati è in calo, il numero di professori e ricercatori di ruolo è il più basso negli ultimi dieci anni. Certo il ruolo dell’ANVUR e della valutazione nel determinare questi esiti non va eccessivamente enfatizzato, ma il contributo degli esercizi di valutazione sembra poco incisivo, a livello di sistema, al fine di ottenere un miglioramento sostanziale dell’Università italiana e di contrastare le tendenze appena ricordate.

A fronte della “malattia” dell’Università italiana, il sistema della valutazione pare funzionare più da oppiaceo che da antibiotico.  

Scritto già apparso su Critica Marxista.

[1] Citato in V. Pinto, Valutare e punire, Napoli, Cronopio, 2012, pag. 30..

[2] La letteratura sulla meritocrazia è amplissima. Ricordiamo solo il testo che diede inizio a questo filone di pensiero, M. Young, L’avvento della meritocrazia, Roma/Ivrea, Edizioni di Comunità, 2014 (prima edizione 1958, Thames and Hudson), e il recentissimo saggio di M. Sandal, La tirannia del merito. Perché viviamo in una società di vincitori e di perdenti, Milano, Feltrinelli, 2021.

[3] L’ideal d’un poivoir impersonnel a pris un nuoveau visage depuis la Seconde Guerre mondiale, le nombre remplacant progressivament la loi comme fondament des obligations entre les hommes.

[4] J. Le Grand, Motivation, Agency and Public Policy: of Knigths and Knaves, Queens and Pawns, Oxford, Oxford University Press, 2003.

[5] C.A. Viano, I filosofi e il bene introvabile, relazione al Convegno “Teorie contemporanee della giustizia”, Brescia, 16 ottobre 2010, Associazione per Ricerca e Insegnamento in Storia e Filosofia.

[6] S.P. Hargraves Heap e Y. Voroufakis, Game Theory. A critical introduction, London, Routledge, 1995.

[7] F. Nietzsche, La volontà di potenza. Scritti postumi per un progetto, Milano, Newton Compton, 2005.

[8] M. Heidegger, Il nichilismo europeo, Milano, Adelphi, 2003.

[9] A. Supiot, La Gouvernance par les nombres. Cours au College de France (2012-2014), Nantes, Fayard, 2015.

[10] V. Pinto, cit..

[11] P. Dardot e C. Laval, La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista, Roma, DeriveApprodi, 2013.

[12] G. Deleuze e F. Guattari, L’anti-Edipo. Capitalismo e schizofrenia, Torino, Einaudi, 1975.

[13] M. J. Sandal,  2021, cit.

[14]  L. Bertoli-Barsotti, L’errore nella formula ISPD dei dipartimenti di eccellenza, in https://www.roars.it/online/lerrore-nella-formula-ispd-dei-dipartimenti-di-eccellenza-ricorsi-in-vista/.

[15] Vedi https://www.roars.it/online/vqr-la-lista-segreta-dei-120-dipartimenti-con-zero-in-pagella/

[16]  Vedi ancora https://www.roars.it/online/vqr-la-lista-segreta-dei-120-dipartimenti-con-zero-in-pagella/