In questo 2024 l’Anvur compie diciotto anni. Che cos’è l’Anvur? È l’Agenzia Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario, un organismo pubblico, ma che agisce anche in autonomia, e a cui il ministero ha di fatto dato mano libera sull’università italiana. Prima dell’Anvur il meglio e il peggio dell’attività accademica si stabilivano alla buona e occasionalmente. Importando in blocco i protocolli in uso presso il Prestigioso Estero, l’Anvur ha istituzionalizzato e professionalizzato la valutazione, l’ha resa capillare e invasiva, ne ha fatto un prerequisito di tutto, introducendovi parametri, algoritmi, percentuali e soglie, spesso impossibili da gestire e persino da comprendere. Si valutano anche i corsi di laurea, i dipartimenti, i dottorati. Ogni tanto i Vopos dell’Agenzia fanno un giro di controllo, e se certi standard non vengono soddisfatti il ministero taglia e accorpa. E così gli atenei vivono in una perpetua psicosi operativa e persino lessicale, costretti a usare la quasi totalità del loro tempo per risolvere gli pseudo-problemi creati dall’Agenzia stessa. Ed è una fatica vana, una ruota del criceto, perché l’Anvur non solo legifera a strati, ma anche partorisce regole che appena nate si morsicano a vicenda come rettili, ispirate come sono al metafisico e lunare obiettivo di applicare metodiche simili o identiche alle scienze dure e alle humanities, agli storici e ai medici, ai contemporaneisti e ai medievisti.
Una delle trovate dell’Anvur è stata quella di estendere il sistema delle caste all’editoria scientifica. Se c’era un principio intangibile nella ricerca, quello era che un prodotto vale di per sé, anche se scritto sui pacchetti di sigarette come faceva Majorana. Ma nel post-Anvur un articolo riceve il suo valore dalla sede che lo ospita. Di qui la decadenza di illustri riviste, invase da protégé impazienti che devono mettere fieno in cascina nell’imminenza del concorso. Un’altra trovata, connessa alla precedente, è stata quella di imporre la peer review. Significa che ogni saggio scientifico può vedere la luce solo se approvato da lettori anonimi detti referee. Ci sono referee eroici, che mettono a disposizione tempo e competenze senza nulla in cambio, dei veri benefattori; ma ci sono anche i referee da colonna infame, che sdoganano monumenti di bestialità e ignorantaggine perché sono disonesti oppure non leggono. Stupisce che – in tempi in cui si esigono codici etici anche per i gelatai – questa attività non sia minimamente normata.
Ma il capolavoro dell’Anvur è forse la VQR, una specie di expo quadriennale in cui i docenti portano i loro ultimi prodotti al mercatino e se li valutano l’uno con l’altro – anglisti con anglisti, latinisti con latinisti, eccetera. I risultati dipendono per lo più dal fatto che gli odi incrociati fra colleghi prevalgano o no sulle logiche di cartello. Che garanzie offre questo sistema? Proprio nessuna, specie se càpita (e càpita) che l’Anvur metta le persone sbagliate a decidere chi valuta cosa. Dignità imporrebbe di sottrarsi a questo giochino, ma se lo fai, l’Anvur usa i metodi del sergente Hartman, cioè non punisce te, ma il tuo dipartimento. E del resto il sottrarsi è stato ormai reso tecnicamente impossibile: se non porti la merce al mercatino, lo fanno loro di autorità.
In tempi pre-anvuriani si sentiva dire, e lo dicevo anch’io, che una valutazione imperfetta è meglio di nessuna valutazione. Ma qui siamo di fronte a ben altro che a una valutazione imperfetta: siamo in presenza di un vero fallimento. La concezione pervasiva del merito, la fumettistica illusione di poter afferrare questo concetto sfuggente, di distillarlo in una storta per ricavarne, costi quel che costi, un precipitato di numeri e di coefficienti, ha messo il sabato al posto dell’uomo, ha creato una dinamica per cui si trovano tanti soldi per valutare la ricerca e zero soldi per farla. Il merito si può sì valutare, ma dentro un contesto, comparativamente. Valutarlo in astratto, in sé, è come voler contabilizzare la fede, l’amore, la felicità: un’idea fanatica, sovietica, da chiesa medievale. E c’è un aspetto anche più grave, ed è che l’instaurazione di questo nesso ferreo e a vita tra valutazione e carriera spinge il giovane ricercatore verso una produzione conformistica e mainstream, destinata non a far progredire la scienza ma a incontrare i gusti del futuro valutatore, immaginato a torto o a ragione misoneista, distratto, impressionato dalla quantità e desideroso di vedere il proprio nome in bibliografia. La vecchia distribuzione delle risorse, a monte della meritocrazia e dell’eccellenza, aveva un suo côté assistenziale ma era equa. Abbiamo sacrificato la ricerca equa per una ricerca migliore, e il risultato, dopo diciotto candeline, è una ricerca sia iniqua che peggiore, senza il pane per tutti e con brioches per alcuni e nulla per altri.
Apparso su Corriere della Sera del 4.7.2024

