Valutazione

Che genere di economista: il possibile impatto delle nuove regole ANVUR

Come il Negroni, storico cocktail italiano composto da tre parti uguali di Vermouth rosso, Bitter Campari e Gin, la ricetta ANVUR per l’abilitazione scientifica nazionale per l’accesso alla prima e seconda fascia dei professori universitari (DM 76 del 2012) si compone, com’è noto, di tre ingredienti:

- mediana degli articoli e capitoli di libro pubblicati negli ultimi dieci anni;

- mediana dei libri (qualsiasi pubblicazione con ISBN);

- mediana delle pubblicazioni su riviste collocate in fascia A, ovvero riviste definite d’eccellenza.

Per i settori delle scienze umane e sociali, quale “economia”,[1] è richiesto il superamento di una mediana su tre per gli aspiranti candidati a professore associato e/o ordinario, stante la procedura di valutazione pubblicata sul sito del MIUR.

Non entriamo in questa sede nel merito della scelta delle riviste inserite nella lista d’eccellenza (fascia A) – molto dibattuto su ROARS e in altre sedi -[2] ma analizziamo i concorsi da ordinario nelle università italiane negli ultimi dieci anni in modo da definire come il “profilo tipo” delle economiste italiane sia variato nel tempo, al fine di  definire quali potrebbero essere le ripercussioni delle nuove regole ANVUR sulla produzione scientifica della economiste italiane.

Il nostro esercizio consiste nel confrontare i risultati di 20 concorsi da ordinario banditi tra il 2001 e il 2003 con quelli di 20 concorsi banditi nel 2008,[3] coprendo un totale di 270 candidati di cui, il 26,3% donne.

Il primo dato interessante che emerge dalla nostra analisi è che mediamente le vincitrici di concorso sono più giovani che in passato. Nel 2001-2003 l’età media delle donne che riuscivano ad arrivare ai vertici era di 51 anni (contro i 46 degli uomini); nel 2008, l’età media è di 41 anni e si va a ridurre consistentemente il gap con gli uomini (40 anni). Guardando all’età media delle candidate non risultate idonee si nota una riduzione dell’età ancora più marcata: avevano in media 46 anni nel 2001-2003, mentre hanno 35 anni nel 2008. Un processo non osservabile per i colleghi uomini, per i quali in media l’età dei candidati non idonei rimane immutata e pari a 45 anni.

Altro fenomeno positivo da evidenziare è che si è, in media, equiparato il periodo di transizione da associato a ordinario per i due sessi: nel 2008 le donne passano di ruolo a ordinario mediamente dopo 6 anni dalla nomina ad associato, contro i 5 anni e mezzo per gli uomini, come risultato della vincita di un concorso.

Vediamo ora come è variata la produzione scientifica; per fare ciò abbiamo interrogato la banca dati Econlit, andando a estrarre per tutti i candidati le pubblicazioni censite nei dieci anni prima che fosse bandito il concorso a cui si è partecipato.[4]

Il numero mediano di pubblicazioni si è notevolmente incrementato nel corso degli anni, andando a correggere l’incongruenza che si registra per i concorsi 2001-2003 analizzati – particolarmente evidente per i candidati uomini – per cui il numero mediano di pubblicazioni risulta maggiore per coloro, che sono stati scartati rispetto a coloro che sono invece risultati idonei. Il fenomeno è presente in misura minore anche per le donne (tabella 1).

Tabella 1 – Confronto della mediana delle pubblicazioni dei candidati ai concorsi 2001-2003 e 2008

Libri

Volumi Collettanei

Tesi

Articoli

Working Paper

Totale

IDONEE

Mediana

2001-2003

1

3

1

3

3

4

2008

1

2

-

5

4

10

IDONEI

Mediana

2001-2003

1

3

0

3

2

5

2008

1

1

1

7

6

12

NON IDONEE

Mediana

2001-2003

1

1

1

5

1

5

2008

1

3

1

4

2

6

NON IDONEI

Mediana

2001-2003

1

2

1

7

6

9

2008

1

2

1

5

2

6

Fonte: elaborazioni su dati Econlit

 

 

Nel 2008 invece sembrano chiare le “regole del gioco”, ovvero le pubblicazioni come criterio di valutazione. Di conseguenza la produzione scientifica totale delle idonee è incrementata di ben il 250%, passando da una produzione mediana di 4 prodotti nei 10 anni precedenti il concorso a 10 prodotti. Nel farlo, sembrano seguire lo stesso ritmo dei colleghi uomini e una medesima strategia (in parte obbligata), andando a prediligere la produzione di articoli e working paper.

 

Di cosa si occupano le economiste italiane?

Per verificare l’oggetto d’analisi, ovvero cercare di definire le tematiche di ricerca scelte dalle economiste italiane, abbiamo utilizzato i JEL codes presenti in Econlit andando a considerare, là dove ne fossero elencati più di uno, il primo codice scelto dall’autore.[5] Ci interessa qui verificare empiricamente se è presente una segregazione di genere nella scelta del campo di ricerca. Nessuna differenza di genere emerge da un’analisi dei settori primari di tutti gli autori considerati: [6] sia per gli uomini che per le donne le tre aree in cui si concentra la maggior parte delle pubblicazioni sono Microeconomia, Macroeconomia ed Economia Internazionale.

Mantenendo però la diversificazione per anno e per esito dei concorsi considerati, appaiono evidenti le differenze di genere: in primo luogo per le economiste si riscontra una maggior concentrazione in aree tematiche e la completa assenza in alcuni settori, in particolar modo per coloro che sono risultate idonee alla prima fascia di docenza. Sempre considerando le idonee solo per i concorsi banditi nel 2001-2003 la segregazione in tematiche più female oriented è evidente (tabella 2)

Tabella 2 – Confronto degli argomenti delle pubblicazioni dei candidati ai concorsi 2001-2003/2008 (%)

IDONEE

2001

IDONEE

2008

IDONEI 2001

IDONEI

2008

NON

IDONEE

2001

NON IDONEE

2008

NON IDONEI

2001

NON IDONEI

2008

A – General Economics and Teaching

0,8%

0,3%

0,5%

0,3%

0,7%

B – History of Economic Thought, Methodology, and Heterodox Approaches

12,1%

5,2%

3,0%

4,0%

2,4%

0,5%

3,0%

C – Mathematical and Quantitative Methods

3,0%

6,2%

7,9%

7,0%

3,2%

4,4%

3,6%

9,2%

D – Microeconomics

6,1%

8,6%

13,5%

18,2%

14,5%

27,3%

11,5%

15,5%

E – Macroeconomics and Monetary Economics

6,1%

14,8%

17,5%

18,9%

12,9%

8,8%

14,8%

16,3%

F – International Economics

3,0%

13,6%

7,5%

10,7%

12,1%

10,2%

18,2%

9,7%

G – Financial Economics

9,1%

6,2%

5,6%

6,4%

10,5%

12,7%

7,6%

6,5%

H – Public Economics

3,0%

14,8%

4,4%

4,7%

3,2%

4,9%

6,0%

2,9%

I – Health, Education, and Welfare

3,0%

1,2%

0,8%

1,3%

2,4%

1,3%

3,4%

J – Labor and Demographic Economics

24,2%

2,5%

11,1%

9,4%

12,1%

11,2%

9,1%

7,4%

K – Law and Economics

2,5%

0,4%

0,3%

0,8%

3,9%

1,6%

1,2%

L – Industrial Organization

3,0%

18,5%

6,3%

10,7%

5,6%

5,9%

7,3%

11,6%

M – Business Administration and Business Economics; Marketing; Accounting

0,0%

0,4%

1,0%

0,8%

0,5%

0,5%

0,5%

N – Economic History

12,1%

0,4%

0,3%

0,8%

0,0%

0,3%

0,5%

O – Economic Development, Technological Change, and Growth

0,0%

4,9%

9,5%

4,0%

13,7%

1,0%

7,0%

4,8%

P – Economic Systems

15,2%

4,9%

4,4%

1,0%

1,6%

0,5%

5,2%

1,0%

Q – Agricultural and Natural Resource Economics; Environmental and Ecological Economics

0,4%

0,7%

2,4%

1,5%

0,3%

1,9%

R – Urban, Rural, Regional, Real Estate, and Transportation Economics

2,8%

1,7%

1,6%

2,0%

4,4%

2,6%

Y – Miscellaneous Categories

0,0%

0,6%

Z – Other Special Topics

1,2%

1,2%

0,3%

0,5%

0,6%

Fonte: elaborazioni su dati Econlit

Economia del Lavoro, Demografia, Storia Economica e Storia del pensiero economico sono i settori su cui le idonee hanno pubblicato più frequentemente, mentre per gli idonei l’area di ricerca su cui più si è scritto sono Micro e Macro economia. Altra differenza sostanziale è nella variazione dei temi di ricerca prescelti nel tempo in quanto, mentre per gli idonei non occorre una consistente variazione dei settori primari tra le due ondate di concorsi osservati, per le idonee al contrario si assiste a uno stravolgimento dei settori di ricerca prescelti, evidenziando un processo di “omologazione” verso le stesse tematiche prescelte dai colleghi uomini, in particolare su aree quali Organizzazione industriale e Macroeconomia. È però da rilevare che tra le non idonee il settore di ricerca con una percentuale maggiore di pubblicazioni rimane invariato ed è la Microeconomia, settore frequentemente utilizzato dagli economisti uomini ritenuti idonei. Siamo allora andate a verificare per quest’ultimo settore di ricerca le pubblicazioni dei candidati ai concorsi banditi nel 2008, calcolando il numero di citazioni ricevuto da ciascuna su Google Scholar, considerandolo una buona approssimazione dell’impatto delle pubblicazioni nella comunità di riferimento.

Andando a correggere il dato per l’anno di pubblicazione è evidente che le donne economiste hanno un impatto inferiore, o meglio, vengono citate mediamente di meno dei colleghi uomini in Microcroeconomia; tuttavia, per le idonee, al contrario, il numero mediano di citazioni per anno è leggermente superiore a quello degli idonei (1,29 citazioni annue contro 1,25).  Al contrario per le pubblicazioni il cui settore primario principale è stato individuato dall’autore con la lettera L, ovvero Organizzazione industriale, settore di ricerca nel quale le idonee ai concorsi banditi nel 2008 hanno una maggiore percentuale di records, le economiste, comprese le non idonee, hanno un numero mediano di citazioni per anno maggiore rispetto ai colleghi uomini; volendo quindi riprendere la classificazione delle “strategie individuali di sopravvivenza” per le economiste enunciate da Forget (1995),[7] sembrerebbero convivere due strategie contrapposte, da una parte la “super-performance”, ovvero avere delle pubblicazioni con indicatori bibliometrici migliori rispetto ai colleghi uomini (è questo il caso di Microeconomia), dall’altra la strategia di “segregazione” (Organizzazione Industriale).

Oltre alla concentrazione in determinati settori di ricerca abbiamo anche verificato la propensione al co-autoraggio delle economiste. In uno studio condotto sugli articoli pubblicati tra il 1991 e il 2002 in tre top journal (American Economic Review, Journal of Political Economy e Quarterly Journal of Economics) [8] si è mostrato come le economiste tendano a scrivere più da sole rispetto ai colleghi uomini, anche se la loro propensione al ricorso a uno o più coautori stia crescendo nel tempo. Il pubblicare da sole, senza ricorso al co-autoraggio, può esser frutto di una tendenza alla “segregazione di genere” in modo particolare se si tende a identificare la qualità della ricerca con il suo “impatto” nella comunità scientifica che, a sua volta, si concretizza con il numero di citazioni: è infatti verificato che la presenza di più autori porta ad un incremento delle possibilità che la stessa pubblicazione riceva un numero di citazioni maggiori. Di conseguenza è positivo notare che, nel nostro campione, le donne hanno notevolmente contratto il numero di pubblicazioni da sole, passando dal 43,9% delle pubblicazioni esaminate al 24,2% nel 2008 dato inferiore ai colleghi uomini (35,3%). Quello che però colpisce è che in entrambi gli anni, e per entrambi i sessi, gli idonei hanno una percentuale maggiore di pubblicazioni senza co-autori rispetto ai non idonei.

 

Quali possono essere quindi gli scenari futuri?

Proviamo ora a porre delle ipotesi di reazione delle economiste a seguito della formalizzazione delle nuove regole del gioco, ovvero i requisiti minimi per l’accesso alla prima fascia di docenza, relativamente alla procedura di valutazione comparativa bandita sulla base del DM 76 del 2012, attualmente in essere. Riprendiamo quindi il nostro “negroni bibliometrico” per divenire ordinario al fine di verificarne i singoli “ingredienti”, così come enunciati dall’Anvur nell’agosto del 2012 attualmente in fase di revisione/abolizione[9], mantenendo come banca dati di riferimento Econlit:

-       Mediana articoli su riviste e capitoli di libro: su un totale di 301 economiste (di cui 110 associate) solo il 22% delle ricercatrici e associate soddisfa il primo requisito, ovvero una mediana uguale o superiore a 8. Per gli uomini al contrario la percentuale di successo è del  35%;

-       Mediana dei libri: solo il 3,6% delle ricercatrici e associate ha pubblicato almeno una monografia negli ultimi dieci anni.[10] Anche in questo caso la percentuale maschile è più alta pari al 9% .

-       Mediana delle pubblicazioni su riviste collocate in fascia A, ovvero riviste definite d’eccellenza. Il criterio di eccellenza dei vecchi settori disciplinari SECS-P01/P06 va da zero (scienze delle finanze, storia economica, storia del pensiero economico) a 6 (Econometria) pubblicazioni in dieci anni. Nonostante sia presente una scarsa copertura delle riviste di fascia A in Econlit, il 26% delle economiste accademiche ha almeno una pubblicazione negli ultimi dieci anni inserita nella lista dei requisiti di “eccellenza”, nello specifico il 25% delle associate e il 27% delle ricercatrici.[11] In questo caso il gender gap si fa più marcato in quanto circa il 90% degli uomini ha almeno un record negli ultimi dieci anni  pubblicata su una rivista di fascia A.

Data la maggiore duttilità delle economiste alla variazione della tipologia di pubblicazione e tematiche di ricerca e la minor produttività media rispetto ai colleghi uomini (anche se abbiamo visto che il gap si sta riducendo)  la strategie vincenti  potrebbero essere due:

1. Segregazione in termini di tipologia di pubblicazione: basta una sola monografia ogni 10 anni per essere ammessi alle selezioni alla prima fascia di docenza.

2. Omologazione, ossia pubblicare solo o in maniera consistente su riviste inserite nella lista d’eccellenza, di qui l’importanza della lista e dell’inclusione di riviste su diverse tematiche e nel rispetto dell’interdisciplinarietà.

Per ovviare al manifestarsi dell’effetto segregazione si potrebbe proporre di inserire un “requisito” riguardo il ricorso al co-autoraggio, sempre più diffuso nel mondo accademico. Si potrebbe inserire un obbligo di quote da parte delle riviste gender-sensitive, riguardo al ricorso a co-autoraggio misto (uomini e donne). Ciò favorirebbe la creazione di reti virtuose, che possano generare sia una riduzione del gender gap nel numero di pubblicazioni sia favorire l’ingresso delle economiste donne in aree di ricerca più male-oriented.

 


* Una versione ridotta di questo articolo è comparsa su inGenere del 19/3/2013 con il titolo “Ieri e domani: la valutazione delle economiste italiane”, a firma di Giulia Zacchia.

[1] Per “economia” intendiamo in questa sede i settori disciplinari SECS-P01-SECS-P06, attuali settori concorsuali 13/A1-13/A5 e 13/C1.

[2] Va però ricordato che nella lista MIUR non compare in fascia A alcuna rivista italiana e che la SIE ha pubblicato una lista alternativa composta di circa 2800 riviste del settore. Della difformità delle due liste tratta la mozione SIE reperibile all’indirizzo: http://www.siecon.org/online/wp-content/uploads/2012/11/Mozione-SIE-19-ottobre-2012.pdf

[3] Il 2008 è rilevante, perché si tratta dell’ultimo anno in cui sono stati banditi concorsi da ordinario, prima che entrasse in discussione e poi in vigore la legge Gelmini. Va ricordato che diversi concorsi banditi nel 2008 si sono poi svolti negli anni successivi, fino a concludersi, in alcuni casi, nel 2011. In particolare, nel 2008 sono stati banditi 28 concorsi per professore di prima fascia SECS-P01/SECS-P06; nello specifico il 64% in SECS-P01, il 21% in SECS-P02, il 4% in SECS-P05 e l’11% in SECS-P06. Di conseguenza, per permettere il confronto con i concorsi svolti nel periodo 2001-2003, abbiamo scelto casualmente un numero di concorsi tale da mantenere le stesse proporzioni inalterate nel tempo, con riferimento ai diversi settori disciplinari.

[4] Di conseguenza, per esempio, per i candidati agli ultimi concorsi banditi (2008) abbiamo calcolato tutti i prodotti pubblicati tra il 1998 e il 2008 in Econlit. Econlit è una delle banche dati più complete e utilizzate in campo economico, che raccoglie articoli di periodici, dissertazioni, monografie, atti di convegni, working papers relativi a tutti i campi della ricerca economica. Presenta un’ampia copertura territoriale (per le riviste sono presenti 65 paesi) e temporale (dal 1969) ed è aggiornato mensilmente

[5]           JEL classification codes è un sistema di classificazione degli articoli in riviste economiche creato dal Journal of Economic Literature (dell’American Economic Society). Il JEL code si compone di 3 caratteri, la lettera identifica il settore primario (sono 19 in totale).

[6]           Si tratta di 2068 pubblicazioni per cui sono presenti in Ecolit i JEL codes, di cui il 20,78% vede una donna come autrice.

[7] Forget E. (1995), “America women economists, 1900-1940: doctoral dissertation and research specialization”. In M.A. Dimand, R Dimand e E. Forget (a cura di), Women of value, Edward Elgar, pp. 25-38.

[8] Boschini A. e A. Sjögren (2007), “Is Team Formation Gender Neutral? Evidence from Coauthorship Patterns“, Journal of Labor Economics, vol. 25, pp. 325-365.

[9]        Si rimanda all’ultimo comunicato Anvur del 21/03/2013 e all’articolo a cura della redazione Roars, “Mazzabubù, la mediana non c’è più!”, 23/03/2013.

[10]          Econlit in questo caso non è un buon database, in quanto raccoglie un numero di monografie molto ridotto in particolare sono assenti molte delle case editrici italiane.

[11]          Le pubblicazioni di questi settori disciplinari inserite nella lista delle riviste in fascia A sono 463 di cui solo il 46% è presente in Econlit. E’ da notare come nelle lista ufficiale delle riviste di fascia A pubblicata sul sito Anvur sia presente solamente il nome della rivista e non il codice ISSN, rendendo a volte difficile la ricerca delle riviste in database internazionali che a volte utilizzano abbreviazioni dei titoli delle riviste.

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2 Comments

  1. non sarebbe molto più semplice vincolare delle quote rosa nei concorsi. Magari legati alle percetuali delle domande. Mi sembrerebbe un sistema molto più economico. o no?

  2. Giulia Zacchia says:

    inserire le quote rosa per gli esiti dei concorsi ad associato e/o ordinario risponderebbe certo ad una logica di inclusione delle donne ai vertici della carriera accademica ma quello che proponiamo é invece un’inclusione delle donne alla base del processo selettivo ovvero nella scelta dei coautori: il ricorso al coautoraggio misto in settori di ricerca caratterizzati da network consolidati  maschili potrebbe portare ad un notevole incremento in termini di visibilità (sia per numero che per rilevanza delle pubblicazioni) delle donne, altro effetto positivo potrebbe essere quello di ridurre la concentrazione della produzione in determinati ‘ghetti’/aree di ricerca generalmente definiti female-oriented.

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