#STOPVQR / Dati

VQR polls. «Roma Sapienza facce sogna’»: astensione sopra 23% (schede mai aperte 16.4%)

Di seguito ripubblichiamo il post del 28.02.2016 (VQR polls: a Milano Politecnico le schede chiuse sono meno dell’80%) riportando nella tabella dei VQR polls gli ultimi dati aggiornati a nostra disposizione. In particolare, da un report del Senato Accademico di Roma  Sapienza  (16 febbraio) risultano le seguenti percentuali

  • 23,41% di astensione
  • 16,4% non hanno schede in lavorazione

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Le pressioni si moltiplicano ovunque. Corrono persino voci di veri e propri atti di intimidazione individuale da parte di direttori dipartimento che hanno perso la testa. Tuttavia, l’argomento più usato è che altrove l’astensione si è ormai sgonfiata e che essere gli unici a resistere eroicamente sarebbe solo autolesionistico. Eppure, fino all’altro ieri, al Politecnico di Milano le schede chiuse erano meno dell’80% e anche in altri atenei simbolo, Pisa in testa, l’astensione sembra rimanere sopra il 30% Insomma, spiacerà a chi è alla disperata ricerca di alibi per giustificare la propria resa, ma la situazione continua ad essere esplosiva, soprattutto a giudicare dal numero crescente di Rettori e direttori oltre l’orlo di una crisi di nervi. Dove le percentuali di astensione sono più alte si tengono i numeri chiusi a chiave e si favoleggia di astensioni nazionali del 5% per impaurire i docenti renitenti. Intanto i recenti annunci del governo hanno chiarito che i soldi per il riconoscimento dell’anzianità giuridica perduta, per il diritto allo studio, per il turn-over, i PRIN e l’FFO ci sarebbero. Solo che finiranno ai privati, ovvero ad una Fondazione di Diritto Privato come IIT che si nutre di denaro pubblico senza nemmeno pubblicare i suoi bilanci e che riceverà 1,5 miliardi di Euro e 1.500 ricercatori per il progetto Human Technopole. Veemente la reazione della senatrice a vita Elena Cattaneo che su Repubblica scrive un articolo intitolato Human Technopole, la scienza all’Expo e la favola del pifferaio. È questo il momento giusto per smobilitare? Ognuno giudichi da se stesso, ma intanto le lancette dell’orologio cominciano a correre a favore degli astensionisti: cominciano a mancare i tempi tecnici e la VQR – se partirà – corre il serio rischio di partire azzoppata, senza poter cioè pretendere di essere quella “fotografia dettagliatissima e, soprattutto, certificata” della ricerca italiana, una pretesa che ne giustifica l’uso per ripartire la quota premiale. Ma al di là del terrorismo accademico, quali sono i reali rischi per le strutture dove l’astensione non rientrerà?

Cattaneo_pifferaio

VQR-polls aggiornati al 27-2-2016

Di seguito, pubblichiamo la tabella aggiornata delle percentuali di adesione e di astensione alla VQR di cui la redazione è riuscita a venire a conoscenza. La rilevazione copre circa la metà degli atenei partecipanti alla VQR. A questo proposito, sembra rimanere valido quanto avevamo scritto dieci giorni fa:

Alla luce dell’atteggiamento dei Rettori, che nella maggior parte – proprio come nel 2010 – stanno cercando di frenare la protesta, non sorprende che i dati rettorali siano generalmente quelli più bassi. L’idea è quella di rendere note le percentuali solo quando sono abbastanza limitate e permettono di esercitare la dovuta pressione sui renitenti. Da questo punto di vista, può essere interessante notare che solo pochi rettori hanno reso pubbliche le loro percentuali di astensione. È forse da interpretare come un segno che in molti atenei la partita è del tutto aperta?

Ripetiamo l’invito rivolto ai lettori di aiutarci ad arricchire e tenere aggiornata la tabella dei VQR-polls, inviandoci le migliori stime che divenissero a mano a mano disponibili nei loro atenei.

Astensioni_rev11

Ma cosa succede se non smobilitiamo?

Per convincere a smobilitare, l’argomento della penalizzazione economica va per la maggiore e viene brandito senza andare troppo per il sottile, come accaduto per esempio a Pavia (Provincia Pavese del 23.02.2016).

A_rischio_5_milioni

A causa dell’astensione, si perderebbero 5 milioni all’anno che moltiplicati per i quattro anni durante i quali la VQR 2011-2014 dovrebbe essere usata come criterio di ripartizione causerebbero una sforbiciata dell’ordine di 2o milioni nel quadriennio. Qualcuno ha osservato che nei decreti FFO è presente una clausola di salvaguardia che impedisce che l’FFO di un ateneo scenda più del 2% da un anno all’altro (per Pavia si tratta del 2% di 125 milioni, ovvero di 2,5 milioni, giusto la metà dei 5 milioni sbandierati).

Ma, a prescindere dal paracadute delle clausole di salvaguardia (che rallenterebbero soltanto la discesa) quanto è affidabile questa stima di 5 milioni? Per capirlo, prendiamo la Tabella del Decreto FFO 2015 relativa alla ripartizione della quota premiale.

UNIPV_FFO_2015_premiale

  • Dato che la quota premiale pavese del 2015 è 17.891.915 + 4.340.571 = 22.232.486 Euro, ipotizziamo che, senza alcuna protesta, nel 2016 essa diventerebbe 22.232.486 x 22/20 = 24.455.735 Euro (la quota premiale, determinata in misura del 20 per cento per l’anno 2015 è soggetta a incrementi annuali non inferiori al 2 per cento).
  • Secondo la Provincia Pavese, vi sono “non meno di 150 docenti astenuti“.
  • Nel Cerca Università del MIUR, il numero di docenti pavesi al 31.12.2014 era pari a 947. Alcuni di questi, ai sensi del regolamento VQR, potrebbero essere esentati dal sottoporre a valutazione i loro prodotti, in tutto o in parte. Con una stima cautelativa, consideriamo pari a 900 i docenti accreditati per la VQR (più la stima è bassa più è ingigantito l’impatto della protesta).
  • Ipotizziamo che la percentuale di astensione sia la stessa tra i docenti sottoposti a valutazione (quota premiale A, legata all’indicatore IRFS1) e il sottoinsieme di quelli promossi o reclutati (quota premiale B, legata all’indicatore IRAS3). Supponiamo anche che le percentuali di obiezione siano le stesse per tutte le fasce di voto (per esempio, non accade che si astengano solo i docenti con punteggi alti o solo quelli con i punteggi bassi).
  • Formuliamo infine l’ipotesi che Pavia sia l’unico ateneo italiano a protestare. In tal caso, ogni astenuto trasferisce una quota di FFO premiale agli altri atenei della penisola.

Sotto queste ipotesi, la perdita annua nel 2016 è pari a:

24.455.735 x 150 / 900 = 4.075.956 Euro

Si tratta di una cifra decisamente inferiore ai 5 milioni.

Può darsi che a essere sbagliato sia il numero di docenti astenuti. L’ateneo non ha rilasciato cifre ufficiali e potrebbe essere che le percentuali di astensioni siano ben maggiori. Diamo allora per buoni i 5 milioni stimati dal rettore e ricaviamo la percentuale di astensione:

numero astenuti = 900 x 5.000.000/24.455.735 = 184

Se le cose stanno così, la percentuale di astensione nell’ateneo si aggirerebbe intorno al 20%. Una percentuale che il governo dell’ateneo si era ben guardato dal far circolare, senza però rendersi conto che l’allarme sui 5 milioni avrebbe finito per renderla nota a chiunque sapesse far di conto.

Beh, 5 milioni non sono pochi e, tutto sommato, giustificano l’allarme lanciato sulla Provincia Pavese. O no?

I nostri lettori avranno notato che i calcoli sono basati su un’ipotesi inverosimile, ovvero che Pavia sia l’unico ateneo italiano a protestare.

Non ci vuole molto a capire che se la percentuale media di astensione nazionale fosse pari al 20%, la protesta pavese non sarebbe in grado di alterare significativamente il finanziamento premiale dell’ateneo.

Ma se la protesta nazionale raggiungesse percentuali minori che a Pavia, quale sarebbe il danno per l’ateneo?

Per il 2016, il calcolo è presto fatto:

[FFO premiale UNIPV con protesta] = [FFO premiale UNIPV senza protesta] x a / b

dove

  • a = % conferimento prodotti VQR pavese
  • b = % conferimento prodotti VQR nazionale

Ipotizziamo che alla chiusura dei termini risulti

  • a = 85%
  • b= 90%

Il valore di a corrisponde ad un’astensione pavese pari al 15% ed è del tutto realistico, pensando al recupero di qualche ritardatario. Il valore di b corrisponde ad un’astensione nazionale del 10% ed è verosimilmente sottostimato. In tal caso

[FFO premiale UNIPV con protesta] = 24.455.735 x 85 / 90 =
24.455.735 x 0,94 = 23.097.083

In altre parole, la diminuzione di FFO premiale ammonterebbe a

24.455.735 - 23.097.083 = 1.358.652 Euro

che corrisponde al 5,56% della presunta quota premiale 2016. Rispetto a questa cifra, il valore di 5 milioni annui comunicato alla stampa risulta ampiamente gonfiato.

Nel 2016, il minore introito annuo per l’ateneo è meno di 1.500 Euro per docente, una cifra verosimilmente inferiore alla decurtazione economica dovuta al mancato riconoscimento dell’anzianità giuridica. Un mancato riconoscimento che assomiglia ad una riproposizione del cosiddetto “oro alla Patria” con l’aggravante che invece di donare le fedi matrimoniali una tantum, il prelievo dura tutta la vita e, cumulativamente, può superare anche i 90.000 Euro. Un oro alla Patria che sembra aver reso pigri i rettori nel difendere i colleghi, dato che è più comodo spendere l’oro versato forzosamente dai docenti piuttosto che spendersi col governo per un rifinanziamento del sistema universitario. Se le cose stanno così, l’astensione dalla VQR ha il pregio di ridimensionare i vantaggi della pigrizia, quanto meno negli atenei dove le percentuali di protesta saranno superiori alla media nazionale.

L’altra faccia della medaglia è che ad ottenere un vantaggio nella ripartizione premiale saranno i governi degli atenei “più diligenti”, i cui docenti con la loro solerte obbedienza avranno rafforzato nei loro rettori la convinzione che spennare i colleghi sia la soluzione più comoda e indolore. Inutile dire che tacchini che si affrettano a saltare spontaneamente nel pentolone saranno sempre additati come esempio da seguire … se chi parla è il cuoco.

E dopo?

Se la protesta non rientra, un’ipotesi che merita ormai di essere presa in seria considerazione, si verrà a creare una situazione “a macchie di leopardo”. Con quali conseguenze?

Sarà impossibile riproporre la retorica della VQR come “fotografia dettagliatissima e soprattutto certificata della qualità della ricerca italiana”. Infatti, i voti finiranno per essere influenzati dall’estensione della protesta nelle varie sedi e non mancano i casi di scienziati “eccellenti” che hanno dichiarato pubblicamente la loro astensione. Le classifiche, il cui valore era già dubbio, risulteranno inservibili, dato che la VQR (Valutazione della Qualità della Ricerca) si sarebbe trasformata in VQO (Valutazione della Qualità dell’Obbedienza). A questo va aggiunto che la credibilità dell’ANVUR è ai minimi storici. Da un lato ha concepito una procedura pseudoscientifica di inaudita ed esasperante complessità che ha contribuito non poco a rafforzare la protesta e ha convinto il mondo accademico che alla luce dei costi e dei danni inferti al sistema, una riforma dell’agenzia di valutazione rappresenta un’urgenza non più differibile. Da un altro lato, la legittimazione dei suoi vertici e i meccanismi che ne regolano la selezione sono messi in discussione dall’affare Miccoli, la cui selezione sembra destinata a finire sotto la lente di un’inedita commissione di inchiesta del MIUR.

Non è detto che la politica voglia o sappia tirare da subito le conclusioni. Sul tavolo rimarrebbe una contestazione tangibile di un modello “premiale” che invece di incentivare il miglioramento si limita a legittimare un processo di compressione selettiva e cumulativa, funzionale al ridimensionamento del sistema universitario. Un sistema universitario che – per dimensioni e spesa – è già nelle ultime posizioni in Europa e nell’OCSE.

Difficile fare previsioni, ma sarebbe politicamente insostenibile procedere nella distribuzione premiale come niente fosse. Tanto più che le ragioni della protesta sono difficilmente contestabili e, nonostante i timori di alcuni, non sono state fatte oggetto di attacchi neppure da parte di chi era in prima fila nelle campagne di stampa del 2008-2010. Verosimile che, anche a fronte delle fratture che verrebbero crearsi nella CRUI, si debba ricorrere a qualche forma di aggiustamento più o meno temporaneo.

Una strada che si profila rischiosa, soprattutto per quegli atenei che già stanno scivolando su una china pericolosa e che potrebbero trovarsi in una situazione insostenibile, se le regole rimanessero immutate. Eppure, rispetto a una morte annunciata, mettere all’ordine del giorno un cambio delle regole del gioco è un’opzione tutt’altro che irragionevole.

Interessante domandarsi anche cosa potrà succedere negli atenei in cui la protesta risultasse distribuita in modo molto diseguale tra un dipartimento e l’altro. Molti modelli di riparto intra-ateneo fanno uso dei risultati della VQR, magari usando un metodo pseudoscientifico come il voto standardizzato CRUI. Anche in questo contesto, diventerà difficile trovare una giustificazione a criteri di assegnazione delle risorse che penalizzassero i dipartimenti che più si sono impegnati a difendere istanze che sono largamente condivise tra i docenti. Tanto più che per i dipartimenti ligi nella compilazione, l’effetto netto della protesta potrebbe essere un guadagno fittizio che non trova giustificazione nella maggiore qualità della ricerca (VQR), ma piuttosto nella maggior qualità dell’obbedienza (VQO). Tutti temi destinati ad animare il dibattito negli atenei, mettendo in discussione modi e finalità della valutazione interna. Anche in questo caso si aprirebbe un scenario dagli sviluppi poco prevedibili, ma con alcuni risvolti persino salutari.

A fronte di scenari inediti, non sorprende che qualcuno faccia di tutto per evitarli. Tuttavia, l’alternativa alla protesta è fin troppo chiara ed è quella additata dal progetto IIT-Technopole. Far morire di inedia il sistema universitario distribuito sul territorio mentre si dirottano ingenti fondi su istituti privati, magari meno efficienti di un Politecnico di Bari ma più legati al potere politico:

E mentre la ricerca agonizza, spunta lo Human Technopole. Il presidente del Consiglio lo ha tirato fuori dal cilindro mesi fa definendolo “centro di ricerca mondiale su sicurezza alimentare, qualità della vita, ambiente” e affidandone (alla cieca) la gestione all’Istituto italiano di Tecnologia (Iit) di Genova, fondazione di diritto privato. Per cui, mentre i ricercatori pubblici nemmeno sanno se esisterà un bando Prin 2016, un ente di diritto privato avrà garantiti 150 milioni di euro all’anno per dieci anni (ma allora le risorse ci sono!). Lo stesso a cui sono erogati da anni (sono già oltre 10) 100 milioni all’anno. Preziose risorse pubbliche che vengono stanziate dal governo di turno “senza accorgersi” che in buona parte sono accantonate in un tesoretto (legale ma illogico) che oggi ammonterebbe a 430 milioni. Risorse pubbliche per la ricerca “dormienti” depositati presso un fondo privato. Il progetto sul post-Expo è l’esempio più emblematico, tra i tanti possibili, delle distorsioni per fini politici, dell’improvvisazione e di come non si dovrebbero gestire i fondi pubblici per la ricerca. Un finanziamento top-down che crea una nuova corte dei miracoli (a prescindere che si chiami Iit) presso la quale c’è già chi si è messo a tavola. (Elena Cattaneo, “Human Technopole, la scienza all’Expo e la favola del pifferaio”, la Repubblica, 25.02.2016)

Se questo è il futuro, chi è ancora incerto sul da farsi ha qualche ragione in più per voler mandare un segnale di dissenso collettivo.

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10 Comments

  1. Pingback: L’astensione a Roma Sapienza – Stefano Chimichi

  2. monica mignucci says:

    Ma Sapienza facci sognare de che? Ma lo sapete esattamente che cosa significano quei dati?
    Innanzi tutto la documentazione per il SA è predisposta una settimana prima della seduta, quindi i dati sono vecchi e considerato come si lavora per la VQR, tutto last minute, cambiano e molto in pochi giorni.
    Le selezioni in lavorazione o non avviate dipendono da molte cosa: sicuramente ci sono un buon numero di protestatari, poi ci sono coloro che la VQR non sanno neppure cosa sia, che dopo le scadenze date dall’ateneo si svegliano e dicono “oh scusate potete fare la selezione per noi che pensavamo la scadenza fosse un’altra”? Poi ci gli intoppi di IRIS che non fa chiudere le selezioni di coloro che hanno un prodotti non ammissibili e quindi non raggiungono il minimo di due prodotti da conferire, e potrei continuare con l’elenco, ma, purtroppo tocca andare a lavorare per risolvere i conflitti, fare lo zippone e inviare tutto nei tempi!
    Anvur va contestata sicuramente, ma non così!

    • Giuseppe De Nicolao says:

      Se gli atenei ci forniscono dati aggiornati e certificati, li pubblichiamo più che volentieri. Per qualche strana ragione in molte sedi si è continuato a dire che nel resto d’Italia i conferimenti erano al 95% e che si correva il rischio di essere l’unico ateneo penalizzato. Ma, a quanto pare, non tutti avevano detto la verità.
      Sulle altre modalità di contestazione di Anvur (dopo che abbiamo sottolineato invano in tutti i modi i costi, gli errori metodologici, statistici ed anche le procedure di nomina non proprio cristalline) siamo ovviamente disponibili a farcele spiegare e a metterle tempestivamente in atto. Ormai Anvur viene sbeffaggiata in prima serata dalle Iene, ma i rettori della CRUI hanno perso la puntata, impegnati com’erano nella preparazione della primavera dell’Università. Anzi, i segnali del governo raccolgono il plauso dei vertici accademici (https://www.roars.it/online/il-plauso-dei-vertici-accademici-per-il-segnale-inviato-dal-governo/).

    • Zippone, conflitti e i soliti numeretti insensati, …giochiamo ad ANVUR…lei ha da suggerire un altro strumento di protesta pacifica?

  3. PARMA: caricamento forzoso o phishing?
    Il ns. ateneo, a fronte di una percentuale di astensione del 34,5%, ha avviato una procedura di “phishing” nei confronti degli astenuti, mandandoci una E-Mail in cui veniamo invitati a fare login su un apposito sito web predisposto allo scopo di mostrarci le pubblicazioni scelte per noi dall’Amministrazione, ed eventualmente cambiarle.
    Peccato che il solo fatto di fare login su tale sito produca un effetto di “presa visione” delle pubblicazioni preselezionate, per cui, anche se non si procede a sostituirle, di fatto le stesse vengono considerate “accettate” e verranno inviate.
    In questo modo probabilmente l’amministrazione spera di aggirare la necessità di fare un invio “forzoso”, senza alcuna autorizzazione, delle nostre pubblicazioni, utilizzando il mero accesso alla procedura online come “presa visione per accettazione” della scelta delle pubblicazioni.
    Il tutto profittando dell’innata curiosità umana (“andiamo a vedere quali pubblicazioni han scelto…”). Una specie di truffa, insomma!

    • Quanto accade a Parma è incredibile.
      A questo siamo ridotti?
      A rettori che si comportano come dei volgari truffatori?
      A questo ha portato il delirio valutativo dell’Anvur? A dissolvere non soltanto la ricerca ma anche un minimo di onestà nei comportamenti?

  4. voltaire says:

    Per Sapienza, i dati corretti sono:
    85% di adesione.
    Una certa percentuale (6.5) è in via di adesione.
    il restante 8.5% non ha aderito.

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  7. annadal says:

    All’Università dell’Aquila la Rettrice ha fatto approvare in CdA il 24 febbraio u.s. che “la ripartizione di tutte le risorse attribuite dal MIUR verranno distribuite ai dipartimenti tenendo conto della percentuale di adesione alla VQR 2011/2014 e dei risultati della VQR più recente.”

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