Le pressioni si moltiplicano ovunque. Corrono persino voci di veri e propri atti di intimidazione individuale da parte di direttori dipartimento che hanno perso la testa. Tuttavia, l’argomento più usato è che altrove l’astensione si è ormai sgonfiata e che essere gli unici a resistere eroicamente sarebbe solo autolesionistico. Eppure, fino all’altro ieri, al Politecnico di Milano le schede chiuse erano meno dell’80% e anche in altri atenei simbolo, Pisa in testa, l’astensione sembra rimanere sopra il 30% Insomma, spiacerà a chi è alla disperata ricerca di alibi per giustificare la propria resa, ma la situazione continua ad essere esplosiva, soprattutto a giudicare dal numero crescente di Rettori e direttori oltre l’orlo di una crisi di nervi. Dove le percentuali di astensione sono più alte si tengono i numeri chiusi a chiave e si favoleggia di astensioni nazionali del 5% per impaurire i docenti renitenti.  Intanto i recenti annunci del governo hanno chiarito che i soldi per il riconoscimento dell’anzianità giuridica perduta, per il diritto allo studio, per il turn-over, i PRIN e l’FFO ci sarebbero. Solo che finiranno ai privati, ovvero ad una Fondazione di Diritto Privato come IIT che si nutre di denaro pubblico senza nemmeno pubblicare i suoi bilanci e che riceverà 1,5 miliardi di Euro e 1.500 ricercatori per il progetto Human Technopole. Veemente la reazione della senatrice a vita Elena Cattaneo che su Repubblica scrive un articolo intitolato Human Technopole, la scienza all’Expo e la favola del pifferaio. È questo il momento giusto per smobilitare? Ognuno giudichi da se stesso, ma intanto le lancette dell’orologio cominciano a correre a favore degli astensionisti: cominciano a mancare i tempi tecnici e la VQR – se partirà – corre il serio rischio di partire azzoppata, senza poter cioè pretendere di essere quella  “fotografia dettagliatissima e, soprattutto, certificata” della ricerca italiana, una pretesa che ne giustifica l’uso per ripartire la quota premiale. Ma al di là del terrorismo accademico, quali sono i reali rischi per le strutture dove l’astensione non rientrerà?

Cattaneo_pifferaio

VQR-polls aggiornati al 27-2-2016

Di seguito, pubblichiamo la tabella aggiornata delle percentuali di adesione e di astensione alla VQR di cui la redazione è riuscita a venire a conoscenza. La rilevazione copre circa la metà degli atenei partecipanti alla VQR. A questo proposito, sembra rimanere valido quanto avevamo scritto dieci giorni fa:

Alla luce dell’atteggiamento dei Rettori, che nella maggior parte – proprio come nel 2010 – stanno cercando di frenare la protesta, non sorprende che i dati rettorali siano generalmente quelli più bassi. L’idea è quella di rendere note le percentuali solo quando sono abbastanza limitate e permettono di esercitare la dovuta pressione sui renitenti. Da questo punto di vista, può essere interessante notare che solo pochi rettori hanno reso pubbliche le loro percentuali di astensione. È forse da interpretare come un segno che in molti atenei la partita è del tutto aperta?

Ripetiamo l’invito rivolto ai lettori di aiutarci ad arricchire e tenere aggiornata la tabella dei VQR-polls, inviandoci le migliori stime che divenissero a mano a mano disponibili nei loro atenei.

Astensioni27022016

Ma cosa succede se non smobilitiamo?

Per convincere a smobilitare, l’argomento della penalizzazione economica va per la maggiore e viene brandito senza andare troppo per il sottile, come accaduto per esempio a Pavia (Provincia Pavese del 23.02.2016).

A_rischio_5_milioni

A causa dell’astensione, si perderebbero 5 milioni all’anno che moltiplicati per i quattro anni durante i quali la VQR 2011-2014 dovrebbe essere usata come criterio di ripartizione causerebbero una sforbiciata dell’ordine di 2o milioni nel quadriennio. Qualcuno ha osservato che nei decreti FFO è presente una clausola di salvaguardia che impedisce che l’FFO di un ateneo scenda più del 2% da un anno all’altro (per Pavia si tratta del 2% di 125 milioni, ovvero di 2,5 milioni, giusto la metà dei 5 milioni sbandierati).

Ma, a prescindere dal paracadute delle clausole di salvaguardia (che rallenterebbero soltanto la discesa) quanto è affidabile questa stima di 5 milioni? Per capirlo, prendiamo la Tabella del Decreto FFO 2015 relativa alla ripartizione della quota premiale.

UNIPV_FFO_2015_premiale

  • Dato che la quota premiale pavese del 2015 è 17.891.915 + 4.340.571 = 22.232.486 Euro, ipotizziamo che, senza alcuna protesta, nel 2016 essa diventerebbe 22.232.486 x 22/20 = 24.455.735 Euro (la quota premiale, determinata in misura del 20 per cento per l’anno 2015 è soggetta a incrementi annuali non inferiori al 2 per cento).
  • Secondo la Provincia Pavese, vi sono “non meno di 150 docenti astenuti“.
  • Nel Cerca Università del MIUR, il numero di docenti pavesi al 31.12.2014 era pari a 947. Alcuni di questi, ai sensi del regolamento VQR, potrebbero essere esentati dal sottoporre a valutazione i loro prodotti, in tutto o in parte. Con una stima cautelativa, consideriamo pari a 900 i docenti accreditati per la VQR (più la stima è bassa più è ingigantito l’impatto della protesta).
  • Ipotizziamo che la percentuale di astensione sia la stessa tra i docenti sottoposti a valutazione (quota premiale A, legata all’indicatore IRFS1) e il sottoinsieme di quelli promossi o reclutati (quota premiale B, legata all’indicatore IRAS3). Supponiamo anche che le percentuali di obiezione siano le stesse per tutte le fasce di voto (per esempio, non accade che si astengano solo i docenti con punteggi alti o solo quelli con i punteggi bassi).
  • Formuliamo infine l’ipotesi che Pavia sia l’unico ateneo italiano a protestare. In tal caso, ogni astenuto trasferisce una quota di FFO premiale agli altri atenei della penisola.

Sotto queste ipotesi, la perdita annua nel 2016 è pari a:

24.455.735 x 150 / 900 = 4.075.956 Euro

Si tratta di una cifra decisamente inferiore ai 5 milioni.

Può darsi che a essere sbagliato sia il numero di docenti astenuti. L’ateneo non ha rilasciato cifre ufficiali e potrebbe essere che le percentuali di astensioni siano ben maggiori. Diamo allora per buoni i 5 milioni stimati dal rettore e ricaviamo la percentuale di astensione:

numero astenuti = 900 x 5.000.000/24.455.735 = 184

Se le cose stanno così, la percentuale di astensione nell’ateneo si aggirerebbe intorno al 20%. Una percentuale che il governo dell’ateneo si era ben guardato dal far circolare, senza però rendersi conto che l’allarme sui 5 milioni avrebbe finito per renderla nota a chiunque sapesse far di conto.

Beh, 5 milioni non sono pochi e, tutto sommato, giustificano l’allarme lanciato sulla Provincia Pavese.  O no?

I nostri lettori avranno notato che i calcoli sono basati su un’ipotesi inverosimile, ovvero che Pavia sia l’unico ateneo italiano a protestare.

Non ci vuole molto a capire che se la percentuale media di astensione nazionale fosse pari al 20%, la protesta pavese non sarebbe in grado di alterare significativamente il finanziamento premiale dell’ateneo.

Ma se la protesta nazionale raggiungesse percentuali minori che a Pavia, quale sarebbe il danno per l’ateneo?

Per il 2016, il calcolo è presto fatto:

[FFO premiale UNIPV con protesta] = [FFO premiale UNIPV senza protesta] x a / b

dove

  • a = % conferimento prodotti VQR pavese
  • b = % conferimento prodotti VQR nazionale

Ipotizziamo che alla chiusura dei termini risulti

  • a = 85%
  • b= 90%

Il valore di a corrisponde ad un’astensione pavese pari al 15% ed è del tutto realistico, pensando al recupero di qualche ritardatario. Il valore di b corrisponde ad un’astensione nazionale del 10% ed è verosimilmente sottostimato. In tal caso

[FFO premiale UNIPV con protesta] = 24.455.735 x 85 / 90 =
24.455.735 x 0,94 = 23.097.083

In altre parole, la diminuzione di FFO premiale ammonterebbe a

24.455.735 - 23.097.083 = 1.358.652 Euro

che corrisponde al 5,56% della presunta quota premiale 2016. Rispetto a questa cifra, il valore di 5 milioni annui  comunicato alla stampa risulta ampiamente gonfiato.

Nel 2016, il minore introito annuo per l’ateneo è meno di 1.500 Euro per docente, una cifra verosimilmente inferiore alla decurtazione economica dovuta al mancato riconoscimento dell’anzianità giuridica. Un mancato riconoscimento che assomiglia ad una riproposizione del cosiddetto “oro alla Patria” con l’aggravante che invece di donare le fedi matrimoniali una tantum, il prelievo dura tutta la vita e, cumulativamente, può superare anche i 90.000 Euro. Un oro alla Patria che sembra aver reso pigri i rettori nel difendere i colleghi, dato che è più comodo spendere l’oro versato forzosamente dai docenti piuttosto che spendersi col governo per un rifinanziamento del sistema universitario. Se le cose stanno così, l’astensione dalla VQR ha il pregio di ridimensionare i vantaggi della pigrizia, quanto meno negli atenei dove le percentuali di protesta saranno superiori alla media nazionale.

L’altra faccia della medaglia è che ad ottenere un vantaggio nella ripartizione premiale saranno i governi degli atenei “più diligenti”, i cui docenti con la loro solerte obbedienza avranno rafforzato  nei loro rettori la convinzione che spennare i colleghi sia la soluzione più comoda e indolore. Inutile dire che tacchini che si affrettano a saltare spontaneamente nel pentolone saranno sempre additati come esempio da seguire … se chi parla è il cuoco.

E dopo?

Se la protesta non rientra, un’ipotesi che merita ormai di essere presa in seria considerazione, si verrà a creare una situazione “a macchie di leopardo”. Con quali conseguenze?

Sarà impossibile riproporre la retorica della VQR come “fotografia dettagliatissima e soprattutto certificata della qualità della ricerca italiana”. Infatti, i voti finiranno per essere influenzati dall’estensione della protesta nelle varie sedi e non mancano i casi di scienziati “eccellenti” che hanno dichiarato pubblicamente la loro astensione. Le classifiche, il cui valore era già dubbio, risulteranno inservibili, dato che la VQR (Valutazione della Qualità della Ricerca) si sarebbe trasformata in VQO (Valutazione della Qualità dell’Obbedienza). A questo va aggiunto che la credibilità dell’ANVUR è ai minimi storici. Da un lato ha concepito una procedura pseudoscientifica di inaudita ed esasperante complessità che ha contribuito non poco a rafforzare la protesta e ha convinto il mondo accademico che alla luce dei costi e dei danni inferti al sistema, una riforma dell’agenzia di valutazione rappresenta un’urgenza non più differibile. Da un altro lato, la legittimazione dei suoi vertici e i meccanismi che ne regolano la selezione sono messi in discussione dall’affare Miccoli, la cui selezione sembra destinata a finire sotto la lente di un’inedita commissione di inchiesta del MIUR.

Non è detto che la politica voglia o sappia tirare da subito le conclusioni. Sul tavolo rimarrebbe una contestazione tangibile di un modello “premiale” che invece di incentivare il miglioramento si limita a legittimare un processo di compressione selettiva e cumulativa, funzionale al ridimensionamento del sistema universitario. Un sistema universitario che – per dimensioni e spesa – è già nelle ultime posizioni in Europa e nell’OCSE.

Difficile fare previsioni, ma sarebbe politicamente insostenibile procedere nella distribuzione premiale come niente fosse. Tanto più che le ragioni della protesta sono difficilmente contestabili e, nonostante i timori di alcuni, non sono state fatte oggetto di attacchi neppure da parte di chi era in prima fila nelle campagne di stampa del 2008-2010. Verosimile che, anche a fronte delle fratture che verrebbero crearsi nella CRUI, si debba ricorrere a qualche forma di aggiustamento più o meno temporaneo.

Una strada che si profila rischiosa, soprattutto per quegli atenei che già stanno scivolando su una china pericolosa e che potrebbero trovarsi in una situazione insostenibile, se le regole rimanessero immutate. Eppure, rispetto a una morte annunciata, mettere all’ordine del giorno un cambio delle regole del gioco è un’opzione tutt’altro che irragionevole.

Interessante domandarsi anche cosa potrà succedere negli atenei in cui la protesta risultasse distribuita in modo molto diseguale tra un dipartimento e l’altro. Molti modelli di riparto intra-ateneo fanno uso dei risultati della VQR, magari usando un metodo pseudoscientifico come il voto standardizzato CRUI. Anche in questo contesto, diventerà difficile trovare una giustificazione a criteri di assegnazione delle risorse che penalizzassero i dipartimenti che più si sono impegnati a difendere istanze che sono largamente condivise tra i docenti. Tanto più che per i dipartimenti ligi nella compilazione, l’effetto netto della protesta potrebbe essere un guadagno fittizio che non trova giustificazione nella maggiore qualità della ricerca (VQR), ma piuttosto nella maggior qualità dell’obbedienza (VQO). Tutti temi destinati ad animare il dibattito negli atenei, mettendo in discussione modi e finalità della valutazione interna. Anche in questo caso si aprirebbe un scenario dagli sviluppi poco prevedibili, ma con alcuni risvolti persino salutari.

A fronte di scenari inediti, non sorprende che qualcuno faccia di tutto per evitarli. Tuttavia, l’alternativa alla protesta  è fin troppo chiara ed è quella additata dal progetto IIT-Technopole. Far morire di inedia il sistema universitario distribuito sul territorio mentre si dirottano ingenti fondi su istituti privati, magari meno efficienti di un Politecnico di Bari ma più legati al potere politico:

E mentre la ricerca agonizza, spunta lo Human Technopole. Il presidente del Consiglio lo ha tirato fuori dal cilindro mesi fa definendolo “centro di ricerca mondiale su sicurezza alimentare, qualità della vita, ambiente” e affidandone (alla cieca) la gestione all’Istituto italiano di Tecnologia (Iit) di Genova, fondazione di diritto privato. Per cui, mentre i ricercatori pubblici nemmeno sanno se esisterà un bando Prin 2016, un ente di diritto privato avrà garantiti 150 milioni di euro all’anno per dieci anni (ma allora le risorse ci sono!). Lo stesso a cui sono erogati da anni (sono già oltre 10) 100 milioni all’anno. Preziose risorse pubbliche che vengono stanziate dal governo di turno “senza accorgersi” che in buona parte sono accantonate in un tesoretto (legale ma illogico) che oggi ammonterebbe a 430 milioni. Risorse pubbliche per la ricerca “dormienti” depositati presso un fondo privato. Il progetto sul post-Expo è l’esempio più emblematico, tra i tanti possibili, delle distorsioni per fini politici, dell’improvvisazione e di come non si dovrebbero gestire i fondi pubblici per la ricerca. Un finanziamento top-down che crea una nuova corte dei miracoli (a prescindere che si chiami Iit) presso la quale c’è già chi si è messo a tavola. (Elena Cattaneo, “Human Technopole, la scienza all’Expo e la favola del pifferaio”, la Repubblica, 25.02.2016)

Se questo è il futuro, chi è ancora incerto sul da farsi ha qualche ragione in più per voler mandare un segnale di dissenso collettivo.

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16 Commenti

  1. Siamo l’unica categoria (parlo dei docenti universitari) che ha ormai paura pure di testimoniare la propria esistenza. Come si è dimostrato a iosa, la protesta non si riduce agli stipendi (a proposito, chi ha “caricato” e ha scrupoli di coscienza almeno tacesse e non accusasse di sindacalismo i contestatori). Ma, ciò concesso, perché ostinarsi in questo atteggiamento di pecoroni proni a qualsiasi taglio, offesa, ricatto, denigrazione…? Perché vergognarsi di rivendicare ciò che ci è stato tolto per salvare i conti pubblici? Quando dismetteremo questo atteggiamento passivo e indolente?

  2. Che cosa dobbiamo ancora subire oltre:
    – l’essere stati derubati
    – la discriminazione rispetto all’esercito e ai magistrati
    – gli insulti del presidente del consiglio pro tempore
    – le menzogne e la disinformazione sulle percentuali di ‘conferimento’
    – un miliardo e mezzo di euro tolti all’Università pubblica e regalati a una Fondazione di Diritto Privato.

    Che cosa dobbiamo ancora subire per aderire a una piccola ma facile ed efficacissima mobilitazione come il non inserire i pdf sul sito Cineca?
    Che cosa dobbiamo ancora subire, che cosa?

  3. Fornisco dati più dettagliati, dipartimento per dipartimento, realtivi all’astensione alla data di chiusura “interna” del 15 febbraio. Per ogni dpartimento e per il totale vengono fornite DUE percentuali, la prima indica la percentuale di coloro che non hanno fatto nulla (astenuti in toto), la seconda include anche quelli che, pur avendo avviato la procedura di inserimento pubblicazioni, non l’hanno conclusa. Come vedrete le percentuali sono altissime!

    ANTICH. LINGUE 20.37% 20.37%
    BIOSCIENZE 34.62% 38.46%
    DIP. CHIMICA 13.95% 16.28%
    ECONOMIA 31.08% 33.78%
    FARMACIA 16.67% 21.43%
    FISICA Sc.TERRA 58.73% 69.84%
    GIURISPRUDENZA 10.20% 20.41%
    Ing. CIVILE 40.91% 50.00%
    Ing. INFORMAZ. 13.89% 22.22%
    Ing. INDUSTR. 17.95% 20.51%
    DIP. LETTERE 30.23% 34.88%
    MATEMATICA 55.00% 55.00%
    Med. CLINICA 24.66% 24.66%
    NEUROSCIENZE 56.10% 60.98%
    BIOSCIENZE 44.12% 58.82%
    CHIURGIA 69.44% 69.44%
    Sc.ALIMENTI 29.73% 43.24%
    VETERINARIA 4.00% 16.00%

    Tot. PARMA 31.79% 37.67%

  4. Non vorrei sbagliarmi, ma sul sito Cineca VQR hanno cambiato qualcosa oggi. E’ stata aggiunta una voce per la selezione dell’ “Indice di impatto” che prima non era presente.

    Se fosse confermato sarebbe un ulteriore cambiamento last-minute clamoroso!

    • io vedo che oggi 29 febbraio Anvur si è accorto di aver “dimenticato” 39 riviste di MAT/03. Il 16 febbraio il Gev13 ne aveva “cancellato” 12 e declassato altre 5.
      Il “ballo delle riviste”.

  5. Questi i dati dell’astensionismo in unimi, di fonte rettorale in quanto comunicati in relazione al SA del 16 febbraio. Su un organico di 1987 professori e ricercatori:
    1349 hanno caricato i prodotti;
    522 hanno indicato i prodotti ma non hanno chiuso la procedura;
    28 hanno avviato la procedura ma senza caricare i prodotti;
    88 (di cui 30 “inattivi” in quanto privi di prodotti di ricerca) non hanno avviato la procedura.
    In unimi non si sono prese, finora, iniziative contro gli inadempienti pur, secondo comunicazione del rettore in SA, “fermo restando la possibilità di provvedimenti futuri da valutare in una fase successiva”. Insomma, una spada di Damocle appesa sopra il capo. Certa, comunque, l’opera di convincimento (o intimidazione personale?) esercitata da direttori di dipartimento nei confronti di alcuni singoli per indurli a mettere a disposizione i prodotti.
    Dunque, unimi non ha manifestato un anticonformismo maggiore di quello riscontratosi nel 1931, quando solo 12 docenti in tutta Italia su 1200 avevano rifiutato il giuramento di fedeltà al regime. Ma allora questa minoranza aveva salvato l’onore dell’Università nazionale (fonte: discorso di Umberto Eco il 5 febbraio 2011 al Palasharp di Milano). Oggi, a differenza di allora, se non ci si comporta da pecore non si perde la cattedra; ma ugualmente la grande massa degli accademici invece di provare un minimo di orgoglio personale, preferisce chinare la testa alle richieste del potere politico.

  6. Proprio così…

    Ora, ci si dovrebbe impegnare a svelare i numeri della protesta, tenuti accuratamente nascosti da rettori e direttori, e da solerti vassalli e valvassori. Certo è che, in queste ore, proliferano mail (pubbliche) e telefonate oggettivamente intimidatorie: il fatto stesso che si telefoni continuamente è intimidatorio, data l’asimmetria gerarchica dei ruoli. Cosa si vuole che risponda un ricercatore in attesa di chiamata o concorso persuasivamente interpellato da un rettore o da un direttore?
    Come leggere questo imbarazzante stalking para-accademico se non come il sintomo del timore che la protesta non sia così minoritaria come si vuol far credere?

    Ora, si tratta di trovare altre forme di protesta (per uscire fuori dalla camicia di forza della VQR in tutti i sensi) al fine di non buttare a mare l’impegno di chi in questi giorni sta protestando, talvolta mettendo a repentaglio rapporti di lavoro e prospettive di carriera.

  7. Da Napoli Parthenope giungono queste notizie:
    __________________
    Astensione VQR a Napoli Parthenope:

    – scadenza interna 28 febbraio;
    – percentuale astensione al 28 febbraio: “non raggiunge complessivamente il 32%” (fonte email del rettore del 28/2/2016, ore 22:25); sulla base di questa dichiarazione del rettore si può stimare una percentuale di astensione compresa tra 31-32%.
    – il rettore ha inviato l’email citata al punto precedente proprio all’approssimarsi della chiusura della scadenza interna. Di seguito vi riporto alcuni periodi significativi di quest’ultima email: “A dare sostanza alla protesta è il dato nazionale e lì credo siate tutti ormai consapevoli che le percentuali non sono molto alte, anche se il censimento promesso dal prof. Ferraro per oggi al momento non è ancora noto … non posso incoraggiare azioni che avranno pesanti conseguenze negative nel medio periodo per tutto l’Ateneo … Poiché però le scelte di chi ha aderito alla protesta, oramai una percentuale minoritaria, peseranno anche su tutti coloro che hanno invece presentato i lavori per la VQR, tale decisione impone un senso di responsabilità da parte di tutti.”
    – oggi pomeriggio è stata concessa un’ulteriore proroga della scadenza interna fino a domani, preannunciata nella stessa email del 28 febbraio. È evidente che le parole del rettore possano ancora influenzare la scelta di qualche collega.

    • “le scelte di chi ha aderito alla protesta, oramai una percentuale minoritaria”

      Si prevedeva o si sapeva fin dall’inizio che il protestatari o i resistenti sarebbero stati comunque una “minoranza” (<50%), il "oramai" è del tutto superfluo e fuorviante. Ma sarebbe stato molto più saggio evitare anche il termine "minoranza", intorno al quale ci sono dibattiti teoretici che durano da più di un secolo, da quando si è costituita la maggioranza/minoranza parlamentare ed elettorale. Questo per l'era moderna. L'uso del termine, cioè la sua sottolineatura, da parte del rettore citato, sono chiaramente intimidatori = "siccome siete una minoranza dovete rassegnarvi al 'volere' [si fa per dire] della maggioranza [silenziosa e solerte, che comprende ciò che sta accadendo perché ci ha riflettuto e dibattutot a lungo]". Tanto più che non si sa esattamente a quanto ammonta questa minoranza. Ora, una minoranza, nell'agire sociale non è soltanto un dato quantitativo (sciorino un po' di queste cose non sempre tanto ovvie). Il peso della minoranza dipende dal suo peso politico e/ o di forza. Certamente, se la si diminuisce ulteriormente, come vogliono fare e fanno i (di)rettori, e la si avvicina allo zero, non c'è eccellenza che tenga. La maggioranza però non sempre ha ragione, la maggioranza può derivare da un accordo del momento (senza allusioni, per carità, allo scenario politico attuale) e bisogna anche vedere perché e per cosa c'è l'accordo. E si dovrebbe anche riflettere se insistere nel discriminare, nel mobbizzare e nello schiacciare la minoranza esercitando la cosiddetta dittatura della maggioranza, o se non sarebbe più costruttivo intraprendere azioni di compromesso o di avvicinamento per evitare gli strascichi di questa vicenda che guasteranno e corroderanno da dentro la convivenza accademica che già è rovinata dai lunghi anni di riforme epocali. Una di queste azioni potrebbe essere la contestazione e il rifiuto di quel documento ipocrita emesso dal Miur (non importa se rilasciato dal sottosegretario o dal capitano coraggioso), per avere una base di discussione giusta e non profondamente distorta. Insomma, qualche corno appuntito le pecore dovrebbero tirarlo fuori anche se sono ottime, e lo sappiamo, per la tosatura, per il latte e per il formaggio (da vendere all'estero).

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