C’è da vergognarsi a scomodare il grande Kafka, ma forse non nel richiamarsi al Risiko, per rappresentare che cosa sta accadendo (o cosa non sta accadendo) non solo per la VQR, gravata da ritardi, imprecisioni, fretta, soluzioni abborracciate, indecisione, ma anche per quella cosa che – guarda un po’ – costituisce uno dei principali, se non il principale strumento ministeriale di finanziamento della ricerca collaborativa nell’università pubblica italiana, ossia il cosiddetto PRIN. ROARS ha evidenziato nel modo più chiaro possibile e con molteplici interventi il (non-)senso del bando Prin 2011, o meglio, 2011-2012, o meglio ancora, 2013, se pensiamo a quando probabilmente partiranno i progetti finanziati in base al bando attualmente aperto.

Quel che caratterizza il bando Prin 2011 si può riassumere in tre punti: diminuzione complessiva del finanziamento alla ricerca; distribuzione nettamente sperequata delle risorse a danno delle discipline socio-umanistiche; macchinosità estrema di un meccanismo di selezione a due stadi, di cui il primo a livello locale, di singola università, con conseguente storno di energie e attenzione dalla redazione di buoni progetti (il compito di un ricercatore che si rispetti) al calcolo col bilancino dei presupposti di tipo ‘politico’ per la loro approvazione locale. Già questo comporta una inutile interferenza e un controproducente appesantimento dell’elaborazione di progetti che dovrebbero essere guidati unicamente da considerazioni di validità scientifica.

Le interferenze e gli appesantimenti, però, non si fermano qui e continuano ad ostacolare il lavoro di chi ha accettato la sfida della presentazione di un PRIN 2011 e che magari vorrebbe disporre di regole semplici, chiare, ben definite fin dall’inizio, in modo da poterle digerire una volta per tutte e non pensarci più, almeno mentre sta scrivendo il proprio progetto. Pia illusione. Man mano che si va avanti nella compilazione si scoprono particolari stupefacenti, che seriamente fanno dubitare che chi ha redatto questo bando e stabilito queste regole sappia alcunché di ricerca scientifica.

Facciamo due esempi. Il primo riguarda il profilo di chi può partecipare ai progetti come componente delle unità di ricerca. Io – è un’ipotesi con chiarissimi riferimenti all’esperienza personale ­– ho un bravissimo allievo addottoratosi con me, che ha fatto due anni post-doc in una prestigiosa università europea, ne sta facendo altri due in una seconda, ancora più prestigiosa università all’estero. Per capacità, competenza ed esperienza internazionale la sua partecipazione a un mio progetto è naturale e preziosa. Non si deve, tra l’altro, fare il possibile per mantenere legati al nostro sistema bravi giovani studiosi che altrimenti sicuramente se ne andranno? Sarebbe da pensare che quel giovane ricercatore è un collaboratore ideale del progetto. Invece no. Le regole dicono che non può. Non importa se questa è la conseguenza di un articolo della legge 240 (la legge Gelmini) o di una qualsiasi altra disposizione normativa o regolamentare. E’ non-senso e basta.

Secondo e, se possibile, ancora più incredibile esempio. Il bando PRIN prevede le collaborazioni internazionali. Siccome le modalità di tali collaborazioni non sono chiare, si rimanda a un testo di “Istruzioni per la redazione”. Siccome nemmeno queste bastano, ecco che si ricorre a un ulteriore testo esplicativo di “Istruzioni operative”. Probabilmente anche stavolta seguirà un risolutivo “Manuale di Nonna Papera per i Prin 2011”. In attesa della pubblicazione di questo testo fondamentale, contentiamoci si leggere le “Istruzioni operative”. Ebbene, da questo testo si apprende che se voglio inserire ricercatori di enti stranieri posso farlo a) nominativamente oppure b) per via di un accordo istituzionale non nominativo. Piccolo dettaglio: se scelgo la prima opzione, la loro presenza nella mia unità di ricerca non dà alcun punteggio di merito; se scelgo la seconda, invece, ne avrò un tornaconto in termini di positiva valutazione. L’istruzione è accompagnata da una sibillina tabella che riassume le possibili combinazioni e i rispettivi effetti: ne segue che il responsabile di una unità PRIN ha di fronte a sé, proprio come nel Risiko, una serie di possibilità per rafforzare la propria posizione e deve decidere non pensando se la presenza di certi colleghi stranieri è oggettivamente importante per il lavoro di squadra, ma se fortifica o meno l’unità nel prosieguo del gioco.

In entrambi i casi di collaborazione internazionale sopra indicati, comunque, tutti i costi di ricerca dei collaboratori stranieri finalizzati a questa collaborazione dovranno essere sostenuti non dal progetto, ma dall’istituzione straniera. Non solo: le spese di missione dei ricercatori stranieri, per esempio per partecipare a un convegno comune, non potranno essere pagate sul bilancio del progetto. Si badi bene, non è che interessi sapere qual è il contributo scientifico di quei ricercatori al progetto, basta stabilire che per loro soldi italiani non se ne spendono. Si vorrebbe domandare, di grazia: e perché mai un’istituzione straniera o dei colleghi stranieri dovrebbero partecipare a un progetto per la collaborazione al quale si chiede loro a) di lavorare e b) di farlo a proprie spese? Questo è un autentico capolavoro di insipienza, di estraneità alle logiche della ricerca, di esercizio di autorità burocratica spinta all’estremo di ignorare i fondamentali della ricerca. In altre parole, ciascuno di noi dovrebbe proporre ai propri colleghi stranieri di entrare a far parte di un gruppo internazionale di ricerca e di farlo sapendo che ciò avverrà, beninteso, a costo zero. Non solo, bisognerebbe far loro sottoscrivere eleganti lettere d’intenti nelle quali in sostanza dichiarano di essere consapevoli che qualsiasi cosa facciano per quel progetto la pagheranno di tasca propria. E perché mai quelle cose, allora, dovrebbero farle per noi? Forse non conoscono ancora  e dovrebbero introdurre nel proprio vocabolario l’espressione “a costo zero”. Ecco la locuzione miracolosa dell’università italiana degli anni 2000: “a costo zero”. Ma quanto costa l’apparato ministeriale di predisposizione di questi e altri capolavori di bandi? quanto costa l’apparato ministeriale di valutazione della ricerca e dell’università? Se la ricerca si può fare a costo zero, è chiaro che anche tutto questo dovrebbe essere a costo zero. Diversamente ci troveremmo di fronte al peggiore dei paradossi: un sistema burocratico di controllo che costa infinitamente più denaro, tempo ed energie (soprattutto quelle dei ricercatori) di quanto non se ne dedichi a ciò che si vorrebbe controllare: la ricerca stessa.


Un appello, per concludere, al governo tecnico delle semplificazioni e delle liberalizzazioni: sarebbe possibile estendere all’università e alla ricerca quei piani di semplificazione, snellimento e maggiore efficienza che così meritoriamente il governo sta tentando di avviare in altri settori della vita pubblica e privata italiana? Regole poche, regole semplici, non drammaticamente contrarie al buon senso, regole fatte per agevolare, non per inchiodare le persone a scrivere progetti per due mesi con scarse prospettive di ottenere ciò che serve per il proprio lavoro. A proposito, domani prima di andare nel mio studio all’università devo ricordarmi di comprare una lampadina per la scrivania.

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