L’intervento di Stefano Semplici mi ha fatto riflettere. Da più parti si sono levate voci autorevoli che denunciano il sovraccarico di incomprensibile burocrazia sulle Università. I mezzi di comunicazione ne hanno dato solo un debolissimo eco. Il Ministro ha finora manifestato qualche segnale di accondiscendenza, senza però mettere in atto alcun intervento concreto. Mi è venuta la curiosità di andare a vedere come le voci di disagio del mondo universitario sono recepite nella stampa nazionale e ho scritto questo post, come sequel del mio precedente.

Sfoglio un autorevole quotidiano nazionale. Scorro i titoli cercando qualche traccia degli effetti delle riforme degli anni precedenti sull’Università e sull’istruzione pubblica superiore.

In prima pagina ci sono le notizie del giorno: i mondiali di calcio e le infinite discussioni interne a uno dei principali partiti politici nazionali.

Giro pagina. Il Presidente del Consiglio, in carica da pochi mesi, forte del recente successo elettorale, espone le linee principali del radicale programma di riforme del Governo, con particolare attenzione alle riforme istituzionali da lui ritenute non più procrastinabili.

Giro ancora pagina. Si parla dei risultati delle elezioni europee: il successo dei movimenti contrari all’Unione complica non poco la formazione di una chiara maggioranza a Bruxelles.

E poi, tangenti, mazzette e corruzione, con il solenne impegno dell’esponente del Governo: “Andremo fino in fondo. Basta con i colpi di spugna”.

E ancora: voragine nei conti pubblici, spesa pubblica fuori controllo, il rapporto debito/PIL raggiunge un nuovo record.

Pagina economica: aumento di capitale di un’importante banca nazionale. La banca apre ai capitali stranieri e si appella ai piccoli investitori.

Sull’Università nemmeno una parola. Niente di niente. Apparentemente a nessuno interessano le vicende delle Università del nostro Paese.

Ma cosa avete capito? Non stavo parlando del giornale di oggi. Stavo sfogliando un quotidiano nazionale del 14 giugno 1994. Esattamente venti anni fa.

I mondiali di calcio erano quelli degli USA 1994. I problemi dell’importante partito nazionale erano quelli del PDS, culminati con le dimissioni del segretario Occhetto. Il Presidente del Consiglio da poco insediato e forte del successo elettorale era Silvio Berlusconi. Le elezioni europee erano quelle di venti anni fa, concluse con un’importante affermazione del partito del Presidente del Consiglio e con un buon risultato dei movimenti anti-europeisti. I casi di corruzione erano la coda di Tangentopoli. Il record del debito pubblico era quello del 1994 (oltre il 120% del PIL), solo recentemente superato da nuovi primati (oggi siamo al 132,6%). Il buco nei conti pubblici era quello dell’INPS. La banca da ricapitalizzare Mediobanca.

La riforma universitaria, approvata pochi anni prima, era quella sull’autonomia universitaria di Antonio Ruberti, a seguito della quale tutti gli Atenei stavano predisponendo i propri Statuti, nell’indifferenza mediatica generale.

Mi pare una situazione surreale, da racconto kafkiano.

Basta cambiare qualche parola qua e là e le notizie sono ancora attualissime: PD al posto di PDS, Brasile invece di USA, Renzi al posto di Berlusconi, Expo e Mose al posto di Tangentopoli, MPS invece di Mediobanca, INPS al posto di INPS (solo i dissesti dell’ente previdenziale riescono a essere un invariante perfetto anche a distanza di vent’anni).

Cambiano i nomi e cambiano le persone, ma non cambia l’Italia. Tutto resta gattopardescamente lo stesso. Dell’Università non si parlava allora e non si parla oggi, alla stessa maniera.

L’unica cosa che cambia è la burocrazia: inesorabilmente, anno dopo anno, aumentano le regole e i controlli.

E intanto i costi della previdenza hanno superato il 43% della spesa pubblica complessiva, gli oneri per l’amministrazione generale dello Stato si attestano sull’11% del totale, mentre gli investimenti reali in ricerca e sviluppo, al netto dei sussidi alle imprese mascherati artificiosamente come contributi per la ricerca e l’innovazione, crollano addirittura allo 0,005% della spesa pubblica.

Mi vengono in mente un paio di citazioni di Indro Montanelli di quegli anni:

In questo Paese dai mille controlli in realtà non esiste alcun controllo proprio perché ne esistono troppi. (Indro Montanelli e Mario Cervi – L’Italia degli Anni di Fango. Rizzoli, 1993)

In Italia si può cambiare soltanto la Costituzione. Il resto rimane com’è. (Indro Montanelli – intervista su Frankfurter Allgemeine Zeitung, 15 agosto 1996)

In questi venti anni l’Università, soprattutto quella pubblica e statale, ha pagato un altissimo tributo al risanamento delle finanze del Paese: limitazioni del turnover, tagli indiscriminati alle dotazioni, blocco degli scatti stipendiali, azzeramento dei fondi di ricerca, burocrazia insopportabile, sistema di controlli pervasivo su praticamente ogni attività elementare, pseduo-sistemi di valutazione e di auto-valutazione mirati solo al taglio delle risorse.

Nel frattempo il risanamento dei conti pubblici non c’è stato e, anzi, il debito è aumentato.

I problemi di allora sono esattamente quelli di oggi: abbiamo sprecato venti anni e abbiamo sacrificato l’Università sull’altare della finanza, del rigore e dell’inutile austerità.

Gli articoli 9 e 33 della Costituzione della Repubblica fissano i principi fondamentali sulla promozione della cultura e della ricerca scientifica e tecnica, sulla libertà di ricerca e di insegnamento, sull’autonomia degli istituti universitari, sui rapporti fra Università pubbliche e private (con queste ultime che avrebbero dovuto essere senza oneri per lo Stato).

Oggi tutto questo non c’è più, poiché tutto è schiacciato dalla costante riduzione delle risorse e da un’asfissiante burocrazia fatta di controlli e adempimenti sempre inutili e spesso assurdi.

La soluzione però è semplice e a portata di mano: cambiamo la Costituzione, tanto tutto il resto rimane com’è.

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6 Commenti

  1. Se non fossero aumentate le regole e i controlli (ma davvero sono aumentati i controlli?) i giornali di Vent’Anni dopo avrebbero dovuto registrare un’Italia molto peggiore di quella che, nonostante tutto, abbiamo davanti.
    La gente, in mancanza di quelle regole, s’era mangiata il futuro.

    • scusi, ma in base a quali studi di scienza del possibile perviene a tale conclusione?
      la storia non si fa con i “se”.
      Il merito dell’articolo è avere evidenziato in modo ironico, ma ahimè tragico, che le ricette politiche ed economiche proposte oggi sono le stesse inattuate da allora. Dato che i protagonisti sono nei fatti gli stessi, le banche, il PD(S), Berlusconi, forse qualche dubbio sulla loro onestà intellettuale viene… e non solo in tema di università.
      Almeno i calciatori della nazionale sono cambiati…

  2. Tutto vero. Solo che vent’anni fa la legge Ruberti tentava di preservare l’Università da quella che sembrava un’eccessiva localizzazione della politica e dell’amministrazione statale. Oggi si attuano provvedimenti punitivi per l’eccessiva autonomia dal potere politico. L’Università, come libera comunità di studiosi, è finita. L’attuazione delle legge Gelmini, con la cancellazione del ruolo dei ricercatori a tempo indeterminato, ha interrotto la catena di trasmissione del saper fare dalle vecchie alle giovani generazioni. Credo che i risultati saranno catastrofici per il futuro del Paese. Per questo ne invoco la ” Damnatio Memoriae”. Altro che Ruberti…

  3. Caro Nicola,
    al silenzio dei giornalisti e alla retorica dei politici (molto bello, a questo proposito, l’editoriale di oggi di Eugenio Scalfari) si sommano purtroppo le complicità di tanti colleghi e la sostanziale indifferenza di quasi tutti gli altri. Noi andiamo avanti, perché ci sia almeno la traccia di un’alternativa possibile. E a Renzo Rubele ripeto ancora una volta che contrastare regole e controlli assurdi non significa affatto non volere regole e controlli efficaci. Purtroppo è vero che i professori hanno ampiamente dimostrato di meritarseli. Ma è altrettanto vero quello che scrivevano Montanelli e Cervi: l’oppressione burocratica sulle quisquilie lascia indisturbati coloro che davvero dovrebbero essere stanati e colpiti. E la nostra università muore.

  4. Sono regole suicide, assurde. Lo sterminio dei RTI è stata un atto di violenza contro i giovani, soprattutto quelli che non possono permettersi di rischiare economicamente. Un potere che impedisce di guadagnarsi la vita studiando, che umilia la ricerca e la cultura e ti prende in giro dicendo che se sei bravo devi andare all’estero è profondamente marcio.

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